giovedì 25 febbraio 2016

Malapianta

Avete presente quando un lettore cerca un libro coinvolgente, appassionante, anche se sa che la storia lo farà soffrire e arrabbiare? Ecco, è ciò che è successo a me con Malapianta di Dario Buzzolan. Come sapete tendo a diffidare degli scrittori italiani, ma un'offerta imperdibile in una catena di libri usati e questa copertina affascinante mi hanno convinto all'acquisto.

Raccontare precisamente la trama non è facile, a causa dei frequenti salti temporali. Mina, detta Malapianta, è una ragazzina ribelle che vive a Torino negli anni '80. È ribelle, scappa da casa e vive con Emme, un pusher spietato che controlla lo spaccio di eroina della sua zona. Un giorno rifiuta di vendere una dose al fratello per salvargli la vita, ma Emme lo scopre e la punisce nel modo più terribile: la violenta insieme ad altri spacciatori, usando anche una bottiglia di birra. Malapianta subisce, ma appena Emme si addormenta lo accoltella, lo ricopre di alcool e gli dà fuoco. Pochi giorni dopo tutta la banda di Emme, compresa lei, finiscono in una retata della polizia.

Ant, soprannome di Antonia, è invece una bambina introversa nata nel 1987. Figlia di un docente universitario che colleziona libri per l'infanzia, scopre che il padre è disperato perché dovranno lasciare la loro casa. Per aiutarlo, sceglie un modo curioso: si mette a camminare sul cornicione del suo palazzo.

Anni dopo, le due donne diventano amiche: Mina è la proprietaria di un piccolo bar, Ant studia e si iscrive all'università. Ma Mina è perseguitata da strani eventi: oggetti che scompaiono da casa, mozziconi di sigaretta sconosciuti nel posacenere, rumori, incontri inquietanti nel suo bar. È convinta che Emme sia tornato, e un giorno lo riconosce in un potente imprenditore torinese, Mancini, che si sta candidando alla poltrona di sindaco.
Invece Ant inizia a lavorare nella cartoleria di Tano, un uomo ormai condannato da una malattia neurologica progressiva, proprietario di una casa infestata. Sì, proprio infestata dai fantasmi, ed egli stesso è convinto che la malattia sia una maledizione degli spiriti che albergano in quell'edificio.

Inizia così un percorso pericoloso fra anime morte ed esseri viventi ancora più spaventosi di uno spettro. So che il mio riassunto restituisce l'idea di una trama sgangherata, ma non è così: leggendo il libro sembra di vivere accanto alle due protagoniste, e non c'è traccia di confusione nella sequenza degli eventi.

Ambientato nella più tipica Torino nera, eletta per l'occasione a palcoscenico del male e del dolore, Malapianta è una favola gotica per adulti: i temi trattati sono spaventosi, e quasi sembra impossibile credere che possano essere reali. Invece sappiamo che la droga, la violenza e la criminalità appartengono alla nostra società più del bene e della pacifica convivenza. Nelle ore che ho dedicato alla lettura di questo libro (leggo nei ritagli di tempo, quando viaggio in treno) ho provato spesso un sentimento di disagio e di rabbia. Buzzolan non regala speranze (se non nelle ultime dieci pagine), tutto ciò che può portare distruzione lo farà. Ma anche questo è uno dei pregi di un buon romanzo: coinvolgere il lettore, trascinarlo nella storia raccontata anche a costo di ferirne i sentimenti.

Se volete provare emozioni forti, non necessariamente edificanti, leggetelo.

sabato 20 febbraio 2016

La primavera tarda ad arrivare

Un altro ispettore, e guai a chiamarlo commissario come Montalbano. Lui è un ispettore, come Derrick. Già, il mitico ispettore della polizia di Monaco di Baviera, interpretato per tanti anni da un insospettato membro delle SS. Non chiedetevi perché ho scritto queste parole, una ragione esiste.

Cividale del Friuli, inizio di primavera. Un corpo in fondo a un pozzo, ucciso da un unico colpo alla testa. L'ispettore Drago Furlan, quarant'anni che sono quasi cinquanta, dopo tanti anni deve risolvere un caso di omicidio. Si ricorda ancora come si fa? In fondo lui è un contadino nell'anima, ama la sua terra, le sue montagne, l'altare di Ratchis. Possibile che qualcuno abbia ucciso in quell'angolo di quiete friulana?

Il corpo appartiene ad un anziano, anzi vecchio, tedesco. Come tanti uomini della sua età si è sporcato le mani con il nazismo, nella spietata Karsjaeger Brigade (la brigata del Carso). Ma perché è venuto a morire in un piccolo paese sul confine sloveno, Montefosca?

Drago Furlan inizia ad indagare, ma le piste sono deboli e confuse. Il pubblico ministero gli sta addosso, non è possibile lasciare un omicidio senza colpevole. Una inattesa trasferta in Baviera gli porterà indizi importanti ma non ancora decisivi.

Costruito secondo lo schema più classico dei romanzi gialli, omicidio-false piste-svolta inaspettata-colpo di scena, La primavera tarda ad arrivare è l'esordio di genere di Flavio Santi. Un romanzo che dimostra l'inesperienza dell'autore con questa forma di narrazione: troppe frasi banali, troppa pubblicità al Friuli e alla sua cucina, personaggi vagamente stereotipati e prevedibili. La macchietta del pubblico ministero napoletano è quasi penosa, ma in generale tutti i personaggi che popolano la storia si muovono secondo un copione già letto infinite volte. La soluzione al mistero della morte del vecchio nazista arriva nella miglior tradizione dell'ispettore Derrick: il quale vagava per cinquanta minuti come un emerito incapace, e trovava il colpevole solo quando questi si buttava ai suoi piedi e confessava spontaneamente. Così succede a Drago Furlan, che riceve una confessione scritta quando non sa più che pesci pigliare. Ma Santi non è contento, e si inventa il colpo di scena estremo: minchia, la suora-cecchino! direbbe l'ispettore Coliandro.

Salutato come uno dei migliori thriller del 2016, forse perché è uscito in gennaio, questo libro mi ha fatto sperare in un nuovo Umberto Matino o in un novello Gianni Zanolin. Invece si è rivelato una delusione. L'unico spunto interessante è il fatto reale attorno al quale gira la soluzione dell'enigma: il piccolo borgo montano di Avasinis fu teatro di uno spaventoso e assolutamente inutile eccidio perpetrato dalle SS del Carso proprio il giorno della liberazione di Udine. Propongo il link ad un bel documentario di qualche anno fa contenente testimonianze dirette.
Come ho scritto altre volte nel mio blog, in Friuli ogni paese ha la sua tragedia. E talvolta fanno la fortuna di qualche scrittore a corto di idee originali.

mercoledì 10 febbraio 2016

La scala di ferro

Etienne e Louise, Louise e Etienne: due anime unite e al contempo solitarie, sposati da quindici anni e forse mai davvero una coppia. Lei è la proprietaria di una cartoleria ben avviata in zona Place de Clichy; lui era un commesso viaggiatore delle Papeteries du Sud-Ouest che cercava di allargare il proprio portafoglio di clienti. L'attrazione è stata improvvisa e violenta, contraria alle convenzioni sociali perché Louise era già sposata e sei anni maggiore di Etienne.
Ma l'improvvisa malattia mortale del marito aveva cambiato tutto, e i due si erano sposati. Per quindici anni la loro vita è stata regolare e solitaria, solo la settimanale partita di belote con una coppia di amici rompe il loro isolamento famigliare.

La crisi simenoniana, il ben noto espediente con cui il prolifico scrittore belga introduce la svolta tragica nei suoi romanzi duri, scaturisce dai primi malesseri di Etienne: dolore alla gola, battito cardiaco rallentato, senso di oppressione. Malesseri che si ripetono, sempre, a breve distanza dai pasti consumati con Louise. Il sospetto di un avvelenamento si fa strada nella testa dell'uomo, che consulta vari medici all'insaputa della consorte. La conferma arriva, quasi una liberazione: arsenico. Ma perché?

Ecco che, finalmente, quindici anni di cecità lasciano il posto alla sconcertante simmetria degli avvenimenti: non era forse stata simile l'uscita di scena del primo marito di Louise, al tempo in cui proprio Etienne si era intromesso con la sua carica di gioventù appassionata? Quindi non perché, ma per chi. Chi è la nuova preda della mantide Louise, chi è l'amante che prenderà il posto di Etienne nella casa sopra la cartoleria?

Simenon ce lo svela, ma poco importa. Conta molto di più la decisione di Etienne di non morire, perché lui non cederà il suo posto ad alcuno. Pedina la moglie, riconosce l'amante, lo aspetta sotto casa con una rivoltella in tasca. Ma Etienne non ha la forza di tirare il grilletto, si allontana dopo aver salutato la vittima predestinata della sua vendetta. Finirà da solo, su una panchina, con una pallottola in testa per trovare, forse per la prima volta, la pace.

Scritto nella primavera del 1953 nel Connecticut, e dunque appartenente alla produzione della piena maturità di Simenon, La scala di ferro (Adelphi) è un romanzo disperato e disperante. Il tema del matrimonio di due numeri primi che non sanno davvero perché restino uniti è costante, quasi martellante. Nessuna forma di amore unisce i due protagonisti, ed è facile stupirsi del perbenismo con cui l'adultero Simenon si schiera dalla parte del marito tradito. D'altronde il maschilismo dello scrittore non è certo una novità. A ben guardare, la morale è chiara: non c'è riscatto per i deboli, quando i forti vogliono schiacciarli.