venerdì 25 aprile 2014

1979

Pubblicato in Italia nel 2010 da Voland, 1979 è un romanzo veloce, di lettura semplice ma intrigante. Vi ho già parlato di un altro libro dello scrittore francese Jean-Philippe Blondel, 6.41. Ciò che accomuna le due opere è la predilezione per la narrazione a più voci. In 6.41 assistiamo al confronto fra due soli personaggi, che ricordano un passato comune alternandosi attraverso i capitoli. Ognuno è l'oggetto di interesse dell'altro, in modo simmetrico.
In 1979, al contrario, la topologia è quella di una rete a stella: in mezzo c'è un numero, o meglio una data: il 1979. Intorno di sono vari personaggi che si interrogano sul passato e sul presente, in un coro di voci talvolta sconclusionato. Lo spunto è divertente: sulla facciata di un grande edificio di una città francese, una mattina gli abitanti del quartiere leggono 1979, tracciato a vernice. Chi è stato? Perché? Che senso può avere un graffito così particolare?
Da questo momento, noi lettori assistiamo ai pensieri di più persone, ciascuna convinta di avere una spiegazione plausibile. Fra rimpianti, rabbie e voglia di riscatto, il gruppo eterogeneo si ritroverà in un pub irlandese, nel mezzo di una festa a tema.

Scritto con la tecnica del flusso di coscienza, fino alle ultime pagine 1979 sembra la classica storia senza storia. E invece Blondel ci presenta la soluzione nell'ultimo capitolo, quasi guastando l'atmosfera rarefatta così faticosamente costruita. Personalmente non sono sicuro di aver apprezzato la soluzione dell'enigma, mi è sembrata quasi l'ultima pagina della Settimana Enigmistica dove i lettori meno abili trovano sollievo ai dubbi. Forse non c'era bisogno di razionalizzare, perché non tutto è razionale e spiegabile. Resta comunque un buon romanzo, meno mainstream di 6.41 e per questo meno popolare.

domenica 20 aprile 2014

6.41

Fresco di stampa per i tipi di Einaudi Stile Libero Big, 6.41 è l'ultimo libro dello scrittore francese Jean-Philippe Blondel. Autore di altri romanzi spesso esauriti in Italia, Blondel sembra aver raggiunto l'apice del successo con questo racconto lungo (sono solo 136 pagine, scritte piuttosto larghe) impreziosito da una copertina che invita all'acquisto.

Cécile è una donna più vicina ai cinquanta che ai quaranta, proprietaria di alcuni negozi e imprenditrice finalmente di successo. Madre di una diciassettenne alla ricerca dell'indipendenza e moglie di un uomo con cui condivide ormai ben poco, Cécile sale sul treno delle 6:41 da Troyes a Parigi Gare del l'Est. È stata dai vecchi genitori per la classica visita, e rientra in città con un senso di frustrazione. Il posto accanto a lei resta libero, anzi no: ecco arrivare un cinquantenne trafelato, che le chiede il permesso di sedersi. È Philippe, certo invecchiato male, ma è sempre Philippe. Venticinque anni prima, nel mezzo degli anni Ottanta, ha avuto una relazione giovanile e breve con lui, finita male in una camera d'albergo di Londra.
Anche Philippe la riconosce, e non sa che cosa fare: salutarla, ignorarla, andarsene?

Il libro è un reseconto, a voci alternate, dei pensieri di Cécile e Philippe; la trascrizione dei ricordi e delle considerazioni di chi è sospinto a fare un bilancio della propria vita da un incontro inaspettato e soprattutto indesiderato. Non è un libro che ci cambia la vita, piuttosto un libro che ci mostra come cambia la vita. Molto europeo, tendente ad esasperare un fatto piuttosto banale come la fine di un rapporto post-adolescenziale. Verrebbe da consigliare ai due protagonisti di pensare ai veri problemi, perché non si può serbare rancore per una scemenza simile.
O forse sì, probabilmente succede ogni giorno. Il libro si chiude con una scena vagamente stereotipata e, ancora una volta, taaaaaanto francese ed esistenzialista.

Complessivamente un buon romanzo, da leggere senza troppe pretese di profondità. Un romanzo da pendolare, ecco.

venerdì 18 aprile 2014

40

Quaranta. Oggi compio quarant'anni. Quattro volte dieci, due volte venti, $12.732389\ldots$ volte pi greco. L'ispettore Fazio, collega di Salvo Montalbano, mi descriverebbe dicendo "è un quarantino".
Un amico, di poche settimane maggiore di me, mi ha fatto notare che negli "anta" si entra e quasi certamente non se ne esce mai più. Un'amica, nata pochi giorni prima di me, ha detto che i quaranta di oggi sono i trenta di una volta: aspetto con trepidazione che siano messi al corrente le mie ginocchia e il nervo sciatico. Se fossi meno miscredente, penserei che la coincidenza del mio genetliaco con il Venerdì di Passione sia un segno divino, ma non ho la presunzione di essere tanto importante.

Mi guardo (vi risparmio un selfie) e mi domando: è così che pensavo di arrivare a quarant'anni? Vediamo. Da bambino non ci pensavo, si sa che per i bambini nulla distingue un trentenne da Matusalemme. Da adolescente mi immaginavo latinista o giornalista, mentre a vent'anni mi immaginavo forse insegnante di matematica al liceo. A trenta, fornito di dottorato in matematica, cercavo soprattutto di non immaginarmi disoccupato alle prese con il duecentesimo concorso universitario: è andata bene, considerato che i concorsi universitari sono bloccati ormai da sei anni. A trentacinque scherzavo con l'amico di cui sopra sul "mezzo del cammin di nostra vita".  Ieri pomeriggio invece ho guardato un bel film thriller ambientato in Tirolo, e non ci ho pensato troppo.

Dicono spesso che i trenta passano in un momento, ma nel mio caso sono durati più o meno dieci anni; l'unico difetto è che avrei preferito un bis. Una scrittrice coetanea, che ha festeggiato il compleanno all'inizio di questa settimana, ha scritto sul suo blog che ha un mucchio di progetti, e che questi quaranta le piaceranno un sacco. Boh, sono contento per lei, ma credo che in fondo non riusciamo mai a pianificare la vita. La prendiamo come viene, e cerchiamo di governare la nave senza affondare. E poi io, per carattere, tendo a cercare l'equilibrio stabile: al diavolo i punti di sella e i passi di montagna, io voglio le buche di potenziale!

Tutti questi discorsi hanno un risvolto numerologico un po' ridicolo per un matematico, e in fondo sono tutte turbe psicologiche. Che però vengono, inevitabilmente. Bilanci, ricordi, nostalgie, rimpianti, il conforto dei progetti: il regalo di compleanno che non possiamo cambiare in negozio.
Mi conforta sapere che potrebbe andare molto peggio: un callo dolente, per dirne una. Oppure i cinquanta.

Le voci del bosco

Secondo libro dello scrittore friulano Mauro Corona, è stato scritto nel 1998 ed è risultato vincitore del premio Carnia nello stesso anno. Lo stile dell'autore era ancora lontano dalle infiltrazioni romanzesche più recenti, e l'uso dell'illustrazione disegnata a matita accompagna le descrizioni dei prodotti artigianali ed artistici ricavati dal legno.
Sì, il legno: vero protagonista di questa storia. C'è stato un tempo, non troppo remoto, in ci l'uomo si serviva del legno per fare tutto, dagli utensili ai giocattoli, dai mobili ai capi di vestiario (scarpe, cinture, perfino cravatte). Nella Erto di Corona i bambini imparavano presto a riconoscere gli alberi: il maggiociondolo, il carpino, il ciliegio, il faggio, il cirmolo (o pino-cembro). E la fantasia del bambino-adulto Corona associa queste varietà lignee alle caratteristiche dell'uomo: l'onestà, l'affidabilità, la tendenza a piegarsi sotto il peso delle responsabilità, e così via.

Il fascino dei primi testi di Mauro Corona è esattamente nell'assomigliare ad una chiacchierata in osteria: leggi queste pagine e vedi, nella tua mente, la figura burbera dell'autore con il sigaro e un bicchiere (meglio due!) di vino sul tavolo, mentre le sue mani abituate a lavorare il legno compiono movimenti lenti e suggestivi nell'aria. A differenza dell'altro cantore della montagna, Mario Rigoni Stern, Mauro Corona ha la capacità di essere meno letterato e più... artigiano.
Questo libro è una lettura veloce, forse non la più significativa nella produzione dello scrittore ertano, ma comunque capace di rasserenare lo spirito.

martedì 15 aprile 2014

Matematica di base

Ho ricevuto in visione il recentissimo testo Matematica di base di Anna Maria Bigatti e Lorenzo Robbiano. È un volume piuttosto snello, di 240 pagine, quindi in netta controtendenza rispetto alla manualistica in voga.

Dopo averlo sfogliato, e dopo averne letto alcune parti con maggiore attenzione, devo confessare di essere simultaneamente incuriosito e perplesso. Il fatto è che i due autori, entrambi genovesi con lunga esperienza didattica, si vantano di aver scritto un manuale di matematica per i corsi di laurea scientifici; e tuttavia sembra di avere in mano una raccolta di pillole ad alta digeribilità. Ad uno sguardo più attento, questa sensazione è in parte confutata, ma resta lo "scandalo" di un libro di matematica totalmente privo di dimostrazioni. Riporto una frase dall'introduzione:
Ricordandoci chea scuola guida insegnano a guidare e non la chimica della combustion, abbiamo seguito l'idea che lo studente di scienze debba capire come funzionano gli strumenti matematici e imparare a conoscerli e usarli correttamente, senza necessariamente conoscerne i meccanismi interni e le dimostrazioni.
Ecco giustificata appieno l'assenza delle dimostrazion, che però costituiscono la vera particolarità della matematica fra le scienze (e che, a mio modesto avviso, avvicina la matematica più alle discipline umanistiche che a quelle scientifiche).
Certo, il metodo di lavoro di un fisico o di un biologo è sensibilmente diverso da quello del matematico (puro o applicato, non fa differenza), essendo largamente sperimentale. La mia perplessità nasce esattamente a questo punto: è veramente auspicabile che lo studente di geologia o di scienze ambientali non si confronti mai con uno schema di pensiero diverso da quello che (ragionevolmente) predilige?

La risposta non è scontata, e so bene di essere un matematico piuttosto conservatore rispetto al metodo didattico. Seguendo il manuale di Bigatti e Robbiano, un ipotetico insegnamento di matematica si ridurrebbe all'apprendimento mnemonico di formule e regole, seppur affiancate da un congruo numero di esercizi esplicativi. Ricordo ancora con terrore la spiegazione del quadrato del binomio: $(a+b)^2 = a^2 +2ab + b^2$. Perché? Perché è così, basta ricordaselo. Tutto ciò mi è sempre sembrata una mortificazione della disciplina matematica, più che un'innovazione pedagogica.

Innovazione per innovazione, perché allora non considerare la completa abolizione dei corsi di matematica nelle lauree non matematiche/fisiche/ingegneristiche? Sinceramente, quanti laureati in agraria dovranno calcolare integrali impropri nel prosieguo della loro carriera?
Poi, per carità, tutti noi docenti di matematica in corsi di laurea non eccessivamente matematizzati sappiamo che, di fronte alla platea degli studenti, non possiamo soffermarci sulle dimostrazioni rigorose di ogni affermazione (come faremmo in un corso avanzato per matematici o fisici). Però sono convinto che i contenuti di una lezione frontale non debbano necessariamente coincidere con i contenuti del libro di testo, che anzi dovrebbe contenere più dell'essenziale e con maggiore dettaglio.
In questo modo, quegli studenti che non si accontentassero della spiegazione spesso "alla buona" di un teorema difficile potrebbero approfondire e magari apprezzare il metodo deduttivo con il suo rigore.

Riassumendo, il testo di Bigatti e Robbiamo contiene spunti pedagogici tutt'altro che trascurabili. Ma forse è più adatto al docente che al discente.

domenica 13 aprile 2014

Bari-Milano coast to coast

Da più di dieci anni mi succede di andare a Bari per lavoro. Inizialmente partivo da Trieste e viaggiavo di notte, mentre ora parto da casa e viaggio di giorno. Sempre in treno. Certo, una ragione è che ho un certo timore dell'aereo e di tutti i mezzi di trasporto che ti sollevano da terra, come le funivie e le cabinovie in montagna. Però devo dire che non mi pesa.


Partire da Bari alle 7:30 del mattino mentre la città si mette in moto e attraversare tutta l'Italia lungo l'Adriatico mi mette allegria: dal finestrino vedo la campagna pugliese, i monti del Gargano, le coste dell'Abruzzo e il Conero. Poi scorre la Romagna con i suoi viaggiatori perennemente abbronzati e talvolta un po' malinconici nel loro stile da vitelloni. Da Bologna in poi comincio a sentirmi a casa: la Pianura Padana, Parma, Piacenza, Milano Rogoredo e Milano Lambrate, fino all'ingresso di Milano Centrale con i suoi binari a ragnatela. Mi manca solo l'antica voce degli annunci con l'altoparlante: era la voce di un doppiatore professionista, così potente che incuteva timore ai viaggiatori. Annunciava perentoriamente la soppressione di un treno, e tu vedevi il locomotore abbattuto da un colpo alla nuca per mano di un boia incappucciato. Ora c'è una voce femminile anonima, così squillante da risultare poco comprensibile sotto le volte della stazione. Tutto cambia, purtroppo anche le cose buone.


Nelle ore di viaggio da un capo all'altro del Paese ho osservato i frammenti di vita di uomini e donne di tante regioni e di tante culture diverse, ognuno inconsapevole di essere finito, per qualche istante, al centro dell'attenzione di un viaggiatore. 

domenica 6 aprile 2014

L'uomo nel quadro

Ho tenuto d'occhio questo libro per anni, perché ho apprezzato l'autrice del più celebre La donna in nero. Confesso di aver procrastinato a causa del prezzo piuttosto alto dell'edizione cartacea, finché ho reperito l'ebook, e sono davvero felice di averlo letto.


Come suggerisce la scritta in copertina, si tratta di una storia gotica tipicamente inglese. Tutto ruota attorno ad un dipinto del Settecento, che raffigura il carnevale di Venezia. Nella confusione delle maschere, si vede la figurina di un uomo che guarda verso l'osservatore, con i tratti trasfigurati dall'orrore. Questo uomo nel quadro ha una vicenda molto particolare ed inquietante da raccontarci.


Come dicevo, l'impostazione è classica, i personaggi un po' stereotipati ma efficaci. Per gli appassionati del genere è una piccola gemma, ma potrebbe deludere i lettori alla ricerca di emozioni più forti.

Figlio di Dio


Sulla copertina della mia copia di Figlio di Dio campeggia l'adesivo dello sconto del 25%: probabilmente è questa la ragione per cui ho acquistato il breve libro di Cormac McCarthy qualche mese fa. Non è un autore che amo particolarmente, pur avendo apprezzato il capolavoro La Strada. In particolare non mi piace quello stile pigro che lo porta a riempire la pagine di parole senza cura per le convenzioni tipografiche, in un elenco di dialoghi faticosamente attribuiti al giusto personaggio.

Protagonista è Lester Ballard, bianco miserando del Tennessee, ignorante e diseredato. Vive ai margini della società, peraltro non particolarmente raffinata essa stessa, e ben presto si trasforma in una belva priva di freni inibitori: violenta i cadaveri delle giovani donne, uccide per futili motivi, ricava una parrucca dallo scalpo di una sua vittima. Si rifugia nei boschi, dorme nelle caverne e colleziona macabri resti. Finché decide di uccidere un uomo più svelto di lui con il fucile, che gli strappa un braccio e lo fa arrestare. Finito?, No, sarebbe troppo facile e troppo politicamente corretto.

McCarthy confeziona la parabola truculenta di una bestia selvatica, ma la sensazione è che gli sfugga un'ombra di ammirazione per Ballard. Questi commette le nefandezze peggiori, eppure gli eventi sono descritti come se fossero semplicemente inevitabili, quasi naturali. Non c'è alcun fine moralistico nella scrittura del testo, e non c'è nemmeno il trionfo della giustizia così tipicamente americano. Una lettura veloce, ma non indimenticabile.

sabato 5 aprile 2014

Dal 4 al 6

Sul numero odierno del quotidiano La Repubblica c'è una lettera provocatoria di una professoressa di liceo. Questa collega, provocatoriamente, annuncia che commetterà un reato penale durante gli scrutini di ammissione alla prossima prova di maturità: dichiarerà il falso in atto pubblico pur di contrastare una disposizione ministeriale voluta dal ministro Gelmini.
Di che si parla? Riassumendo, le nuove disposizioni prevedono che condizione necessaria (e nei fatti anche sufficiente, a meno di situazioni molto specifiche) per essere ammessi all'esame di stato è la sufficienza piena in tutte le materie. La docente, con un esempio piuttosto discutibile, esemplifica la sua disobbedienza con il caso di uno studente che abbia la media del 4 in matematica e quella dell'8 in lettere: perché fargli o farle perdere l'anno, se costui o costei intende iscriversi ad un corso di laurea di area umanistica? In fondo $\frac{4+8}{2}=6$, la sufficienza piena.

Lo so, non ho alcuna esperienza di insegnamento scolastico (fatta eccezione per la mia esperienza come studente), e probabilmente dovrei astenermi da ogni giudizio. Però ho ormai un'esperienza decennale di insegnamento universitario, e vedo con i miei occhi i diciannovenni appena sbarcati dalla scuola superiore. La mia personale opinione è che - con il dovuto rispetto - l'atteggiamento della collega non sia di buon esempio nemmeno per i suoi allievi.
Innanzitutto, c'è la questione di diritto: un pubblico ufficiale che disattende gli indirizzi di legge getta discredito sulla categoria intera, oltre a rischiare una denuncia. Posso capire chi disobbedisca (verbo un po' militaresco e sinistro, ma non ne trovo altri) per questioni di coscienza, ma nel caso in esame si tratta di disposizioni perfettamente legittime.
In secondo luogo c'è il perpetuarsi di quel clima che io chiamo "da fiction": sembra infatti essere particolarmente gradito dai frequentatori delle produzioni televisive italiane, dove qualunque errore è perdonato con un abbraccio e una frasetta consolatoria. Sappiamo tutti che la realtà è diversa, e purtroppo assai più dura. Leggere un lieto fine fa bene allo spirito, ma credere che il lieto fine sia un diritto inalienabile genera mostri.

Poiché da anni distribuisco anch'io voti agli studenti, so bene che la media finale non è solo la media aritmetica dei voti. Di più, so che i singoli voti non sono attribuiti schematicamente e senza considerazione dei miglioramenti o dei peggioramenti degli allievi. Ebbene, se al 10 di giugno uno studente ha la media del 4 in una materia, mi sembra ipocrita aggiustare il difetto appellandosi ai buoni voti in un'altra materia. Per i casi borderline, con qualche media appena sotto la soglia di sufficienza, basta un po' di intelligenza e di coordinamento fra insegnanti per offrire agli studenti un'interrogazione in più per dimostrare di poter colmare la piccola lacuna. Ma un 4 è un 4: insufficienza gravissima.
Sento già le obiezioni: a scuola ci sono tante materie, è normale averne qualcuna che non piace ("non sono portato per..."). Vero: ma arrivare alla fine dell'ultimo anno con la media del 4 significa qualcosa di peggio di non amare molto quella disciplina.

Non sono mai stato benevolo nei confronti dei provvedimenti ispirati dal (fortunatamente ex) ministro Gelmini, ma il vincolo della sufficienza in tutte le materie mi sembra tollerabile. E talvolta anche sacrosanto.

giovedì 3 aprile 2014

Le mani dure

Poche settimane fa ho letto un tweet di Mauro Corona dedicato alla morte di Rolly Marchi. Non avendo mai sentito questo nome, ho iniziato ad informarmi e ho scoperto che il Corriere della Sera mandava in edicola il suo libro Le mani dure nella collana Biblioteca della montagna. Ho preferito acquistare l'edizione originale Vivalda, e ho iniziato presto a leggerlo.
Rolando "Rolly" Marchi è stato uno scalatore e alpinista, ma i più lo ricordano nelle vesti di giornalista e commentatore televisivo di eventi sportivi. È stato il fondatore del celebre Trofeo Topolino di sci alpino. Dalla fine degli anni Cinquanta ha intrapreso la carriera di scrittore e romanziere, con risultati spesso premiati dalla critica. Purtroppo sembra che gli altri libri di Marchi siano difficilmente reperibili.

Dopo aver letto la bella prefazione all'ultima edizione, mi aspettavo il classico romanzo di montagna: storie semplici, valli, baite, avventure spensierate, la natura. Invece ho sofferto fisicamente la lettura, perché questo è un racconto impregnato di morte dalla prima all'ultima pagina.

I protagonisti sono alcuni giovani di Trento, che nell'immediato dopoguerra scoprono il piacere delle scalate e fondano una scuola di alpinismo. Ripercorrono vie celebri, ne cercano di nuove e imbattute. Fino alle fatali tragedie che gelano il sangue: il primo compagno muore per una caduta dalla parete, il secondo probabilmente di infarto, a causa dello sforzo per cercare di mettersi al riparo durante una difficile ascensione.
Marchi non ci risparmia il dolore devastante di chi vede morire un amico senza poterlo aiutare, né tace l'angoscia dei parenti che attendono il ritorno a casa. L'ultima parte del libro è terribile: il tentativo di aprire una via nuova in Brenta, sesto grado superiore, la furia degli elementi, l'ultima morte atroce di un rocciatore incenerito dal fulmine a pochi metri dalla cima.

Mentre leggevo, mi sembrava di sentire le urla dei protagonisti, il loro terrore, la grandine che cadeva come proiettili sulla parete nuda della montagna, il vuoto sotto i piedi congelati.
Ho chiuso il libro con un senso di malessere fisico, perché proprio questo vuole l'autore: a volte nemmeno il rispetto per la montagna è sufficiente a salvare l'uomo che cerca di spingersi in alto. Bisognerebbe tornare indietro, ammettere la propria debolezza; ma pochi lo fanno, scambiando forse la saggezza con la mancanza di coraggio. Le mani dure sono le mani bruciate dal sole e dal gelo, tagliate dagli speroni di roccia e segnate dall'attrito delle corde.
Un libro bellissimo e spaventoso, come le montagne.