sabato 28 maggio 2016

Matematici al mare

Era da qualche mese che non frequentavo un convegno di matematica. Fra impegni con l’insegnamento e la penuria di fondi che affligge l’università italiana da anni, bisogna selezionare accuratamente gli eventi scientifici a cui è possibile partecipare.

Una delle frasi più significative che ho sentito nel convegno di Gaeta che è appena terminato è questa

Che cosa fa un matematico a un convegno? Si lamenta!

Non avevo pensato che fosse una prerogativa della mia categoria professionale, ma sicuramente c’è del vero. Non che le ragioni per lamentarsi manchino, peraltro. Cito a memoria un collega più giovane:

Mi piacerebbe che ci facessero fare il nostro mestiere, fare ricerca e dimostrare teoremi.

Era sottinteso che oggi molte ore lavorative sono dedicate a svolgere attività amministrative, burocratiche, organizzative che tendono ad esaurire le energie e la pazienza. Non posso affermare che questo sia un difetto tutto italiano, in fondo tutti gli scienziati vivono con fastidio quelle incombenze che comunque fanno parte di un impegno accademico. So che spendere interi pomeriggi in riunione per votare una modifica di tre righe al regolamento didattico è spiacevole, ma è così ovunque.
La vera differenza fra l’Italia e il resto del mondo occidentale (con una tendenza alla diminuzione della distanza, ahimè) sta tutta nel giusto riconoscimento del lavoro. I docenti universitari italiani si accollano impegni e doveri in cambio di un salario che altrove sarebbe considerato ridicolo, tanto per fare un esempio. Un dottorando francese ha una borsa di studio più cospicua del mio stipendio, solo per dirne una.

Aggiungiamo il fatto che i docenti di matematica hanno, in Italia, un potere contrattuale prossimo al nulla (a differenza di ingegneri, economisti, medici, ecc.) e capiamo perché ci piace lamentarci durante i convegni. Come diceva un famoso matematico, per fare il nostro lavoro ci servono carta e matita. Il bilancio di un dipartimento di matematica non raggiunge le spese di funzionamento di un singolo laboratorio di biologia o di chimica; e se non muovi soldi, non interessi a nessuno.

È qui che dovrebbe sopperire il buon senso della politica: certe discipline e certe scienze costano poco e, nel medio periodo, rendono parecchio. Un bell’investimento, no? In Italia non funziona così, è meglio costare tanto e arricchire una lobby o una categoria, perché del futuro non ci è mai importato troppo. Il risultato è che i miei colleghi stranieri lavorano tanto, ma hanno uno stipendio soddisfacente e un ambiente lavorativo piacevole. Io ho lo stipendio che ho, chissà se domani ci sarà la carta per stampare i compiti d’esame e forse mi toccherà lavorare in un ufficio con 30 gradi centigradi perché mancano i soldi per accendere il condizionatore. Intanto la matematica italiana è ai massimi livelli mondiali per qualità e anche per quantità, bontà sua…

Ma un’altra cosa che mi è balzata agli occhi nella sua deprimente evidenza è che ai convegni siamo sempre gli stessi. Ci sono certamente i giovani, peccato che siano stranieri o italiani che hanno cercato fortuna all’estero. Da quasi dieci anni la politica italiana ha imposto un invecchiamento irreversibile dell’accademia, senza nuove immissioni in ruolo e senza prospettive per gli studenti meritevoli. Il sistema universitario è stato, come ho letto tempo fa, l’unico reale esperimento di punizione sistematica del pubblico impiego. Decine di migliaia di euro persi pro capite, tagli infiniti ai fondi di funzionamento e a quelli di ricerca, colpevolizzazione dei lavoratori. Il tentativo di creare un sistema ibrido tra precarizzazione e retribuzioni da socialismo reale sta fallendo miseramente, ma quello che più impressiona è che nessuna parte politica abbia compreso la portata di certe scelte.

Intanto andiamo avanti così, nell’illusione che un posto a tempo determinato in più sia una vittoria storica. Paghiamo un’ora di esercitazioni o di laboratorio quanto un’ora di pulizia delle scale condominiali, e ci stupiamo che nessuno si offra volontario.
L’università italiana è lo specchio demoralizzante di una nazione anziana ed egoista, e proprio per questo non cambierà rotta.

venerdì 20 maggio 2016

Le cinque colombe


Alto Veneto, dalle parti di Schio. Cinque sorelle bellissime, dalla pelle bianca come il latte. Un'accusa: quella di essere anguane. Questi sono gli ingredienti del romanzo Le cinque colombe, di Jenny Gecchelin.

L'autrice racconta l'epopea famigliare dei Dalla Vecchia fra gli ultii anni dell'Ottocento e la prima metà del secolo breve. Vicende ambientate nelle valli del Pasubio, all'ombra delle montagne che hanno patito le ferite di una guerra devastante, e che sembrano vegliare severe sui destini di una comunità ancora rivolta al passato.
Jenny Gecchelin non esita a dimostrare il suo disappunto per un certo clima oscurantista che pesava sulle vite dei suoi avi, tra superstizione e aspirazione alla modernità. Le strie, le streghe, in quelle contrade hanno il nome di anguane, e attendono fra i boschi l'arrivo di qualche anima per perderla definitivamente.

Le cinque colombe sono, nell'immaginario della popolazione, figlie di una anguana, e dunque destinate all'emarginazione e al disprezzo assoluto. Pur bellissime, faticano ad avere corteggiatori; i vicini di casa le scansano con paura, i pettegolezzi corrono di bocca in bocca. Eppure la vita fa il suo corso, qualcuna si sposa e qualcuna si dedica alla cura dello zio invalido di guerra.

Tutto normale? No, perché anche senza scomodare il soprannaturale, la cattiveria umana sa fare disastri. Un abuso, una violenza sessuale possono trasformarsi nella dannazione perpetua, fino ad immolare il frutto bastardo per riscattare la reputazione.

Pur fra tante imprecisioni che rivelano forse una personalità ancora acerba dell'autrice, Le cinque colombe è un affresco cupo ma affascinante di una nazione che è profondamente mutata nel corso di pochi anni. Difficile distinguere il Medioevo dal 1950, in questa storia: ignoranza endemica, superstizione, chiusura mentale descrivono un milieu da tragedia.
La scrittura di Gecchelin può talvolta richiamare quella dell'altro scrittore di montagna, Mauro Corona, soprattutto nell'uso di alcuni regionalismi e nell'inserimento di ampie divagazioni sulla società e sui suoi difetti. Questo stile può dispiacere, ma è parte dell'opera.

Consigliato a chi, magari con un pizzico di ingenuità, prova nostalgia per la vita di un secolo fa.