venerdì 25 marzo 2016

La linea della fortuna

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Succede talvolta, ma non spesso, che i romanzi di Georges Simenon siano narrati in prima persona. Questo artificio restituisce un’immagine più personale, quasi intima, della trama; al contempo, però, l’impressione di finzione ne è aumentata.

Il protagonista di questo romanzo del 1961, pubblicato da Mondadori nel marzo dello stesso anno e mai più proposto al pubblico da Adelphi, è Steve Adams.
Già il nome, inglese, stupisce i lettori affezionati del prolifico scrittore Belga. Non dobbiamo dimenticare che nel 1961 Simenon aveva già quasi sessant’anni, e la sua carriera letteraria si avviava verso la conclusione.
Steve Adams, dicevamo, ci racconta la sua esistenza con un tono che diremmo da diario intimo. Anzi, per l’esattezza, più volte leggiamo che alcuni fatti non possono essere raccontati per non violare la riservatezza di questa o quella persona. Nel tempo presente del romanzo, Steve ha quarantanove anni e, scopriremo solo alla fine, gestisce un negozio di antichità nel sonnolento Midi.

Steve è figlio di un impiegato della compagnia di navigazione Cunard e di una donna francese proveniente da una classe sociale piuttosto umile. Mentre il padre è impegnato nei suoi viaggi attraverso l’oceano, Steve cresce nella casa della madre, insieme alle zie e ai nonni. È un bambino silenzioso, apparentemente apatico. Talvolta assomiglia, diremmo, ad un soprammobile di porcellana.
E così trascorrono i primi anni della sua esistenza, fra piccole quotidianità della vita di campagna. Il suicidio, inatteso, del nonno e patriarca disperde il nucleo famigliare, e Steve è internato in un liceo piuttosto severo.

Non se la cava male con gli studi, ma un animo irrequieto gli impedisce di ottenere il diploma. Nel frattempo la madre è diventata governante nella casa sontuosa di un rampollo dell’élite francese: scapolo e orfano di madre, l’uomo cerca più compagnia che altro. La madre di Steve se ne approfitta e cerca di inserire il figlio nella vita del suo datore di lavoro, nella chiara speranza di dargli un futuro da benestante. Alla morte dell’uomo, la madre del protagonista intenta una estenuante causa contro i legittimi eredi, fino ad ottenere un lascito sufficiente per una vecchiaia tranquilla.

Il giovane invece cerca altro, desidera un futuro indipendente; abbandona la scuola e si trasferisce, ovviamente, a Parigi. Qui conduce una vita che oggi forse definiremmo sregolata e randagia: camere in sordidi hotel, piccoli lavoretti irregolari per tirare avanti, donne a pagamento per lo stretto necessario. Finalmente trova lavoro come cameriere in un ristorante, ma la routine lo logora: si trasferisce in una ditta di articoli di cancelleria, allo stesso stipendio ma senza mance.

Un bel giorno, o più precisamente una bella notte, mentre è seduto in un bar alle Halles, un tipo losco lo abborda e gli offre un lavoro. Sarà l’occasione di fare il grande salto nell’ambiente della criminalità, come collaboratore di un ladro di gioielli. Steve deve seguire le probabili vittime: donne ricche, sole, che trascorrono lunghi periodi negli alberghi della Costa Azzurra. Raccoglie le informazioni essenziali affinché il suo capo possa entrare in azione e derubare le donne dei loro ori e diamanti.

L’avventura dura qualche anno, finché la polizia fiuta il gioco e induce il boss alla fuga all’estero. Steve ne esce pulito, si concede un lungo periodo di riposo con i proventi dei furti, si inventa una professione nelle relazioni pubbliche e sposa una brava ragazza.
Ma l’irrequietezza che ha segnato tutto il suo passato torna ad emergere: fugge di casa e si trasferisce a Sud, in un paese assolato e riservato.
La moglie lo rintraccia e gli intenta causa, cercando di farlo dichiarare irresponsabile. Ed è solo allora che Steve Adams, dopo tanti anni di ribellione e anticonformismo, comprende di essere finito come la madre: lo stesso sforzo di riscatto sociale, e la stessa sorte in un’aula di tribunale.

Romanzo difficile da inquadrare, La linea della fortuna è la vicenda di una infinita fuga da se stessi. Simenon, che in quel periodo aveva già affrontato molte traversie personali, ritorna su un tema frequente nella sua vasta produzione: quello del passaggio da una classe sociale inferiore a quella superiore, che in fondo è stato la sua stessa storia.
Nelle piccole allusioni ai particolari umani (i capelli disordinati, gli abiti semplici, il degrado fisico) si cela forse quella paura di essere inadatti che Simenon ha dimostrato costantemente nei suoi comportamenti.

Complessivamente non uno dei migliori romanzi duri.

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venerdì 18 marzo 2016

La valle dell'orco

Ed ecco, finalmente, il primo capitolo della trilogia cimbra di Umberto Matino nuovamente a disposizione del grande pubblico. È stato infatti ripubblicato, con qualche ampliamento all'apparato delle note e al testo, dalla benemerita casa editrice Biblioteca dell'immagine di Pordenone nel mese di febbraio 2016.

Carlo, ingegnere padovano di un certo prestigio, riceve la notizia che il suo caro amico Aldo è stato trovato impiccato ad una trave di casa sua. Poco tempo prima Aldo aveva lasciato definitivamente la città per trasferirsi in un'abitazione di Contrada Brunelli, nelle Prealpi vicentine. Carlo decide di recarsi sul posto, qualcosa lo insospettisce: l'amico era contento della sua nuova vita, e non puoi essersi suicidato senza ragione.

È l'autunno del 1984, i mezzi di comunicazione cui siamo abituati non esistono. Fra i monti perfino la corrente elettrica o la linea telefonica sono spesso un lusso. Carlo impiega poco tempo a fare conoscenza con i pochi abitanti di Contrà Brunelli, una contrada roversa. Sempre in ombra, priva di segnale televisivo e radiofonico, insomma un avamposto del passato in un mondo in pieno cambiamento.
La casa di Aldo è semplice ma pulita, in ordine. Sotto le travi del solaio, Carlo trova il diario dell'amico morto, e la situazione prende immediatamente una piega inquietante: nei mesi precedenti altri due abitanti della contrada erano morti in circostanze sospette, tanto che Aldo aveva iniziato una dilettantesca indagine.

A questo punto l'intreccio narrativo si riempie di piccoli eventi apparentemente poco significativi, che però il lettore dovrebbe tenere presenti fino all'ultima pagina. La storia è di quelle gotico-rurali, dove il male prende l'aspetto di una persona semplice e insospettabile. Il gruppo dei personaggi diventa consistente, e risulta difficile distinguere i buoni dai cattivi. Gli eventi improvvisamente precipitano verso un finale drammatico e senza pietà.

Tutto bene allora? Ecco, no. Il libro è piacevole e intriganti, ma arrivati all'ultima pagina è facile provare un senso di incompiutezza. Al di là dell'abilità dell'autore nel giocare con le atmosfere sospese della grande nevicata del 1985, il lettore si accorge facilmente che troppi personaggi entrano ed escono per il puro scopo di creare confusione. Intere storie parallele vengono create e poi abbandonate, come quella del prete don Barba. Sembra che tutto partecipi all'ingranaggio narrativo, e invece troppi spunti si esauriscono senza utilità.

A me ha ricordato quel vecchio film, La casa dalle finestre che ridono. Solo la sapiente atmosfera, che poi coincide con la maestria dell'autore (sia esso il regista, lo sceneggiatore o lo scrittore) distoglie l'attenzione dalle lacune della trama.
Insomma, il romanzo di Umberto Matino non è, e certamente non desidera essere, un meccanismo perfetto dove ogni cosa prende il suo posto e compone un puzzle logico. Qui stiamo parlando di un villaggio sperduto fra le montagne, dove per forza di cose non possono esistere intrecci raffinati. Se una ragione esiste per le morti che si abbattono su contrada Brunelli, quella ragione è la brutalità dell'ignoranza.

Umberto Matino resta, a pieno diritto, uno degli scrittori che reputo più interessanti nel panorama della narrativa di montagna. E questo libro merita di essere letto, pur nella sua imperfezione narrativa.

lunedì 7 marzo 2016

Incidente notturno

Dopo molta titubanza, ho deciso che non potevo ignorare il premio Nobel 2014 per la letteratura, Patrick Modiano. Sono partito dalla fine, l'ultimo libro pubblicato da Einaudi: Incidente notturno.

L'inizio è in medias res, sufficientemente coinvolgente. In una notte parigina che tutti immaginiamo fosca e fredda, il giovane protagonista è investito dall'auto verde-acqua di una donna. Ferito ma non gravemente, è accompagnato in ospedale insieme a lei, e ne esce solo dopo alcuni giorni di parziale incoscienza. Ha solo una caviglia fasciata e qualche abrasione, ma un individuo ambiguo lo invita a firmare una dichiarazione di responsabilità prima delle dimissioni, e gli offre una busta contenente parecchio denaro contante.

Comincia in questo modo una ricerca fisica ma soprattutto introspettiva: ricerca della donna che era con il giovane la sera dell'incidente, ma anche ricerca delle proprie radici. Un padre assente, impegnato in giri d'affari mai chiariti; un incidente del tutto simile quando era solo un ragazzino, e una donna misteriosa che l'aveva soccorso e accompagnato in ospedale. Potrebbe trattarsi ancora della stessa persona? Improbabile, però...

Il protagonista ha pochi indizi, solo il nome di Jacqueline Beausergent che nessuno sembra conoscere. Ma la perseveranza sarà premiata in modo quasi inatteso, e l'incontro con la donna dell'incidente (il secondo, ovviamente) sarà la promessa di una vita migliore.

Ribadisco che non conoscevo Modiano, e sono rimasto sorpreso dallo stile della sua scrittura: l'uso frequente del salto temporale dona al romanzo un'atmosfera onirica suggestiva, che potrebbe tuttavia scoraggiare i lettori più tradizionalisti. C'è qualche eco di Georges Simenon, ma proprio la stridente contraddizione fra la linearità della scrittura simenoniana e la spirale temporale di quella di Modiano segna la diversità dei due autori.

Incidente notturno è un romanzo di introspezione, tutt'altro che poliziesco o di suspense come la (bella) copertina scelta dall'editore sembra suggerire. Più del giovane uomo, è protagonista il suo desiderio di non essere solo al mondo. Dopo troppi tentativi di costruirsi un legame con il resto dell'umanità dolente, è una passeggiata serale in compagnia di una sconosciuta a scaldare il cuore dell'uomo.

Interessante, scorrevole e piacevole. Forse non un capolavoro di originalità.

mercoledì 2 marzo 2016

Paesi alti

Avete nostalgia dei primi libri di Mauro Corona? Cercate un bel romanzo di formazione, pieno di quella nostalgia che non guasta mai? Allora Paesi alti è la scelta giusta.

Terzo capitolo di una saga (che non ho ancora avuto la gioia di leggere) iniziata con Cronache dalla valle e proseguito con Vita e morte della montagna, l'ultima fatica di Antonio G. Bortoluzzi racconta un anno della vita di Tonìn dei Siòri. Tonin è un ragazzino che vive nel borgo montano chiamato Rive; figlio unico di sua madre Teresa e di suo padre Giovanni, affronta il passaggio dalla fanciullezza all'età adulta nel 1955. Fra le montagne bellunesi non c'è sentore del boom economico che entro pochi anni porterà definitivamente fuori dalla Seconda Guerra Mondiale l'Italia.
Lassù la vita scorre come sempre: la terra da coltivare, gli animali da accudire, la vita di paese immobile e stentata. Sono pochi gli svaghi di Tonin, soprattutto perché il padre trascorre nove mesi all'anno in Svizzera, dove lavora come manovale insieme ad altri uomini del paese. Come se non bastasse, Tonin vive in una frazione di Rive, ancora più a monte e dunque ripida, senza nemmeno lo spazio pianeggiante per un campo di bocce.
Ogni tanto Teresa spedisce il figlio a valle, per fare gli indispensabili acquisti a tutti gli abitanti della frazione: è il più giovane, dunque quello che deve lavorare maggiormente. Nell'emporio a valle lavora Emi, la figlia del padrone: Tonin sperimenta i primi turbamenti davanti ai suoi occhi luminosi e al suo sorriso incantevole.
Purtroppo i sogni del ragazzo sono interrotti dai problemi di salute della madre, da tempo malata di cuore. Tonin deve crescere, troppo presto e troppo in fretta. Nei momenti più difficili lo salveranno l'amicizia dei suoi coetanei e l'amore del padre.

Un romanzo, come dicevo all'inizio, toccante e gonfio di malinconia. È paradossale, ma nel 2016 riusciamo a sentire la mancanza di un mondo ormai cancellato dalla storia, e fatto di sudore, fatica e dolore. Quando camminiamo in montagna, fra le abitazioni e le stalle, sentiamo inevitabilmente un'attrazione per la vita semplice che là dentro si conduce. La realtà è spesso diversa, perché la montagna come luogo ameno è sempre più una finzione per turisti di città.

La vita narrata da Bortoluzzi era vera, ma forse perduta per sempre con l'arrivo del cosiddetto benessere diffuso. E, a pensarci bene, di tornare ad essere come Tonin non abbiamo davvero voglia. Quella del romanzo di Bortoluzzi è la nostalgia di ciò che non abbiamo mai vissuto, per nostra fortuna.

Una storia classica, ma ben scritta. Da leggere.