lunedì 28 luglio 2014

Atto unico

- «Ma io non sono un'equazione», disse lei al matematico.

E il matematico sorrise, felice.

venerdì 25 luglio 2014

Un gioco da bambini

Non ricordo perché ho acquistato questo romanzo breve di Ballard, un autore del quale ho letto pochissimo: forse ne ho letto una recensione, non so. Resta il fatto che Un gioco da bambini è una lettura assolutamente appassionante.

Scritta sotto la forma di una relazione di lavoro, narra l'esperienza di uno psichiatra inglese chiamato a collaborare alle indagini su un crimine efferato: tutti gli adulti di un villaggio privato sono stati trucidati, e i loro figli sembrano essere stati rapiti dagli assassini. Giusto per inquadrare l'ambientazione che a noi italiani può apparire poco chiara, il crimine è stato perpetrato in una sorta di quartiere residenziale per ricchi, una specie di riserva protetta da guardie private e telecamere a circuito chiuso. Apparentemente un luogo idilliaco dove condurre una vita agiata e senza preoccupazioni.


Ma le circostanze sono inquietanti, perché non esistono prove di un vero rapimento. Aiutato da un detective cinico ma perspicace, lo psichiatra realizza l'agghiacciante realtà: i ragazzi non sono le vittime, sono gli assassini. Killer spietati che da mesi premeditavano lo sterminio dei genitori e di chiunque si fosse messo sulla loro strada. 

Il ritrovamento di una bambina, che le forze di polizia interpretano come la liberazione dalla prigionia, conferma definitivamente la teoria dello psichiatra. La piccola non è solo colpevole, è addirittura una delle menti che hanno organizzato la mattanza.


Il racconto di Ballard, quasi pronto per una trasposizione cinematografica, non crea alcuna forma di suspense: la verità è svelata immediatamente, forse perché la mostruosità del crimine deve prevalere sulla ricerca dei colpevoli. Da storia nera, quella che leggiamo diventa un monito contro l'oppressione del controllo e della felicità artificiale. Lettura consigliata, senza dubbi.

martedì 22 luglio 2014

Diritti e continuità

Propongo l'istituzione di un Tribunale Internazionale per i Diritti della Funzioni Continue cui denunziare affermazioni diffamatorie e destituite di ogni fondamento quali
La funzione $$f(x,y)=\frac{x^2-y^2}{x^2+y^2}$$ è discontinua nel punto $(0,0)$ in quanto non è ivi definita.
Nell'attesa che tale Corte Internazionale sia messa in condizione di agire, avviso le case editrici che mai adotterò un libro contenente questa affermazione (e altre analoghe o di analogo significato) come testo per i miei corsi.

In fede,

Simone Secchi

Bibliofilia

Grazie al prestito interbibliotecario, in queste sere mi diletto con la lettura dei Racconti della scrittrice Caterina Percoto. Una lettura certo piacevole, ma è soprattutto il libro in quanto oggetto fisico che mi ha colpito.

Essenzialmente io sono un bibliofilo. L'amore per lo studio è nato insieme all'amore per i libri, quelli di carta, polverosi. Ho iniziato a collezionare i classici latini: soprattutto quelli in edizione Zanichelli, ma anche qualche volume della prestigiosa collana Utet con rilegatura in tela blu. Poi sono passato alla letteratura italiana: ho i quattro volumi della letteratura del Duecento a cura di Gianfranco Contini, ad esempio.
Quando ho preso la decisione di dedicarmi alla matematica, è stato naturale collezionare libri di matematica. Ne ho scaffali pieni, e mi sono stati utili durante gli studi universitari. Ormai i primi volumi sono entrati in casa mia vent'anni orsono, un bel pezzo di vita. L'avvento dei libri elettronici e soprattutto gli abbonamenti della mia università alle collane di alcuni editori internazionali, hanno frenato la mia bibliofilia matematica. Un po' mi dispiace, ma solo ieri ho scaricato legalmente dieci libri che mi sarebbero costati almeno cinquecento euro, una vera benedizione!

Quando ero un giovane studente liceale, mi vedevo nei panni del letterato, probabilmente del filologo, chiuso in uno studio zeppo di libri. Gli scaffali alti fino al soffitto, di legno scuro; un tavolo ingombro di carte; la lampada verde accesa e, perché no?, il fuoco nel camino. Per me questa era la figura dell'accademico, che occupa il suo tempo leggendo i testi classici e commentandoli.
Tecnicamente sono diventato, forse indebitamente, accademico; ma la realtà non è quella delle mie fantasie. In parte, sospetto, dipende dalla disciplina. Se ancora oggi, come testimonia il libro della Percoto, gli umanisti accumulano le edizioni storiche, le confrontano, vanno per biblioteche a consultare i fondi antichi, un matematico fa tutt'altro.
Il matematico accademico è più simile ad uno scrittore che ad un filologo. Certo, esiste la Storia della Matematica, ma nella comunità matematica gli storici hanno una nomea piuttosto spiacevole. Insomma, il matematico attivo è quello che dimostra nuovi teoremi, e non già quello che commenta i teoremi altrui. Ne consegue che la consultazione dei libri matematici diventa un'attività alquanto marginale, e per la maggior parte consultiamo articoli scientifici appena pubblicati in rivista. I libri sono l'approdo finale, la sistematizzazione di una teoria sviluppata per articoli su periodici specializzati.

Un altro punto di divergenza fra la collezione degli scritti dei grandi letterati e di quelli dei grandi matematici è che questi ultimi perdono rapidamente di utilità. Mentre un filologo o uno storico della letteratura traggono profitto dalla consultazione dei manoscritti di Caterina Percoto, un matematico contemporaneo resta piuttosto tiepido davanti ai manoscritti di Cauchy o di Lagrange. Perché, al di là del fascino suscitato dall'oggetto materiale, è difficile o impossibile far ricerca su questi testi: contengono errori logici, sono scritti in un linguaggio obsoleto, e soprattutto le idee sono state ampiamente superate dai contributi della comunità mondiale dei matematici.
Se l'elogio della campagna friulana in cui la Percoto ha trascorso l'esistenza resta originale, certi teoremi del 1870 sono ormai ovvietà che nemmeno meritano di essere insegnati agli studenti. E, se invece meritano, conviene studiarli su manuali più recenti.

Complessivamente devo però dire di essere contento: finalmente ho restituito la mia bibliofilia al ruolo di passione, separata dal lavoro. Ogni tanto mi concedo qualche capriccio, una raccolta di canzonieri medioevali, un testo di storia, una raccolta commentata di poesie. Non ne faccio l'oggetto del mio lavoro, e per questo ne godo maggiormente.

venerdì 18 luglio 2014

Almanacco del giorno prima


Quando ero bambino, mio papà mi ripeteva che è un peccato lasciare cibo nel piatto, perché qualcuno ha faticato per procurarlo. Sono cresciuto con questo principio nella testa, e ancora oggi mi sento in colpa quando rinuncio a leggere un libro fino all'ultima pagina. Il cibo continuo a lasciarlo nel piatto, invece.

Come stavo dicendo, dopo aver atteso che questo libro di Chiara Valerio arrivasse sul mercato dell'usato, l'ho preso e l'ho abbandonato a circa cinquanta pagine dalla fine. Proprio non ce l'ho fatta, ho sentito una voce perentoria che mi intimava di dedicare il mio tempo a letture migliori. Non saprò mai, presumibilmente, come finisce la storia, ma non credo che ne soffrirò troppo.

L'autrice, dottore di ricerca in matematica presso l'università "Federico II" di Napoli, mi sembrava promettente. E invece ho trovato il suo stile alquanto scontato, facile preda di quel disordine (anche grafico) che taluni scambiano per originale creatività. Pagine piene di frasi con punteggiatura... bizzarra, un'intera parte del libro riempita con banalità da biscotto della fortuna, personaggi mal delineati e evanescenti, per non parlare della tristissima abitudine di introdurre il discorso diretto senza alcun accorgimento tipografico: "A quel punto tu mi hai detto Sì, va bene e io ti ho risposto Ma perché non andiamo al cinema?". Una cosa veramente irritante, provare per credere.

La storia gira intorno ad Alessio Medrano, matematico figlio di matematici (due teorici dei numeri) che si è lanciato nel campo delle assicurazioni speculative. Vive, detto brutalmente, mettendolo in quel posto alle persone che hanno un'assicurazione sulla vita e vorrebbero riscattarla per bisogno di liquidità. È un asso nel campo dei derivati, scommette sull'aspettativa di vita dei clienti e ne rivende l'assicurazione. Poi, se ho capito bene perché questa Chiara Valerio non brilla per linerità della trama, si innamora perdutamente di una cliente, Elena Invitti: da questo momento il libro è un florilegio di insulsaggini vagamente melense.
Speravo che il fondo fosse stato toccato nella sezione-a-pensierini, e invece la parte conclusiva è una narrazione senza quasi punteggiatura né vero contenuto. Con sollievo mi sono risolto a chiudere il libro definitivamente. D'accordo, magari le ultime pagine sono un capolavoro; ma, in media integrale, direi che questo libro è un'occasione sprecata.

domenica 13 luglio 2014

Analisi Due

Se siete capitati qui pensando di leggere un post di psicanalisi, vi avverto che resterete delusi perché parlerò di matematica. Analisi Due è la denominazione colloquiale del secondo corso di analisi matematica per le lauree scientifiche, soprattutto matematica, fisica, ingegneria. Ai tempi che Berta filava, cioè quando studiavo io, questo corso era un mattone fondamentale (mattone è qui inteso in un doppio senso figurato, se cogliete la finezza) del secondo anno, e trattava di argomenti classici: successioni e serie di funzioni, calcolo differenziale in $\mathbb{R}^N$, forme differenziali (quelle che i geometri chiamano, più correttamente, $1$-forme), equazioni differenziali ordinarie, e infine integrazione in più variabili. Era un corso annuale alquanto difficile, in cui il prof. Casini (docente a Como) distribuiva insufficienze senza pietà. Per quanto mi riguarda, mi ero divertito un sacco, e ho iniziato a capire che avrei cercato di diventare un analista matematico con propensione all'analisi funzionale. Ma bando alla memorialistica: oggi parliamo di libri.

Libri di testo di analisi due, ovviamente. Ho avuto occasione di visionarne alcuni, e sono sprofondato nello sconforto. Uno di tali libri (non farò nomi né titoli) descrive il sottotitolo "Versione semplificata per i nuovi corsi di laurea" in questo modo: tradizionalmente i libri introducono il calcolo differenziale e il calcolo integrale in $\mathbb{R}^N$, mentre noi, per assecondare le necessità dei nuovi programmi di insegnamento, presentiamo soltanto il calcolo differenziale e il calcolo integrale in $\mathbb{R}^2$. Ah però, siete dei veri rivoluzionari!

Altri testi puntano le fiches sull'assenza delle dimostrazioni, eterna scappatoia per far sembrare la matematica una sorta di fenomeno mistico per iniziati. Non ho mai trovato un libro, dopo quello di De Marco, che parli di calcolo differenziale in dimensione infinita (pur essendo sorprendentemente facile dotare gli allievi matematici e fisici dei requisiti per comprenderlo) o di integrale secondo Lebesgue senza investire ore nella costruzione obsoleta e fragile dell'integrale multidimensionale secondo Riemann. Michel Willem, un matematico contemporaneo che, dal punto di vista dell'esposizione didattica considero un po' un maestro, ha scritto anni fa un illuminante articolo sull'integrazione secondo Lebegue immediatamente dopo il corso di calcolo. Sfortunatamente i suoi testi non sono mai stati tradotti in italiano, dove si riproducono come conigli di Fibonacci i volumi consacrati alla conservazione della tradizione. Come se un matematico o un fisico potesse lavorare senza sapere che l'universo fisico è governato da principi variazionali e da operatori definiti su spazi di dimensione infinita mediante l'integrale di Lebesgue...

L'ho già scritto e lo ripeto: il vero veleno, per l'efficacia della didattica della matematica superiore, è la frammentazione dei contenuti. Per fare il matematico bisogna avere ormai una cultura estremamente solida e, allo stesso tempo, aggiornata. Le fondamenta dell'edificio sono quei corsi di analisi matematica, algebra, geometria che riempivano il biennio della vecchia laurea quadriennale. I docenti di questi corsi avevano un anno per esporre i contenuti, conoscendo con sufficiente sicurezza i dati al contorno. Si appoggiavano a manuali completi, di riferimento.
Oggi questi stessi insegnamenti sono spezzati in più corsi, impartiti su due semestri da docenti distinti ed autonomi. Si è perso l'aspetto monolitico della disciplina, e gli studenti faticano a cogliere che, in fondo, esiste un unico concetto di successione convergente. Allo stesso modo il teorema della divergenza è un caso particolare del teorema di Stokes imparato nel corso di geometria, e l'integrale delle forme differenziali è una variante dell'integrale insegnato dal docente di analisi matematica.

Si parla tanto, fra matematici, della necessità di una visione globale della scienza. Ma siamo sicuri di offrire, ai nostri studenti, almeno una visione globale della matematica?

giovedì 10 luglio 2014

Musica e dintorni

Da piccolo non avevo alcuna particolare attrazione per la musica. Certo, cantavo le canzoni dei cartoni animati, e mia mamma diceva che ero stonato come una campana rotta, nonostante io mi sentissi un'ugola d'oro. Ma era una questione marginale.
Poi, alle scuole medie, ho dovuto imparare a leggere uno spartito e a suonare il flauto (dritto, o dolce), e mi divertivo come un matto. Amavo soprattutto le regole della sintassi musicale, mi affascinava il collegamento fra i suoni nelle mie orecchie e le piccole note sul pentagramma. Il mio professore di educazione musicale ha proposto ai miei genitori di farmi studiare uno strumento più serio, ad esempio il pianoforte.
Così ho iniziato a prendere lezioni dalla signora Gianna Verga Benvenuti, vedova del maestro napoletano Benvenuti. Era molto anziana e bloccata in casa da un'invalidità alle gambe, ma era brava e mi descriveva la tecnica musicale con il suo tipico accento veneto in cui la zeta si trasformava in una esse sibilante. E poi era diventata amica di mia mamma, le raccontava sempre che suo marito andava in giro con quelle cantanti di scarsa moralità, mentre lei proveniva da una famiglia benestante cattolica e molto rigida. Però ne parlava con rimpianto, forse perché dopo tanti anni si può volere bene anche senza essere più innamorati.

Comunque, le lezioni private sono andate avanti per alcuni anni. Mi fa un po' male ammetterlo, ma ormai ero diventato un pessimo allievo: avendo capito che gli studi liceali mi piacevano più di quelli musicali, e sapendo di non essere dotato di talento pianistico (sono anche sicuro di aver sbagliato strumento, ho poca coordinazione spaziale con le braccia e questo mi obbliga a guardare la tastiera per capire dove ho messo la mano destra e dove ho messo la mano sinistra; forse con uno strumento come il flauto traverso o il violino mi sarei trovato meglio), studiavo sempre meno. Non che non amassi più la musica, ma avevo fatto una scelta: non potevo e non volevo dedicare due ore al giorno all'esercizio sui tasti, sottraendole allo studio scolastico. La signora Benvenuti probabilmente lo capiva, e non me lo faceva pesare. E poi c'era la questione del mio carattere... passionale: imparavo a suonare velocemente i pezzi di cui mi innamoravo, mentre non c'era verso di farmi suonare i pezzi che mi lasciavano indifferente. Così lei mi incoraggiava a suonare per divertirmi, invece che per disciplina.
Inoltre c'era l'insormontabile problema della mia timidezza: sono sempre stato incapace di suonare il piano quando qualcuno mi voleva ascoltare. Aspettavo di essere in casa da solo per esercitarmi, e questa è stata la pietra tombale su ogni futura aspirazione. Quando suonavo, suonavo per me, e mi sembrava ovvio. Peccato che magari ai miei famigliari sembrasse quasi un affronto, con mugugni e musi lunghi.

Ho sempre amato Johann Sebastian Bach, ma non voglio sparare il pistolotto sulle relazioni fra Bach e la matematica. Se non l'avete fatto, leggetevi il classico tomo di Douglas Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante. La realtà è che di Bach amo l'apparente assenza di trasporto emotivo. Prendete per esempio il celeberrimo concerto BWV 1065 per quattro clavicembali:
Guardate i quattro clavicembalisti: si divertono, sorridono, ma la musica non è emotiva. Non stanno suonando quelle smancerie di Chopin, che ti fanno pensare a gente infelice che si strugge e si taglia le vene. Quella di Bach (lo so che questo pezzo è di Vivaldi, ma basta cambiare esempio) è musica fredda e calda allo stesso tempo: musica cerebrale, quasi scritta seguendo un filo logico e numerico.

E poi amo, in generale, la musica barocca. Uno dei miei pezzi preferiti è di Jean-Philippe Rameau. Eccone una bella interpretazione pianistica, che la straordinaria Natache Kudritskaya trasforma quasi in un pazzo contemporaneo sull'ultima variazione:
Se invece siete puristi, ecco una versione più filologicamente corretta al clavicambalo:
Oppure sentite l'elegante ostinazione di questa sonata di Domenico Scarlatti:

Dopo la morte della mia insegnante di piano, all'inizio degli anni Novanta, mi sono avvicinato alla musica cosiddetta leggera: Prima Louis Armstrong, poi Paul Simon e Art Garfunkel, Fabrizio De André, e recentemente Billy Joel. Lo ammetto, sono sempre un po' nostalgico nelle mie scelte, ma ormai non cambio più. D'altronde, Billy Joel è un pianista notevole, come dimostra questo video:




Dopo un periodo di indifferenza (e quasi di fastidio), negli ultimi tempi ho riscoperto il piacere di ascoltare musica mentre correggo gli esami o mentre mi riposo. Mai mentre faccio ricerca o mentre leggo un libro, perché il mio sistema nervoso non sembra capace di sopportare due input diversi contemporaneamente. Ho accettato il fatto che la musica è un piacere e non un lavoro massacrante che ti infiamma i tendini delle dita, e credo di aver raggiunto un rapporto sereno con i miei ricordi di ragazzino che non riusciva a suonare gli spartiti troppo difficili.

martedì 8 luglio 2014

Il ricco

Libro difficile da reperire (ringrazio la biblioteca civica di Erba per il prestito interbibliotecario), Il ricco (Le riche homme nell'originale francese) appartiene a tutti gli effetti all'ultimo Simenon. Scritto nella residenza di Epalinges nel 1970, dunque solo poco prima dell'annuncio di voler interrompere l'attività di romanziere, è stato pubblicato l'anno successivo da Mondadori e mai più ristampato. Un vero peccato, perché lo giudico (per quanto poco valga il mio giudizio) fra i più intensi racconti dello scrittore belga. Ma anche fra i più spaventosi, e capirete presto perché.

Il protagonista di questa trama complessivamente standardizzata è Victor Lecoin, imprenditore ittico dalle parti di La Rochelle (città dove Simenon ha trascorso gli anni dell'occupazione durante la seconda guerra mondiale), sposato con la frigida Jeanne. Nato povero e cresciuto da una donna anziana che lo faceva lavorare nella sua fattoria, Victor si è presto riscattato grazie all'aiuto di un notabile che gli ha concesso lo sfruttamento di una proprietà agricola. Diventato finalmente ricco e potente, ma mai rispettato dai paesani, a quarantacinque anni conduce un ménage solo apparentemente tranquillo.
Privato dalla moglie delle soddisfazioni della carne, frequenta abitualmente un piccolo bordello mascherato da osteria, dove la padrona gli procura due o tre ragazze per volta. Si muove accompagnato dal sordomuto Doudou, fedele come un cane da guardia che comprende tutto nonostante la menomazione. Quando Jeanne assume a servizio la giovanissima Alice, servetta orfana già protagonista di una brutta storia di violenza in casa del precedente padrone, Lecoin precipita nell'abisso. Perde la testa per quella sedicenne acerba e, proprio per questo, provocante; la sogna e la brama al punto che tutti se ne accorgono. Ma Victor è il ricco, nessuno può fargli una colpa per qualche piccola sbandata.
Quando la moglie deve assentarsi per assistere la sorella durante le ultime ore di vita, Victor Lecoin attua il suo piano: possiede Alice, le dichiara il suo amore, inizia a fantasticare di una vita insieme. La giovane resta gelida, quasi esclusivamente per un senso del dovere verso il suo padrone. Non gli dà la minima soddisfazione, pur assoggettandosi alle richieste sessuali dell'uomo. Ora Victor, seppur turbato, deve trovare un modo per cavarsi d'impaccio: dopo il funerale della cognata, che cosa succederà?
Il finale è drammatico, e non lo svelo. Basti ricordare che Simenon non concede (quasi) mai il piacere di un finale lieto.

L'orrore di questo libro si impossessa del lettore pagina dopo pagina. Senza mai calcare la mano, Simenon ci descrive una violenza sessuale ai danni di un minore; ma tutto sembra così normale, così innocente e legittimo che dubitiamo dei nostri principi morali. La delicatezza apparente con cui Lecoin, l'uomo maturo, abusa della piccola Alice ci confonde: Victor non farebbe mai male alla sua amata, eppure (secondo i canoni della nostra civiltà) la stupra ripetutamente.
Si capisce che Il ricco è un romanzo difficile, pieno di insidie. L'onniscienza della moglie Jeanne, che ha capito tutto forse prima del protagonista, scivola nella complicità di reato. Quel reato che, puntualmente, è lavato con il sangue nelle pagine conclusive.

lunedì 7 luglio 2014

Il cliché del matematico

Un aspetto vagamente inatteso del mio profilo di lettore accanito è la (quasi) totale assenza di interesse per i libri di divulgazione matematica. Orpo, direte voi: sei un matematico, con la matematica ci mangi! Possibile che non ti piacciano i volumi piero-angeleschi che parlano delle meraviglie della tua disciplina?

La risposta è: no. O almeno quasi sempre, salvo un numero estremamente ridotto di eccezioni. Sarà che, va da sé, uno dei pochi trucchi per vendere libri che parlano di matematica è presentarli dicendo
Minchia Sabbri, c'è un'equazione che spacca!
oppure inserendo storie tristi e morbose (malattie mentali, menomazioni fisiche, proprietà paranormali e telecinetiche) dei matematici protagonisti. Sarà per tutti questi motivi, ma sinceramente i libri di matematica per il grande pubblico mi danno lo sconforto.

In questi giorni sto leggendo un romanzo un po' particolare, del quale non svelo ancora il titolo: se mai avrò la pazienza di arrivare all'ultima pagina, potrebbe scapparci una recensione. Ma possibile, dico io, che l'autrice narri la storia di un giovane, figlio di due professori di matematica, che da bambino componeva i puzzle al contrario (in senso fisico, cioè guardando il dorso grigio dei pezzi), seppelliva le mosche nei vasi di fiori dopo averle catalogate in base quattro (gruppi 0, 1, 2, 3), e scomponeva i numeri interi in somme di quadrati? E naturalmente (!) arrivava a scuola con uno studio statistico sulle risposte dei compagni alla domanda "Scegli un numero", sottolineando che i numeri dispari piacciono di più di quelli pari. Il suddetto fanciullo, da bravo figlio-di-matematici, rispondeva "$n$, un numero qualunque è $n$."

Ora, io sono un matematico, e se avessi un figlio o una figlia così mi rivolgerei senza indugio ad uno specialista. Di quelli bravi, però!
Battute a parte, la categoria dei matematici è, letterariamente parlando, un sottoinsieme dei Freaks di Tod Browning: fenomeni da baraccone o sfigati repressi. Leggiamo e guardiamo storie di poliziotti (apparentemente deficienti ma) eroici, di avvocati che ribaltano le ingiustizie della società, di fisici che salvano il mondo inventando la bomba ad idrogeno, perfino di ingegneri (quelli che, nelle barzellette, dimostrano i teoremi solo nei casi particolari che funzionano) che inventano oggetti rivoluzionari. Invece il matematico è sempre un po' ritardato, imbranato con le donne (sì, perché le donne matematiche semplicemente non esistono, o al limite insegnano le frazioni alle scuole medie), incapace di allacciarsi le scarpe senza l'aiuto della mamma.

E intanto gli editori ci marciano, pubblicando libri dovi si afferma che il modello più semplice di dinamica delle popolazioni prevede che "la crescita della popolazione sia proporzionale al numero di individui già esistenti, cioè una crescita esponenziale." Ora, Piero Angela ha detto, in prima serata su Rai Uno, che la quantità $y$ e la quantità $x$ sono (direttamente) proporzionali se il rapporto $y/x$ è una costante diversa da zero. Invece la quantità $y$ cresce esponenzialmente con $x$ se sussiste un legame del tipo (semplificando al massimo) $y=a^x$, con $a \in (0,1) \cup (1,+\infty)$.
Ma tanto, chi se ne importa? Forse il lettore cerca la correttezza delle informazioni? Ma va là, il lettore vuole la storia di un matematico asociale che sa dire ai commensali quanto devono pagare la birra e la pizza alla fine della cena. Amen.

mercoledì 2 luglio 2014

Colpo di spugna

Jim Thompson, dopo il celebre L'assassino che è in me, torna in quest'ultimo romanzo importante della sua vita a far parlare il male in prima persona. Il protagonista del lungo monologo è Nick Corey, primo sceriffo della contea di Potts: scansafatiche, ignorante, perverso e corrotto, da anni riesce a farsi eleggere (in Texas gli sceriffi sono eletti al pari di un sindaco) senza aver mai svolto realmente il proprio lavoro. Sposato con una donna che l'ha incastrato con un'accusa falsa di stupro, e costretto a sopportare il fratello ritardato della moglie (chiedo scusa per il linguaggio poco educato, ma sto cercando di calarmi nell'ambientazione del libro), passa di mazzetta in mazzetta senza prendere posizione nei casi più delicati (semplicemente geniale il suo modo di dire "Non dico che tu abbia torto, ma nemmeno che tu abbia completamente ragione"). In un contesto fortemente razzista, secondo cui i negri non possiedono l'anima e purtroppo devono essere conteggiati nella popolazione della contea, si barcamena fra due relazioni clandestine in un crescendo di depravazione. Si toglie lo sfizio di uccidere, a sangue freddo, due papponi che gestiscono il bordello cittadino (bordello illegale, ma tollerato per evitare che gli uomini riversino gli istinti sessuali sulle brave ragazze bianche della contea), e con un'abilità quasi inconsapevole scarica la responsabilità sullo sceriffo della contea vicina.
Quando è stanco della moglie e del cognato che si sbava addosso e si diverte a spiare i vicini dalle finestre, orchestra un piccolo e geniale massacro altrettanto inconsapevole.

Come ci ricorda la bella postfazione dell'edizione Einaudi, Nick Corey incarna tutti i peggiori difetti della società americana: il razzismo, la violenza, la capacità di applicare le leggi secondo convenienza. Ma soprattutto il delirio religioso: perché lo sceriffo Corey sente di essere la spada di Dio, colui che che deve punire i peccati degli uomini. E, parole sue, se non ci sono peccatori, bisogna far pagare il doppio agli innocenti, perché così vuole il Signore.
Proprio questo inquietante fanatismo biblico fa di Colpo di spugna un romanzo intrinsecamente americano. Jim Thompson ebbe una certa popolarità a Hollywood come sceneggiatore, ma i tentativi di trasporre i suoi romanzi migliori per il grande schermo non ebbero mai successo. Ed è piuttosto evidente la ragione: tanto questo libro come il precedente L'assassino che è in me sono narrazioni di un percorso interiore verso l'abisso. I singoli accadimenti contano meno dei lunghi monologhi dei protagonisti, le revolverate sono ridotte a contorno di una violenza etica e morale ben più terribile.
Un ultimo consiglio per gli aspiranti lettori: non fatevi scoraggiare dall'avvio lento. Nick Corey esordisce da personaggio detestabile e apparentemente stupido, al punto da ricordare un Forrest Gump texano. E invece è proprio la sua abilità malvagia a colpire nel segno, dopo i primi capitoli di introduzione.

martedì 1 luglio 2014

Hollow City


Continuano le avventure di Jacob Portman e dei suoi amici... Speciali. Due anni dopo il primo libro, Ransom Riggs ritorna con la seconda puntata della saga di Miss Peregrine. Se non ricordate la mia precedente recensione, vi rinfresco la memoria.

Jacob Portman è un adolescente della Florida il cui nonno è stato ucciso da una creatura mostruosa. Di scoperta in scoperta, Jacob apprende di essere uno Speciale, cioè una creatura dotata di poteri particolari e appartenente ad una stirpe antichissima. I suoi simili sono ancora molti, vivono nei cosiddetti cerchi, e sono minacciati dagli spettri e dai vacui. Ogni cerchio è governato da una ymbryne, il vero obiettivo dell'attacco finale sferrato dagli spettri. Alla fine del primo libro, la ymbryne Miss Peregrine era stata rapita dopo aver assunto l'aspetto di un rapace. Il secondo libro inizia proprio dalla liberazione di Miss Peregrine da parte della banda di Bambini Speciali guidati da Jacob e da Emma Bloom.

La scena si sposta dal Galles all'Inghilterra, e segnatamente alla città di Londra durante i bombardamenti del 1940. Gli spettri sono alleati dei tedeschi (una piccola banalità che possiamo perdonare all'autore) e hanno ormai sequestrato tutte le ymbryne, ad eccezione di Miss Peregrine e della fantomatica Miss Wren. Di cerchio in cerchio, e facendo amicizia con nuovi Speciali, il gruppo cerca di trovare Miss Wren, l'unica persona capace di riportare Miss Peregrine alla sua forma umana. C'è posto per i sentimenti (di Jacob per Emma, già evidenti nel primo volume), e il finale è scoppiettante: proprio quando la storia sembra evolvere verso un lieto fine, ecco il colpo di scena che getta le basi per il successivo volume.

Naturalmente Riggs prosegue il gioco delle foto d'epoca: le pagine del libro sono punteggiate da vecchi scatti in bianco e nero, i cui soggetti entrano a far parte della trama. Le quattrocento pagine scorrono piacevolmente sotto le dita, senza cali di intensità: è la consacrazione di una nuova saga fantasy che promette ancora molto divertimento.