domenica 22 giugno 2014

Una commedia italiana

No, decisamente sono allergico alla letteratura italiana contemporanea. Mi sono impegnato, ho fatto uno sforzo, ho acquistato questo romanzo di Piersandro Pallavicini, l'ho letto. Ma dire che mi sia piaciuto, proprio non posso.


Giusto per sgombrare il campo da possibili equivoci, la foto di copertina non c'entra un tubo con la trama. Senza essere prolissi, ci sarebbe Carla Pampaloni Scotti, professore associato di chimica all'università di Milano, e figlia del dottor Pampaloni, già formaggiaio su scala industriale nella Milano degli anni Sessanta. Il Pampaloni Alfredo, dottore per tic linguistico, è palesemente rimbambito, e convoca tutta la famiglia nella casa vetero-moderna di Solaria, Trentino. Famiglia composta da Carla, dal fratello Rogoredo detto Edo, e rispettive progenie. Il Rogoredo vive da anni a Londra, è sposato con la snob Margareth ed ha due figli apparentemente deficienti. Anche Carla sarebbe sposata con Gigi, fisico negli Stati Uniti; ma il marito non ama le riunioni familiari, e resta in California a fare i suoi esperimenti. 

In questo clima caotico, fra indigeni che parlano con le dieresi (ad imitazione della parlata trentina, forse confusa dall'autore con la parlata altoatesina), si dipana una storia di miseria e nobiltà, di morte imminente e contadini rancorosi. Colpo di scena finale, frizzi, lazzi e commozione.


Spacciato per un libro di irresistibile comicità nel migliore stile della commedia italiana (però, che originale interpretazione!), a me è sembrato soprattutto un tentativo di scrivere una cosa simpatica ad ogni costo. Sovrabbondante di espressioni milanesi che nemmeno al festival della Lega Nord, Pallavicini finisce per essere stucchevole e molto prevedibile. Per non dire dell'esaltazione della moralità italica, per cui sarebbe quasi eroico utilizzare i soldi di un'evasione fiscale decennale per assumere la propria pupilla in università. In sintesi, siamo tornati al motto poveri ma belli, e sinceramente anche un po' coglioni (se mi passate il francesismo). Come altro definire il carabiniere che contrabbanda selvaggina con il villico di turno, o la poliziotta che si spara nel piede dopo trent'anni di onorato servizio? 

Un libro da spiaggia, nulla di più.

sabato 21 giugno 2014

Il viaggiatore di terza classe

Meglio noto al pubblico italiano con il titolo L'impiccato di Saint-Pholien, questo racconto di Geroges Simenon è uno dei più avvincenti e meglio strutturati dell'intera produzione con protagonista il commissario Maigret. La versione che ho appena terminato è una antichissima traduzione, di quelle in cui i nomi propri erano sistematicamente italianizzati secondo l'abitudine fascista. Alcuni passaggi, letti oggi, fanno sorridere; eppure mi sono goduto questo romanzo completamente.

La storia offre tutti gli ingredienti più suggestivi del repertorio simenoniano: un pover'uomo, viaggiatore appunto in terza classe dalla Francia al nord della Germania, si suicida senza aprenti ragioni in una triste camera d'albergo. Maigret, che lo seguiva, assiste dal buco della serratura della porta al suicidio, e sente il dovere di indagare pur essendo in terra straniera. Da questo momento la sua vita sarà in pericolo, e dovrà vedersela con tre personaggi ambigui che nascondono un misterioso crimine del passato. I capitoli conclusivi sono sorprendentemente intensi e molto cinematografici. Il finale è amaro: a volte la legge non riesce a fare giustizia, è sufficiente la vit

venerdì 20 giugno 2014

Parole in libertà dopo la maturità

Ieri si è celebrato il secondo tempo di una delle manifestazioni più antiche della storia d'Italia: l'esame di stato, meglio conosciuto come esame di maturità. E dopo la teoria di affermazioni scioccanti come "Matematica allo Scientifico", "Integrali allo scientifico", "Numeri e lettere allo scientifico", finalmente sono state pubblicate (per la gente comune, i maturandi probabilmente hanno trovato le soluzioni in Rete dopo mezz'ora dall'inizio della prova) le soluzioni ai quesiti. Metto il link del Corriere della Sera soltanto perché conosco personalmente uno dei due risolutori.

Tempo due ore, ed ecco che fa la sua comparsa il sempre-intelligente-e-scomodo PierGiorgio Odifreddi, uno che ha imparato subito a riconoscere la legge di proporzionalità inversa fra l'intelligenza delle dichiarazioni alla stampa e l'eco conseguente. In un video che offre tutto il fascino-irresistibile-dello-scienziato-scomodo-e-indipendente, il buon PierGiorgio  stronca nettamente (quanto è scomodo questo matematico, signora mia!) il testo d'esame, sostenendo in pratica che con una matematica così, è inevitabile che i giovani la prendano in odio.

Non ho avuto tempo di svolgere gli esercizi, fra un (inutile) corso di formazione sulla prevenzione della corruzione e un'emergenza informatica, ma ho letto gli svolgimenti. Mi è sembrato un compito onesto, ben commisurato ai contenuti trattati nel triennio del Liceo Scientifico. Ho l'impressione che Odifreddi ceda alla tentazione di criticare l'ultimo passaggio di una filiera senza considerare che, probabilmente, l'oggetto della critica dovrebbe essere collocato molto prima. Fuori di metafora, se il programma di matematica prevede gli integrali, è inevitabile che la prova d'esame verta sugli integrali. Ma sorvoliamo su questo apparente difetto di consequenzialità logica. Infine, l'esame di maturità non è un mezzo per scoprire talenti, vivaddio. È l'esame conclusivo di un ciclo di studi, e ci mancherebbe pure che il livello di difficoltà premiasse solo gli studenti già pronti per eccellere in un corso di laurea in matematica.

Ammettiamo dunque che la critica sia all'impostazione del sistema e non già al mero esame conclusivo. Il PierGiorgio Odifreddi incoraggia l'introduzione di una matematica più dilettevole e curiosa, per usare il titolo di un fortunato libretto di cent'anni fa edito da Hoepli. Ci può stare, con qualche riserva. Ciò che a mio modestissimo avviso stona, in questa crociata contro la noia della matematica, è l'assunto che la matematica debba essere divertente ed applicata. Ehm... chi l'ha detto?

Mi spiego meglio, o almeno ci provo. Far credere che i matematici siano tutte persone che si svegliano al mattino e hanno un'idea brillante è pura mistificazione. Almeno il 70% della ricerca in matematica è fatto di applicazioni di tecniche e di generalizzazioni di teoremi altrui. Poi c'è una percentuale, minoritaria, di idee innovative e talvolta rivoluzionarie; ma la vita quotidiana del matematico è composta soprattutto da calcoli talvolta faticosissimi. Secondo me questa non è nemmeno una rivelazione: c'è qualcuno ancora convinto che il gioco del calcio sia appannaggio di Pelè, Platini, Maradona? Che cosa avrebbero fatto questi campioni, senza la collaborazione dei tanti Evaristo Beccalossi?

Perché la scienza è solo raramente puro divertimento. Per un risultato eclatante, servono quasi sempre mesi (o anni) di lavoro da "sgobbone". Ai matematici del 2014 servono tutti gli strumenti sviluppati in secoli di ricerche, altro che i problemini che si risolvono solo con i famigerati approcci non standard. Non sto cantando le lodi della mediocrità, al contrario sostengo l'importanza di una comunicazione realistica e disincantata della matematica (e di tutta la scienza, direi).

Nella mia semplicità di persona qualunque ho sempre pensato che un Liceo debba gettare le basi e costruire le fondamenta: per le (eventuali) opere di design ci sarà tempo all'università. Per questo ho sempre segretamente tifato per Johnathan Evans Prichard, professore emerito. Se questo nome vi è nuovo, vi rinfresco la memoria: è l'autore del manuale di letteratura che Robin Williams fra stracciare in una celebre scena del film L'attimo fuggente. Riporto il dialogo più significativo:
Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito. Per comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica, la rima e le figure retoriche e, poi porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine. La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia, diventa una questione relativamente semplice. Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza. Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza. Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia.
Ho sempre tifato per il professor Prichard perché la ricerca non va avanti con il metodo di Robin Williams. Se tutti i matematici avessero disdegnato i calcoli lunghi e noiosi, quanta matematica bella ed importante avremmo perso!

Io non possiedo ricette miracolose, ma uno spunto l'avrei: smettiamo di abbassare la qualità dell'insegnamento universitario, e restituiamo all'insegnamento liceale la sua finalità naturale di costruzione del primo piano dell'edificio culturale. I talenti naturali emergeranno comunque, e avranno successivamente il modo di dimostrare la propria originalità nelle sedi opportune. Conoscere ed usare la trigonometria e le regole di integrazione indefinita serve al matematico quanto i principi della statica servono a Renzo Piano.

martedì 17 giugno 2014

I had a dream ai confini della realtà

Il professore entrò nel suo ufficio, accese il computer e lesse la posta elettronica.


From: Studenti
To: Professore
Subject: Suggerimenti per il suo corso

Caro professore,

siamo i rappresentanti degli studenti del suo corso di XXX, e ci siamo incontrati per elaborare alcune proposte atte a migliorare il suo corso. Sintetizziamo le nostre idee:

  1. faccia soltanto due appelli d'esame ogni anno;
  2. gli esami scritti dovrebbero contenere esercizi molto impegnativi, che diano soddisfazione a chi riesca a risolverli;
  3. abbassi i voti finali, sempre per dare maggiore soddisfazione a noi studenti;
  4. riduca il numero di ore di lezione frontale, aumentando contemporaneamente la quantità di contenuti;
  5. abolisca l'orario di ricevimento, così da stimolare gli studenti al lavoro autonomo;
  6. comunichi la data d'esame con un solo giorno di anticipo, per incoraggiare gli studenti ad essere sempre preparati;
  7. se, durante un esame orale, lei dovesse avere la tentazione di porre una domanda aggiuntiva nella speranza che lo studente interrogato recuperi qualche punto, per favore non lo faccia e, anzi, allontani lo studente con il voto che merita.
Siamo consapevoli che queste proposte saranno difficili da accettare, purtuttavia (!) confidiamo che lei possa trovare un compromesso ragionevole.

Con i migliori saluti.


Questo è il messaggio che il professore trovò nella sua casella, in un giorno qualunque... ai confini della realtà.

domenica 15 giugno 2014

Notizie dalle tenebre

Appuntamento di fine primavera per i fan di Joe R. Lansdale, in una raccolta di racconti in esclusiva per il mercato italiano. Non tutti i titoli sono inediti, e la lunga prefazione lascia presagire un secondo volume nel prossimo futuro.

Lansdale è, a tutti gli effetti, un fenomeno: nella sua carriera ha toccato praticamente ogni genere di letteratura con esiti di alto livello. Inevitabilmente ogni lettore ha le proprie idiosincrasie (io, per dire, non sopporto il ciclo del Drive In che molti altri adorano), ed effettivamente non ho apprezzato proprio ogni singolo racconto. L'ultimo, L'isola del terrore, mi è costato una certa fatica e mi sembra una mezza sciocchezza. Il breve Il vecchio sulla sedia a rotelle è una caricatura texana di Sherlock Holmes che lascia il tempo che trova.
Ma questo libro offre qualche vero gioiello: l'amarissimo Le stelle cadono, in cui un reduce della Grande Guerra scopre che non necessariamente quelli a casa sono felici di rivederti vivo. Oppure il surreale L'uomo pieghevole (Basato sulla leggenda dell'auto nera), ispirato ad una leggenda metropolitana sulla notte di Halloween. E che dire dell'americanissimo Bubba Ho-Tep, con un Elvis Presley avvizzito che lotta contro una mummia egizia?

In attesa di una nuova avventura di Hap & Leonard e di un nuovo romanzo-romanzo (dopo il recente La foresta), questo tomo di quasi cinquecento pagine placherà la sete dei lettori di Lansdale per i prossimi mesi.

sabato 14 giugno 2014

Dalle funzioni ai modelli

Ho ricevuto una copia saggio di questo nuovo libro edito dalla Casa Editrice Ambrosiana, e naturalmente l'ho sfogliato per farmene una prima idea. Il testo presenta alcuni argomenti fondamentali per i corsi di un primo anno di laurea ad indirizzo "scienze della vita" (biologia, biotecnologie, ecc.): vettori e matrici, funzioni, calcolo differenziale ed integrale, cenni alle equazioni differenziali. Rispetto ad un testo più vecchio degli stessi autori, qui manca completamente la statistica, che effettivamente non trova quasi mai spazio nell'unico insegnamento di matematica per questo tipo di lauree.

Il libro è estremamente affascinante per la quantità di modelli biologici presentati nei riquadri di complemento; lo è assai meno per il contenuto matematico, a mio modesto parere. Per il livello qualitativo, è paragonabile ad un testo liceale dei miei tempi, secondo l'abitudine (l'andazzo?) degli ultimi anni. Dopo aver insegnato per decenni che della matematica bisogna spiegare il perché più del come, oggi ci stiamo rimangiando tutto. Quindi via libera alle tabelle sulla gerarchia degli infinitesimi (da mandare a memoria, visto che non c'è traccia di giustificazione), alle tabelle di primitive, all'omicidio di primo grado delle definizioni rigorose.

Non dico che un insegnamento di calcolo elementare sia inopportuno: dico invece che è inopportuno che resti l'unica frequentazione con la matematica moderna nella carriera di uno scienziato. Ho già fatto questi discorsi altre volte, quindi non mi ripeterò. Ribadisco comunque il mio giudizio su queste opere didattiche: ammiccano alla sciocchezza secondo cui bisogna rendere banali le materie complesse, per non turbare l'equilibrio dei giovani allievi. Povere stelle, perché non spostiamo le tabelline all'ultimo anno di liceo, e le frazioni all'università? E pazienza se alcuni studenti del primo anno di matematica non comprendono la distinzione fra "esiste" e "per ogni": la vita è dura, non vorremo angosciarli anche con la definizione di integrale secondo Riemann, vero?

domenica 8 giugno 2014

La settimana bianca

Emmanuel Carrère è l'autore di uno dei libri più venduti dello scorso anno, del quale sinceramente non mi è mai importato un piffero. La settimana bianca è invece la tipica operazione editoriale con cui si recuperano le opere passate sull'onda dell'attenzione presente: senza l'enorme successo di Limonov, questa intrigante storia sarebbe rimasta a prendere polvere sulle bancarelle dell'usato.

Sarebbe stato un errore enorme, perché il libro è assolutamente bello. Io l'ho letto con lentezza da bradipo, ma immagino che si possa finire in un pomeriggio. La settimana del titolo è quella che il piccolo Nicolas si appresta a trascorrere in uno chalet con i compagni di classe, la maestra e due giovani accompagnatori, Patrick e Marie-Ange. Tipico ragazzino represso, onestamente sfigato, spaventato dalla propria ombra, letteralmente pisciasotto, Nicolas è accompagnato dal padre sul luogo della vacanza per scongiurare il rischio del viaggio in pullman. Peccato però che il padre, rappresentante di prodotti farmaceutici e ortopedici, dimentichi nel bagagliaio lo zaino del bambino prima di ripartire per il suo giro di visite ai clienti.
Dunque Nicolas comincia la vacanza senza nemmeno il pigiama, fra le prese in giro dei compagni. Patrick gli compra il necessario per affrontare il corso di sci, ma Nicolas è sconvolto e bagna il letto. In preda alla disperazione e alla vergogna, si rifugia nell'autobus e ci trascorre una notte, rimediando soprattutto un febbrone da cavallo e qualche giorno di coccole e attenzioni. Niente di che, in fondo.
Ma un pericolo ben peggiore è in arrivo: i gendarmi stanno cercando un altro ragazzino, scomparso da alcuni giorni senza lasciare tracce. Nicolas arriva a fantasticare di ritrovarlo con una personale indagine, fino alla tragica notizia del ritrovamento del piccolo, stuprato e ucciso. Chi si è accanito su quel povero bambino?
A questo punto un lettore smaliziato potrebbe intuire la verità (io ci sono arrivato facilmente), ma non voglio guastare la sorpresa.

Essendo abituato alle trame americane, la marginalità della storia criminosa mi ha lasciato perplesso: Carrère aveva un racconto intriso di perversione e delitti, e lo ha sprecato rincorrendo i turbamenti di un dodicenne che scopre il proprio sperma? Non sto scherzando, questa faccenda dell'appendice fra le gambe di Nicolas ha una centralità grottesca nel romanzo.
Dico io: invece di introdurre un poliziotto che si lancia sulle tracce dell'assassino, Carrère scrive pagine e pagine sul torpore causato dalla febbre? Sembra incredibile, ma è proprio ciò che accade. Carrère non è Joe Lansdale, e questa non è una puntata di Criminal Minds.
Il protagonista è Nicolas, il pisciasotto, che non diventerà mai un agente dell'FBI ossessionato dai fantasmi del trauma infantile. È solo un ragazzino, catapultato in una storia raccapricciante più grande di lui. D'altronde è questa la differenza fra la realtà e Hollywood, giusto?


No rehearsal

In questa mattina di domenica, addì 8 giugno 2014, faccio pubblicamente una confessione: di solito non ripeto i seminari, nel senso che non faccio le "prove" qualche giorno prima. Se state esclamando "Ah, adesso si spiega tutto!", e ci potrebbe stare, probabilmente il resto di questo post vi interesserà poco.

Sì, dicevo: ovviamente preparo le slides del mio talk (ma come miiii.... si dice in italiano?). Però non mi metto davanti ad un muro a fare le simulazioni. Forse sarebbe saggio, forse sarebbe professionale. Però non lo faccio.
Perché? Perché mi mette una tristezza infinita. Innanzitutto, l'idea di andare davanti al pubblico a recitare una specie di litania imparata a memoria è veramente mortificante. E poi un seminario è un'attività tutt'altro che individuale: basta una domanda inaspettata per farci perdere il filo del discorso, e allora bisogna saper interagire con le persone che ci stanno ascoltando. Se mi preparassi un discorso rigido, rischierei di fare la parte dello studente che ha imparato a memoria senza capire. Queste cose le può fare il presidente della Repubblica la sera del 31 dicembre, tanto nessuno alzerà la mano per interromperlo.

E poi, ripeto, mi sento sciocco ad organizzare i minuti di un seminario a tavolino. Mi ricorda gli (innumerevoli) tentativi di attaccare bottone con le ragazze: io dico questo, lei risponde quello, poi io aggiungo quest'altro. Ovviamente queste fantasie cadono a pezzi alla seconda battuta, e lì è fondamentale l'improvvisazione. Se dici "ciao" aspettandoti un "ciao", ma lei dice "togliti di torno, deficiente", è matematicamente certo che puoi stracciare il copione che avevi in mente.

Scherzi a parte, so di essere una persona insopportabile, che ama non solo i contenuti dei seminari ma anche l'abilità del conferenziere. Dopo aver fatto un seminario ho il classico momento di autodistruzione, in cui mi pento di ogni singola parola pronunciata. Tendo ad essere molto severo con me stesso, e forse lo sono anche con gli altri.
E poi tendo a fare seminari piuttosto "leggeri", cioè privi di troppi dettagli tecnici. Ho ricevuto anche qualche amichevole rimbrotto per questa abitudine, ma non mi convinco che sia così sbagliata. Quando leggiamo una dimostrazione complessa, magari importante ma piena di tecnicismi, dobbiamo prendere appunti, fare qualche calcolo: dobbiamo capirla. Come possiamo pretendere di incastrare l'angosciante sketch of the proof nei sette minuti restanti prima che il chairman ci interrompa?

Insomma, posso dire che il mio seminario ideale è quello che mi faccia pensare "Che problema interessante, anch'io sarei capace di lavorarci!". Purtroppo il modello dominante, e non fatico ad immaginarne le ragioni, è il seminario che vorrebbe far esclamare "Azz, questo ha risolto completamente un problema inavvicinabile".
I migliori conferenzieri non hanno paura di ammettere l'incapacità di trattare un caso più generale o di risolvere il problema sotto ipotesi meno restrittive, perché sanno che tutto questo fa parte della vita degli scienziati.