domenica 28 dicembre 2014

Una lacrima color turchese

Lettura veloce quella dell'ultimo libro di Mauro Corona. Ma non lettura facile. Ne abbiamo sentito parlare a lungo, grazie anche alla rinnovata presenza dell'autore nei salotti televisivi e radiofonici.
Alla ruvidezza dello scrittore-alpinista ertano siamo abituati, e questa favola amara sul Natale è davvero amara. La trama è nota: improvvisamente tutte le rappresentazioni di Gesù Bambino scompaiono dai presepi del mondo cristiano. Impossibile trovarle, impossibile anche riprodurle. Il mondo si interroga, un po' angosciato un po' no. Chi ha bocca la apre e le dà fiato, tutti hanno un'opinione ma nessuna soluzione. Finché la soluzione giungerà in diretta televisiva, talmente semplice che nessuno l'aveva considerata.

Mauro Corona è un personaggio complicato, per molti versi un cattivo esempio: guai giudiziari, botte, ubriachezza molesta, bracconaggio si affiancano nella sua storia al talento di sculture del legno e di alpinista di primo livello. Da circa vent'anni scrive libri, inizialmente autobiografici e poi di finzione (o quasi). Amo smisuratamente i primi, assai meno i secondi che giudico talvolta troppo moralistici e carichi di invettive. Ogni anno, comunque, attendo il mese di novembre con il nuovo romanzo di Corona, ma in questo caso ho faticato. Un libretto scarno, nemmeno cento pagine scritte larghe, colme di riferimenti all'attualità italiana che presto diventeranno incomprensibili ai più.
Alla fine l'ho letto, con calma, durante queste vacanze invernali. Una lettura che mi ha sorpreso: di tutta la (semplice) storia resta soprattutto l'aspetto più inquietante, quell'incapacità di vedere ciò che è davanti ai nostri occhi. Quando il mistero si svela, è facile pensare che era così elementare ed evidente. Eppure non ci eravamo arrivati!

La sintesi di questa favola moraleggiante è una complicazione nobile del detto che Corona ripete spesso: "quando mi chiedono dove si mangi bene, rispondo che basta digiunare tre giorni, e dopo mangerai bene ovunque". Sconsigliato a quelli che, tutto sommato, hanno fiducia nell'essere umano.

Guardare in faccia gli studenti

Anche in questi giorni di vacanze invernali (oggi è domenica 28 dicembre) mi imbatto in un articolo che parla di università. Eccolo qui, scritto dal professor Massimo Ferri, matematico dell'università di Bologna. Pur lasciando la lettura agli interessati, devo dire che il collega parte bene ma non riesce a spiegare quale sia la tesi del suo intervento.

Nel mio piccolo, anzi piccolissimo, anche io ho terminato da poco un corso e subito dopo l'Epifania i miei studenti proveranno a superare l'esame scritto. Io non ho insegnato l'algebra lineare ma il calcolo differenziale: poco importa. Anche i miei studenti, con alta probabilità, faticano a trovare un senso nei contenuti del corso di matematica: funzioni, limiti, derivate, integrali, polinomi di Taylor. Che cosa resta?

La risposta del professor Ferri sembra (giacché, ripeto, la tesi non mi è chiarissima) essere che è colpa (fra virgolette) dei docenti poco inclini ad accogliere gli studenti per il ricevimento settimanale, ad ascoltarne i dubbi e a guidarli verso la luce in fondo al tunnel. Il collega prova invidia per i docenti delle scuole superiori, i quali imparano nomi e cognomi di tutti gli allievi e per nove mesi li crescono, moderni precettori ed educatori.

Mah...

Io tendo a sposare la posizione di un collega, che scrive a commento del suddetto articolo che l'università italiana sta diventando una nuova scuola di Barbiana. Un'affermazione piuttosto dura e magari leggermente crudele, ma basata su un fondo di verità.
Fuori di metafora, chiunque lavori quotidianamente nell'accademia si è accorto che tutti gli sforzi riformatori di vari ministri e ministre, non sempre particolarmente qualificati a ricoprire tale ruolo, sottintendono un messaggio chiaro: cari (?) docenti, rallentate finché anche l'ultimo dei vostri studenti non abbia capito; dovete abbassare il livello di difficoltà, semplificare i programmi, includere anche chi forse ha sbagliato strada. E pazienza se questa politica ci guida verso un'università mediocre, perché i mediocri sono (per definizione, senza offesa e includendo me stesso) la maggioranza.

Per carità, è un tema delicato e non è possibile arrogarsi il diritto di pronunciare l'ultima parola. Sarebbe d'altronde ipocrita tacere che oggi la priorità degli accademici è azzerare il cosiddetto tasso di mortalità delle matricole: rozzamente, è la percentuale di matricole che abbandonano il corso di laurea al secondo anno, e per taluni è una misura della qualità della didattica.
Come tutti i numeretti, anche questo indice dice tanto e dice poco: impossibile fare la tara delle matricole che si sono iscritte tanto per... oppure per fare il celebre salto della quaglia: respinti ai test di un corso a numero programmato, frequentano uno dei pochi corsi liberi e al secondo anno chiedono il trasferimento. Oplà, e il numero programmato l'ha preso in saccoccia!

Domando, provocatoriamente, al professor Ferri da Bologna: se tanti suoi allievi ingegneri non hanno capito che cosa sia una matrice nemmeno dopo tredici settimane di corso, non sarà il caso di aspirare ad avere meno ingegneri, ma capaci di afferrare i concetti dell'algebra lineare? Insomma, mica tutti devono essere ingegneri, o chimici, o matematici!

Ricordo con quanta durezza una mia professoressa di francese delle scuole medie diceva alle mamme di alcuni compagni che i loro pargoli avrebbero fatto meglio a puntare su una scuola professionale, se non a cercarsi un lavoro manuale. D'accordo, era anziana, snob, e ai suoi tempi la società era maledettamente classista. Oggi un'insegnante che facesse discorsi simili sarebbe duramente rimproverata dal dirigente d'istituto, perché in fondo ogni paese è Barbiana. Eppure mi sembra che ci siamo spinti oltre, e l'università non è la scuola dove nessuno deve restare indietro. Possiamo tornare ai vecchi corsi annuali, forse più sensati e istruttivi; ma arriva un momento in cui occorre riconoscere che un certo tasso di mortalità fra le matricole è fisiologico. Dirò di più: è sano! Una laurea in matematica o in ingegneria non è il diploma di Giovane Marmotta.

giovedì 25 dicembre 2014

È Natale ancor

Natale è un giorno complicato, c’è poco da fare. Quando eravamo bambini, aspettavamo con trepidazione l’arrivo di Gesù Bambino, carico di doni. In quarta elementare un compagno di classe più smaliziato ci ha detto che no, i regali di Natale li mettono sotto l’albero i genitori.
Alcuni di noi cercavano di vedere Babbo Natale mentre scendeva faticosamente per il camino, tutto vestito di rosso. Ma poi abbiamo scoperto che il Babbo Natale grasso, vestito di rosso con le bordature di pelliccia bianca è una trovata pubblicitaria di una nota multinazionale delle bibite gassate: quella della ricetta talmente segreta che potremmo tranquillamente aver bevuto polvere da sparo e urina di cammello dal lontano 19…

Per molti il Natale è una meravigliosa festa religiosa, come effettivamente dovrebbe essere. Certo però che va bene il Natale, ma la Pasqua dovrebbe essere ancora più importante per un credente, giusto? Invece la Pasqua è la festa della scampagnata nei prati…

Ci fanno sognare il bianco Natale, e quando arriva sono dolori: i Comuni non hanno soldi per gli spazzaneve, e il 27 dicembre dobbiamo spaccarci la schiena con la pala per uscire di casa.

Ma Natale è anche la festa degli spettri. Ognuno di noi conserva il ricordo dei giorni di Natale con parenti e amici che, come dicono gli alpini, “sono andati avanti”. Sono spettri che ci vogliono bene, ma pur sempre spettri. Ogni Natale è, per qualcuno, il primo Natale senza una persona cara; penso a mia zia, che dopo cinquant’anni di matrimonio oggi è sola.

Mentre passseggiamo per le vie della nostra città scambiamo saluti, auguri e buoni propositi che mai vorremmo vedere tramutati in realtà. Quel vicino di casa che gira con il macchinone ma non paga le rate del condominio avremmo preferito non incontrarlo. Eppure “Buone feste a tutta la sua famiglia!”

Natale, come dicevo, è un giorno complicato. Per me il Natale del 2014 è il primo Natale senza cuore. Già, proprio così. Perché da alcuni mesi ho regalato il mio cuore a F.
F. è quella persona speciale che arriva quando non ci credi più; quella persona che ti dà il sorriso nella tristezza e le lacrime di gioia. Quella persona che ti convince che il future sarà migliore del passato, e se non è un miracolo questo…
Quindi buon Natale alla mia F., il primo di tanti giorni di Natale!


E buon Natale anche a tutti voi: ai vivi e ai fantasmi, agli spazzaneve e a quelli che la neve se la spalano da soli. Buon Natale alle bibite gassate e alle acque oligominerali che sgorgano a 1756 metri di quota. Buon Natale ai poveri che non diventeranno meno poveri in questo giorno, e ai ricchi che non divideranno le ricchezze con i poveri. Buon Natale ai gatti che dormono sotto l’albero e ai pennuti che anche per stavolta hanno salvato la pelle e non sono finite sulle nostre tavole con contorno di patate arrosto. Buon Natale a tutti!


lunedì 22 dicembre 2014

Merry Christmas

Lo so, lo so: periodo di latitanza dal blog. Che volete, sono stato impegnato. In attesa di un nuovo post denso di contenuti, ecco una collezione di cartoni animati Disney per trascorrere un sereno Natale. Alla prossima!