sabato 31 maggio 2014

Una piccola storia semplice

Dieci anni fa, una persona alla quale ho voluto davvero tanto bene mi disse: "Dovresti proprio conoscere A.M., sono sicura che ti sarebbe simpatica fin dal primo momento."
Ieri l'ho conosciuta, e ho capito che di aver buttato via dieci anni. Ora sono triste, perché probabilmente non la rivedrò.

Non puoi tornare a casa

Una scoperta sorprendente, questo libro dello scrittore americano Wiley Cash. Una storia di quel Sud che per noi europei sembra strano definire in questo modo: il West Virginia e il North Carolina non sono davvero così tanto a sud, ma la visione geografica degli americani a volte è sfuggente.

In una piccola città della Carolina del Nord c'è una chiesa, guidata da un personaggio ambiguo che sottopone i fedeli a vere e proprie torture con i serpenti. L'edificio destinato al culto è mantenuto nella riservatezza più completa, le finestre schermate da vecchi fogli di giornale per impedire ai curiosi di guardare all'interno. Un giorno, una domenica, la comunità sottopone un bambino muto ad un rituale per ottenerne la guarigione; le cose prendono però la piega sbagliata, e il piccolo muore.
Dalle voci alternate dello sceriffo, di una donna anziana che aveva in cura i bambini del paese, e del fratello maggiore della vittima, il lettore scopre la meschinità e la corruzione portata da quel pastore perverso, fino al classico finale americano con delitto, castigo e armi da fuoco.

Ho apprezzato questo romanzo, forse perché ho un debole per le storie in cui la giustizia trionfa e i cattivi muoiono. Qui muore anche qualche buono, per essere sinceri. In ogni caso, non aspettatevi un intreccio raffinato e cerebrale; tutto è proprio così come sembra, non ci sono colpi di scena. Potrebbe diventare un film di discreto successo, e chissà che qualcuno non ci stia già pensando.

venerdì 16 maggio 2014

Radiomorte

Passeggiando per Como una domenica pomeriggio, ho visto la vetrina di una libreria completamente occupata da questa copertina gialla con il teschio stilizzato. Mi sono avvicinato e ho annotato mentalmente il titolo del libro: Radiomorte. Una volta a casa ho fatto qualche ricerca sull'autore, che sinceramente non conoscevo: italiano, anzi bolognese, quarantenne, specializzato in un genere di letteratura che non amo. Insomma, aveva il profilo perfetto per dispiacermi.

Un giorno ho scovato il romanzo a metà prezzo in una catena dell'usato, e ho deciso che poteva valere la pena di sperimentare. Ovviamente la trama è descritta in termini enfatici, ed in effetti è accattivante. C'è una famiglia, i Colla, che gira radio e televisioni per pubblicizzare i libri del patriarca Fabio. Libri dedicati alla costruzione della felicità e della serenità, per creare il prototipo della famiglia perfetta. I Colla (Fabio, la moglie Patrizia, la figlia Giulia e il figlio Davide) ricevono attraverso l'addetto stampa un invito presso una radio locale, situata accanto all'autostrada. Con il loro sorriso di ordinanza stampato in volto si mettono in macchina e pregustano la solita intervista semplice e trionfale. Li accoglie Kristel, una ragazza vagamente punk, piena di piercing e con i capelli di un colore improbabile, che li fa accomodare nella sala di registrazione. L'intervista inizia, ma prende subito una brutta piega.
Kristel rivela ai Colla il suo folle (folle?) piano: li ha rinchiusi, non hanno possibilità di fuga, e all'alba del giorno successivo li ucciderà con un potente gas velenoso. Anzi, ucciderà solo uno di loro: dovranno scegliere il nome del sacrificato. Le ore passano, e Kristel annuncia ancora un po' di vita, in cambio però della confessione, da parte di ciascuno dei Colla, della peggiore azione commessa in passato. Uno ad uno, i membri della famiglia perfetta sfilano davanti al microfono, e confessano.
Ovviamente non posso rivelare i dettagli successivi, ma posso anticipare un buon numero di colpi di scena e, soprattutto, l'esistenza di una trama tutt'altro che folle dietro alla messinscena.

Nonostante la buona partenza, il romanzo non mi ha convinto. L'ipotesi che i Colla siano vittime innocenti di una sociopatica tramonta subito: troppo banale, troppo americano. Tuttavia il brodo si allunga eccessivamente, le continue concessioni di tempo in cambio di particolari scabrosi rompono la tensione. Certamente Morozzi riesce ad attrarre il lettore verso una congettura che non potrà essere corretta, ma ad un certo punto la soluzione si intuisce. Anche il fatto che un membro della famiglia sia il vero obiettivo del piano criminale è facilmente intuibile. Il vero momento di svolta del racconto, un'estrazione a sorte, restituisce (guarda la coincidenza!) proprio il risultato che fa gioco alle trame di Kristel: un semplice colpo di fortuna?

E poi c'è questo stile da scrittore italiano della generazione dei quarantenni, del quale comincio ad avere le tasche piene. Chissà perché non sembriamo capaci di scrivere storie semplici, come usano i grandi autori anglosassoni. Le trame sono piene di giravolte, sembra così e invece è cosà, il lettore deve essere avvolto in situazioni inattese e dunque spesso improbabili e forzate, fino alla rivelazione della verità. Che purtroppo odora di stantio.

giovedì 15 maggio 2014

Alpi segrete

Se amate la montagna, ma soprattutto se amate la montagna non selvaggia ma selvatica, Alpi segrete di Marco Albino Ferrari è il libro che fa per voi. L'autore è il fondatore del periodico Meridiani Montagne, nonché alpinista d'esperienza.

Articolato in un ideale verso di percorrenza Ovest-Est, il volume raccoglie pochi capitoli dedicati ad altrettanti luoghi segreti della catena alpina. Dalle valli cuneesi alle Alpi Giulie, passando per la Valtellina e le Dolomiti, il lettore che cerchi spunti per un'escursione lontano dal traffico delle mète più famose troverà pane per i suoi denti.

Un'avvertenza: il tono dell'autore è talvolta duro, forse eccessivamente duro. Di fatto tutti i capitoli sono attraversati dall'annosa questione dell'atteggiamento verso la montagna: da un lato ci sono gli amanti della montagna, dall'altro i montanari. I primi sono quasi sempre cittadini che idealizzano l'ambiente alpino all'estremo, e si dibattono fra la tutela dell'ambiente selvatico e la diffusione delle comodità urbane fin sulle vette. I secondi, che in montagna vivono da sempre e da essa devono trarre sostentamento, appaiono politicamente scorretti, un po' austeri e burberi.
Ferrari ha un'avversione evidente per la commercializzazione dell'ambiente montano, e per le inevitabili degenerazioni (si pensi a Cortina, Courmayeur, e agli altri luoghi dove "anche la neve è firmata"). Questa posizione rischia di mortificare l'entusiasmo che il lettore tende a sviluppare quando legge che sono sempre più numerosi i musei della montagna. Ferrari non esita a liquidarne alcuni alla stregua di ammassi di ciarpame uscito dai solai, totalmente privi di valore scientifico e storico.
Oppure, ma devo confessare che non è stata una sorpresa, attacca piuttosto duramente i cosiddetti MMM, i musei della montagna di Reinhold Messner in Alto Adige. Messner è uno dei migliori alpinisti contemporanei, ma alla prima visita dei suoi luoghi si nota una certa ispirazione commerciale spinta.

Ad ogni buon conto, il capitolo finale dedicato all'orso Dino è emblematico. Questo orso, nato nella foresta slovena, nel 2009 ha deciso di intraprendere un viaggio quasi picaresco verso la frontiera occidentale. Attraverso la foresta di Tarvisio e le Dolomiti, si è spinto fino alle porte di Verona. L'eco mediatica è stata forte, ed è immediatamente nata la partigianeria: ecologisti di città contro abitanti delle valli. Persone pronte a difendere un animale del tutto sconosciuto e mitizzato contro lavoratori esasperati dai massacri di animali compiuti da Dino.
La fine, tutt'altro che lieta, contiene un risvolto beffardo che non voglio svelare, e che probabilmente resta negli archivi on-line dei quotidiani. Il caso, tutto sommato banale, è diventato il paradigma della lotta fra l'uomo e la natura, ma soprattutto fra l'uomo che può permettersi di osservare la natura e l'uomo che deve invece convivere con essa e con i suoi pericoli.

Ho imparato molte cose sulle Alpi Giulie, un segmento cui sono particolarmente affezionato e al quale Ferrari dedica il capitolo più tecnico e articolato dell'intero libro.

sabato 10 maggio 2014

Maigret e il caso Simenon


Maurizio Testa è un giornalista di lunga carriera, ma anche un appassionato cultore dell'opera di Georges Simenon. Dal 2010 cura il sito internet Simenon-Simenon, con aggiornamenti quasi quotidiani sul grande scrittore belga.

Maigret e il caso Simenon è stato scritto esattamente vent'anni fa, e da poco è disponibile anche in formato elettronico. Quando l'ho saputo, mi sono finalmente deciso ad approfittare dell'opportunità  di leggere questo racconto lungo di cui avevo sentito parlare. Il fatto è che le operazioni di "resurrezione" dei personaggi famosi non mi convincono, perché avverto quasi un senso di tradimento per gli ideatori che non ci sono più.
Questo però non è un romanzo scritto per approfittare della fama del commissario Maigret: è piuttosto una (superficiale) biografia di Simenon raccontata attraverso un'immaginaria indagine che Maigret deve svolgere proprio su suo... padre. Il giudice Comelieu, e sopra di lui addirittura un funzionario vicino alla presidenza della Repubblica, convoca nel suo ufficio il commissario del Quais des Orfèvres e gli comunica che dovrà raccogliere tutte le informazioni possibili sulla vita del defunto Georges Simenon. Impossibile fornire dettagli sulle motivazioni: esegua gli ordini!

Maigret, che in questa fiction è un essere umano in carne ed ossa il cui nome è stato usato in decine di romanzi polizieschi che pure non ha mai letto, inizia a ricostruire le tappe fondamentali dell'esistenza dello scrittore, ben noto per la sua irrequietezza e per i continui spostamenti di domicilio da una parte all'altra del mondo. Il lettore scopre così alcuni elementi biografici passati alla storia, come le leggendarie diecimila donne amate (si fa per dire, forse sarebbe più opportuno scrivere possedute) e i sospetti di bigamia ai tempi della permanenza negli Stati Uniti.

Sia chiaro, nulla di nuovo per chi apprezza Simenon; e neppure una biografia completa. D'altronde Testa non aspirava a questo mentre scriveva il suo libro. Dubito anche che un neofita possa sentirsi incoraggiato ad approfondire grazie a questo testo, alquanto superficiale. Il cosiddetto colpo di scena conclusivo tira in ballo l'evento più funesto in tutta la lunga vita di Simenon, cioè il suicidio della figlia Marie-Jo e di un sospetto incesto raccolto nel diario della ragazza.
Ecco, la storia del rapporto fra Simenon e Marie-Jo è complessa e magnifica, pur avendo un'ombra di malattia. Estrarne un istante non rende forse giustizia alla realtà.

Riassumendo, Maigret e il caso Simenon potrebbe piacere più a quanti già amano e conoscono lo scrittore belga, e costituisce un piacevole divertissement letterario per trascorrere qualche ora piacevole.

martedì 6 maggio 2014

Uni(versità) per tutti

Quella dal 12 al 17 maggio sarà la settimana di Unipertutti, tutti per l'Uni! Rimandando al sito ufficiale per le informazioni anche logistiche, mi piace l'idea di dedicare un post a questa iniziativa. Chi mi conosce personalmente sa che non sono facile agli entusiasmi, e non userò punti esclamativi a ripetizione. Piuttosto, cercherò di raccogliere qualche riflessione.

Che cos'è, nel 2014, l'università? Pur non avendo commissionato un sondaggio, immagino che molti italiani risponderebbero che l'università è un luogo dove si va a studiare dopo il liceo, per prendere la laurea. E già questa risposta, pur apparentemente sensata, è un po' svilente. Perché? Beh, soprattutto perché l'università è anche (e auspicabilmente soprattutto) un luogo dove vengono sviluppate le idee che poi gli studenti apprenderanno: è cioè il luogo dove si fa ricerca.

Ma che vuol dire fare ricerca? Perché dovremmo farla? Non se ne può proprio fare a meno?
Ecco, in tutta sincerità: in senso stretto, se ne può fare a meno. Dopotutto, svariate generazioni si sono succedute in epoche piuttosto barbare, nelle quali la sussistenza era lo scopo ultimo della vita. Quando c'erano una grotta o una capanna sopra la testa, e una mucca per avere latte e formaggio, si tirava avanti.
Sollevando però lo sguardo e considerando il panorama, certo non erano tutte rose e fiori: basti pensare alle malattie, al tasso di mortalità, alle condizioni igieniche. E allora sembra evidente che c'è una differenza profonda fra il verbo potere e il verbo convenire.

Si può vivere come bruti, ma forse "fatti non fummo". Quasi tutto ciò che ha trasformato un calvario perpetuo in una vita tutto sommato confortevole è frutto del lavoro e della ricerca: le medicine e le tecniche chirurgiche, il motore a scoppio, il telefono fisso e mobile, internet. I pionieri del Far West, una volta scoperti giacimenti di petrolio, mandavano i figli a farsi una cultura nelle migliori università per garantire loro un avvenire di progresso e di benessere. Se lo facevano i cow-boys, magari possiamo farlo anche noi...

Ma, dice l'uomo della strada, perché sprecare soldi nella ricerca? Non è più furbo aspettare che qualcun altro brevetti un'idea, per poi comprarne i diritti? Anche qui: sembra furbo nei primi istanti, ma diventa piuttosto sciocco nel medio periodo. Perché, insegna la teoria dei giochi, i nostri competitori non sono rimbambiti: giocano per vincere e sanno come farsi valere. Se ho avuto una brillante idea, magari te la vendo, ma te la vendo al prezzo che vale, e comunque tu resti sempre lì a dipendere dalla mia idea.

Dunque è conveniente (non strettamente necessario, ma siamo sicuri di voler partire con il freno a mano tirato e legarci ad una prospettiva di subalternità e di dipendenza?) perseguire la ricerca, e incentivarla. È un investimento e certo non l'affare per diventare ricchi in una notte, ma è un ottimo investimento a lungo termine.
Se la prospettiva che i nostri figli producano le scarpe più belle del mondo in cambio di una ciotola di zuppa non è quella che auguriamo loro, apriamo gli occhi ed entriamo nelle università. L'iniziativa UniPerTutti è l'occasione giusta per spingere lo sguardo più in là, oltre l'orgoglio dell'ignoranza che sta relegando l'Italia ad un ruolo da comprimario nella costruzione del futuro.

sabato 3 maggio 2014

La democrazia dell'email

Pochi giorni fa, Matteo Renzi ha annunciato l'attivazione di un indirizzo email per raccogliere le proposte popolari di riforma della Pubblica Amministrazione. Ieri, il ministro Marianna Madia (la cui presenza al governo è per molti un mistero imperscrutabile) ha scritto su Twitter che sono già arrivate tremila email.
Quando ho letto le parole del ministro, ho fatto due conti della serva: poiché il governo ha annunciato il testo della riforma della P.A. fra quaranta giorni, e pur ammettendo che l'invio di email non abbia un comportamento lineare nel tempo, alla fine la casella di posta conterrà qualche decina di migliaia di messaggi. Ognuno di essi, mediamente, conterrà almeno tre "idee geniali"; A fronte di queste considerazioni, la prospettiva più realistica è che qualche funzionario dia un'occhiata ad un piccolo campione di quei messaggi, e ne estragga un pugno di proposte già concepite dal governo medesimo. Il resto saranno byte stracci, se non, ahinoi, carta straccia.

Quella appena presentata è l'ipotesi che oserei definire preferibile, poiché questo sistema di raccolta delle proposte presta il fianco a manipolazioni ben più inquietanti. Supponiamo, per assurdo, che un governo voglia dare una svolta autoritaria alla propria politica. Basterà attendere un grave fatto di cronaca, le cui vittime siano preferibilmente bambini innocenti o comunque individui che suscitano un istinto di protezione, e annunciare una riforma del codice penale. Se le persone che risponderanno sono le stesse che commentano gli articoli sui siti di informazione, non mancheranno certo le proposte di tortura degli indiziati e di soppressione dei condannati in primo grado. E il gioco è fatto: potrebbero scapparci anche lo stato di eccezione e i pieni poteri all'esercito.

D'altronde, l'uso delle masse è ben noto nella storia: folle plaudenti sotto i balconi di Piazza Venezia a Roma, manipoli di entusiasti con il braccio teso in Germania,  e via ricordando. L'avvento della cosiddetta democrazia digitale sembra anche più pericoloso del classico populismo, perché offre il paracadute dell'anonimato. Insomma, il sogno dei manipolatori delle menti. Il tutto condito dal più grande paradosso: l'assoluta opacità dei dati.
Quei partiti che fanno votare l'espulsione dei membri riottosi alla disciplina del capo attraverso un sito internet, mascherano con la trasparenza la forma di delazione più bieca. E poi si scopre che hanno votato meno persone degli abitanti di un qualunque borgo di campagna, ma intanto così ha decretato il popolo.

Il problema, se permettete, è semplice: questione di numeri. Sottoporre un quesito a risposta aperta in una consultazione plebiscitaria è una sciocchezza colossale. Oppure una fine strategia tendenzialmente eversiva. E infatti i referendum sono ovunque estremamente circostanziati: una domanda a risposta chiusa (sì/no), senza spazio per la fantasia.
D'altronde la soluzione al problema esiste da secoli, e sia chiama democrazia rappresentativa. Quando gli elettori mandano in Parlamento i loro rappresentanti, delegano a loro la rappresentanza (e non già il potere di governare per cinque anni, altra gigantesca degenerazione dell'idea di democrazia). Dovere dei rappresentanti è proprio avere le idee: una volta organizzate in una proposta di legge, è ammesso il referendum consultativo, ma da una proposta bisogna pure partire.

Lo scopo di queste recenti tentazioni populiste è piuttosto evidente: fingere di avvicinare la politica alla gente (la ggente) per fare, invece, quello che il capo desidera. Chi andrà a controllare se le email contenevano le proposte effettivamente convertite in legge? Ovviamente nessuno: quei messaggi forse resteranno riservati, e comunque nessun governo è mai caduto per non aver seguito le indicazioni raccolte sul web. Solo vantaggi e nessun rischio: una strategia geniale.

venerdì 2 maggio 2014

Memorie di un vecchio giardiniere

Ero a Bari e una mattina, controllando la posta elettronica, ho notato l'offerta di un ebook alquanto curioso: Memorie di un vecchio giardiniere.

L'acquistato di impulso, forse perché mio nonno era giardiniere e i ricordi mi hanno suggestionato. Per qualche giorno me ne sono dimenticato, poi ho iniziato a leggerlo. Il protagonista è Bert Finnegar, detto anche il Vecchio Gramigna, un giardiniere in pensione che vive nel cottage di una antica villa padronale inglese. Attraverso di lui il lettore attraversa quasi un secolo di storia, dalla fine dell'Ottocento al primo dopoguerra. Entrato al servizio della signora Chatteris a quindici anni, Finnegar si rivela un talento naturale per il giardinaggio, e diventa una piccola celebrità nella sua contea. Gli anni passano veloci, fra routine e grandi sconvolgimenti, fino alla vecchiaia. La trama è tutta qui, semplice e piana.


Come ci ricorda la nota bibliografica, questo breve romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1950, e ben presto è stato dimenticato. Ristampato negli Stati Uniti dieci anni fa, si è rivelato un buon successo editoriale. Ho trovato un po' malriuscita l'ironia di alcune pagine, ma forse è questione di gusti. Il libro è scritto in modo sorprendentemente lieve, quasi a sottolineare l'armonia delle cose naturali, a partire dal ciclo della vita. Finnegar diventa adulto ed invecchia sotto i nostri occhi, senza drammi. Non si dispera per la povertà da fanciullo, né drammatizza gli acciacchi dell'età che avanza. Come un fiore, Bert Finnegar compie il suo percorso nella storia, e non sembra un caso se l'autore evita di parlare della morte: Finnegar è un personaggio senza tempo, più della sua padrona e degli altri uomini che incrociano la sua vita. Finnegar è la saggezza dell'esperienza, la solidità della tradizione che può essere accantonata, ma non può morire.