venerdì 25 dicembre 2015

A Natale portami via

Dice qualcuno che il Natale è una sorta di capro espiatorio per lavarsi la coscienza. Dice qualcun altro che dovrebbe essere Natale tutti i giorni, non soltanto il 25 dicembre. Perché quelle cose, quei valori che ci sforziamo di esprimere alla fine di dicembre dovrebbero essere gli stessi che muovono le nostre azioni sempre.

Poi ci sono quelli che sembra lo facciano apposta a rendere sgradevoli anche questi giorni speciali. Alcuni di costoro se la cavano perché, in fondo, il resto dell'anno sono persone in gamba e forse si sentono soltanto tristi o frustrate. Altri invece sono proprio fatti così, un po' stupidi: sono stupidi dal 1 gennaio al 31 dicembre, senza ferie; ma sono la minoranza e bisogna difendere anche le minoranze.

Allora, caro Gesù Bambino/Babbo Natale/Santa Claus/Santa Lucia/San Nicola/San Nicolò, mettiamola così: l'anno prossimo non ti affaticare a portarci doni ingombranti e costosi. Anzi, non ti affaticare proprio a portare. Piuttosto, porta via: portaci via la stupidità, l'orgoglio, l'arroganza, l'energia per litigare. Chiedere di toglierci le sofferenze e le difficoltà sarebbe troppo, lo so. Ma se almeno restassimo senza la forza di essere peggiori di quel che siamo realmente, sarebbe un gran risultato...

Un Natale povero, come augura sempre Mauro Corona (che inizia a ripetersi un po', ma finché ripete cose condivisibili...). Non necessariamente povero di soldi e di benessere, ma povero di sentimenti rabbiosi e negativi. Io credo che si faccia più fatica ad odiare che ad amare, soprattutto perché l'odio non ti fa dormire bene la notte e al mattino ci si alza stanchi.


mercoledì 23 dicembre 2015

Favola in bianco e nero

Altro giro, altro regalo: dopo la Lacrima color turchese del 2014, arriva questa Favola in bianco e nero. Lo scrittore ertano ne approfitta per mandare in libreria una manciata di pagine piuttosto insignificanti. Lo scorso anno lo spunto narrativo era la scomparsa simultanea di tutte le statuine del Bambin Gesù dai presepi; quest'anno è la comparsa di ben due Bambinelli, uno bianco e uno nero. O di colore, se preferite.

In realtà questo volumetto è una raccolta delle invettive che Corona riserva sempre più frequentemente dai salotti televisivi: contro i politici, contro gli amministratori, contro questo e contro quello. Il bello (si fa per dire) è che usa nomi e cognomi, attribuendo agli esponenti della politica e dell'informazione comportamenti verosimili ma presumibilmente inventati. Alla fine del libro salta fuori che il Bambinello bianco si rispecchia nel Papa, quello nero in Barack Obama. Per ovvie ragioni mi astengo da ogni giudizio sul primo, mentre mi permetto di dubitare fortemente che Obama sia una sorta di Redentore. Comunque, prendere o lasciare. Io ho preso (seppure con sconto) e non posso consigliare questo acquisto ai lettori.

Mauro Corona, uno scrittore che continuo ad apprezzare, si sta sovraesponendo in modo incontrollato. Ha fiutato l'affare, siamo onesti: delle raccolte di avventure sulle montagne si vende assai meno, e puntualmente l'esposizione mediatica aumenta con queste iniziative da blockbuster. Certo, nessuno è perfetto, e quindi attendo con pazienza il prossimo libro "serio". Anche Simenon distingueva fra "romanzi-romanzi" e racconti di Maigret: i primi erano l'espressione della sua capacità narrativa, i secondi lo facevano vivere nel lusso.

Solo per appassionati. Voto: 4.

martedì 22 dicembre 2015

... è Natale ancor




Ventidue dicembre, saluto gli studenti (che mi offrono una fetta di salame di cioccolato) e torno in dipartimento. Anche quest'anno è Natale.
Un Natale inconsueto, con un clima che ricorda più la Pasqua. Fra poco tornerò a casa per le vacanze, i miei corsi si avviano alla conclusione e il secondo semestre sarà più tranquillo.

In queste sere, quando mi infilo il pigiama e mi appresto a dormire, talvolta mi domando che cosa sia per me il Natale. La prima immagine che appare davanti all'occhio della mia mente è la sala da pranzo della casa dove sono cresciuto.
Avevamo solo due stanze, io dormivo in un divano-letto in soggiorno. L'immagine che ricordo non è quella di un pranzo con i parenti: è quella della mia camera-soggiorno la notte di Natale. Ero piccolo, nessun vescovo mi aveva spiegato che i regali li portano mamma e papà (questa la capite solo se siete di Como, quindi rimando alla nota a pié di pagina), così cercavo di svegliarmi più volte per controllare l'arrivo di Gesù Bambino.
Ricordo che una volta ho aperto gli occhi e tutto era come sempre. Dopo essere stato vinto dal sonno, li ho riaperti e, laggiù dietro al tavolo e alle sedie, c'erano i pacchetti con i miei regali!

In effetti questa immagine era per me abbastanza inconsueta: la mia famiglia passava i giorni delle Feste a Cunardo, dove mio nonno aveva la casa paterna che ci lasciava utilizzare per le vacanze. Non so perché quell'anno siamo rimasti a Cantù, ma ricordo benissimo la sequenza dei ricordi che vi ho descritto. O almeno credo, perché si sa che i nostri ricordi sono sempre filtrati dal cervello; ma che importa?

Poi sono cresciuto, dai regali depositati in punta di piedi dai miei genitori sono passato ai regali acquistati senza misteri in un negozio. Fino a vent'anni circa ho fatto l'albero, a casa del nonno. Un albero artificiale e polveroso, ricoperto sempre dagli stessi addobbi scheggiati e strapazzati. Mio nonno si è ammalato, e l'albero è finito in un sacco nero in soffitta. O forse in discarica, chissà. Sono cresciuto e anche un po' invecchiato senza alberi né statuine.

Quest'anno è diverso: con F. abbiamo fatto un meraviglioso albero a casa sua, lo abbiamo abbellito con le palline dorate e le luci intermittenti. Qualcuno dei suoi gatti ha apprezzato la novità, ma in fondo hanno diritto anche i felini ad avere un regalo! A casa mia c'è un piccolo presepe intagliato nel legno, che abbiamo acquistato insieme.
Prima o poi (spero più prima che poi) avremo un albero e un presepe, nella casetta in Canadà (con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà) che desideriamo: le porte di legno bianco, due biciclette nell'ingresso, i mobili di legno chiaro, e uno studiolo per pensare. Vero F.?

Ecco, sento di essermi finalmente riconciliato con lo spirito del Natale. Che è poi uno spirito di speranza, di tranquillità, di famiglia. Un albero, un gatto che ne annusa pericolosamente il basamento, le statuine di gesso non sono il Natale; però ne rappresentano in modo tangibile il senso, almeno per me.

Allora, come usa dire, se non ci vediamo prima... Buon Natale!

Nota per il lettore: qualche anno fa, il vescovo di Como Monsignor Maggiolini si è fatto pubblicità dicendo ai bambini che erano alla messa di Natale in cattedrale che i regali li comperano i genitori. I quotidiani raccontano di pianti e disperazione fra i banchi, mentre i genitori non sapevano che fare per calmare i pargoli disillusi. Di quel vescovo rimane una targa in un piccolo piazzale accanto alla ferrovia, che i comaschi utilizzano oggi per parcheggiare l'auto quando vanno in centro. Invece, come tutti sappiamo, i bambini comaschi continuano a credere a Gesù Bambino e magari a Babbo Natale. Sic transit gloria mundi.

sabato 19 dicembre 2015

Il giudice e il suo boia

Il commissario Bärlach della polizia di Berna insegue da anni Gastmann, che per diabolica scommessa ha ucciso un innocente davanti ai suoi occhi ed è riuscito a farla franca. Nelle sperdute valli del Giura bernese un giovane poliziotto è stato ritrovato nella sua auto, freddato da un colpo di pistola alla tempia.
Bärlach riceve l'incarico di indagare, ma un cancro allo stomaco lo ha ormai condannato. Debilitato, chiede di essere affiancato da Tschanz, poliziotto dinamico ma un po' irruento. Le indagini sono complesse, il morto aveva trascorso l'ultima serata nella villa di un potente uomo d'affari in compagnia di consiglieri federali: ci sono evidenti ragioni per mantenere il riserbo e archiviare il caso senza creare troppi imbarazzi politici.

Inizia così il (breve) romanzo di Friedrich Dürrenmatt (Il giudice e il suo boia, Adelphi, 2015), e non vale la pena di svelare il doppio colpo di scena che trasforma una storia apparentemente banale in un piccolo gioiello della letteratura poliziesca. Con la consueta maestria (Dürrenmatt era uno degli autori favoriti di Georges Simenon) l'autore dipinge un personaggio, quello del Vecchio Bärlach, che si muove da vero master of puppets fra assassini noti e assassini inattesi. La realtà, sembra ricordarci lo scrittore bernese, è raramente ciò che sembra.

Un racconto che si legge in due ore, ma che resta nella memoria.

venerdì 18 dicembre 2015

L'ultima anguana

Molti autori italiani di romanzi gialli cercano di scimmiottare lo stile hard-boiled americano. I risultati sono spesso grotteschi, o quantomeno assai poco credibili. Umberto Matino non è uno di questi. Dirigente d'azienda, nativo della zona di Schio (Vicenza), Matino è arrivato al successo (se così possiamo dire) con l'ormai introvabile La valle dell'orco, apparsa presso l'editore Foschi. Fra parentesi, uno dei libri che più desidererei leggere ma che non riesco a reperire nemmeno on-line.

L'ultima anguana è il suo secondo romanzo (del terzo vi ho già parlato qui), e già la copertina invita all'acquisto. Nell'estate del 1956 - per riassumere la trama - tre fratellini di Vicenza vengono spediti nell'isolata Val Posina per trascorrere le prime ferie lontano dai genitori. Impiegano poco a stringere amicizia con i pochi bambini autoctoni, e naturalmente il loro principale divertimento è quello di esplorare i boschi e i prati che incorniciano la valle. Vivono a casa di una signora nubile, che è tornata lassù dopo aver lavorato in città presso un'aristocratica madama come cameriera: Margherita, questo il suo nome, è severa ma sa come guadagnarsi il rispetto dei tre monelli.
Durante una scorribanda nel greto di un torrente, i bambini rinvengono un vecchio portafoglio mezzo marcio; l'oggetto li affascina, iniziano un'indagine presso gli archivi parrocchiali per risalire al proprietario. Le loro mosse sono però notate dal prete del paese, che si fa raccontare tutto e consegna il portafoglio al brigadiere dei carabinieri, Baldelli. Tutto sembra finito, siamo già a metà del volume; invece no! Nel breve volgere di qualche pagina la storia prende una piega inquietante, perché i tre bambini sono brutalmente gettati nel fiume da una mano misteriosa, e muoiono sfracellati contro le rocce a valle. L'inchiesta langue, ben pochi sembrano davvero interessati a scoprire la verità: sia sul misterioso portafoglio, sia sulla tragica morte di tre ragazzini foresti.

Dodici anni dopo il brigadiere Baldelli non è più brigadiere: è maresciallo comandante di una stazione dei carabinieri della sua Calabria. Solo un perentorio ordine del comando generale dell'Arma lo strappa alla quiete della sua terra e lo catapulta mille chilometri a Nord: in Val Posina. Sembra che ci siano stati sviluppi, perché tre scheletri sono venuti alla luce con il crollo di un vecchio mulino dopo una lieve scossa sismica. Era il mulino della Margherita, guarda un po'!

Non posso togliervi il gusto di leggere questo romanzo fino alla fine, dunque interrompo qui il riassunto della trama. In che senso scrivevo, all'inizio, che quello di Umberto Matino è un romanzo giallo italiano?
Ci sono alcuni elementi molto caratteristici, su tutti la futilità dei moventi. Abituati alle cospirazioni di Hollywood, che si intrecciano a giri milionari di dollari e di potere, la soluzione del mistero della Val Posina si rivela in tutta la sua banalità: la banalità del male. E' abile, l'autore, a condurre il lettore verso una soluzione ambigua dell'enigma: i colpevoli sono colpevoli, ma in fondo i crimini più orrendi nascono da piccole questioni di paese. Le colpe dei colpevoli sono gravi e contemporaneamente scusabili. Tutto questo è molto italiano, va da sé. Un altro elemento è il destino, che sbroglia le matasse nostrane più abilmente di qualunque investigatore o poliziotto. Non posso essere esplicito senza rivelare troppo, ma nelle ultime pagine del libro la lunga mano della giustizia divina si scomoda per sopperire alle mancanze della giustizia umana.

Un bel racconto di uno scrittore che sa scrivere bene, senza fronzoli e senza manierismi. Consigliato, forse anche più del recente Tutto è notte nera.

domenica 13 dicembre 2015

Matematica, lavagne e tecnologia

Io sono un insegnante molto... fisico. Non nel senso che sono un esperto di fisica, ma nel senso che durante le lezioni mi muovo molto: passeggio avanti e indietro (forse anche troppo), muovo le mani (sono pur sempre italiano, no?),  parlo mentre scrivo e anche mentre cancello la lavagna.

Ecco, la lavagna. Sono abituato a fare lezione alla lavagna, meglio se con il gesso ma non disprezzo nemmeno le lavagne bianche. Ogni tanto provo ad organizzare una lezione basata sulla proiezione di slides scritte al computer (in LaTeX, naturalmente); ci ho provato una decina di giorni fa, perché dovevo introdurre il calcolo matriciale e scrivere le matrici è sempre lungo e noioso.
L'ho fatto perché due ore di lezione alla lavagna sono faticose, io sudo come se andassi in palestra e mi imbratto i vestiti come se andassi in miniera. Quindi ho scritto qualche decina di slides e le ho proiettate dal computer.

Mentre parlavo, microfono alla mano, provavo una sensazione crescente di insoddisfazione: gli studenti avevano lo sguardo perso, alcuni parlavano tra di loro mentre altri cercavano di copiare con furia tutto ciò che appariva sullo schermo. Ho portato a termine la lezione, ma la sola prospettiva di ripetere quell'esperienza mi demoralizza. Forse tenterò la via della scrittura su tablet con proiezione in diretta, ma non ne sono ancora sicuro.

Nei miei ricordi di studente universitario c'è qualche docente che spiegava attraverso i lucidi. Vent'anni fa nessuno collegava un proiettore al computer, e ci si accontentava delle cosiddette lavagne luminose: quei mastodontici elettrodomestici con una superficie retroilluminata e un collo da giraffa per trasmettere il fascio luminoso allo schermo appeso al soffitto. L'ingrediente principale erano ovviamente i lucidi, scritti a pennarello in diversi colori: nero smorto, blu indeciso, rosso imbarazzato e verde cadaverico.
Quando l'amanuense commetteva un errore, per non buttare il foglio intero doveva raschiare l'inchiostro con una lametta da barba o con una gomma plasticosa: il risultato era sempre un piccolo cratere visibile anche da una talpa in ultima fila.

Ecco, io detestavo (chiedo venia ai miei professori) quel genere di lezione. Erano... pallose. Sembravano così fredde, distanti e sterili. Una professoressa era specializzata nello sport più insulso: trascriveva pedissequamente il libro di testo sui lucidi, e poi, ovviamente a memoria, ripeteva le identiche parole alla classe.  Forse a causa di costei ho sviluppato una vaga insofferenza per la sua disciplina.
Al contrario, le lezioni più appassionanti erano quelle dei professori che costruivano i teoremi con il gesso fra le dita: la teoria sembrava scaturire dalla polvere bianca che si depositava sulla superficie nera della lavagna. E poi la lavagna sembrava favorire il contatto e il dialogo fra il docente e gli studenti. Non so come mai, ma i lucidi reprimono il dialogo.

Prevengo le obiezioni:

  1. le lavagne sono spesso inadeguate, troppo poche e/o troppo piccole;
  2. gli studenti sono spesso troppo numerosi;
  3. le aule sono spesso troppo grandi;
  4. le slides sono come i diamanti: durano per sempre.
È tutto tristemente vero: per ragioni molto concrete siamo spesso obbligati ad abbandonare la vecchia lavagna di ardesia (o di plastica). Strumenti come il nuovissimo iPad Pro o il Microsoft Surface Pro possono essere un valido rimpiazzo della scrittura in tempo reale, è vero. Ma mortificano la fisicità, obbligano a stare seduti dietro alla cattedra e a tenere lo sguardo puntato sul display. 
Non si suda, non ci si sporca: secondo me questa non è una lezione.

mercoledì 2 dicembre 2015

Tre inchieste dell'ispettore G.7

Conclusa la pubblicazione dei romanzi dedicati al commissario Maigret, Adelphi propone in questo libretto tre avventure dell'ispettore G.7, un personaggio piuttosto misconosciuto al pubblico italiano. I tre racconti risalgono ai primi anni Trenta del secolo scorso, forse uno dei periodi più interessanti per Simenon.

Il Grand Langoustier: G.7 e il suo collaboratore (anonimo e narratore in prima persona delle vicende) sono sull'isola di Porquerolles, alle prese con la misteriosa scomparsa di tre giovani donne. Le indagini li conducono al Gran Langoustier, dimora appartata e abitata da un losco individuo amante delle armi.

La notte dei sette minuti: reduci dal caso precedente, G.7 e il fido collaboratore seguono il caso di un delitto apparentemente perfetto, una sorta di mistero della camera chiusa. Un uomo, ex militare zarista riparato in Francia dopo la rivoluzione, viene rinvenuto cadavere nella sua stanza da letto. Un colpo di pistola al cuore ha posto fine ai suoi giorni. Ma chi l'ha ucciso, se era solo e la casa era sorvegliata addirittura da G.7 e da un poliziotto?

L'enigma della Marie-Galante: questa volta lo scenario è Fécamp, in Normandia. G.7 ha lasciato la polizia dopo essersi innamorata di una ragazza russa conosciuta durante le indagini. Ora è un investigatore privato, e un armatore gli affida il compito di far luce sul rinvenimento del cadavere di una donna nella stiva di una nave da carico.

Le tre storie sono in qualche modo consecutive, ma non tutte della stessa qualità. Indubbiamente il secondo episodio è il migliore, sia per lo stile narrativo che per la trama. Si respira già il clima del Simenon maturo, seppure in modo alquanto diverso da quello di Maigret. G.7 è un investigatore molto anglosassone, un po' britannico per i suoi atteggiamenti alla Sherlock Holmes e un po' americano per una certa spavalderia.
Interessante dal punto di vista dell'intrattenimento puro, questa brevissima raccolta è comunque la testimonianza di un parziale fallimento: il personaggio di G.7 è troppo stereotipato, ogni pagina sembra l'imitazione di altri autori classici, e perfino le trame gialle sono scontate e talvolta improbabili. Il prolifico autore belga stava ancora affilando le armi, la personalità del commissario Maigret era in costruzione e non avrebbe tardato a soppiantare definitivamente questi poliziotti alquanto banali. Ci restano tre storie piacevoli da leggere, ma nulla di più.