venerdì 28 febbraio 2014

La casa per bambini speciali di Miss Peregine

Ci sono tanti romanzi con illustrazioni. Poi ci sono le illustrazioni con un romanzo intorno, ed e' questo il caso della Casa per bambini speciali di Miss Peregrine.

Circa un mese fa, era domenica pomeriggio, mi aggiravo per una nota libreria di Como. Lasciando scorrere lo sguardo sugli scaffali, mi sono imbattuto in questa edizione economica, e sono rimasto affascinato dalla copertina. Si sa, la pubblicita' e' l'anima del commercio, e l'abito non fa il monaco. Tutto giusto, pero' non in questo caso.
La splendida foto di copertina e' solo una delle tante riprodotte all'interno del libro. Ho letto velocemente la trama, e l'ho rimesso al suo posto con diffidenza: aveva tutta l'aria di un fantasy per ragazzi, e qualche bella fotografia non poteva spingermi a leggere l'ennesima imitazione di Harry Potter.
Mentre passeggiavo per la libreria, non riuscivo a smettere di pensare a questo libro, e alla fine ho ceduto. Ora posso affermare di essere caduto in una tentazione particolarmente soddisfacente.

Il romanzo si apre con la figura del protagonista, un adolescente di nome Jacob. Vive in Florida, e lavora come apprendista in un supermercato. E' affezionato al nonno, reduce di guerra che colleziona armi e scampato allo sterminio nazista. Ormai il nonno e' anziano, e presenta i primi sintomi di demenza: dice che i mostri sono tornati a prenderlo per ucciderlo.
Un pomeriggio, durante una crisi particolarmente intensa, Jacob lo raggiunge con un amico; tutto sembra tranquillo nel quartiere residenziale, l'anziano vicino di casa del nonno, ormai cieco, e' seduto in veranda. Ma questa pace e' l'inizio dell'incubo, perche' il nonno giace moribondo nel prato dietro casa. E' coperto di ferite apparentemente provocate dagli artigli e dalle zanne di uno o piu' animali. Mentre pronuncia le ultime frasi sconnesse, Jacob scorge un volto orribile che li sta fissando dal bosco. I due ragazzi esplodono vari colpi di pistola (in Florida le armi sono piu' comuni dei telefonini, a quanto pare) verso l'essere misterioso, senza riuscire a colpirlo.
Da questo momento Jacob cade in uno stato di disturbo post-traumatico, e' sottoposto ad un trattamento psichiatrico che tuttavia non scaccia i terribili incubi notturni popolati da mostri che cercano di catturarlo. In un estremo tentativo di restituire un po' di pace al ragazzo, la famiglia organizza un viaggio sull'isola dove il nonno ha trascorso la sua infanzia, in fuga dall'orrore delle persecuzioni razziali e accolto nell'istituto di Miss Peregrine. E' un'isola minuscola, a nord dell'Inghilterra, abitata solo da pescatori.
La meravigliosa villa che ospitava l'istituto di Miss Peregrine e' ormai un rudere, devastato dai bombardamenti tedeschi e poi abbandonato. All'interno restano pero' i mobili, i giocattoli dei piccoli ospiti, e tante fotografie inquietanti.
Mentre Jacob le osserva, due ragazzi appaiono fra le pareti distrutte dell'edificio: due ragazzi ritratti nelle fotografie. Jacob crede di essere impazzito, e' impossibile che i personaggi di quelle foto antiche siano davanti a lui.

La storia vira decisamente verso il fantasy e il gotico: Jacob non e' pazzo, i ragazzi esistono e sono gli stessi delle fotografie. Pero' vivono in una sorta di universo parallelo, un anello, sospesi in un eterno presente del 1940. E sono bambini speciali. Spero di aver suscitato la vostra curiosita', perche' vale davvero la pena di leggere questo libro. Il finale e' aperto, in attesa di un secondo volume appena pubblicato in lingua inglese.
L'autore, Ransom Riggs, e' un appassionato collezionista di fotografie antiche. Come detto alla fine del libro, tutte le foto riprodotte sono autentiche (salvo pochissimi ritocchi), e la storia sembra costruita attorno ad esse. Ovviamente alcuni spunti non possono essere originali (il tema della lotta infinita fra bene e male, il duello finale nel faro, l'amore fra Jacob ed Emma, un'ospite dell'istituto di Miss Peregrine), ma questo non abbassa il livello dell'opera.

Ripensandoci a mente fredda, e considerando che non ho mai apprezzato il genere fantasy, forse l'astuzia dell'autore e' esattamente l'uso delle immagini. E' un peccato grave? Io credo di no. Il risultato forse non e' un capolavoro della letteratura contemporanea, ma rimane una piacevole scoperta. Molto dipendera' dal seguito, che presumibilmente sara' tradotto presto anche in italiano.



giovedì 27 febbraio 2014

Si parla di politica

Essendo un periodo di transizione scientifica (ho la sensazione che dovrei trovare nuovi argomenti di ricerca, ma è difficile e serve tempo), parlo di politica. E di argomenti ce n'è a volontà.

In questi giorni mi capita spesso di discutere di politica con mio padre. Ne ho già parlato: elettore storico della sinistra, si è leggermente spostato al centro con l'avanzare dell'età, ed ora legge il Corriere della Sera come se fosse la Bibbia. Comunque, il suo partito di riferimento è il Partito Democratico. Io, in famiglia, sono sempre stato considerato "di destra", pur avendo votato per l'estrema sinistra. Curioso, ma si sa che gli estremi si toccano. Beh, ad ogni buon conto anche mio papà si lascia scappare sempre più frequentemente la classica frase
Che cosa vuoi che facciano questi, sono tutti uguali e l'Italia non conta nulla.
Se lo pensasse solo mio papà, poco male. Forse sto diventando paranoico, ma mi sento circondato dalla rassegnazione. Ad esempio, nel mio settore, uno dei giochi più popolari è il tiro al ministro: appena prestato giuramento, parte la campagna di affossamento preventivo, supportata dall'immancabile incompetenza. Incompetenti sono tanto i ministri politici quanto quelli tecnici.

Ho la fortuna di abitare sul confine svizzero, quindi ricevo benissimo la televisione elvetica. E anche un canale d'informazione francese. Mi piacerebbe sottoporre gli esterofili de noantri alla visione di un dibattito politico di queste due nazioni confinanti. In pochi minuti si frantuma qualunque pregiudizio di inferiorità: politici che sembrano appena usciti dalla stalla delle vacche, che faticano a mettere insieme una frase. Opinioni degne del tipico frequentatore di osterie, uno di quelli che nemmeno ne approfittano per sfogliare un giornale a sbafo.
Certo esistono le eccezioni, ma non so se i governanti stranieri siano intrinsecamente migliori dei nostri. Più onesti, ma per necessità e non tanto per vocazione, forse sì. Ma più competenti?

Dico, avete presenti le riforme epocali in materia di istruzione della Gran Bretagna? Avete presenti le politiche dell'immigrazione della Svizzera o dell'Australia? Ieri leggevo che negli Stati Uniti, da sempre il faro di civiltà cui il mondo guarda, uno Stato cerca di legittimare la discriminazione dell'omosessualità facendo leva sul diritto di seguire le proprio convinzioni religiose.

Abbiamo una classe politica con gravi carenze (io penso che sia uno specchio fedele della società italiana, ma non voglio infierire), ma stiamo correndo il richio di scivolare nel nichilismo. Ormai non vale nemmeno la pena di provarci, perché siamo certi che finirà male. L'anticamera del suicidio, più o meno.

La scorsa settimana ho sentito (durante un seminario di matematica!) una frase che reputo molto suggestiva: la trasparenza (glasnost, dicevamo noi ai tempi di Gorbacev) sta diventano il peggior nemico della politica. Sono perfettamente d'accordo: così come è difficile far pipì quando qualcuno ti osserva, può essere paralizzante avere una telecamera sempre accesa davanti alla faccia.
Di politica parliamo, leggiamo e scriviamo troppo. La politica è l'arte della mediazione, che è il bersaglio preferito dei pasdaran della trasparenza. Allearsi è diventato tradimento, cercare un compromesso è disfattismo e boicottaggio. E alla fine ci troviamo con il flagello delle riforme epocali che durano lo spazio di una (mezza) legislatura, senza poter andare a regime.

Io faccio così: vorrei 100, mi aspetto 50, e alla fine mi accontento di 25. Funziona sempre così, nella vita. Ma non è detto che sia sbagliato.

mercoledì 26 febbraio 2014

Perché siamo diventati così ignoranti

Rubo il titolo ad una pagina del Corriere della Sera, a cura di Claudio Magris. Sì, quello scrittore che ho criticato per l'ignoranza ostentata nelle critiche dei social network. Rimandando all'originale per la doverosa lettura completa, e sottolineando che ancora una volta il Corriere della Sera brilla per la banalità degli argomenti (siamo tutti ignoranti, non ci sono più le mezze stagioni, signora mia che tempi, ecc. ecc.), azzardo una congettura: siamo (ma lo siamo?) più ignoranti perché non selezioniamo i mezzi di istruzione.

Intendo dire che il passaggio dal libro (magari di testo) al fantastilione di informazioni presenti in Rete è umanamente insostenibile. È un fenomeno ben noto a qualunque insegnante: meglio usare inizialmente un libro di riferimento, invece che proporne dieci alternativi o complementari. Saper discernere fra le informazioni importanti e quelle superflue appartiene all'individuo già intellettualmente maturo, non certo al principiante.

Sinceramente credo meno alla teoria sulla qualità, secondo cui sarebbe la mancanza di controllo dei contenuti pubblicati in Rete a guastare l'apprendimento culturale. D'accordo, un'enciclopedia tradizionale è controllata dal comitato editoriale, ma Wikipedia è controllata da milioni di lettori che segnalano abusi e imprecisioni in tempo (quasi) reale.
Per me, come dicevo, è più pericolosa la quantità: avere a disposizione migliaia di pagine per approfondire ed imparare spinge sostanzialmente a fare altro, a rinunciare. Da una parte siamo scoraggiati dalla mole di notizie, e dall'altra diamo per scontato che basti aprire un browser per essere istruiti. Troppa offerta, non offerta di scarsa qualità.

venerdì 21 febbraio 2014

Ascetismo matematico

Ieri pomeriggio ho avuto il piacere di ospitare, per una conferenza, il professor Roberto Lucchetti. Che è stato una figura altamente formativa per la mia carriera di matematico professionista fin dall'ormai remoto anno accademico 1993-1994: per me l'analisi matematica è sempre quella che ci insegnava lui, seguendo il manuale di Walter Rudin Principi di Analisi Matematica. Ma non è di queste memorie che voglio scrivere oggi.

Il tema della conferenza era la teoria dei giochi, della quale Lucchetti è un esperto e un divulgatore notevole. L'aula era piena (cinquanta persone, che per un seminario di matematica è una cifra ragguardevole), e l'oratore era magnetico; la buona riuscita dell'iniziativa non era dunque in discussione.
Mentre ascoltavo gli esempi e le applicazioni, ripensavo ai giorni in cui dovevo compilare il mio piano di studi per il secondo biennio (laurea del vecchio ordinamento): fra i corsi a disposizione nell'angusta Seconda Facoltà di Como c'era Economia Matematica, tenuto da Lucchetti stesso.
Pur conoscendo ed apprezzando il docente, ricordo di non aver inserito quel corso nel mio curriculum. Perché? Ora cerco di spiegarvelo.

In qualche modo, la teoria dei giochi, l'economia matematica, la matematica applicata alla biologia, mi spaventano. Credo di aver già scritto in questo blog che mi sono sempre considerato un matematico più vicino all'umanesimo che alle altre scienze, e ritengo che gli studiosi medioevali avessero ottime ragioni per accostare la matematica alle lettere e alla filosofia. Paradossalmente, non sarebbe una cattiva idea se i dipartimenti di matematica fossero avvicinati a quelli di filosofia, invece che a fisica o informatica.
Insomma, per tutte queste convinzioni personali (dunque assolutamente passibili di errore), ho sempre avuto un rapporto piuttosto estremo con la mia disciplina: forse posso dire ars gratia artis. So che la teoria matematica può essere applicata con profitto ai problemi reali, ma chiedo la gentilezza di non farlo fare a me. Scrivo articoli sulle equazioni di Schrödinger, ma confesso che me ne occuperei anche se si chiamassero equzioni di Paperoga: mi interessa la matematica che serve ad analizzarle, non il fatto che provengano da modelli fisici. Forse ho scelto la matematica come via di fuga dal confronto con lo sporco mondo reale, come un monaco di altri tempi.

Quando sentivo Roberto Lucchetti che parlava delle ipotesi della teoria dei giochi (chiedo scusa per la banalità con cui parlo di questi argomenti, ma non è il caso di scendere troppo nei dettagli), pensavo soprattutto alle strumentalizzazioni che molti (sedicenti?) scienziati e politici fanno della matematica. Perché la richiesta che proviene dall'esterno è la costruzione di teorie che spieghino (e prevedano) la realtà, senza la consapevolezza delle ipotesi. Narra la leggenda che certe scuole di economisti si nascondano dietro teoremi matematici per sostenere posizioni estremiste in materia di programmazione finanziaria, ma che quei teoremi abbiano ipotesi che non sono verificate nella realtà. E per fortuna i teoremi si prendono in blocco: ipotesi implica tesi, mentre la tesi può benissimo essere falsa quando le ipotesi cadono.
E puntualmente sono arrivate le domande dal pubblico, che sollecitavano applicazioni economiche della teoria esposta. Sono grato a Roberto per aver detto, con chiarezza, che la teoria dei giochi ha applicazioni più belle e potenti alle scienze mediche che all'economia, proprio perché gli essere umani tendono a non conformarsi alle ipotesi di molti teoremi matematici, mentre i geni (inteso in senso biologico) lo fanno spesso. La parola chiave è razionalità: e mi vien voglia di scrivere che i giochi (anche in senso lato) reali fanno leva esattamente sull'errore degli avversari, o sulla loro irrazionalità.

Mi accorgo che sto divagando. Quello che volevo dire è che... Forse non lo so nemmeno io. Non sono un matematico applicato, proprio perché non credo (filosoficamente) nella matematica applicata. Forse questo mi rende un matematico ottuso e oscurantista, e può essere così. Però bisogna anche dire che, nel mondo del lavoro, chi assume matematici applicati lo fa troppo spesso per due ragioni: la prima è che nessun altro ricorda più come risolvere le equazioni algebriche di primo grado (non sto scherzando). La seconda è che vogliono un capro espiatorio per giustificare comportamenti tutt'altro che scientifici.
Ci sono le encomiabili eccezioni, ma sono convinto che l'utilità della matematica nella vita dell'uomo sia ancora largamente misconosciuta.

giovedì 20 febbraio 2014

Il gioco di Ripper





Il festival del déja vu. Il nuovo romanzo di Isabel Allende, Il gioco di Ripper, si rivela un cumulo di citazioni e cliché manieristici: c'è una catena di omicidi che scuote la città di San Francisco; c'è un poliziotto che brancola nel buio; c'è una ragazzina timida ed estremamente intelligente; c'è un gioco di ruolo online, coordinato proprio dalla ragazzina. Poi c'è la madre hippy della ragazzina che è maestra del New Age, e si vede con un navy seal che ha perduto una gamba in Iraq nel 2006.

Già questi ingredienti non sono il marchio dell'originalità. Se poi aggiungiamo che la polizia segue pervicacemente le piste sbagliate, mentre i giocatori online - tutti ragazzini - individuano al primo colpo la strada giusta, il quadro è completo. Ah già, non ho citato i soliti due agenti speciali dell'FBI, antipatici e arroganti.

Isabel Allende afferma di aver iniziato a scrivere questo romanzo con il marito (noto giallista americano), ma di aver proseguito quasi subito da sola. Forse perché il marito ha annusato la banalità della trama? D'altronde, qualche giorno fa l'autrice ha dovuto rettificare una dichiarazione che riduceva il libro ad una spudorata lisciata al pelo dei fan, da sempre affamati di thriller e polizieschi. In pratica, una mezza marchetta.

D'accordo, forse sono troppo duro. Il prodotto ha goduto di grande pubblicità, e un certo pubblico lo gradirà senza dubbio. Se siete invece appassionati del genere poliziesco, tutto vi sembrerà un miscuglio casuale di Criminal Minds, NCIS, e ovviamente Le avventure di Shirley Holmes. La soluzione del caso, che non posso rivelare, è l'ultimo coniglio uscito dal cilindro, in un vortice di situazioni improbabili e caricaturali.
Banale.

martedì 18 febbraio 2014

Scene da un esame

È martedì 18 febbraio 2014, sono in aula U9-01. Sto facendo sorveglianza ad un esame.
Guardo i sessanta (sessanta?!) studenti davanti a me, e mi rivedo al loro posto. Vent'anni fa,
a Como, in un edificio scassato con aule sporche e pennarelli puzzolenti, io ero seduto fra i banchi.
Mi cimentavo con l'Analisi, la Geometria, l'Algebra (no, l'Algebra no!) e una spruzzata di Fisica. Ero vestito diversamente, ma non troppo. Come loro muovevo le labbra nel tentativo di giustificare la soluzione di un esercizio, e mi sentivo a disagio quando il professore passava dietro di me.

Sono sempre stato timido, non volevo che qualcuno leggesse i miei elaborati prima della fine dell'esame. Temevo un sorriso di compassione per uno svolgimento scorretto, atteggiamento stupido perché comunque il professore avrebbe dovuto non solo leggere ma addirittura dare un voto ai miei tentativi di risoluzione. Ma tant'è, coprivo con il braccio sinistro il foglio protocollo a quadretti.
Intorno avevo amici e colleghi che sudavano, tossivano, si soffiavano il naso nei fazzoletti di carta, stendevano litri di vernice bianca sulla bella copia (che a quel punto tanto bella non era più).
Qualcuno allungava il collo, convinto di essere invisibile, qualcun altro estraeva con atteggiamento cospiratorio un libro dallo zaino.

Vent'anni dopo sono seduto alla cattedra, e guardo questi giovani: si comportano esattamente come noi, come me. C'è quello che scrive sicuro, quello che rimpiange di non essere rimasto a letto a dormire, quello che maledice l'esistenza stessa del calcolo differenziale. Dal corridoio arrivano risate e latrati (sì, latrati), c'è anche chi si sta divertendo. La vita di ogni insegnante assomiglia ad una ruota in cui tutto resta uguale, solo le facce cambiano posto. Qualche volta penso che la scelta dell'insegnamento (metto da parte la componente di ricerca della mia professione) sia quella ideale per gli eterni Peter Pan. Cerchiamo di esorcizzare la freccia del tempo sostituendoci ai nostri studenti, sospirando per i loro errori e gioendo quando ci consegnano un compito ben fatto.
E pazienza se abbiamo lo stomaco prominente, i capelli bianchi e il nervo sciatico infiammato dalle ore trascorse alla scrivania: siamo ancora studenti, domani c'è l'interrogazione di latino e ci troviamo alle quattro per ripassare. Chi vuole venire?

domenica 16 febbraio 2014

Sfiducia

L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Questa sarebbe la definizione costituzionale del nostro Stato. Vorrei proporre di sostituire il sostantivo lavoro con sfiducia.


Mi sembra evidente che proprio la sfiducia costituisca il cemento che unisce la repubblica italiana. Quando vi recate in banca o in posta per pagare una bolletta, siete tenuti a conservare per anni la ricevuta, perché lo Stato non si fida di voi è potrebbe pretendere una dimostrazione del pagamento. Voi, tipicamente, non vi fidate dello Stato, e considerate le tasse come una specie di rapina legalizzata. 


La stessa Carta Costituzionale è incardinata sulla sfiducia: ad esempio, il tanto vituperato bicameralismo perfetto è una misura per prevenire una deriva autoritaria del potere. Praticamente ogni organismo statale è bilanciato da un altro organismo che ne previene la degenerazione. Nei fatti questo schema conduce ad una paralisi amministrativa e politica.


Un altro paradigma della sfiducia universale è il famoso concorso pubblico. La Costituzione impone che al lavoro nella pubblica amministrazione si debba accedere per concorso pubblico. E che cosa sarebbe un concorso pubblico? De facto è quell'utopia secondo cui il migliore candidato è scelto e premiato dopo una selezione oggettiva e imparziale. Ho scritto utopia perché, a mio avviso, tale si rivela necessariamente. Se il comune di Paperopoli abbisogna di un archivista, occorre esaminare centinaia di candidati e illudersi di poterli ordinare per meriti decrescenti: il primo nome sarà chiamato a lavorare nell'archivio di Paperopoli. 


Tutto ciò è figlio della sfiducia leopardiana: lo Stato non si fida dei cittadini, e dunque li sottopone ad esami spesso grotteschi. Ma per esaminare serve una commissione esaminatrice, composta da persone di cui è impossibile fidarsi. In un'infinità rincorsa ad escogitare sistemi contro la malafede, tutto il sistema si inceppa.

Prendete la procedura per assumere i professori universitari. Il ministero sorteggia alcuni commissari (da una lista di volontari), i quali devono ordinare per merito decrescente gli aspiranti professori. Ma siccome il ministero non si fida dei commissari, occorre un successivo concorso, essenzialmente localizzato presso i singoli atenei. Perché non accontentarsi di questo concorso? Ovviamente perché non possiamo fidarci della buona fede degli atenei! 

Alla fine il motore si ingolfa fra scarichi di responsabilità e relativi ricorsi alla giustizia amministrativa da parte di quelli che, è chiaro, non si fidano degli esaminatori. Insomma, much ado about nothing.


Non vorrei apparire apocalittico, ma alla soglia dei quarant'anni comincio a sospettare che l'Italia non sarà mai quel Paese normale che tutti vorremmo proprio perché non siamo capaci di fidarci. Il buon funzionamento della pubblica amministrazione, e più generalmente dello Stato intero, è basato sul rapporto di fiducia fra chi amministra e chi è amministrato. Evidentemente occorre fiducia nella giustizia, che colpisce tanto gli amministratori quanto i cittadini che delinquono.

La ricerca spasmodica di criteri oggettivi e quantitativi (il famigerato merito, strumento principale per giustifica nobilmente le peggiori nefandezze) è un triste paravento per la codardia di non voler decidere con assunzione di responsabilità. 

Ovunque una posizione apicale è fonte non solo di onori, ma soprattutto di oneri: quando siamo incaricati di prendere decisioni, possiamo fare bene o fare male. Nel primo caso possiamo essere premiati, nel secondo è inevitabile una punizione. 

In Italia i vertici (politici, amministrativi, economici) non accettano il rischio, e si scavano la trincea del criterio oggettivo: facile dire che, per legge, qualunque decisione è automatica, e che non si poteva fare altrimenti. Trovatemi una nazione in cui l'amministratore delegato delle ferrovie statali percepisca milioni di euro per aver peggiorato drasticamente la qualità dei trasporti su rotaia. Se il primo nome che vi è venuto in mente è quello dell'Italia, probabilmente siete brave persone. Se avete pensato "Non è colpa dell'AD se i ferrovieri sono fannulloni", probabilmente avete un futuro in politica. 

La nuova politica

Prendo spunto dagli eventi politici di quest'ultima settimana (la fine del governo Letta, l'irruzione di Matteo Renzi) per alcuni commenti. 

Mio padre, elettore (finora) convinto di PCI, PDS, DS e PD, è rimasto sconvolto e indignato per lo stile, o meglio per la mancanza di stile, con cui Matteo Renzi ha scalzato Enrico Letta dalla guida del governo. Lo considera un avventuriero della peggior razza, un bieco opportunista che a parole ti sostiene ma nei fatti ti pugnala alla schiena.


Innanzitutto vorrei ringraziare la rubrica odierna di Michele Serra sul quotidiano La Repubblica, perché mi ha fatto capire definitivamente che sono un conservatore. L'argomento di Serra è il seguente: se liquidate il comportamento di Renzi con una frase come "la politica non è affare da educande, ed è sempre stato così", allora siete conservatori. Infatti una persona di sinistra non smette mai di avere fiducia nell'ingentilimento dei modi. Mi viene di aggiungere: e nella pace mondiale, nell'equa distribuzione della ricchezza, eccetera eccetera. 


La mia sensazione è che Renzi sia figlio della sua/nostra epoca, dominata dal modello culturale statunitense. Non so quanti film abbiate visto sulla politica americana, l'ultimo che ho visto io è Le idi di marzo. Vi sarete accorti che le peggiori nefandezze sono perpetrate proprio dai compagni (o colleghi) di partito. Dello stesso partito. Nella corsa alle primarie scorre il sangue: accuse di immoralità vera o presunta, cinici scambi di insinuazioni, pressioni al limite del ricatto.


Un modo di fare politica tradizionalmente diverso da quello italiano. Da noi i partiti cercavano la compattezza (un partito è compatto se è chiuso e limitato), la condivisione degli intenti. Salvo poi impallinare i propri esponenti dopo pochi mesi di governo. Negli Stati Uniti, salvo alcune eccezioni che potrebbero confermare la regola, la guerra fratricida viene prima della vittoria elettorale. È piuttosto raro che un presidente americano sia sfiduciato dal proprio partito, mentre è costantemente attaccato dagli avversari.


Ecco, forse Renzi è cresciuto sotto l'egemonia culturale americana, come in fondo tutti noi che abbiamo più di trent'anni e meno di sessanta. Si è comportato come il tipico candidato alle presidenziali dei film: si corre per vincere, per imporre la propria visione al partito, e non viceversa. Ormai la politica è così, personale ed egocentrica.

Non so quale modello sia migliore, né se sia ragionevole fare una graduatoria. Il personalismo ha tanti difetti, ma anche la fedeltà oltranzista al proprio partito (quanti italiani hanno provato a votare per schieramenti opposti, nella loro vita?) induce alla difesa della rendita di posizione. 

Gli italiani difficilmente leggevano i programmi elettorali dei partiti, perché sapevano già che mai avrebbero votato per gli altri. Essere di sinistra, come conferma Michele Serra, era per sempre, come un diamante. E immagino anche essere di destra. 

Se chiedete ad un abitante degli Stati Uniti, probabilmente vi dirà che talvolta ha votato democratico, talvolta repubblicano. 


Ripeto: chissà quale strategia sociale è migliore? Io ho l'impressione, da semplice lettore di notizie, che anche in Italia siamo stanchi di essere elettori a vita della stessa compagine. Servirà tempo per giudicare.

giovedì 13 febbraio 2014

Servilismo italico

Ogni volta che spiego ad un amico o un parente che talvolta ricevo un compenso aggiuntivo per aver tenuto corsi oltre un certo monte di ore, la reazione è: - Ma non ti pagano per quello?
Un caso vagamente paragonabile è emerso recentemente sulla stampa comasca, quando due dirigenti del comune di Como hanno avuto il premio di produttività per alcuni progetti presentati e attuati nell'ambito dei rispettivi uffici. È subito montato lo scandalo, perché "sono già pagati".

Ovviamente non parliamo dell'aspetto di legittimità, che solitamente è scontato (ci sono leggi e contratti di lavoro che sanciscono queste possibilità di retribuzione integrativa/premiale). Resta invece sul tavolo la questione sociologica: perché, mi chiedo, i più ferventi accusatori sono quasi sempre lavoratori del settore privato, ampiamente sottopagati?

Quando mi azzardo a ribattere che i miei doveri professionali non comprendono l'obbligo di espletare le mansioni che hanno maturato il compenso integrativo, parte la filippica: - Ma io, che lavoro nel privato, devo fare tutto quello che mi dice il capo, altrimenti perdo il lavoro!
Ecco: perché così tanti lavoratori italiani (di affermazioni simili sono pieni i commenti sui siti di informazione) si vantano di essere praticamente schiavi del datore di lavoro? Non ne prendono atto, ma esigono che tutti i lavoratori diventino altrettanto schiavi.

Questo atteggiamento fa il paio con un luogo comune sulla bocca di tanti: la rovina dell'Italia sono i sindacati. Se Marchionne lo dice in televisione, nesusno si stupisce. Ma se le stesse parole escono dalla bocca di operai e dipendenti, allora c'è qualcosa di sbagliato.
Anche al netto della (presunta) necessità di riforme del ruolo sindacale, e in modo speciale della necessità di tutelare i lavoratori meno garantiti dalle ultime riforme del lavoro, scandalizza il disprezzo di fondo.

Nel terzo millennio, una certa mentalità sociale rimpiange la servitù della gleba. E quella sinistra accoppiata di mutismo-e-rassegnazione che è l'anticamera del sottosviluppo.

martedì 11 febbraio 2014

I fratelli Rico






Arrivato da poco sugli scaffali per i tipi di Adelphi, I fratelli Rico è un romanzo piuttosto particolare per i lettori di Simenon. Ambientato negli Stati Uniti degli anni '50 (fra la Florida, New York e la California), si presenta fin dal principio come un romanzo tipicamente americano. I fratelli Rico sono tre affiliati ad una grande associazione di stampo mafioso attiva in tutto il territorio americano. Eddie, quello più disciplinato e fedele, ha raggiunto un livello di potere ragguardevole nella zona del Golfo del Messico, e particolarmente in Florida. Cura gli affari con zelo ed è un uomo di fiducia per l'organizzazione.
Suo fratello Gino è invece un killer, inviato spesso a fare pulizia nei casi difficili. L'ultimo, Tony, ha preso una pericolosa sbandata per una bella ragazza, e decide di lasciare l'organizzazione. Uno sgarbo impossibile da perdonare.
Eddie inizia un viaggio che lo porterà nell'estremo Sud Ovest, nel tentativo di trovare Tony per farlo espatriare. Questo viaggio è però anche un viaggio interiore, che fa vacillare le certezze del protagonista. Troppo tardi Eddie capisce di essere, lui stesso, soltanto una pedina nelle mani dei vertici mafiosi: ogni particolare è stato studiato fin dall'inizio, senza possibilità di cambiamento.

Portato sul grande schermo nel 1957 (il romanzo è datato 1952), I fratelli Rico parte più lentamente del solito, e soprattutto il classico rovesciamento che abbatte i protagonisti simenoniani non è una colpa diretta di Eddie. Il protagonista non ha particolari colpe, se non il peccato originale di essere entrato in un'organizzazione mafiosa. Paradossalmente il fratello Tony è il personaggio più vicino al cliché dello scrittore belga: la sua vita cambia per una decisione definitiva, presa volontariamente. È forse questo scivolamento dal ruolo di protagonista naturale a quello di comprimario che lascia un leggero senso di rinuncia. Simenon decide di sorprenderci, presentandoci invece un protagonista malgré soi, involontario carnefice del fratello più coraggioso.

Una picocla postilla: non ho letto la recente edizione (2014) Adelphi, bensì quella di Mondadori che potete vedere nella foto qui sotto. Inevitabilmente la traduzione mi è sembrata datata, ma senza eccessi ridicoli.



domenica 9 febbraio 2014

Parlare a vanvera

Non so se sia italiano corretto, ma si capisce benissimo: significa parlare per niente, di quello che non si conosce. Ieri sera ne ho avuto una dimostrazione autorevole.
Nel programma televisivo Che tempo che fa lo scrittore triestino Claudio Magris si è messo a parlare di Facebook. Sarà l'età, sarà un po' di snobismo culturale, ma il nostro è sconvolto dall'aver appreso che è stato iscritto a Facebook a sua insaputa. Ha perfino inviato un editoriale al Corriere della Sera per psicanalizzarsi gratuitamente con i lettori.
Certo, capisco che non sia corretto iscrivere ad un social network una persona che non abbia dato un consenso esplicito. Ciò che mi ha fatto prima sorridere, e poi anche arrabbiare, è stata la palese ignoranza con cui lo scrittore discettava della materia. Ha detto che qualcuno gli ha regalato l'abbonamento a Facebook, ma lui avrebbe preferito un abbonamento al teatro alla Scala di Milano. E naturalmente parlava con il suo solito tono professorale che non ammette dibattito, accompagnato dall'espressione disgustata del volto.

Ora, dico io: che tu ti senta troppo raffinato per documentarti sui social network, può anche essere. Ma allora taci e parla di quello che conosci. Mio papà, coetaneo di Magris, continua a giudicare Internet come un posto interessante solo per pedofili, truffatori e personalità devianti in genere. Ma nessuno lo invita in televisione a parlare di Internet, né si aspetta che la sua opinione sia letta dal quasi un milione di lettori sulla prima pagina di un quotidiano.

L'aspetto più gustoso della vicenda forse è proprio questa: Claudio Magris, che tanto disprezza i social network, ha commesso proprio l'errore più comune dei frequentatori di Facebook. L'errore di intervenire a sproposito, per il solo gusto di lasciare nel cyberspazio una tua sciocchezza scritta. È una divertente pena del contrappasso, chissà se lo ha capito. O almeno se qualcuno glielo ha spiegato.

sabato 8 febbraio 2014

Tornando a casa, come una volta

Non si può dire che io un nemico dell'informatica e della tecnologia (ehi, sto scrivendo questo post sul mio nuovo iPad, uso internet dal 1998 e me la cavo con la tecnologia in generale). Talvolta, su Twitter, prendo in giro qualche professionista dei nuovi mezzi di comunicazione con la vecchia litania del ritorno alla vita reale, quella di una volta. E mi prendo la mia dose di commenti sarcastici.

Questa settimana ho voluto fare un esperimento: a casa niente internet. Ora, sia chiaro: esco alle 8 e rientro dopo le 18, quindi non possiamo parlare di disintossicazione. Eppure mi sono riappropriato di quelle due ore prima di cena che ormai se ne andavano in banali navigazioni su siti inutili, qualche controllo dell'email e dei network sociali.
Da lunedì a venerdì, fino alle 20, mi sono dedicato alla cara, vecchia lettura. Di libri stampati su carta o di ebook, ma rigorosamente offline. Il risultato è che ho letto due libri, un ritmo più che doppio rispetto alle mie abitudini. E quelle due ore serali sono volate. Ho fatto quello che facevo da ragazzo, al ritorno dall'università. Leggevo Topolino, ascoltavo musica, telefonavo a qualche amico.

Proprio mezz'ora fa leggevo un articolo su un quotidiano che avanzava una tesi un po' sinistra: tutti saremmo dipendenti da internet, e dunque drogati. Mi sembra troppo, ma un fondo di verità c'è. Quando ci imponiamo di restare scollegati, la prima sensazione è di ansia: e se arrivasse un messaggio importante? E se mi perdessi una notizia fondamentale?
Voi potreste essere fra le poche persone che realmente devono essere perennemente reperibili. Io non lo sono, e nessun ha il diritto di biasimarmi quando decido di non leggere la posta dopo cena o la domenica pomeriggio. Senza integralismi, per carità; ma anch'e senza sensi di colpa. In fondo, quei due libri mi hanno dato più soddisfazione di tanti siti e di tanti tweet.

venerdì 7 febbraio 2014

La pelle dell'orso





Le Dolomiti (venete), un orso puzzolente e diabolico, un ragazzo di dodici anni: sono questi gli ingredienti del bel romanzo di Matteo Righetto.
Siamo nel 1963, Domenico abita fra le montagne venete, va a scuola e vive con il papà; sua mamma è morta, schiacciata da un carro durante i lavori in campagna, qualche anno prima.
In paese tutti parlano del gigantesco orso bruno che è riapparso nelle valli, facendo strage di animali. Il padre di Domenico scommette un milione di lire (del 1963!) che riuscirà ad uccidere il Diàoul. Una mattina presto parte con il figlio per la grande battuta di caccia: sarà l'occasione per ricostruire, almeno in parte, il rapporto con quel ragazzo che sta diventando grande.
L'epilogo è drammatico, e coincide con la tragedia del Vajont.

Un'avventura che ricorda certamente Tom Sawyer, ma anche alcuni racconti del "vicino di casa' Mauro Corona, e non soltanto per la rievocazione del Vajont. Matteo Righetto, insegnante e affabulatore, scrive capitoli brevi e asciutti, misurando le parole nella tradizione montanara.

Una lettura consigliata a tutte le età.

giovedì 6 febbraio 2014

Il soldatino impazzito

Superbo! Non trovo aggettivo migliore per definire questo libro di Gianni Zanolin. Uscito nel 2013 per i tipi delle Edizioni L'Omino Rosso di Pordenone, è diventato ben presto un caso letterario: ottime recensioni sulla stampa nazionale l'hanno fatto scoprire al grande pubblico.
La storia è molto italiana: l'omicidio di tre militari americani di stanza ad Aviano è scoperto, per puro caso, dal commissario Vitale (Vidal) Tonelli della questura di Pordenone. Il caso sembra risolversi in fretta, e facilmente. Troppo facilmente per essere vero. Ed allora entrano in gioco i servizi segreti, tipico apparato buono per ogni possibile devianza letteraria (e anche non letteraria). Fra personaggi ambigui e collaboratori fidati, Tonelli farà luce sulla vicenda, ma dovrà fare i conti con un passato che sperava di aver sepolto definitivamente.

Scritto magistralmente e con una ricercatezza di dettagli e particolari davvero notevole, il romanzo scorre senza pause o tempi morti verso l'epilogo. Che non è cruento come i capitoli precedenti indurrebbero a credere, e Zanolin resiste abilmente alla tentazione di un finale poliziottesco.
I testi sono ricchi di frasi dialettali, dal pordenonese al triestino, con una puntata nello sguaiato veneziano.
Ci sono punti deboli nella trama? Beh, forse soltanto la presenza ingombrante dei militari americani, che spiano mezzo Friuli con i loro satelliti e giocano dunque un ruolo onnisciente; qualche purista del giallo tradizionale potrebbe storcere il naso di fronte alle intercettazioni audio e video che, in pratica, svelano i fatti criminosi senza appello.
Il colpo di scena delle ultime righe, salutato da qualche recensore come un gioiello, non mi ha stupito: non posso rivelarlo qui, basti dire che avevo capito la verità alla seconda telefonata del commissario alla segreteria telefonica della compagna.

Sul sito dell'autore ho letto che è in preparazione la seconda avventura del commissario Tonelli. La attendo con ansia, e spero che la distribuzione possa migliorare: la mia libreria milanese di fiducia ha impiegato più di un mese per reperire il libro.

domenica 2 febbraio 2014

Sfogatoio

Un breve elenco delle cose che mi sono venute a noia di internet.

1. Quelli che ti dicono come devi mangiare/condire/cuocere/accompagnare le pietanze. Se voglio condire la pasta con la Nutella o i ravioli con il pesto, non mi interessa la vostra opinione contraria.
2. Quelli che ti spiegano dottamente che cosa pensare e quale opinione avere. Alla mia età sono in grado di pensare da solo. Possiamo discutere, ma non c'è ragione per cui le vostre idee siano migliori delle mie. E se sbaglio, pazienza.
3. Quelli che commentano qualunque affermazione con gli slogan stereotipati. Se stiamo parlando di politica, e l'unica frase che vi viene in mente è "tanto i politici sono tutti uguali/ladri", facciamoci un favore reciproco: risparmiamo tempo e fatica, amici come prima.
4. Quelli che intervengono solo perché si sentono soli. Capisco che sia una tentazione irresistibile, io stesso ci sono cascato ripetutamente. Però i risultati sono tipicamente frustranti, e invece di farvi nuovi amici probabilmente verrete redarguiti o trattati come poveri pirla. Vale la regola aurea che si apre bocca usando si ha qualcosa di minimamente sensato e coerente da dire. Altrimenti meglio fare una passeggiata con il cane.
5. I tweet che parlano di circostanze note solo all'autore. Il primo pensiero del lettore è "che cavolo vuole questo?"
6. I post Facebook e i tweet sgrammaticati. Se vi hanno spiegato che una frase è composta da soggetto, predicato verbale e complemento oggetto, perché non seguite il consiglio?
7. Le recensioni dei film del tenore "film lento, poca azione". E certo, era un film di Bergman, non Die Hard 25! Quando scrivete una recensione, è superfluo sostenere che VOI avreste gradito un prodotto differente, dal momento che VOI non siete gli unici al mondo. 
8. Quelli che (anche nella realtà) si sforzano di scrivere/parlare come i figli adolescenti. Una volta ho sentito una cinquantenne, in treno, dire "Tranqui raga, sedetevi pure." Si sono voltati tutti. Lo sapete, vero, che i veri adolescenti stanno pensando "quel vecchio parla come un deficiente"?

sabato 1 febbraio 2014

Cronache da un'assemblea

Giovedì scorso ho seguito la prima parte dell'assemblea di cui vi ho parlato precedentemente. Partecipazione non da concerto a San Siro ma soddisfacente nonostante la nevicata confindustriale e imperialista che ha colpito la Lombardia con tempismo sospetto (sto facendo ironia, ovviamente), ambientazione post-industriale tipica della Bicocca, invitati motivati e competenti. Eppure...

Eppure mi è rimasta una sensazione di straniamento (tra parentesi, il mio Mac corregge straniamento in stracciamento, suggerendo un'interpretazione maliziosa). Il professor Giuseppe De Nicolao (Università di Pavia) ha fatto un discorso straordinariamente informato e informante (ne potete leggere alcuni contenuti sul suo blog); poi ho ascoltato i rappresentanti di varie sigle sindacali e d'associazione.
Perché straniamento? Perché ne sono uscito con la sensazione che il tempo si fosse fermato. Al 2010. Siamo qui a dimostrare, dati alla mano, che le affermazioni degli ideologi (Perotti, Zingales, Giavazzi, ecc.) sono ideologiche e non oggettive. Siamo qui a dire che, se non si inverte la rotta, il sistema della pubblica istruzione rischia il collasso.
Diciamo ancora queste cose, cazzo!

Scusate il francesismo che mi è venuto spontaneo, ma possibile che non siamo nemmeno usciti dalla fase della negazione del lutto? Perché ci roviniamo le tonsille per urlare che c'è un disegno politico teso alla privatizzazione dei saperi?
La risposta più gentile è che siamo troppo ingenui: confidiamo nella buona fede dell'interlocutore. Non siamo rassegnati alla constatazione che nessun politico cambia idea, se non in presenza di un'utilità. Non saranno i dati di De Nicolao, pur giusti, a far cambiare idea alle lobby che premono per la moltiplicazione delle università gestite dai privati: la loro strategia di gioco prevede questo, e solo un ingenuo può sperare che gli appelli alla libera ricerca li fermeranno, perché non è un film dove il bene trionfa.

Ecco, a proposito: a forza di contrastare le ideologie, stiamo negando che la politica sia strategica. Quando i rappresentanti dei movimenti della scuola affermano che la strada intrapresa è sbagliata, stanno formulando un giudizio politico tanto quanto quello di Perotti. Detto brutalmente: spingere l'Italia verso un futuro da camerieri (come è stata giudicata la proposta di investire tutto sul turismo) non è uno sbaglio, ma una scelta strategica.
Per dire, a posteriori, se sia sbagliata, occorre fissare la funzione di utilità. Perché io conosco camerieri molto più realizzati professionalmente di tanti dottori di ricerca. E allora?

Dice: dobbiamo portare queste assemblee fuori dalle mura delle università, e coinvolgere la gente. Già, la gente. E se scoprissimo, ahinoi, che la gente condivide la strategia iniziata dalla riforma Gelmini? Ma, ammesso che la gente si schieri per una decisa inversione della tendenza, basterà?

La strategia economica dei Paesi occidentali non è mai stata decisa dalla gente, cioè dagli elettori. In un sistema di libero mercato, sono i potentati economici ad indirizzare la politica. E in Italia non ricordo governi tanto forti da imporsi sui centri del potere economico.

Ho scritto tutto questo di getto, e potrei essere frainteso. Io caldeggio un ritorno degli investimenti pubblici nella ricerca, almeno ai livelli delle nazioni europee simili alla nostra. Ci mancherebbe.
Resta il fatto che avremmo dovuto elaborare il lutto da anni, e realizzare che serve a poco fare le pulci alle affermazioni propagandistiche degli avversari. À la guerre come à la guerre, loro lo sanno bene. Noi forse no.

Uomini e donne del Medioevo

Curato dal famoso medievalista francese Jacques Le Goff, questo libro è una raccolta di "schede" su alcuni personaggi di spicco dell'intero Medioevo. Nei capitoli, suddivisi cronologicamente, appaiono anche personaggi mitici e letterari.
Ho acquistato questo voluminoso tomo come personale strenna (post)natalizia, spinto dalla mia mai sopita passione per l'età di mezzo. Lo conservo sulla scrivania dell'ufficio, suscitando qualche sguardo curioso di studenti e colleghi.
La lettura non può essere sistematica, e proprio questo è il bello: è possibile (e consigliato) saltare da un personaggio all'altro, facendosi incantare dalle splendide immagini che accompagnano il testo. Si scoprono così le esistenze e le vicissitudini di uomini e donne che vissero più di mille anni fa nell'Europa Occidentale (sono dichiaratamente esclusi i personaggi delle culture orientali), guidati dai principali storici. Il libro è completato da una bibliografia non specialistica, che i lettori appassionati possono utilizzare per approfondimenti.
Un'opera tutt'altro che esaustiva e sistematica, le cui schede sono a volte fin troppo succinte. Ma resta uno splendido regalo da conservare e sfogliare.