giovedì 20 novembre 2014

Ci vorrebbero più laureati

Quante volte abbiamo letto o ascoltato la frase del titolo? Credo innumerevoli, e l'ho appena riletta qui.
Ogni volta che qualcuno mi ripete questa ricetta salvifica, ho la tentazione di replicare in un certo modo. Talvolta soprassiedo, oggi lo metto per iscritto: tra il dire e il fare, c'è di mezzo... la materia prima.

Si dà infatti per scontato che la (supposta) carenza di laureati debba imputarsi del tutto o quasi all'incapacità del sistema universitario di aumentare la produzione. In pratica, l'università prende la materia grezza (cioè gli studenti diplomati) e li sottopone ad un trattamento automatico che sfocia nel diploma di laurea.
Ovviamente non funziona così: se la materia prima risulta inadatta (mi si perdoni la crudezza dei termini), ben difficilmente il processo produttivo finirà bene. Fuori di metafora, come si può laureare chi non vuole o chi, per mille ragioni, non ne ha le capacità?

Qualcuno è sempre pronto, anche ai livelli più alti della politica universitaria, a suggerire la scorciatoia più antica del mondo: se gli studenti faticano a laurearsi, noi dobbiamo abbassare la difficoltà degli esami. Come dire che se pochi individui sono capaci di scalare a mani nude una montagna, la soluzione è abbassare la montagna fino a ridurla a una dolce collina.

Come sempre, in Italia siamo pieni di teorie ma poveri di metodologia: ammesso di aver individuato un problema da risolvere, dove dovrebbe condurre la terapia risolutiva? Perché è facile proporre soluzioni casuali, ben più complesso è l'individuazione di un obiettivo e di una strategia coerente.

Bisogna quindi rispondere a poche domande fondamentali: l'incremento aritmetico del numero dei laureati è veramente lo scopo ultimo? Se lo è, è vantaggioso perseguirlo producendo laureati meno preparati?

martedì 18 novembre 2014

'14

Chiuso questo piccolo libro, di un centinaio di pagine stampate a corpo grande, ero indeciso se metterlo fra le letture insulse o fra i capolavori. Scritto in occasione del centenario dello scoppio della Grande Guerra (per noi italiani è la guerra del 15-18, ma il conflitto esplose nel 1914), questo '14 è un racconto vagamente frammentario, scritto nello stile dell'osservatore distaccato che descrive le vite altrui senza concedere alcunché all'emozione.
Possiamo dire che è il riassunto dell'esperienza al fronte di alcuni giovanotti della Vandea, chiamati alle armi con la promessa di tornare entro poche settimane e invece destinati a ben altre sciagure. Qualcuno morirà, qualcuno perderà un arto o la vista; nessuno tornerà vincitore.

Forse poco appagante per un lettore in cerca di materia per lunghe serate davanti al fuoco, '14 offre la banalità della guerra in tutto il suo macabro splendore: per Echenoz non esistono eroi, esistono solo uomini che marciano verso un destino implacabile.

venerdì 14 novembre 2014

Da Como, con (il mio) amore

Si fa presto a dire Como. Praticamente ci sono nato (non sottilizziamo, vengo dalla provincia ma sono solo 12 chilometri), e da vent'anni ci passo quasi tutte le domeniche e a volte anche altri giorni. Credo che non esista strada, vicolo o sentiero cittadino che i miei piedi non abbiano calpestato: se i sassi avessero un nome, li potrei salutare da vecchio amico.

E poi, addì 13 novembre dell'anno del Signore 2014, ho passato a Como una giornata con una persona speciale. La chiamerò F*, perché è una ragazza riservata. Sono tornato esattamente nei posti che conosco a memoria, eppure avevo la sensazione di essere là per la prima volta: i colori, i rumori, i monumenti, perfino il lago e le paperelle mi sembravano nuovi. Le foto qui sotto sono opera di F*.


Sarà un discorso bizzarro per uno scienziato, ma talvolta la mente vede quello che il cuore sente.

sabato 8 novembre 2014

Il secondo momento migliore

Di romanzi di formazione post-adolescenziali ce ne sono tanti. Prendete un diciottenne piuttosto timido e solitario,  innamorato perso di una compagna di scuola che non lo considera affatto. Prendete una notte di ribellione, il tentativo di scrivere il nome dell'innamorata sul muro della scuola, un piede che scivola sul cornicione e un braccio fratturato. Aggiungete la punizione "alternativa" di dover dare ripetizioni a Bronson, compagno di classe malato di un tumore al cervello. Questo è l'inizio del libro di Valentina Camerini, scrittrice e collaboratrice fissa del settimanale Topolino.

Certo, qualcuno potrebbe storcere il naso per una certa mancanza di originalità: la solita storia del ragazzino viziato che impara a stare al mondo confrontandosi con le tragedie degli altri. Certo, c'è anche questo. Ma Il secondo momento migliore è anche di più. È una favola moderna magistralmente condotta dall'autrice, che non lascia mai calare la tensione fra un capitolo e l'altro. Valentina Camerini prende per mano il lettore, lo spinge in una direzione e improvvisamente lo disorienta con una svolta: dal tono quasi comico passa al racconto d'amore, e poi alla tragedia. Ma in fondo, come ogni autore Disney sa fare, ci regala un finale complessivamente positivo.

Il punto di forza di questo libro è il forte coinvolgimento emotivo che il lettore prova per i personaggi e le loro vicende. Se proprio devo cercare qualche difetto, forse dovrei parlare della stereotipizzazione di alcune situazioni e della superficialità con cui qualche personaggio secondario entra ed esce dal romanzo. C'è anche una vena paternalistica nel fatto che il giovane protagonista del libro diventa adulto con una rapidità d'altri tempi, riuscendo ad essere il giovane-più-anziano del terzo millennio. Mi è sembrato anche di cogliere un piccolo imbroglio del quale l'autrice si serve per non svelare troppo presto la fine del libro; ma non mi va di controllare, non stiamo leggendo un thriller.

Ma tutti questi sono peccati veniali, o forse non sono nemmeno peccati. La storia è molto italiana, e nel mare di romanzi made in USA va bene così. Difficile, anzi impossibile, trattenere le lacrime quando si arriva all'ultima pagina.