domenica 21 giugno 2015

Tristi montagne

Andate in montagna? Perché vi piace? Se la prima immagine che associate al sostantivo montagna è quella di un ambiente incontaminato e antico, questo libro vi sorprenderà. Non fatevi suggestionare dalle prima pagine, colme di tragici fatti di cronaca: la congerie di suicidi, omicidi, stragi della follia sono uno strumento (un po' facile) per vendere qualche copia in più. La parte davvero interessante viene dopo.

Sia che andiate a sciare nelle località più famose, sia che amiate invece le camminate estive tra i rifugi, la lettura di questo testo potrebbe modificare radicalmente il vostro approccio alla montagna. Il fatto è che la montagna, ci suggerisce l'autore, è solo un'invenzione (in senso sociologico). Tutto ciò che i cosiddetti montanari allestiscono per voi non esiste, forse non è mai davvero esistito. Le sagre, le tradizioni, i costumi, la vita di una volta... tutto finto, serve solo ad appagare il vostro desiderio di immergervi nella natura.

Le ricerche dell'autore si sono concentrate nelle valli trentine, che evidentemente sono anche le più popolari proprio per la cura con cui gli abitanti imbellettano i piccoli borghi colorati e lindi. Dunque alcune delle tematiche affrontate potrebbero essere tipiche di poche valli, e questo avviso deve essere dato al lettore. Tuttavia gli argomenti appaiono sufficientemente universali da adattarsi a tutto l'arco alpino.

Fatevi una semplice domanda: che cosa fanno i montanari quando voi tornate in città? Potremmo dire, esagerando: ma i montanari esistono realmente quando i milanesi vanno via? La risposta di questo libro è, forse sorprendentemente o forse no, negativa. Ciò che noi turisti viviamo nei giorni di ferie fra le vette smette di esistere alla fine dell'estate, rivive con la stagione sciistica e torna in letargo con la primavera. Fatta eccezione per queste parentesi turistiche, la montagna è triste: poche anime tirano sera senza uscire di casa, imprigionate dal quel rispèt che mette alla gogna ogni desiderio di evasione, di divertimento, perfino di cambiamento.

Chi abita in montagna tutto l'anno conosce la durezza del giudizio sociale, la difficoltà o addirittura l'impossibilità di uscire dal recinto in cui si nasce. Ogni paesano resta il figlio del barbiere, la moglie del macellaio, la nipote del muratore. Cambiare è possibile solo emigrando altrove, abbandonando forse per sempre la vita precedente. Sicuramente alcuni vivono questo ambiente chiuso come una protezione, si sentono parte di una comunità. Ma, ci avverte l'autore, sono ormai la minoranza: i giovani si sentono prigionieri, e l'evasione passa per la bottiglia o, nei casi peggiori, per il tentativo di suicidio.

Nella mia esperienza, del tutto trascurabile, ho avvertito il senso di finzione di alcuni luoghi delle Dolomiti. La tesi di questo libro è che la realtà montana non è quella di Cortina o dell'impeccabile Alto Adige: è piuttosto quella delle sperdute valli aostane dove l'unico negozio apre due ore al giorno nei periodi di turismo, mentre i paesi sono popolati solo dai fantasmi. Oppure è la realtà di certe valli friulane sospese fra il ricordo delle tragedie passate e la tragedia del tempo presente, in cui l'unica speranza è nelle città di pianura. I personaggi dei racconti di Mauro Corona non sono invenzione: ubriachi, depressi, violenti, frustrati. Pronti a muovere le mani e ad imbracciare la doppietta senza tanti ragionamenti.

Da un punto di vista linguistico, il libro di Arnoldi presenta qualche pecca, i concetti sono ripetuti e talvolta ripetitivi. Ma la sostanza resta, e ci apre gli occhi sul piccolo grande imbroglio della montagna idilliaca.

mercoledì 17 giugno 2015

Mario Rigoni Stern

Ieri, 16 giugno, era l'anniversario della morte di Mario Rigoni Stern. Con un giorno di ritardo mi piace ricordare questo scrittore di montagna, alpino e reduce della campagna di Russia. Nella mia vita ho trascorso solo quattro giorni sul suo amato altipiano di Asiago, ma quei giorni mi sono rimasti nel cuore.

Ho anche letto relativamente poco della sua opera: Il sergente nella neve, e qualche racconto. Sono poco adatto ad esprimere un ricordo, quindi cedo la parola ad un altro scrittore di montagna che conosco meglio.

Ma la vera ragione per cui mi sento legato a Rigoni Stern è più intima. Per restare doverosamente nel vago dei fatti personali, mi limito a dire che a lui devo l'ingresso nella mia vita di una persona molto speciale, unica. Per questo conservo il Meridiano Mondadori a lui dedicato sempre in cima ad una pila di volumi nella mia stanza: mi ricorda che la letteratura e i libri possono portare felicità nei modi più inaspettati.

giovedì 11 giugno 2015

Scelte e valutazioni

Un paio di giorni fa ho ricevuto i risultati statistici dei questionari che ogni mio studente deve compilare prima di potersi iscrivere all'esame di profitto. Limitandomi ai soli corsi che noi matematici definiamo "di servizio", cioè impartiti all'esterno del corso di laurea in matematica, sono rimasto colpito da un'osservazione: ho ricevuto le critiche più forti sulle scelte che avevo maggiormente meditato.

Ad esempio, i miei studenti mi invitano a dedicare più tempo agli "argomenti di base". Perché sono colpito? Perché credevo di fare già esclusivamente argomenti di base. Intendiamoci, un argomento non è di base in senso assoluto: lo è solo relativamente a ciò che possiamo definire "avanzato". Orbene, il mio corso è già un corso di base di calcolo differenziale ed integrale: spiego i limiti, le derivate, gli integrali di Riemann. Immagino che gli studenti vorrebbero rivedere le disequazioni di primo e di secondo grado, forse le equazioni delle rette e delle parabole nel piano cartesiano, non so nemmeno io. Eppure questi argomenti devono essere padroneggiati dalle matricole, che pure devono sostenere una selezione su tali questioni di matematica (e non solo). Inoltre l'università organizza corsi intensivi di richiami di matematica. E allora?

Un'altra contestazione riguardava il materiale didattico. In breve, i miei studenti chiedono a gran voce che io metta a loro disposizione il materiale didattico del corso prima delle lezioni. Ebbene, anche questa è stata una mia scelta ponderata. A mio avviso una matricola deve anche e forse soprattutto familiarizzare con le novità metodologiche dello studio universitario. I docenti universitari non sono i docenti delle scuole medie superiori, non sono tenuti ad adottare un libro di testo da seguire pedissequamente. Lo studente universitario, dal canto suo, deve imparare a seguire una lezione universitaria, e questo comporta la necessità di prendere appunti, di integrare diverse fonti bibliografiche, di sfogliare diversi libri e, soprattutto nei corsi di laurea scientifici, di andare a lezione. Perché seguire due ore di lezione di matematica all'università è faticoso, si ascoltano tante parole, si trascrivono tante formule che bisogna comprendere con lo studio individuale. Non basta imparare a pappagallo una slide per essere preparati. Ecco perché non uso slide e mi limito a segnalare uno o più libri di riferimento all'inizio delle lezioni. Sbaglio? Chissà, però è stata una scelta meditata.

Infine, molti dei miei studenti rumoreggiano perché ho abolito i cosiddetti compitini, cioè quelle prove scritte sostenute a metà e al termine delle lezioni. E se le ho abolite, ci sarà una ragione. La mia ragione è che un corso della durata di tre mesi è sufficientemente breve perché uno studente possa sostenere un esame finale sul totale degli argomenti. Senza contare che per molti gli argomenti non sono novità assolute. Per qualche anno ho proposto i compitini, ma alla fine ho riscontrato una spiacevole tendenza a vivere della rendita delle scuole superiori, e restava penalizzato chi apprendeva quei concetti per la prima volta. Penalizzato, perché gli studenti che avevano conoscenze pregresse sottovalutavano il corso e mettevano in condizioni di inferiorità i colleghi meno esperti.
Per questo motivo ho deciso di far partire tutti insieme, con un esame completo. Dite che ora però devono studiare di più, e soprattutto devono restare concentrati più a lungo? Certo, ma non mi dispiace affatto.

Ciò che queste statistiche mi insegnano è che ormai abbiamo sdoganato la teoria dei giochi nel processo formativo. Gli esperti diranno che c'è sempre stata, dunque è meglio farla emergere. Io sono un conservatore sociale, quindi preferivo i tempi in cui non era data cittadinanza alla pur legittima strategia di conseguire il risultato migliore con lo sforzo minore. Perché ogni studente è una persona autonoma, ma la folla tende a schiacciarsi sulla soluzione più facile: prendere una laurea minimizzando l'impegno. E puntualmente questo emerge dai questionari che leggo.

mercoledì 10 giugno 2015

I segreti di Heap House

Romanzo ammaliante ma leggermente sconclusionato quello di Edward Carey. Nella Londra vittoriana, o meglio accanto alla Londra Vittoriana, esiste un maniero che nessuna mappa segnala, Heap House. Luogo di dimora degli Iremonger, magnati della spazzatura, è completamente circondato da cumuli di rifiuti maleodoranti. I cumuli sono la fonte di sostentamento e di ricchezza degli Iremonger, cumuli di scarti londinesi trasportati fra mille fatiche e mille pericoli per essere setacciati da appositi addetti.

Ma il business dei rifiuti non è l'unica stranezza della famiglia. Ogni Iremonger è dotato di un "oggetto natale", assegnato nel giorno della nascita dalla matriarca. Un Iremonger non deve mai separarsi dall'oggetto natale, per nessuna ragione. La separazione implica la condanna e anche la morte. I giovani Iremonger maschi indossano pantaloni corti di fustagno fino all'età di sedici anni, poi vengono... pantalonati. La concessione dei calzoni lunghi è affiancata dal matrimonio con una Iremonger, sebbene la coppia umana abbia infinitamente meno peso della coppia fra Iremonger e oggetto natale.

Gli Iremonger hanno un altro vizietto: quello di procurarsi nuovi Iremonger fra i poveri di Londra. In cambio della promessa di vitto e alloggio, i bambini delle famiglie derelitte vengono prelevati e trasportati su un treno privato nella dimora, e messi subito al lavoro. È così che la piccola Lucy Pennant, rossa di capelli e leggermente sgraziata, diventa una Iremonger. Per legge di famiglia il nome Iremonger cancella ogni ricordo dell'identità precedente: tutti gli Iremonger si chiamano Iremonger, ad eccezione degli Iremonger "di sopra", quelli nobili. Loro hanno un nome di battesimo; tutti gli altri si chiamano solo Iremonger.

Clod Iremonger è un Iremonger di sopra, in procinto di essere pantalonato. È piccolo, bruttino, e sente le voci degli oggetti natale. Già, ogni oggetto natale ripete senza sosta il proprio nome, che è un nome vero, non Iremonger. Clod sa di essere speciale, ma la sua dote gli causa più problemi che privilegi. È promesso sposo di una Iremonger che lui detesta, ma nessuno ha il potere di scegliersi la sposa: il suo destino sembra segnato.

Come nei migliori romanzi di formazione, Clod incontra Lucy, e l'amore scoppia fra i due giovani. Un amore fatto di tenerezza e di voglia di cambiare vita, una speranza per entrambi. Ma ovviamente Lucy non è "di sopra", lei è solo una Iremonger dei caminetti, cioè un'addetta alla pulizia dei caminetti di tutta la dimora. Che diritto avrebbe di sposare padron Clod?

A questo punto la storia, molto godibile, si fa confusa: in una terribile tempesta dei cumuli, gli oggetti della casa si ribellano. Morti, feriti, distruzione: una danza di distruzione che nessuno riesce a fermare. Quale sarà il destino di Lucy e Clod?

Acclamato sulla stampa italiana, I segreti di Heap House ha diversi livelli di lettura. È ovviamente un romanzo di formazione, ma anche un'allegoria del capitalismo anglosassone e della società inglese. Consigliato.