mercoledì 26 marzo 2014

La meritocrazia spontanea

Ricapitolo: sono a Roma, sto seguendo una spring school i cui conferenzieri sono tutti matematici giovani. Stamattina, improvvisamente, un pensiero ha cominciato a ronzarmi in testa: ma l'indiscussa bravura di questi scienziati è in qualche modo collegata al refrain della meritocrazia di cui da anni gli ambienti della politica si riempiono la bocca? Queste persone, alcune delle quali si dividono fra la ricerca, l'insegnamento e la famiglia, sono così perché il governo ha promosso la meritocrazia nell'ambiente accademico?

Ci ho pensato per qualche istante, e ho concluso che la realtà della ricerca è quasi completamente impermeabile alle deliranti leggi che vengono prodotte a ritmi da catena di montaggio per intortare il fazioso uomo della strada. Costui è stato chirurgicamente convinto che i professori (di ogni ordine e grado) sono fannulloni e magari un po' disonesti, gente che fa pagare alla comunità le vacanze nelle isole caraibiche con la scusa di andare ad un convegno scientifico. Dopodiché, sempre con precisione chirurgica, sono arrivati i ministri che faticavano a prendere una sufficienza agli esami universitari e hanno inventato la parola magica: meritocrazia. Più merito, solo i migliori devono andare avanti, gli altri a casa!

Alla verifica pratica, questi annunci riempiono le colonne dei giornali e forse garantiscono un piccolo riscontro elettorale. Ma il risultato più evidente è che scoraggiano i migliori e comunque consentono scappatoie per gli andazzi scorretti. I dottorati di ricerca (che pure soffrono di malattie che non sono mortali ma causano fastidi curabili con un po' di intelligenza) si stanno spegnendo per mancanza di materia prima, giacché i laureati più ambiziosi non si imbarcano in un percorso lungo tre anni che il mondo del lavoro disprezza e il settore della ricerca non riesce più a premiare con un futuro stabile in università.
Il paradosso è che l'invito alla meritocrazia è declinato paradossalmente come un impoverimento della qualità dell'insegnamento post-liceale, e una castrazione (metaforica, almeno per il momento) dei dottorandi. E costoro emigrano, oppure cadono nell'altra grande ipocrisia dei nostri anni: la litania secondo la quale in Italia non servono persone colte e preparate, ma lavoratori manuali che ringraziano il donatore di lavoro.

In tutto il mondo avanzato i giovani ricercatori (dottorandi, post-doc, assegnasti, borsisti) sono incoraggiati e sostenuti economicamente, partecipano ai convegni, cercano di entrare nel mondo della ricerca. In Italia capita spesso che i fondi per le missioni coprano al massimo tre o quattro giorni di soggiorno in una città poco costosa e questa è la cifra a disposizione per un anno. Un anno, e meno di mille euro per fare tutto. I professori non hanno molto di più, peraltro. Saremo più meritevoli dopo questo impoverimento? Sembra la vecchia storia della virtù inculcata a forza di botte.

Ho un collega ed amico che, un paio di anni fa, ha sostituito la tipica formula di acknowledgement in fondo ai suoi articoli con una frase molto divertente, che cito nel senso ma non nei termini esatti che non ricordo:
This research was done despite the action of the italian government.
Da allora la situazione è peggiorata, fra tagli ai finanziamenti che colpiscono laddove lo spreco è assente o trascurabile e ulteriori misure per diffondere la meritocrazia. E invece, mediamente, ci sarebbe già tanta meritocrazia endemica e volontaria da riconoscere e da ricompensare.

martedì 25 marzo 2014

Con una semplice autocertificazione

Ricordate i tempi in cui noi italiani eravamo famigerati per le richieste più assurde della burocrazia, come il certificato di esistenza in vita da presentare personalmente all'anagrafe?

Poi è arrivato non più quale ministro, e ha inventato (si fa per dire) l'autocertificazione: il sottoscritto dichiara che... Poi dichiara che quanto dichiarato è veritiero, un non-sense che solo la diffusa ignoranza per il ragionamento scientifico rende plausibile: se dovessimo attestare la veridicità della dichiarazione precedente, moriremmo tutti prima di chiudere la pratica.


Comunque, finite le lezioni della scuola primaverile, accendo il tablet e scarico la posta, dove trovo l'ennesima disposizione della mia amministrazione. D'ora in poi, ogni volta che andrò in missione o che inviterò un collega per un seminario o una collaborazione scientifica, dovrò autocertificare che queste attività sono pertinenti al progetto di ricerca cui appartengo. Ho riletto il messaggio due volte, e sono ancora incredulo.

Perché, dico io, solo in Italia un povero ricercatore riceve qualche soldo per fare ricerca e deve essere trattato come Pietro Gambadilegno, cioè come il primo colpevole di qualunque truffa di Topolinia? Amici e colleghi all'estero godono di una fiducia che lascia senza parole: se il loro computer si rompe, vanno in un negozio e ne acquistano uno nuovo, presentando la fattura all'amministrazione. Noi italiani pensiamo subito a tutti i possibili abusi di questa fiducia, esibendo la tipica mentalità del suddito. E siamo quasi orgogliosi di un sistema di dichiarazioni incrociate che serve solo a mortificare gli onesti. A fronte, sia detto per inciso, di spese davvero minime.


E va bene, la prossima volta che inviterò un professore a fare un seminario, firmerò con il sangue un foglio dove ci sarà scritto che il suddetto non è una spogliarellista o una massaggiatrice. Consapevole dei rischi che una dichiarazione mendace comporta a' sensi e pegli effetti del Codice Penale, si intende. Poi autorizzerò il pagamento di euro 100 (cento) lordi, una cifra che qualunque idraulico chiede per cambiare un rubinetto in quindici minuti, senza nemmeno una dimostrazione o una derivata.


Ah, dimenticavo la chicca del timesheet: ogni giorno devo dichiarare quante ore ho dedicato a questo o a quel progetto. Già, perché se le equazioni del FIRB non contano per il PRIN, e viceversa. 

lunedì 24 marzo 2014

Roma

Dice che sono a Roma. Ed è vero. Sono partito ieri da Cantù, in un clima improvvisamente invernale.
Arrivo alla stazione di Milano Porta Garibaldi, salgo sul treno Italo non-stop e subito mi immergo nel clima della capitale: intorno a me tutti parlano con accento romano, forse perché, appunto, il treno ferma solo a Roma Tiburtina.
Scendo insieme a due colleghi, e ci avventuriamo nel tragitto fino alla Sapienza (Sapienza, università di Roma: che denominazione curiosa si è data! Quasi antagonista di un'ipotetica "Ignoranza, università di Bergamo") fra lamiere penzolanti che minacciano di decapitare l'ignaro pedone e scoli di acqua dalla sopraelevata. Ma ben presto il panorama si tranquillizza, e le strade adiacenti al quartiere universitario sono pressoché deserte: dopotutto è domenica.
Per cena ho appuntamento all'Isola Tiberina. Dimentico che Roma non è Cunardo né Cantù né Como, e parto all'avventura serale armato di mappa 1:13000 con la convinzione di arrivare in mezz'ora. Esco dalla metropolitana alla fermata Colosseo (fortunatamente vicina all'omonimo monumento) e subito mi perdo: ma chi cavolo ha piazzato i Fori esattamente a metà strada fra la fermata e la mia destinazione? Sono stato tentato di chiedere a un vigile, poi mi sono ricordato di Carlo Verdone:

Mi sento furbo e risalgo una stradina suggestiva, per scoprire con raccapriccio che sto camminando verso nord invece che verso sud. Torno alla fermata, mi butto sui Fori ormai pedonali, cammino nel cantiere dell'eterna Linea C della metropolitana (quella che farà il primo viaggio nel 2100, o giù di lì, come la linea 4 a Milano), e faccio il periplo dell'Altare Della Patria. Tutto maiuscolo, anche Della, perché ci vuole rispetto.
Scendo lungo quella terribile Via del Teatro Marcello che ogni provinciale pensa di vedere cosparsa di croci alla memoria dei pedoni che hanno cercato di attraversarla sulle strisce pedonali, mi esibisco in uno scatto da centometrista, e finalmente arrivo sul Tevere. L'Isola Tiberina è un'oasi di pace, non molto più popolata di una qualunque via di Como dopo le 19.

D'accordo, ho fatto volutamente lo snob, però non ho mentito: più invecchio e più soffro le grandi città. Ho iniziato anni fa con Parigi, la fantastica metropolitana ha cominciato a mettermi ansia. Milano non conta, perché a Milano cammini fra la gente, ma tutti si ignorano come se fossero fantasmi. A Roma ci sono persone ovunque, i negozi non chiudono alle 18 come in Svizzera, e i romani cenano al ristorante anche se nessuno compie gli anni o si è sposato.
È tutto bello, ma mi sfinisce. Abituato ai paesini di montagna dove una casa su due è disabitata, alle abitudini estremamente casalinghe e timorate della provincia comasca (un motto dialettale delle mie zone recita "De nott gìren dimaa i lader e i pùtan", cioè "di notte girano solo ladri e prostitute"), non riesco a rilassarmi. Ieri sera ho letto, su internet, che in una fermata della metropolitana romana è entrata una capra e tutti i passeggeri erano agitati. Dico io: è una capra, io mi agito di più quando entrano certi ceffi di razza umana!
Se non ci nasci, la grande città richiede allenamento e la giusta mentalità. Quando ero studente a Trieste, amici romani si scandalizzavano perché le pizzerie giuliane chiudono alle 22:30. Ieri sera, alla stessa ora, qualcuno ENTRAVA nei ristoranti, e i gestori non li cacciavano.
Comunque anche a Roma si possono fare camminate ben più impegnative delle escursioni in montagna: da Trastevere a Termini, pedibus calcantibus, ho bruciato tutte le calorie della cena prima ancora di andare a dormire. Stasera sarà meglio risparmiare le energie.

domenica 23 marzo 2014

Ci rivediamo lassù


Una storia di perdenti. Così potremmo sintetizzare Ci rivediamo lassù del francese Pierre Lemaitre, vincitore del Prix Goncourt 2013.

La trama

Ottobre 1918, la Grande Guerra sta per finire. Dopo quattro anni (per noi italiani è la guerra "del '15-'18", ma il conflittò iniziò nel 1914) di trincee e di morti, il giovane Albert Maillard attende la smobilitazione. È nel battaglione comandato dal tenente Henri D'Aulnay-Pradelle, che contende Quota 113 ai tedeschi. Finora se l'è sempre cavata, e la speranza di salvare definitivamente la pelle diventa ogni giorno più concreta. Certo, non è ancora finita, ma ormai è poco più che routine.
Due soldati sono inviati in ispezione oltre la trincea, ma nemmeno i tedeschi hanno voglia di far baruffa. Improvvisamente, alcuni colpi di fucile stendono i due militari in avanscoperta: il dado è tratto, parte l'ordine di attaccare Quota 113 e si scatena l'inferno.
Albert imbraccia il fucile e schiva i proiettili, striscia nel fango, si imbatte nel cadavere di uno dei due commilitoni usciti per primi. Non capisce, è stato abbattuto da due colpi alla schiena. Salta in una buca, cerca di raccapezzarsi; poi vede il tenente Pradelle chino su di lui, con un sorriso beffardo. E allora comprende che la sua vita sta per finire, Pradelle non lascerà testimoni del suo delitto. Ma ecco che una granata esplode a pochi metri, e Albert è sepolto dalla terra spostata; di fronte a lui una raccapricciante testa di cavallo in putrefazione, che gli garantisce gli ultimi minuti di aria.
Il commilitone Edouard Péricourt, rampollo di una potente famiglia, è ferito ad una gamba proprio sopra la sepoltura di Albert. Ne sente i lamenti, scava con le mani e lo libera. Solo il tempo di riprendere a respirare, ed una nuova bomba fa calare il sipario. Albert riprende conoscenza in ospedale, ha le costole rotte ma nulla di preoccupante. Edouard l'ha protetto con il suo corpo, martoriato dalle schegge: ha perso la mandibola e la lingua, il suo volto è un cratere infetto, la gamba rischia la cancrena. Grazie alla smobilitazione definitiva e alle premure di Albert, se la caverà pur sfigurato e zoppo. Chiede all'amico il favore di nasconderlo, non vuole presentarsi a casa in quello stato. Allora Albert escogita uno stratagemma: scambia i documenti con quelli di un soldato morto, e riesce a farlo tornare a Parigi con una nuova identità.
Ma gli eroi, anzi gli Eroi, sono presto dimenticati in tempo di pace; Albert ed Edouard faticano a mettere insieme il pranzo con la cena, ed il secondo è ormai dipendente dalla morfina. Il resto è la storia, affascinante e molto meschina, di una truffa ai danni dello Stato, con cui i due sperano di prendersi la rivincita. Dovranno vedersela ancora con il capitano Pradelle e con l'unico eroe buono della storia, un oscuro e trasandato ispettore ministeriale.

Acclamato dalla critica e dal pubblico, uscito strategicamente alla vigilia del centenario della Prima Guerra Mondiale, quello di Lemaitre è un signor romanzo. La follia di un ufficiale ambizioso scatena un ciclone che si abbatte su una nazione intera, portando alla luce le miserie umane. Sono tanti i temi toccati da Lemaitre: l'ipocrisia della guerra, l'amicizia e la solidarietà fra compagni di sventura, l'eterno conflitto tra potenti e sottoposti. C'è perfino l'omosessualità latente di Edouard, che tuttavia resta sullo sfondo senza creare complicazioni fin troppo scontate. 
Lo sguardo dell'autore non è indulgente, o almeno non del tutto: non ci sono vincitori né vinti, ma personaggi che escono malconci. E finalmente liberi dai fantasmi di una tragedia immane.

sabato 22 marzo 2014

Un mondo a-social

Leggo reportage e interviste provenienti dalla Turchia, dove il governo ha (dilettantescamente) impedito l'uso di Twitter. Pare che milioni di turchi siano sconvolti. Non preoccupati o arrabbiati: sconvolti. I social network sono evidentemente stati assimilati ai diritti fondamentali di ogni libero cittadino. E così ho cercato di ricordare come fosse la mia vita prima di Internet. Ormai i ricordi si fanno lontani, devo risalire al 1998. Non conoscevo la posta elettronica, non navigavo con Netscape, avevo un vecchio computer buono solo per scrivere la tesi di laurea. Ma ero meno libero o meno informato?


Beh, probabilmente sì, almeno in parte. Naturalmente la questione turca è diversa, perché si tratta di un arbitrio del potere e non di una scelta spontanea. Resta il fatto che, secondo me, questi network sociali sono stati sopravvalutati. Li si tira in ballo a proposito delle cosiddette primavere arabe, non proprio un fulgido esempio di appropriazione della libertà a partire dal basso. Twitter, in particolare, è uno strumento notevole ma altrettanto pericoloso, perché richiede una capacità critica che spinge in direzione contraria a quella delle grandi masse. In un contesto ad alto rischio, un tweet malizioso può scatenare conseguenze spaventose. E non credo molto nemmeno alla favola dell'informazione senza filtri: se è palese che i mezzi di comunicazione classici (giornali, radio, televisione) possono manipolare l'interpretazione dei fatti, è pur vero che possono agire da controllore, da cane da guardia. Siamo poi convinti che il tweet di un Simone Secchi qualunque debba essere più attendibile di un articolo di giornale?


Quando sento parlare di Internet, mi viene sempre in mente lo scopo con cui essa è stata creata: le comunicazioni militari. Insomma, solitamente gli ambienti militari non sono la culla della democrazia e del libero pensiero. Uno strumento pensato per diramare ordini e comunicazioni riservate può non essere l'ideale per altri usi. Abbiamo trasformato un mezzo di comunicazione tra pochissimi in un mezzo di comunicazione tra tutti, senza soffermarci sui possibili difetti.

Twitter stesso è insostituibile nella gestione delle emergenze, mentre mi sembra quasi deleterio nella vita quotidiana. Dice il saggio: la differenza fra la timeline di Twitter e i miei quaderni di seconda elementare è che io avevo sette anni. Insomma, se il tuo pensiero è tutto contenuto in 140 battute, forse non sei proprio un maître-à-penser.


Il fatto è che i social network hanno un disperato bisogno del sostegno dell'intelligenza, materia che su larga scala tende a scarseggiare. Il risultato è l'emersione del lato ferino. Sappiamo tutti quello che succede quando mettiamo due galli nello stesso pollaio. Immaginate ora di mettere a confronto tutti i galli di tutto il mondo, e avrete Internet. 

Certo galli e galline non sono animali intelligenti, come insegna Renato Pozzetto; ma l'essere umano può essere tranquillamente più stupido del necessario. Un tempo, un cretino del mio paese poteva far danni in un raggio di qualche chilometro, mentre oggi può fare pasticci terribili in Sud America con un colpo di mouse.


Come dice lo scrittore Mauro Corona, va bene il cellulare, va bene il computer, va bene internet. Ma bisogna sempre usare la testa.

venerdì 14 marzo 2014

La fune

Frutto della cosiddetta "offerta lampo" di Amazon, questo romanzo di Stefan Aus Dem Siepen si è rivelato un ottimo acquisto. È una di quelle storie sorprendenti, che alla lettera significano poco ma che possiedono diversi piani di interpretazione metaforica.

La trama. In un villaggio montano non meglio specificato, un bel giorno appare una fune. Sì, proprio una corda stesa sul prato, senza apparente ragione. Gli abitanti sono curiosi, la fune si srotola all'interno della foresta. La tentazione è troppo forte: pur mancando pochi giorni all'inizio del raccolto, gli uomini del villaggio organizzazione una spedizione per seguire il tracciato indicato dalla corda. Solo un uomo adulto resta a casa, per proteggere le donne e gli anziani da eventuali pericoli.
L'avventura dovrebbe durare lo spazio di una giornata, ma si trasforma ben presto in un enigma insolubile: la fune non sembra avere fine, si snoda nel bosco per chilometri, e gettare la spugna prima di aver risolto il mistero sarebbe uno smacco. Subito un membro della spedizione si infortuna, e viene ricondotto al villaggio per le cure mentre gli altri continuano a camminare. Le donne sono preoccupate, è tempo di andare per campi prima che i temporali distruggano il raccolto: che fare, attendere il ritorno di mariti e fratelli, o cercare di arrangiarsi?
Nel frattempo i lupi accompagnano minacciosi il passo di quelli che sono partiti, mentre la fune è sempre lì, infinita e magnetica. La comitiva arriva, affaticata, ad un villaggio deserto, le case in ordine ma abbandonate dai proprietari. Pur con qualche remora, il gruppo sottrae l'indispensabile per proseguire il cammino: qualche arma, un po' di cibo conservato, scarpe e vestiti di ricambio.
Prima una feroce tempesta e poi l'attacco del branco di lupi ostacola gli uomini, che pure se la cavano senza perdite eccessive. Ma un'altra sorpresa li attende, ancora più beffarda...

Come dicevo, la storia non ha un significato letterale ben definito. È evidente che non può esistere una fune infinita che attraversa una foresta quasi incontaminata. Sono molteplici, al contrario, le interpretazioni sul piano simbolico: la fune può essere il bisogno di emancipazione dell'uomo, la necessità di superare la quotidianità anche a costo di correre qualche rischio. Ma sembra affermarsi anche una lettura in chiave religiosa: gli uomini non sanno accettare la presenza dell'elemento nuovo, non hanno fede in ciò che non hanno costruito con le loro mani. Forse quella fune è la manifestazione della divinità che mette alla prova l'orgoglio umano?
Ognuno scelga l'interpretazione più gradita, ma non si illuda di pervenire ad un chiarimento definitivo.

giovedì 13 marzo 2014

Un futuro migliore?

Martedì sera mio padre stava guardando l'appuntamento quindicinale con il sindaco di Como in diretta televisiva. Si parlava soprattutto delle proteste contro l'allargamento della zona a traffico limitato (ZTL), che condannerebbe molti negozi al fallimento. A un certo momento non si è trattenuto, e ha osservato che per decenni usciva di casa alle 6 del mattino, faceva un chilometro a piedi per raggiungere l'autobus che lo portava alla stazione ferroviaria, e da lì arrivava a Milano. Ogni sera, lo stesso percorso in senso opposto. Questo per sottolineare che parcheggiare l'auto davanti al luogo di lavoro non è l'unica opzione. Il passaggio alla velata insinuazione che i giovani d'oggi sono rammolliti è stato breve.

Sono rimasto perplesso, pur non potendomi più considerare un giovane d'oggi. Ho pensato che è vero, la generazione di mio padre faceva una vita grama fin dal primo vagito, e il massimo della soddisfazione era un lavoro nella bottega di un artigiano per dieci ore giornaliere, sabato incluso. Andava bene così, l'alternativa erano la fame e la nomea di scansafatiche, fatta eccezione per i rampolli delle famiglie ricche.
Ora leggi i giornali, e i coetanei di mio papà scrivono lettere indignate perché gli inservienti delle case di riposo sono tutti stranieri: il lavoro forse ci sarebbe, ma i nostri ragazzi non accettano di pulire le "padelle" dei degenti per una vita. Avranno ragione?

Certamente il confronto fra il mutismo e la rassegnazione del primo dopoguerra e la profonda insofferenza odierna è stridente. Però il progresso è anche questo, ed è difficile e doloroso tornare indietro. Già, perché quando si parla di recessione tutti pensiamo ad un fatto monetario, e invece dovremmo interpretare il sostantivo alla lettera: recessione è un andare indietro, in tutti i sensi.
Dobbiamo smettere di credere che vivremo meglio dei nostri genitori e peggio dei nostri figli, ed è un colpo che farebbe vacillare chiunque.
Sessant'anni fa dalle mie parti c'era la religione che inculcava il senso del sacrificio e della sottomissione alle durezze della vita, mentre oggi questi argomenti sono meno forti.

Morale della favola, non ho saputo replicare all'uscita del genitore. Ha in parte ragione e in parte torto, non so se in parti uguali. Capisco il suo sfogo, ma capisco anche la disperazione di un ventenne che non ha il diritto di studiare e di sperare in un avvenire sereno, ma solo quello di contendere un impiego da inserviente ad un altro come lui. La realtà è che un tempo gli immigrati con la valigia di cartone eravamo noi; noi italiani facevamo in Germania e in Svizzera quello che oggi fanno a casa nostra gli uomini e le donne che vengono dai Paesi emergenti. Scappavamo dai disastri di una dittatura come molti di loro, e qualunque cosa - anche la più umiliante - era il primo passo verso il miglioramento. Forse ci salverà la fine del mondo storto, chissà.

Lo splendore casuale delle meduse

Non ricordo più dove ho letto la prima opinione su questo libro di Judith Schalanski, ma senz'altro era lusinghiero. Ho aspettato di trovarlo usato, perché qualcosa mi lasciava perplesso nonostante la curiosità. Adesso mi ritrovo quasi pentito perfino dell'acquisto a metà prezzo.

Immaginate di essere una professoressa di biologia ed educazione fisica (mah...) in un liceo dell'ex Germania dell'Est. Avete quasi sessant'anni di età e più di trenta di esperienza in classe. Avete un marito che alleva struzzi e considerate un estraneo, e una figlia, Claudia, che vive negli Stati Uniti e disprezzate perché ha compiuto trentacinque anni e non si è ancora riprodotta. Proprio così: riprodotta. Vi scrive ogni tanto, ma l'avete praticamente dimenticata.
Tutti i giorni raggiungete la scuola e vi confrontate con allievi e colleghi. E li disprezzate tutti, dal profondo del cuore. Anzi, disprezzate l'umanità intera, dal vicino di casa all'autorità costituita. Per voi gli studenti sono animali da catalogare sulla base delle loro tare genetiche; li tenete a debita distanza, perché temete il contatto umano che non ha utilità biologica alcuna. Finché un giorno iniziate ad avere fantasie su una ragazzina della vostra classe, immaginate perfino di rapirla e violentarla. Non succede niente di tutto ciò, e poi il libro finisce.

Francamente fatico a trovare le parole per descrivere quest'opera tanto lodata. Avrei potuto scriverla anch'io durante una crisi di fame con conseguente calo di zuccheri. Forse la Schalanski era a dieta troppo stretta, e ha dato sfogo alla rabbia e alla stupidità che tutti sperimentiamo quando siamo frustrati.
Si parla di descrizione della fine del mondo, di parabola sugli effetti del socialismo reale, di metafora della vita; insomma, le solite banalità per sopperire alla mancanza di una storia.
L'ironia è del tutto assente, mentre dotte disquisizioni trascritte forse da un'enciclopedia per ragazzi dovrebbero mostrare che la biologia è tutto quello che conta davvero. Non manca la paginetta di disprezzo per la matematica, nella migliore tradizione del qualunquismo ammantato di intelligenza.

Un libro triste, che fa riflettere poco e fa arrabbiare molto.

giovedì 6 marzo 2014

Talking pictures


Pochi giorni fa vi ho parlato di Ransom Riggs. Quel libro mi è tanto piaciuto che ho ordinato Talking pictures, attualmente disponibile solo in lingua originale. Non è però una grande limitazione, trattandosi di un libro di fotografie. Eccone alcune, trovate in rete:

L'ultima è fra le mie preferite. La didascalia recita
I'm nobody's baby.
Immagino risalga alla fine dei roaring twenties, o forse poco dopo. La modernità di questa ragazza, che probabilmente era più giovane di quanto apparisse, mi lascia senza parole. Sarebbe stato il mio tipo, senza dubbio.

Ovviamente non c'è trama da riassumere, quindi mi lascio andare ad alcune riflessioni personali. Da sempre ho un pessimo rapporto con le fotografie. Quando ero bambino, le fotografie dei miei parenti mi facevano paura: i loro volti mi sembravano diversi, estranei. Da grande mi hanno spiegato che si tratta di un fenomeno assolutamente normale: i volti umani non sono mai perfettamente simmetrici, ma solitamente non ce ne accorgiamo. Quando però vediamo un volto familiare allo specchio (o in foto), il nostro cervello percepisce la simmetria assiale e lancia un segnale di inquietudine, perché si crea un leggero cortocircuito fra la consapevolezza di guardare un viso familiare e la realtà di un viso simmetrico rispetto ad una retta che percorre il naso dall'alto in basso.
Ormai non sono più un bambino da tanto tempo, eppure non mi piace essere fotografato. Temo addirittura di non possedere vere fotografie da adulto, salvo qualche selfie usato per scopi burocratici e le solite foto-tessera per i documenti. So di comparire in alcuni scatti di amici durante le vacanze, ma quasi sempre non mi piaccio e preferisco stare dietro la macchina.

Tuttavia le foto di questo libro mi hanno incantato. Immagini di persone quasi sicuramente morte, dunque testimonianze uscite da una particolare macchina del tempo. Chissà se la ragazza che non voleva padroni ha avuto una vita felice. Qualche volta, dice Riggs nella prefazione, basta leggere il retro per scoprire destini tragici e ingiusti: bambini ritratti poco prima di morire per una malattia allora incurabile o, addirittura, di stenti durante la Grande Crisi.
Altre volte possiamo solo immaginare, sentirci per un attimo vicini a quelle persone estranee che diventano, senza spiegazione, familiari.

Una volta ho ripescato una foto del 1930 che ritraeva mia (pro)zia Rosalia con i genitori, nel piccolo prato davanti a casa. Lei era una donna di vent'anni (allora a vent'anni si era adulti), nubile (non si sarebbe mai sposata, nobody's baby), il padre aveva un bel cappello di paglia come richiedeva l'eleganza. L'unico figlio maschio ancora vivo, mio nonno Federico, stava per partire per la campagna d'Africa e dieci anni di naja; eppure sembravano sereni, forse perché una fotografia era un evento speciale. Oggi probabilmente non è più così, e soprattutto sarà quasi impossibile, per i posteri, acquistare le nostre fotografie nei mercatini rionali come ha fatto Ransom Riggs per anni.

Un'ultima osservazione, tutt'altro che nostalgica: alcune delle foto riprodotte nel volume sembrano essere prese da un profilo Facebook. Ci sono pose che un contemporaneo avrebbe sicuramente giudicato stupide, esattamente come liquidiamo le immagini postate sui social network. Quasi un secolo dopo, gli scherzi dei ragazzi del 1930 ci fanno sorridere e ci emozionano come piccole opere d'arte.

Betty


No, non Betty di Georges Simenon, ma Betty di Roberto Cotroneo. Innanzitutto, non avevo mai letto un romanzo di questo autore, che conoscevo solo in qualità di corsivista del Corriere della Sera.
Il libro è una giostra (alla fine forse fin troppo vorticosa) che ruota attorno ad un tipico trucco letterario: quello del manoscritto rinvenuto per caso sul tavolino di un bar.

Porquerolles, piccola isola magnifica al largo della Costa Azzurra. L'Io narrante è seduto ad un caffè, e si accorge di un fascio di fogli abbandonato sul tavolo. Ha tutta l'aria di essere un manoscritto del famoso scrittore Georges Simenon, che fu un frequentatore abituale dell'isola. È scritto in forma di diario, e come tale viene riportato. In una delle ultime estati della sua vita (Simenon muore nel 1989),  ammalato e soprattutto stanco di vivere dopo la tragedia del suicidio della figlia Marie-Jo, lo scrittore belga viene avvicinato da un fotografo, Marc, che gli propone alcuni ritratti.
Simenon non ama essere fotografato, e gli propone invece di ritrarre la vita degli isolani, sorpresi nelle incombenze quotidiane. Marc accetta, e presto gli presenta le prime stampe: una donna molto bella, vagamente misteriosa e riservata, sembra apparire ripetutamente. Dopo pochi giorni, quella donna emerge dalle acque del mare, con tutta evidenza strangolata.
Iniziano le indagini, affidate al commissario della gendarmeria locale. Simenon è presto coinvolto a causa delle fotografie, ma ci sono particolari poco chiari. Perché la donna si faceva chiamare Betty, come la protagonista di un famoso racconto dello scrittore? Perché sembrava ossessionata dai romanzi di Simenon? Tutti si aspettano che il padre letterario dell'ispettore Maigret faccia luce sull'omicidio che ha sconvolto la tranquilla routine di Porquerolles.

È difficile riassumere oltre la trama, che si dipana fra una sorta di auto-analisi psicologica di Simenon e la realtà dei fatti. Nelle ultime pagine il lettore assiste ad un gioco di incastri in cui i livelli di inganno si moltiplicano, i personaggi diventano a turno colpevoli di un crimine complessivamente ridicolo e penoso.

Avendo ormai una conoscenza piuttosto buona dei principali romanzi di Simenon, immagino di essere stato avvantaggiato nella comprensione dei riferimenti incrociati alla produzione dello scrittore. I riferimenti alle Memorie intime sono continui e fondamentali, perché Cotroneo aspira a redigere un testamento postumo. Queste operazioni mi hanno sempre lasciato perplesso: capisco la dignità del romanzo letterario, ma far fare o dire ad un personaggio reale ciò che non ha mai né fatto né detto è irritante. Non è un reato sostenere in un libro di fantasia che Chopin fosse uno spietato assassino, ma ho una preclusione mentale estrema per questi escamotage.
Una lettura veloce, dedicata agli amanti di Simenon.

L'incubo del bibliofilo

Come forse ricorderete, da Natale ho un iPad. Ne faccio un uso estremamente parco, al limite dello spreco di denaro. Mi piace usarlo per leggere la posta quando non ho tempo di accendere un computer, e per leggere libri. E qui casca l'asino.


Fino a due mesi fa, andavo in libreria e acquistavo i volumi che mi interessavano. Ora ho scoperto che esistono centinaia di testi completamente gratuiti, poiché sono scaduti i termini per i diritti d'autore. Ovviamente la scadenza dei diritti è sempre esistita, ma il lettore tradizionale (cioè cartaceo) quasi non se ne accorgeva. L'unica manifestazione della scadenza era la moltiplicazione delle edizioni delle opere, presso editori diversi: salvo casi molto particolari, un classico moderno resta tale presso qualunque casa editrice, e amen.


Con la diffusione del libro elettronico, la cessazione dei diritti d'autore sfocia spesso nella diffusione gratuita dei testi: potenzialmente la biblioteca personale (elettronica) del lettore si arricchisce senza spesa, e la tentazione dell'accumulo è irresistibile. Per questa ragione, ho già messo da parte più libri elettronici di quanti ne possa leggere in parecchi anni di vita, e non ho rinunciato ad acquistare la copia cartacea di qualche romanzo o saggio particolarmente promettente.


Il risultato è un senso di frustrazione che immagino colga qualsiasi amante dei libri: la consapevolezza che i libri saranno sempre più dei lettori, e alla fine vinceranno loro. Mi trovo davanti alla directory in cui scarico i libri gratuiti, e sono talmente incapace di scegliere quale leggere, che afferro il primo volume stampato che trovo e leggo quello.


Un fenomeno simile, ma parzialmente illegale, mi era capitato ai tempi di Megavideo: dopo una vita fatta di pochi film al cinema e tanti alla televisione, avevo a disposizione centinaia di pellicole, in ogni momento. E la scelta era impossibile. Mi hanno salvato la chiusura di Megavideo e la strana sensazione che il passaggio di un film alla televisione, magari dopo due anni di attesa, era più intrigante dello streaming libero. Penso fosse una sindrome da sabato del villaggio. 


In questi giorni sto leggendo un romanzo di Roberto Cotroneo e un ebook acquistato con il 78% di sconto da una nota libreria digitale. Cerco di mantenere un equilibrio, ma le offerte quotidiane di ebook a meno di due euro mettono la mia virtù a durissima prova.

mercoledì 5 marzo 2014

Grande bellezza?

Quindi, come milioni di italiani, ieri sera ho abboccato all'amo gettato dalla televisione di Arcore, e mi sono predisposto a guardare il film La grande bellezza. Sapete com'è, dicono che abbia vinto un premio Oscar, forse vale la pena di dargli un'occhiata.
Centoquarantadue minuti di film, e, come direbbe il rag. Ugo Fantozzi, mi è parsa una cag*** pazzesca. Non sto dicendo che sia un brutto film, ma che a me non è piaciuto. Proprio per niente.
Ora, non sono un fanatico di Roma, che trovo artisticamente troppo "pesante" e confusa; non per niente sono nato in un ambiente dove lo stile romanico è privilegiato, mentre il barocco non ha lasciato tracce significative. Poi c'è questo Servillo, Toni e non Peppe, che è peggio del prezzemolo. E  recita con tale affettazione da far saltare i nervi ad un santo. Per non parlare del patetico Carlo Verdone, fuori ruolo e insignificante.

E infine ero prevenuto per questo approccio italico all'insegna del provincialismo. Ora, i film americani suggeriscono che "siamo i migliori del mondo"; quelli francesi che "eravamo i migliori del mondo". I film italiani godono nell'urlare che "facciamo schifo e non c'è speranza".
Prendiamo, ad esempio, Nebraska: la critica alla società rurale del midwest è piuttosto esplicita, eppure resta sempre l'orgoglio di essere così, nel bene e nel male. Perché alla fine il bene vince sempre. Sarà banale dire che se ti senti perdente, allora lo sarai; però questo gusto nostrano per l'autocommiserazione ha stancato. È una settimana che leggo filippiche sullo stato della città di Roma, dal regista famoso al pizzicagnolo pare che la colpa sia sempre della politica.

Sono sicuro che il territorio e il patrimonio artistico italiano meritino un'attenzione e una cura infinitamente superiori a quelle che vediamo, ma non mi sento di dire che altrove siano rose e fiori. Altrove fanno, semplicemente. Gli amministratori sono consapevoli che non esiste la scelta migliore, ma esistono tante buone scelte; scelgono e fanno. Noi italiani perseguiamo l'ottimo, forse come alibi per non fare il bene. E ci ritroviamo ad essere orgogliosi di un film che ci fa apparire come deficienti e magari anche un po' delinquenti, mandiamo sul palco il solito intellettuale che dice "Denghiu veri macc". Poi tutti a suonare il mandolino e a mangiare spaghetti.

Il punto non è il coraggio di mettere in luce i propri difetti, ma quello di riconoscerli come tali.

domenica 2 marzo 2014

Uno chalet tutto per me

Svizzera (francese), estate del 1919: Elizabeth torna nel suo piccolo chalet dopo i lunghi anni di guerra, in cerca di serenità e per fuggire ai ricordi più dolorosi. In compagnia della coppia di malgari che bada alla casa, Elizabeth cerca conforto nel silenzio e nella natura delle Alpi. Un giorno, inattese, due donne inglesi arrivano al rifugio dopo un'ascesa faticosa. Vestite di nero, molto imbarazzate, passano un pomeriggio con la padrona di casa; quando sente che le due connazionali vivono stentatamente in una piccola pensione a fondo valle, Elizabeth si offre di ospitarle per qualche tempo.
Mrs Barnes, sui cinquant'anni, è una donna devota e timorata di Dio. Mrs Jewks, la sorella quarantenne, non parla quasi mai. Entrambe sono vedove e lontane dall'Inghilterra dalloscoppio del conflitto.
L'atmosfera si stabilizza su un registro di prudente formalità, e Mrs. Barnes respinge con fermezza ogni tentativo di complicità. Ben presto Elizabeth scopre che la sorella giovane si è macchiata di un peccato mortale: aver sposato ben due tedeschi, prima il nipote e poi lo zio. Agli occhi della sorella maggiore è un abominio religioso (pare che per gli inglesi sia proibito il matrimonio con lo zio del defunto marito, mentre per i tedeschi sarebbe tollerato) e civile: i tedeschi sono i nemici giurati, e la guerra è una ferita ancora aperta.
La vicenda prende una piega divertente quando lo zio di Elizabeth, un decano in procinto di diventare vescovo, raggiunge lo chalet. È arrivato per ricondurre la nipote in patria, ma il destino gli sta preparando un imprevisto decisamente travolgente.

Scritto dall'australiana Mary Annette Beauchamp sotto lo pseudonimo di Elizabeth von Armin, il libro è una lettura un po' stucchevole. Lo stile è molto inglese, alcuni spunti sono inevitabilmente di difficile comprensione per un lettore contemporaneo. La rigidità dell'etichetta sociale e il senso morboso dell'ospitalità sono solo parzialmente ammorbiditi dall'ironia britannica dell'autrice. È un libro che odora di tè e di salotti polverosi, elegante e parecchio snob.