Apri gli occhi, di Matteo Righetto

Ci sono persone che ignorano il senso di appartenenza che la montagna può dare. E ci sono persone, come i due protagonisti del secondo romanzo di Matteo Righetto, che solo nella montagna trovano la forza di superare le tragedie della vita.

Francesca è una ragazza come tante, che dal Veneto si trasferisce a Milano per studiare. Si laurea, diventa insegnante, e nel frattempo conosce Luigi. Impiegano poco ad innamorarsi, nella frenesia degli anni Ottanta. Nasce Giulio, cresce e l'entusiasmo degli Ottanta lascia spazio al ripiegamento dei Novanta.
Francesca e Luigi si allontanano, trovano nuovi legami affettivi, perfino Giulio conosce la prima ragazza.

Un giorno piovoso, la motocicletta su cui Giulio e la sua ragazza viaggiano verso casa perde aderenza sull'asfalto bagnato. Lei se la cava con poche escoriazioni, lui si frattura tibia e perone, oltre a picchiare la testa. Ambulanza, ricovero, TAC, operazione di riduzione delle fratture: tutto sembra destinato a risolversi in fretta. Una notte, però, accade l'irreparabile. Giulio ha un ictus, i medici riescono solo a stabilizzarlo in una condizione di coma profondo.

Francesca e Luigi decidono di tornare insieme, forse per l'ultima volta, nell'ultimo luogo dove sono stati felici insieme, tutti e tre: sul massiccio del Latemar. Ecco che la montagna, aspra come la vita, diventa la cornice di un affresco che non è sopravvissuto alle fatalità.

Matteo Righetto, che ha sorpreso con il precedente libro La pelle dell'orso, affronta in poche pagine il tema più difficile (ma forse anche più inflazionato): quello della perdita. Ha il merito di non propinarci una storia zuccherata, pur regalandoci la speranza nell'amore. Amore che assume forme comuni ma anche discutibili, nel finale appena accennato con delicatezza.

Bello, intenso, essenziale. Ma non lo capirete fino in fondo, se non avete mai vissuto il senso della montagna.

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