giovedì 21 luglio 2016

Il passeggero del Polarlys

Regalo dell'editore Adelphi per le vacanze, Il passeggero del Polarlys è uno dei primi romanzi-romanzi (termine che indica quei romanzi di Georges Simenon che non appartengono al ciclo di Maigret) del prolifico scrittore belga. La prima edizione è datata, infatti, 1930, mentre la traduzione italiana arriva solo quattro anni dopo per i tipi di Mondadori.

Il Polarlys è una nave cargo che si muove fra la Germania e la Norvegia. Il capitano Petersen accoglie comunque a bordo anche passeggeri paganti che non saprebbero come raggiungere le località più settentrionali, fino al Circolo Polare Artico. La traversata non si apre sotto i migliori auspici: c'è un terzo ufficiale appena uscito dalla scuola navale, inesperto e orgoglioso. Ma c'è anche un passeggero misterioso, imbarcatosi ad Amburgo e poi misteriosamente scomparso. Petersen accoglie poi, durante una sosta intermedia, un funzionario di polizia che dice di dare la caccia all'assassino di una giovane donna francese, forse proprio l'uomo misterioso che non si trova più.

Ma anche il poliziotto viene ritrovato morto nella sua cabina, e poco dopo due furti di entità considerevole accrescono la tensione fra i passeggeri e l'equipaggio. Petersen non sa di chi può fidarsi, nessuno è al di sopra di ogni sospetto, nemmeno quel terzo ufficiale che sembra più intenzionato a divertirsi con una irruente ragazza tedesca che a svolgere le proprie mansioni.

La verità emerge solo nell'ultimo capitolo, quando anche noi lettori scopriamo che nulla è come ci era apparso. Anche il capitano Petersen, che per la sua flemma e la sua riflessività ricorda inevitabilmente il commissario Maigret, è indotto all'errore di giudizio dal susseguirsi degli eventi.

Simenon, appena ventisettenne all'epoca della stesura, sembra ancora indeciso se proporci un romanzo poliziesco o un romanzo duro. La distinzione netta appartiene solo agli anni e alla produzione successivi, quando le storie gialle si focalizzano su Maigret. Manca, ne Il passeggero del Polarlys, quella peculiare costruzione a finestra sull'esistenza di un uomo che diventerà un tratto di distinzione dei romanzi-romanzi. Stiamo parlando della tecnica di accendere un virtuale occhio di bue su un capitolo della vita di un uomo (o di una donna), offrendo al lettore la sensazione di guardarne la vita dalla finestra di fronte.

In questo poliziesco senza punizione del colpevole tutto è più semplice e lineare: una trama da film per la tv, si direbbe. Eppure le qualità del grande scrittore appaiono nella scelta di una lingua immediata e veloce, che scivola lungo i dodici capitoli.

domenica 17 luglio 2016

Il tiranno dentro di noi

Pochi giorni fa ho avuto una tipica discussione da social media. Tipica nel senso che ormai funziona così: si discute e ci si blocca a vicenda.

Un mio cosiddetto amico di Facebook ha iniziato a pubblicare lunghi sproloqui dal sapore palesemente polemico e snob. Il primo l’ho letto e sono stato zitto. Il secondo l’ho commentato e sono stato istantaneamente rimosso dai suoi cosiddetti amici.

Tutto normale, direte voi, su Facebook succede ogni giorno. Nemmeno io gli avevo dato peso, poi questa mattina un episodio simile mi ha fatto riflettere. Nella mia bacheca ho trovato un post del genere memorialistico, il cui autore accompagnava da una nota polemica contro altre persone. Un commentatore ha scritto “I saputello!” (sic): l’autore ha risposto, piccato, che da quel momento lo avrebbe cancellato dagli amici. In realtà era un equivoco, causato dal correttore automatico dello smartphone: come l’errore grammatica poteva suggerire, il commente avrebbe dovuto essere “I saputelli!”, rivolto a quelle persone criticate nel post originario. È stato invece equivocato, facendo scattare la ghigliottina sociale.

Più frequento i social media, più mi accorgo che pochi umani sono davvero democratici. Molti, troppi sono nell’animo veri e propri despoti, pronti a censurare e punire ogni critica alle proprie idee e al proprio operato. Costoro esprimono un’opinione, che è ovviamente una delle tante possibili, ma si aspettano applausi e condivisioni. Alla prima critica, esce il dittatore represso che si trincera dietro alla proprietà privata della bacheca, secondo lo schema “Qui sei a casa mia e non puoi darmi contro”.
È quest’ultima una evidente falsità, giacché nel verbo pubblicare è implicito che il contenuto della pubblicazione cessi di essere proprietà privata (in senso intellettuale, non legale) di chi lo diffonde. Se, per intenderci, io scrivessi sul mio diario cartaceo e qualcuno ci mettesse le mani, allora sarei autorizzato a sentirmi offeso. Ma se vado in piazza e declamo le mie idee, chiunque le ascolti è libero di commentarle e criticarle. Si chiama libertà di pensiero.

Dobbiamo concludere che tanti, troppi umani rinnegano la libertà di pensiero sancita da tanti documenti e principi di convivenza? Non esageriamo, perché fra la rimozione dalla lista delle amicizie e la dittatura corre una differenza abissale. Certo è che i presupposti, nel loro piccolo, non sono incoraggianti. Nemmeno una certa, permettetemi, vigliaccheria: se avessi criticato di persona, faccia a faccia, il mio interlocutore, forse costui non mi avrebbe girato le spalle dicendomi che non avrebbe più voluto discutere con me. E l’equivoco grammaticale dell’altro esempio si sarebbe subito risolto in una risata.

Ci prendiamo troppo sul serio, abbiamo una bacheca Facebook e ci sentiamo fini pensatori. Molte delle frasi che pubblichiamo sono banalità che un tempo avremmo riservato ai nostri pensieri mentre ci facciamo la barba o aspettiamo il nostro turno in coda al banco dei formaggi.

Non siamo obbligati a rendere pubblico tutto ciò che pensiamo. Una volta deciso di buttare sul piatto la nostra opinione, dobbiamo però accettare che altri la contestino. Les jeux sont faits.
Written with StackEdit.

mercoledì 13 luglio 2016

La via del sole

Mauro Corona è un personaggio che incarna il detto per cui gli opposti si confondono: cattivo, rognoso, aggressivo al punto da sembrare buonista e conformista. La difficoltà a tenere a bada la verve polemica sta condizionando la produzione più recente dell'alpinista-scrittore di Erto, ma sarebbe sbagliato fermarsi alla prima impressione.

Come detto più volte nelle presentazioni pubbliche, La via del sole è un libro nato per digressione: impegnato nella stesura di un romanzo che ci promette da (troppo) tempo, pare che la visione di un tramonto in baita abbia dato l'ispirazione all'autore per questo racconto non previsto.

Al centro della storia c'è un anonimo ingegnere. Trentenne, rampollo unico di un potente imprenditore del marmo, stufo della vita fra i consimili decide di ritirarsi tra i monti. Ma una semplice casera non può bastare, serve una villa nel bosco con tutti gli agi. Il desiderio dell'ingegnere è ben diverso dal vivere in pace: egli vuole piuttosto abbassare le cime delle montagne. Roba da matti, diremmo. Invece no, perché occorre allungare la durata del giorno! Il sole, motore della vita terrena, è costretto a nascondersi presto dietro il profilo delle Alpi, togliendo calore e godimento a noi cristiani.

Insomma, un progetto di devastazione mosso quasi da sentimenti caritatevoli. Ironia a parte, l'ingegnere dedica tutta l'esistenza a sventrare le catene alpine, utilizzando anche le maniere forti per bloccare ogni opposizione. In un delirio crescente di dinamite e corruzione, passano i decenni: l'uomo giunge ai settant'anni, un cifra tonda che spinge tutti a qualche bilancio.
Ma tempo per fare bilanci non c'è, la resa dei conti si presenta inaspettata sotto la forma di una malattia cattiva. E proprio quelle conclusive sono le pagine più intense del libro: il pentimento tardivo, un tentativo di riparare con i soldi ai guai perpetrati.

Tutto qui, dunque? Apparentemente sì, anche la conclusione è prevedibile. Tutto sommato buonista e politicamente corretta. Eppure si intravede un secondo livello di lettura, quello autobiografico.

Non è la prima volta che Mauro Corona affronta il tema della vecchiaia e della morte, e lo fa con toni quasi scandalosi.

Nella società della giovinezza infinita, Corona si muove su una scala d'altri tempi. A sessanta sei vecchio, a settanta è un miracolo che non ti abbiano portato in cimitero. Parametri sicuramente veri nei paesi montani di una volta, che poi sono i luoghi che lo scrittore canta nei suoi libri.

Ebbene, anche lui si incammina verso quell'età di bilanci, e sembra che ogni nuovo libro si trasformi in una ricerca di pace dopo una vita di tribolazioni. Dopo la gioventù guastata da un padre alcolizzato e di mano pesante, dopo una maturità di eccessi e successi, anche lo scalatore ertano guarda avanti e si pone domande. Non sappiamo quali risposte trovi, ma è bello starlo ad ascoltare.

venerdì 1 luglio 2016

Tre giorni e una vita

C'è poco da fare, Pierre Lemaitre è un signor scrittore. Il successo ormai consolidato in Francia si allarga al nostro Paese grazie a questa bella traduzione dell'ultimo romanzo dell'autore di Ci rivediamo lassù (precedentemente recensito in questo blog).

Ma se quello era un romanzo atteso (e sicuramente scritto con una tempistica piuttosto astuta), questo è semplicemente un piccolo gioiello di drammaticità e tensione. La trama è assai promettente: in un tranquillo paese della provincia francese, Beauval, il dodicenne Antoine uccide con una bastonata alla tempia un piccolo compagno di giochi e avventure. Ma, invece di confessare il suo delitto d'ira, quasi una vendetta trasversale contro la brutalità del padre della vittima, perde la testa e occulata il cadavere in un bosco. E' questo il preciso momento in cui Antoine perde definitivamente l'innocenza.

La scomparsa della piccola vittima getta Beauval nel panico. Le ricerche partono (quasi) immediatamente, ma per i primi giorni nessuno pensa di cercare i resti nel bosco. Antoine è sull'orlo di una crisi, ma ecco che una provvidenziale e disastrosa tempesta sposta l'attenzione dell'opinione pubblica. Il bosco è stato devastato dalla bufera, nessuno rimuoverà i tronchi per molto tempo. Antoine si sente al sicuro.

Passano undici anni, Antoine studia medicina all'università, ha una ragazza e vive lontano da Beauval. Ci torna il minimo indispensabile per far visita alla madre, nulla di più. Durante una di queste visite, ha un rapporto con un'amica d'infanzia e la mette incinta. Questa pretende nozze riparatrici, e l'incubo di dover tornare definitivamente sul luogo del delitto sconvolge ancora una volta l'esistenza del protagonista.

Terza parte del libro: il 2015, Antoine è medico condotto. A Beauval. Ha ceduto al ricatto della famiglia di quella ragazza: la possibilità di uno scandalo avrebbe acceso un riflettore su di lui, e questo avrebbe potuto portare alla luce il tremendo segreto. Ma nessuno, ormai, sembra più interessato alle sorti della povera vittima del 1999. Almeno finché qualcuno decide di ripulire il bosco...

Ometto evidentemente di svelare l'ultimo colpo di scena, a beneficio del lettore. Mi limito a frustrare le ambizioni hollywoodiane di chiunque di aspetterebbe, infine, il trionfo della giustizia. Lemaitre Si ispira, per ammissione esplicita, ad autori come Georges Simenon. Ma, a differenza del grande belga, non riesce a reprimere la tentazione di tener fede al titolo: Simenon era maestro nell'aprire una finestra sulla vita dei suoi protagonisti, come fosse un fotografo. Lemaitre vuole dirci tutto, spiegarci il passato e il futuro. A mio giudizio tale onniscienza rende meno originale la trama, che tuttavia resta un esempio di maestria narrativa.

Quanto vale una vita umana, anzi la vita di un bambino innocente? Quanto vale la vita del suo carnefice, seppure altrettanto giovane? La risposta di Lemaitre può disturbare la sensibilità di qualcuno, in parte anche me. La precisione con cui l'autore descrive il brutale, animalesco assassinio del bambino fa gridare vendetta. La spietata crudeltà con cui Antoine occulta il corpo dell'amico in un buco fra le radici degli alberi è sconvolgente, certo. Ma quello che ancora più crea disagio è la mancanza di ogni senso di colpa: Antoine è un omicida, con molte aggravanti. Ma non sembra curarsene davvero. Prevalgono in lui l'istinto di sopravvivenza, l'egoismo e la spasmodica ricerca della fuga. Davvero un pessimo soggetto, da bambino e da adulto. Forse per questo Pierre Lemaitre ha scelto lui come personaggio principale del racconto.