martedì 24 febbraio 2015

Non erano i bambini


Questa seconda avventura del commissario Vidal Tonelli, già protagonista de Il soldatino impazzito, sempre ambientata a Pordenone e sempre pubblicata dalle Edizioni L'Omino Rosso, ci proietta nel mondo difficile dell'immigrazione. Nel principale parco cittadino è rinvenuto il cadavere martoriato di un operaio ghanese: l'autopsia rivela una sconcertante realtà, il pover'uomo è stato attaccato e sbranato da un leopardo. La sonnolenta città friulana piomba nel terrore, ma non solo il terrore di una belva che si aggirà per le strade. È la paura del diverso, che mette a repentaglio un equilibrio ancora fragile di convivenza e tolleranza.
Il commissario Tonelli indaga, aiutato dalla vedova della vittima e dai suoi collaboratori.

Meno incisivo del romanzo d'esordio, Gianni Zanolin imbastisce una strana storia di misticismo africano e soprannaturale. Lo spunto è interessante, lo sviluppo della trama solo fino a un certo punto. La soluzione dell'enigma appare debole, e potrà dispiacere ai lettori convinti di leggere un giallo tradizionale.
Si conferma tuttavia l'abilità dell'autore, capace di tratteggiare figure ricche di fascino e di mistero. Da una nota conclusiva apprendiamo che molti ingredienti della vicenda traggono spunto da fatti realmente accaduti quando Zanolin ricopriva la carica di assessore comunale. Ovviamente nessun leopardo ha mai ucciso nei parchi di Pordenone, a scanso di equivoci.

Consapevoli che l'opera seconda difficilmente mantiene le promesse dell'opera prima, attendiamo ulteriori indagini del commissario Vidal Tonelli.

Post scriptum: la casa editrice mi ha spedito un'appendice dedicata ad Anna, la figura femminile protagonista di questo romanzo. Non nutro grandi aspettative, ma la leggerò volentieri.


Post post scriptum: questa mattina ho letto l'appendice, intitolata Anna. Essenzialmente tratta del tentantivo del commissario Tonelli di "mettersi con" Anna, la vedova dell'operaio sbranato dal leopardo. Lo so, sembrerò cinico, ma sinceramente queste venti pagine mi sono sembrate banali e largamente inutili. I soliti argomenti, il pregiudizio dei pordenonesi per le coppie miste, ecc. ecc. Per fortuna che l'edizione a stampa è stata risparmiata da questo esercizio di ovvietà.

La beatitudine del recensore

Ormai per abitudine acquisto il manifesto di domenica, per l'inserto culturale. Quasi tutti i quotidiani possiedono un supplemento dedicato ai libri, ma confesso che solo quello dell'ultimo foglio che si dichiara comunista riesce a darmi quella particolare sensazione. Quale?

Ovviamente non la butto in politica, anche perché le recensioni dell'inserto Alias non sono propagandistiche. La particolare sensazione è quella di invidia per il recensore. A differenza di altre testate, Alias dedica spazio anche e soprattutto a libri di nicchia, pubblicati da editori emergenti: insomma, non solo le sfumature di tutti i colori dell'arcobaleno e altre amenità simili.
E poi c'è il linguaggio: colto, ricercato, più adatto ad un corso universitario che ad un giornale. Così finisce che immagino quei recensori alle prese con una raccolta epistolare di un artista del secolo scorso, oppure con un trattato sulla coltivazione delle orchidee. Li vedo immersi nella beatitudine della lettura, dietro una finestra che affaccia sulle colline o sul mare. I loro pensieri rincorrono argomenti di pace e di cultura, lontani dagli affanni della cronaca e protetti dalla coperta del passato. Perché si sa, il passato affascina anche perché non può riservarci spiaevoli sorprese.

Tuttavia, chiusa l'ultima pagina dell'inserto culturale, sono preso dal dubbio: è davvero così? So per certo che la risposta non può che essere negativa, chi scrive sul quotidiano è un lavoratore che lotta contro la quotidianità come tutti noi. Forse più di noi. Queste persone ridono, piangono, sono felici o disperate esattamente come tutti gli altri. Raramente c'è una casa colonica affacciata sulle colline della Toscana, dove i grilli cantano e le spighe di grano si piegano nel vento. Hanno scritto le loro recensioni ad una scrivania di plastica, chiusi in un palazzo della periferia di qualche grande città, mentre una persona cara stava male o arrivava la cartella delle tasse da pagare.

Comunque sognare costa così poco che tanto vale abbandonarsi. Quando ero giovane sognavo un futuro da critico letterario, circondato dai libri di una biblioteca sterminata ed esaustiva, dove tutto il sapere fosse racchiuso. È andata diversamente, e sono contento così, però quella sensazione di tenerezza che provo sfogliando gli inserti culturali è tanto bella...


mercoledì 11 febbraio 2015

Coraggio... fatti ammazzare!

Prima sera del Festival di Sanremo, e prima sera di visioni alternative. Il canale Iris trasmetteva questo episodio della saga dell'ispettore Callaghan, e non me lo sono lasciato sfuggire. Diretto dallo stesso Clint Eastwood, è probabilmente il film più ricco di frasi celebri, a partire dal titolo.
Uscito nelle sale nell'ormai lontano 1983, forse all'apice della parabola violenta degli anni 80, è talmente nero da risultare scorretto. La trama ruota intorno alla vendetta di una pittrice (interpretata dall'enigmatica Sandra Locke), violentata dieci anni prima insieme alla sorella da una banda di balordi. Harry Callaghan si inserisce quasi per sbaglio nella storia, dopo essere stato punito per le solite procedure violente.

A differenza del primo Callaghan, Eastwood imprime una sfumatura più reazionaria e meno malinconica a Dirty Harry. Gli anni 80 erano diversi dai 70, le tensioni rivoluzionarie avevano già lasciato il posto alla dottrina conservatrice di Ronald Reagan, e il regista sembra essere pienamente a proprio agio nei panni del raddrizzatore di torti. L'ostentazione delle armi diventa un feticcio, ovunque Callaghan vada i morti piovono a mazzi. Questo film è stato il perfetto manifesto di un'epoca piuttosto barbara, in cui l'opinione pubblica incoraggiava apertamente l'uso della forza contro tutto ciò che non andava: non sfuggirà allo spettatore il plauso degli anziani dell'autobus che Callaghan utilizza per inseguire un delinquente.

Sottovalutato dalla critica, secondo me lascia trapelare il talento di Clint Eastwood dietro la macchina da presa. Possiamo dissentire dalla morale che piega la giustizia alla violenza, ma difficilmente possiamo affermare che questo sia un brutto film.

sabato 7 febbraio 2015

Lettera a mia madre

Nella mia più che decennale carriera di lettore di Georges Simenon, due libri sono rimasti in un angolo: Pedigree e Lettera a mia madre. Il primo perché è una sorta di autobiografia romanzata alquanto infedele, soppiantata dalle monumentali Memorie intime. Il secondo perché ho sempre avuto paura di leggerlo.

Lettera a mia madre è il primo romanzo di Simenon pubblicato da Adelphi (nel 1985, dopo avere rilevato i diritti da Mondadori). È un libro minuscolo, novantasette pagine piene di spazi e stampate a caratteri larghi. Inizia con una data, 18 aprile 1974. Esatto: mentre io venivo al mondo, Simenon scriveva questa lettera postuma a sua madre, deceduta da tre anni e mezzo. Essendo scritto secondo lo stile del flusso di coscienza, è impossibile riassumerne la trama. Potremmo dire che lo scrittore belga, a quel tempo settantunenne, ricostruisce per istantanee la sua vita attraverso quella della madre. Il tempo della storia coincide con i pochi giorni di (serena) agonia della donna, in un ospedale di Liegi.

Dicevo della mia paura di affrontare questo piccolo libro. Conoscendo la storia e il carattere di Simenon, mi aspettavo l'inevitabile, cioè la struggente confessione di un uomo fondamentalmente incapace di amare. Temevo la lettura di una lettera colma di freddezza e rimpianto, invece che di amore e di serenità.
Non sono sufficientemente informato per prendere alla lettera certe descrizioni di crudeltà subite dal figlio Georges, ad esempio quando la madre si rammaricava con lui che suo fratello fosse morto (sostenendo implicitamente che lei avrebbe preferito perdere Georges). Se fossero vere, potrebbero giustificare il desiderio di fuga culminato in quasi cinquant'anni di separazione.

La verità è che Simenon e sua madre erano divisi da un atteggiamento diametralmente opposto per la vita: lei orgogliosamente povera, ultima fra gli ultimi; lui proiettato verso il riscatto, quasi umiliato dalle proprie origini umili. Lei incapace di accettare il denaro del figlio diventato benestante, e il figlio incapace di manifestare il suo affetto senza ostentare la ricchezza materiale. Alla fine lo scrittore confessa, soprattutto a se stesso, di non aver mai compreso sua madre. Ora che lei non c'è più, riesce ad accettare che ognuno è libero di costruire la propria esistenza senza vergogne e senza imposizioni. Simenon non prova sensi di colpa, ma si limita a riconoscere alla madre una coerenza intellettuale degna di rispetto. Forse non è molto, ma è pur sempre qualcosa.

mercoledì 4 febbraio 2015

Ispettore Callahan: il caso Scorpio è tuo

Ieri sera non ho resistito, e l'ho rivisto per l'ennesima volta. Avevo deciso di guardare un (noioso) telefilm sulla RSI, e in attesa che finisse la pubblicità ho fatto zapping e mi sono imbattuto nel primo film dell'Ispettore Calla(g)han.
Datato 1971, diretto da Don Siegel, resta a mio avviso un esempio di film incompreso. Molto criticato fin dall'uscita nelle sale, racconta la storia di Dirty Harry, in servizio a San Francisco e noto per i modi rudi e talvolta irregolari.

Rivisto a distanza di 44 anni, mi è sembrato ancora gradevole e perfino moderno. La durezza di alcune espressioni sembra inaccettabile ai nostri giorni, ma sarebbe inutile confrontare certi epiteti e certi pregiudizi con quelli che emergono da recenti fatti di cronaca non solo americana. La trama è oggettivamente debole, tutta incentrata sulla caccia ad un villain spietato e perverso, a mio giudizio interpretato da un attore con la faccia sbagliata.
Al di là di alcuni spunti scabrosi, mi è parsa evidente la vena perbenista della regia, attenta a condannare ogni forma di oltraggio alla morale comune.

Detto ciò per dovere di cronaca, io ho sempre provato una tristezza infinita davanti a questa pellicola. L'Ispettore Calla(g)han, in questo episodio iniziale, è una figura tragica, privato della moglie da un ubriaco che l'ha uccisa in un incidente stradale, e ormai incapace di spiegare perché riesca ad andare avanti. La scena in cui raccomanda alla giovane moglie del suo collega ferito di non farlo più tornare in servizio non ha proprio nulla di eroico. I titoli di coda scorrono su una musica straziante, mentre Dirty Harry toglie la stella dorata dal suo distintivo in segno di disprezzo per un sistema che non sa più mantenere l'ordine nella sua città. Ma forse anche per ribadire che i tempi sono cambiati, il Far West se n'è andato per sempre, ed è ora di cambiare vita.
Sappiamo che, cinematograficamente parlando, Callaghan resterà sugli schermi fino alla fine degli anni 80, sempre più grigio e spietato, ma anche sempre meno complesso.

lunedì 2 febbraio 2015

Fiabe e leggende della Carnia

Ero a Trieste, avevo appena comperato uno snack nel supermercato della stazione ferroviaria, e aspettavo l'ora per recarmi ad un appuntamento. Rosicchiando la mia barretta malsana e ipercalorica, lancio un'occhiata alla vetrina della (minuscola) libreria e vedo la copertina di questo libro di Raffaella Cargnelutti. Come mio solito, mi allontano; subito dopo torno sui miei passi e mi decido ad entrare. Ovviamente quando esco ho in mano il libro (tranquilli, l'ho regolarmente pagato!), e pochi giorni dopo comincio a leggerlo.

Arrivato alla fine, devo rendere pubblica una nota di delusione, perché questa simpatica raccolta di storie popolari della regione carnica (luoghi stupendi, da visitare) appare quasi "svogliata". Certo, qualche leggenda è saporita, altre sono romantiche, ma complessivamente l'autrice non è riuscita a creare un amalgama vincente.
La lettura non è tuttavia tempo sprecato, basta un po' di immaginazione e le parole sembrano uscire dalla bocca di qualche vecio seduto al tavolo di un'osteria con un bicchiere di vino in mano. Un libro carino, non di più.