giovedì 16 luglio 2015

In un mondo tutto suo

Ieri sera stavo guardando una puntata di Un posto al sole: Rossella, appena conclusi gli esami di maturità, deve decidere quale facoltà frequentare (sorvoliamo sull'uso improprio del linguaggio, giacché le facoltà non esistono da cinque anni e comunque ci si immatricola ad un corso di laurea). La sua scuola ha organizzato un incontro con alcuni presunti esperti di diverse aree, che dovrebbero mostrare ai giovani maturi le prospettive delle varie lauree. Rossella racconta che c'era un magistrato in rappresentanza della laurea in giurisprudenza, un ricercatore di filosofia che però "sembrava vivere in un modo tutto suo", e infine Ornella, medico ospedaliero nonché protagonista della stessa serie.

A questo punto mi sono fatto due domande: quanti diciannovenni aspettano di essere (burocraticamente) maturi per decidere quale corso di laurea seguire? E come prendono la loro decisione? Prima di proseguire apro una parente (citando Totò), osservando che queste iniziative fondamentalmente pubblicitarie presso gli istituti superiori sono meritevoli ma senza esagerare. D'altronde il presunto esperto di turno può solo testimoniare la propria esperienza, adducendo quindi elementi altamente specifici. Chi può rappresentare la laurea in filosofia, o in chimica, o in ingegneria? Chiusa parente.

Essendo questo un blog ideologico, agli antipodi del famigerato fact checking che pretende di giustificare con la statistica anche le leggi delle XII tavole, alla prima domanda rispondo con il classico: Non sa, non risponde. Essendo ideologico, aggiungo però che scegliere il proprio futuro due mesi prima dell'inizio delle lezioni mi sembra poco saggio. Possibile che a diciannove anni non si sappia scegliere fra medicina e lettere?

Alla seconda domanda temo, ma sempre senza fatti statistici e interviste telefoniche di supporto, che troppi scelgano un po' a caso. In particolare temo che i nostri diciannovenni abbiano perso l'indispensabile passione. La crisi economica (che in Italia insiste da venti e più anni, altro che la bolla dei subprime del 2008) e una mentalità nazionale piuttosto medioevale hanno privato i ragazzi del diritto di seguire l'istinto, la passione. E questo è drammatico: qualunque cosa diventa più semplice, se vogliamo farla con passione.
Al contrario, studiare per forza si rivela presto un'attività onerosa e forse spiacevole.

Quando avevo l'età di Rossella sicuramente avevo preso la decisione di iscrivermi al corso di laurea in matematica. Altre materie mi piacevano, avrei potuto frequentare Lettere, ad esempio. Forse anche Lingue Straniere. Ma la matematica... mi piaceva di più! Con l'incoscienza dei diciannove anni, ma anche con qualche speranza che oggi non esiste più, sono andato in segreteria a Como e mi sono immatricolato. Delle materie scientifiche ho scelto la più inutile fra le utili: la matematica è dappertutto, ma pochi se ne accorgono. Tutti sappiamo di essere immersi nella fisica, nella biologia, nell'ingegneria, nella chimica; pochi ricordano che siamo anche immersi nella matematica. La matematica è fondamentale, ma per il passante è assolutamente inutile.
E poi è vero, il ricercatore di matematica ha il grande privilegio di poter spesso vivere in un mondo tutto suo. Ora immagino già qualche collega applicato che vorrebbe convincermi che sbaglio, perché la matematica serve all'industria e all'economia. Io non mi sento affatto applicato, quindi amo "stare nel mio ufficio a fare le mie equazioni" (cit.) Forse un giorno i miei teoremi serviranno a scopi concreti, ma per il momento lo ignoro.
So che un ricercatore medico o biologo può contare su soddisfazioni umane che a noi matematici sono pressoché precluse. Non ci ricompensa il sorriso di un paziente che trae sollievo da una nuova cura, né la gratitudine di chi ritrova una gamba o un braccio grazie ai progressi dell'ingegneria e dell'informatica. Pazienza, almeno non dobbiamo usare le nostre capacità per vendere polizze ad alto rischio o azioni tossiche alla povera gente. Non dobbiamo nemmeno nascondere i danni alla salute causati da una ferriera o da un'azienda che disperde sostanze cancerogene nell'ambiente.

Ecco, se mi chiedessero di andare nelle scuole a pubblicizzare la laurea in matematica, probabilmente farei crollare il numero di immatricolazioni. Quasi tutti i ragazzi vogliono fare qualcosa di concreto, perché sono sognatori o perché sono interessati al denaro. Io parlerei di dimostrazioni che tengono svegli la notte, di punti critici e di soluzioni di minima energia per equazioni non lineari. Insomma, potrei fare una strage: sarà per questo che non mi impegno nella pubblicità.

E comunque vadano le cose, di sicuro Rossella non studierà matematica. Ho paura che andrà ad aumentare il numero dei cosiddetti esperti di scienze umane, quelli che invece di guardarsi l'ombelico guardano il nostro. Ognuno ha le soap che si merita.

venerdì 10 luglio 2015

Animali in giallo

Bella copertina per questo classico vattelapesca di Einaudi, dedicato ai racconti gialli i cui protagonisti sono animali.
La raccolta è gustosa e ricca, con una scelta di autori piuttosto classici. A parte l'insopportabile (per me) Edgar A. Poe con I delitti della rue Morgue, i racconti che mi sono piaciuti di più sono quelli conclusivi. Ad esempio La vespa, di Peter Lovesey, e Il serpente volante di Edward D. Koch.

Spendo una parola di elogio per La vedova e il pappagallo di Virginia Woolf, racconto fiabesco basato sul tema della pentola d'oro. Uno spunto tutt'altro che originale, ma sviluppato con un linguaggio asciutto e suggestivo.

Una raccolta di racconti brevi dal sapore molto british, perfetta per (ri)scoprire alcuni maestri del giallo tradizionale.

martedì 7 luglio 2015

Solo gattini

Sono stanco. D'ora in poi solo gattini.

Se non avete capito, ora vi spiego. Da anni, forse troppi, frequento Facebook con un certo spirito, ho sempre letto le discussioni politiche e talvolta mi sono inserito in discussioni animate su questo o quel fatto. Ora non ce la faccio più.
Sarà sicuramente per colpa mia, forse troppo a lungo mi sono illuso di avere idee politiche che progressivamente sono mutate, o forse non ho l'intelligenza per sfruttare correttamente il mezzo di comunicazione. Fatto è che ormai vivo tutto con ansia, è sufficiente una parola per scatenare commenti, dibattiti, litigi: quando è troppo, è troppo.

Per la mia professione mi tengo informato sul mondo accademico, e la maggior parte delle letture sono critiche contro il governo. Contro qualsiasi governo. Ho colleghi che sembrano passare la vita a spiegare al ministro in carica come far funzionare bene l'università e la scuola, salvo gridare allo scandalo quando il ministro in carica tira dritto per la propria strada. Sia chiaro, non sono scemo e ho le mie idee. Tuttavia nutro un profondo rispetto dei ruoli, e io non sono né parlamentare né ministro: faccio il mio lavoro, che non è quello di suggeritore di mondi migliori. Guai però a dire che un governo legittimo (secondo le leggi e non secondo la nostra sensibilità) ha il diritto di riformare, di cambiare, con il rischio di fare errori. Trovo piuttosto grottesca la presunzione di alcuni di avere sempre in bocca la verità e la soluzione perfetta.

Da semplice essere umano mi tengo informato sulla cronaca e sulla politica italiana ed internazionale. Peccato che appena mi azzardi a dire una mezza frase, si scatenino i convincitori di professione: quelli che vogliono farmi cambiare idea, e casualmente vorrebbero che iniziassi a pensarla come loro. Sarò libero di non voler scendere in piazza per questa o quella causa? No, perché adesso c'è sempre qualcuno pronto a scovare un link in cui si dimostra che ho torto a pensarla come la penso. Oggi è di moda il cosiddetto fact-checking, che poi sarebbe la verifica dei fatti. Dunque non posso essere favorevole al default della Grecia, perché i dati dimostrano che invece di dare soldi ai greci li hanno dati alle banche tedesche e inglesi. Embè? E se a me stesse bene così? Il fact-checking è sempre accoppiato ad una precisa visione politica, quando è applicato alla politica.

Faccio un esempio: i fatti dimostrano che spendere miliardi per un cacciabombardiere è una scelta sbagliata. Ma santa pazienza, e se invece stessimo preparando l'invasione del Principato di Monaco? Come lo facciamo, con il reddito di cittadinanza?
Ovviamente sto scherzando, ma i numeri restano numeri. Quello che conta è la politica, o l'ideologia.

Ma ora sto divagando, dunque torno sull'argomento. Ciò intendo dire è che Facebook è un'arena dove tutto diventa incontrollabile, e per me inadatto alla riflessione socio-politica. D'altronde sono un antico scettico rispetto all'altra moda dei nostri giorni: la politica fai-da-te. Dice: i politici li scegliamo noi, su internet, perché lì c'è la gente per bene.
Io non discuto che ci sia tanta gente per bene, ma essere per bene non basta a diventare buoni politici. Ci vuole studio, cultura, organizzazione. Io vorrei più scuole di partito, dove un tempo si imparava a fare politica con la testa invece che con le viscere. Potevi essere democristiano o comunista, socialista o repubblicano; però avevi una certa preparazione culturale.
Oggi i parlamentari dovrebbero essere reclutati su Facebook o sul blog di qualche santone, come i nuovi volti di Un posto al sole.

Riassumendo: d'ora in poi solo gattini. Scriverò che sono stato al mare o in montagna, pubblicherò qualche foto di gatti e di altri animaletti simpatici, farò recensioni dei libri che leggerò. Ma mi terrò lontano dai commenti politici: sto già provvedendo a rimuovermi da alcuni gruppi cui mi ero iscritto, e -- perdonatemi -- a nascondere i contributi di alcuni amici e conoscenti che reputo troppo politicizzati. Vorrei accedere ai social network senza l'ansia di sentirmi bollare come comunista, fascista, stupido o disinformato solo perché ho le mie idee. Ho appena passato otto giorni con un uso minimale di internet: solo posta elettronica e qualche occhiata ad alcuni siti, spesso per lavoro. Non serbatemi rancore, ma ho scoperto di non voler essere un militante in servizio permanente.