martedì 30 settembre 2014

I diabolici

Apparso per la prima volta in Francia nel 1952, Les diaboliques (Celle qui n'était plus) è sempre stato offerto al pubblico italiano con un titolo alquanto ambiguo. Se è vero che la lingua francese non permette in questo caso di distinguere il genere dell'aggettivo diaboliques, la scelta del genere maschile risulta a posteriori piuttosto scorretta. Se però l'editore avesse optato per il genere femminile, Le diaboliche, avrebbe immediatamente svelato la trama e il colpo di scena finale. Insomma, un bel dilemma: meglio un titolo fuorviante o un titolo troppo rivelatore?

Ritenuto il capolavoro della coppia di scrittori francesi Pierre Boileau e Thomas Narcejac, I diabolici è stato a lungo reperibile solo nelle biblioteche e sul mercato dell'usato. Classica la trama: un uomo e la sua amante decidono di sbarazzarsi della di lui moglie per mettere le grinfie su una polizza assicurativa. L'uomo è l'anello debole della coppia, mentre la donna, Lucienne, agisce con meccanica e agghiacciante freddezza. Ma il piano è destinato al fallimento, perché il corpo della defunta moglie scompare dal canale dove i due l'avevano gettato. Lucienne esce apparentemente di scena, lasciando posto alla progressiva pazzia dell'uomo, perseguitato da misteriose lettere in cui la moglie gli promette di tornare a casa molto presto. L'angoscia cresce, conducendo l'omicida verso una notte di tregenda nella casa di campagna avvolta da una nebbia lugubre.

Inizialmente molto simenoniano, il racconto vira su toni quasi soprannaturali, per volgersi infine alla più umana delle conclusioni. Laddove Simenon avrebbe concentrato l'attenzione sulla psicologia dei protagonisti, e magari proposto uno dei suoi celebri nulla-di-fatto che disattendono le aspettative del lettore, Boileau e Narcejac ci trascinano nell'incubo del terrore e della disperazione.

Pur nella classicità della trama, che più di un lettore potrebbe ritenere datata e scontata, I diabolici resta un gioiello della letteratura nera francese.

lunedì 22 settembre 2014

Alpinismo eroico

Questo libro, che io vorrei dare in mano agli innamorati della montagna ed a quelli che vorrei si innamorassero di essa deve contenere un ammaestramento principale: la persuasione che in Montagna, e sulle rocce in particolare, si deve andare per provar sensazioni belle e sane, e cioè per vivere e non per morire.
Queste parole dell'alpinista triestino Emilio Comici hanno un innegabile senso beffardo, se pensiamo alla sua prematura morte causata da un cordino difettoso. Alpinismo eroico è stato pubblicato per la prima volta nel 1942, raccogliendo il materiale inedito costituito dai diari e dalle relazioni di scalate e di conferenze. Il testo è palesemente disomogeneo, spesso ripetitivo, appesantito dalla retorica dell'epoca fascista.

Nato a Trieste nel 1901 e inizialmente dedito alle esplorazioni delle cavità carsiche della sua zona, Comici si converte molto presto all'alpinismo più ardimentoso. Nella sua breve vita, nemmeno quarant'anni, ha aperto innumerevoli vie su pareti considerate inattaccabili. Le fotografie che lo ritraggono durante le scalate rendono bene l'idea delle difficoltà straordinarie delle sue ascensioni. La prima parte del libro raccoglie alcuni resoconti di celebri arrampicate sulle Dolomiti, senza mai indulgere al tecnicismo fine a se stesso.
La seconda parte offre al lettore qualche testo di conferenza e, soprattutto, le poche pagine con cui Comici intendeva aprire un suo manuale di alpinismo. Sono pagine che oggi, dopo più di settant'anni dalla tragica fine, conservano un significato esclusivamente storico: troppi sono i progressi della tecnica, e troppo ingenue le convinzioni dell'uomo, convinto che gli scalatori debbano avere gli occhi chiari per non soffrire di vertigini.
Chiude il volume un breve ricordo di quell'ultimo fatale sabato del 1940, nelle parole del testimone e amico Tommaso Giorgi.

Come accennato, il valore di questo libro sta tutto nei cenni sfuggenti che l'alpinista triestino inseriva con modestia, quasi in punta di piedi. Ne esce l'immagine di un uomo famoso e celebrato, ma complessivamente riservato e forse triste. Una figura romantica di un'epoca che non esiste più.

domenica 21 settembre 2014

Crescere

E poi arriva il momento in cui parli con una persona speciale del sogno di una casa in campagna, magari in Sicilia o in Provenza. Forse questo significa diventare adulti.

sabato 6 settembre 2014

I clienti di Avrenos

Per quanto possa suonare inconcepibile, quella narrata ne I clienti di Avrenos è una storia di vampirismo. Certo non il vampirismo del conte Dracula, piuttosto un vampirismo morale.

Bernard de Jonsac, dragomanno all'ambasciata francese di Istanbul, durante una serata al night club conosce la bella "ballerina" Nouchi. Giovane e disinibita, rapidamente si insinua nella vita di Jonsac fino a diventarne la convivente. Lo trascina per locali, si abbandona a comportamenti pesantemente ambigui con i suoi amici europei, lo ossessiona negandogli qualunque rapporto intimo. Durante una notte di eccessi alcolici, il gruppo di amici induce Leila, una ragazza benestante e molto ingenua, ad un bagno nuda. La mattina seguente, in preda ai rimorsi, la ragazza tenta il suicidio e lascia una lettera di scuse per Jonsac.
Spinto dai sensi di colpa, Jonsac inizia a frequentarla, pur avendo appena contratto un matrimonio con Nouchi per farle avere il permesso di soggiorno in Turchia. Ma Nouchi è tutt'altro che gelosa: al contrario si fa beffe della timidezza del marito, lo sprona a mettersi con la giovane ereditiera, lo deride in camera da letto. Per Bernard la misura è colma: deve vendicarsi della moglie, e lo deve fare possedendo Leila.

Come sempre accade nei romanzi duri di Simenon, la frustrazione sfocia nella tragedia. Tutti sono travolti dagli eventi, mentre Nouchi continua a succhiare la vita di chi la avvicina, senza però riempire il vuoto che una fanciullezza di miseria le ha lasciato.

Scritto nel 1932 e apparso tre anni dopo, questo romanzo appartiene al gruppo degli scritti più amari del giovane Simenon (che all'epoca aveva trent'anni). Curiosa la pagina conclusiva, in cui l'autore onnisciente si inserisce per descrivere il futuro dei personaggi.
Autore fondamentalmente maschilista e molto novecentesco, Simenon costruisce questa volta una storia in cui tutti gli uomini sono deboli e sottomessi al potere crudele di Nouchi. Il tema del sesso, che sappiamo essere una sorta di fissazione per lo scrittore belga, è trasfigurato in un'arma di ricatto, capace di far impazzire il pur misurato dragomanno Jonsac.
Emmanuel Carrère ha definito I clienti di Avrenos "un capolavoro". Anche per questo vale la pena di leggerlo.

Pedagogia del calcolo differenziale

Praticamente a mia insaputa (no, nessuno mi ha intestato un appartamento di lusso con vista sul Colosseo, ma) sono stato iscritto al forum matheducators. Ho dato uno sguardo, e mi sono soffermato sull'interessante thread When should we get into limits in introductory calculus courses? Riassumendo, la domanda è: perché noi docenti di analisi matematica fondiamo i nostri corsi di calcolo differenziale sulla definizione di limite?
Una risposta alla domanda, di Ben Crowell, mi ha dato l'occasione di riflettere sul problema. Crowell sostiene, anche giustamente, che la pedagogia della matematica non è molto diversa dalla filosofia del marketing: il modo migliore per avere soddisfazione ed evitare guai è quello di essere mainstream. Poiché la corrente di pensiero dominante prevede lo schema limiti-derivate-integrali, praticamente tutti aderiscono allo standard. E suggerisce alcune letture (si veda il thread) dove il calcolo differenziale è spiegato a partire dalle flussioni e dagli infinitesimi.

Insegnando da quasi dieci anni il calcolo differenziale, conoscevo già alcuni dei testi... alternativi. E conoscevo già la cosiddetta analisi non-standard, dove l'idea intuitiva di quantità infinitesima (o infinitesimale) riceve una definizione rigorosa. Il fatto però, a mio modestissimo avviso, è che l'intera discussione è basata sull'ipotesi che agli studenti del corso di calcolo infinitesimale debba essere detto non più di quanto servirà alle loro future professioni: cito la frase provocatoria di Ben Crowell nella sua risposta
I do have a very hard time coming up with any other explanation for why we require future physical therapists to learn how to do integrals using trig substitutions.
Con questa ipotesi, posso convenire che un approccio più storico, magari meno rigoroso, risulti anche conveniente. Personalmente però contesto la validità di dover partire da questo assunto. Per restare in tema, il concetto di limite non appartiene esclusivamente al calcolo infinitesimale, bensì alla topologia generale. Ogni volta che un insieme è dotato di un'opportuna struttura (una topologia, appunto), è perfettamente sensato introdurre la definizione di limite. Tale definizione non godrà istantaneamente di tutte le belle proprietà imparate nel primo corso di analisi matematica, ma ne costituisce una diretta estensione. Sono ignorante e non so se l'analisi non-standard sia seguita da una topologia non-standard (!), ma trovo che la pedagogia del paraocchi (allo studente non serve vedere oltre quello che gli servirà) sia piuttosto spiacevole.

Nella mia esperienza didattica, una malattia che sta sfuggendo al controllo del medici/docenti è l'incapacità di visualizzare il filo che congiunge i vari insegnamenti: algebra, analisi matematica, fisica matematica, geometria non sono settori impermeabili. Il teorema di Stokes che spiega il docente di geometria differenziale deve essere confrontato con i teoremi del calcolo vettoriale imparati nel corso di analisi matematica. Le equazioni differenziali della fisica matematica non sono avulse dalle equazioni differenziali che studiano gli analisti matematici.
Purtroppo i nostri studenti, anche quelli dei corsi di laurea in matematica, faticano a unire le tessere del puzzle in un quadro d'insieme.

Secondo me, un buon approccio alla didattica della matematica dovrebbe comunque consentire una facile scalabilità: chi ha costruito il primo piano, dovrebbe essere nelle condizioni di costruire il secondo, senza dover ripartire dalle fondamenta. Parlare di calcolo infinitesimale senza introdurre i limiti consente di arrivare alla fine di un corso di base, ma difficilmente fornisce una preparazione scalabile. E probabilmente dovremmo ritrovare la forza di dire ai nostri studenti che il processo di apprendimento non è un gioco dove tutti vincono facile.