giovedì 30 gennaio 2014

La casa dei sette ponti


Sessantaquattro pagine stampate a caratteri larghi: questa è la storia della casa dei sette ponti. Edito da Feltrinelli nell'estate 2012, è un omaggio di Mauro Corona all'amico Francesco Guccini.
Finalmente ambientato lontano da Erto e dal Friuli, è una breve rivisitazione della parabola del figliuol prodigo in chiave onirico-moderna. Un industriale di Prato, ultimo baluardo contro il predominio cinese, bussa alla porta di una casupola nei boschi dell'Abetone. Gli aprono due anziani, che rifiutano però di farlo entrare finché non abbia oltrepassato i sette ponti.
Inizia un percorso di riscostruzione del proprio passato di bambino abbandonato, che non rivelo fino in fondo.

Ormai esperto del genere moralistico, Corona costruisce una parabola del riscatto e dell'amore filiale con qualche sfumatura ambigua: in che senso "i cinesi vincono sempre"? Abbellito da una copertina magica, è una lettura velocissima e leggermente scontata. Non un capolavoro, ma una distrazione piacevole.

mercoledì 29 gennaio 2014

La voce degli uomini freddi



Arrivato nelle librerie all'inizio di dicembre 2013, La voce degli uomini freddi è l'ultima fatica dello scrittore-alpinista-scultore Mauro Corona, che qui introduce di persona l'opera.
Ho già scritto ripetutamente che la produzione di Corona si divide essenzialmente in due filoni: quello memorialistico e quello narrativo. Che poi ci siano sovrapposizioni e contaminazioni, non deve stupire. Questo romanzo appartiene al secondo filone, e non casualmente è stato catalogato fra le favole. Certo, questo sperduto villaggio fra le montagne, dove nevica tutto l'anno e dove la vita è agra ed erta, questi personaggi eterei che parlano un idioma misterioso, tutto insomma assomiglia ad una storia fantastica.
Mille anni (e una notte) di storia si dispiegano nelle pagine fra accenni più o meno espliciti alla storia reale: fanno capolino le guerre, ad esempio, descritte però come tuoni lontani che solo in ultimo turbano l'equilibrio degli uomini freddi. E, immancabilmente, c'è qualcuno cui va stretta la fatica del villaggio, e cerca una nuova vita nel mondo civilizzato (ma quale sarà la vera civiltà, viene da chiedersi?): per costoro, forse un po' banalmente, solo infelicità e odio.
Le ultime pagine sono una sceneggiatura della tragedia del Vajont; anche le date (da settembre al fatidico 9 ottobre) coincidono con quelle del 1963, e naturalmente è una diga artificiale in cui cade la montagna a cancellare (quasi) ogni traccia del paese degli uomoni freddi. Solo quattro persone scampano al massacro, figure invisibili che perpetuano nel silenzio una stirpe ormai distrutta dalla voracità degli uomini potenti.

Fin qui la storia, che si arricchisce di altre figure interessanti e commoventi. Come giudicare il libro? Con difficoltà devo ammettere che non mi ha entusiasmato. Mauro Corona si cala nei panni di quei vecchi sapienti cui gli uomini freddi chiedono consiglio nei momenti di difficoltà, e il tono scivola talvolta nel rimbrotto ripetitivo che appartiene a quasi tutti gli anziani. Lo scrittore è fatto così, basta guardare le sue interviste. Però troppe prediche rischiano di stancare il lettore.
La scrittura è, al solito, asciutta e composta da frasi brevi. Corona usa pesantemente la strategia dell'anticipazione dei colpi di scena: è il tipico escamotage per incuriosire chi legge a proseguire. Ma scrivere, subito in coda all'anticipazione, "Ma bisogna andar per ordine" è come dire "Dormi, è ancora presto" al bambino che si sveglia in piena notte: c'è il rischio che la curiosità resti soffocata.

Siamo, a mio giudizio, assai lontani dalla produzione intrigante e suggestiva del primo Corona, quello dei racconti e delle memorie paesane. Non sto affatto dicendo che la vena si sia esaurita, giacché il recente Venti racconti allegri e uno triste ha dimostrato l'immutata verve dello scrittore. È solo un parziale cedimento ad un genere che forse non è pienamente nelle corde dell'eclettico ertano.

domenica 26 gennaio 2014

Vajont, quelli del dopo


Il mio primo ebook su iPad, che recensisco con particolare piacere. Un testo veloce, persino un lettore pigro come me può leggerlo in un'ora.
Scritto nel 2003, a quarant'anni dal disastro che causò duemila morti (la maggior parte a Longarone, ma altri paesi della val Vajont pagarono un triste tributo) da un Mauro Corona che si fa semplice portavoce di tre ertani in un'osteria, è un racconto doloroso e problematico. Tacciato da qualcuno di imprecisione e addirittura di ipocrisia, lo scrittore-alpinista mette in scena le tensioni e le contraddizioni dei sopravvissuti. C'è chi odia e chi vorrebbe guardare avanti, chi baruffa e chi propone ritorsioni sui discendenti degli ertani fuggiti dopo la sciagura.
Difficilissimo prendere posizione, soprattutto dopo aver visto con i propri occhi le ferite della terra e delle persone di quei posti.

Il lettore non cercherà qui una tesi o una risposta: come avventore della stessa osteria, gli basterà fermarsi ad ascoltare, senza giudicare.

Ultima considerazione: continuo a pensare che il miglior Corona non sia quello dei romanzi, spesso prolissi e poco incisivi. Questo libro sembra confermare il mio giudizio.

mercoledì 22 gennaio 2014

Sul ruolo unico

La Rete 29 Aprile, insieme ad altre organizzazioni universitarie, ha organizzato un'assemblea per discutere varie questioni relative all'organizzazione del sistema universitario italiano. Fra gli argomenti all'ordine del giorno c'è il cosiddetto ruolo unico della docenza. Rimando al documento allegato per una panoramica di definizioni e vantaggi della proposta. In questa sede mi calo nei panni del proverbiale avvocato del diavolo.
  1. Una prima, possibile, debolezza del modello proposto è che coincide sostanzialmente con il sistema scolastico, dove esiste una sola categoria di docenti di ruolo. Purtroppo, e ribadire che si tratta di un giudizio scorretto non è mai abbastanza, la professione del docente scolastico non gode della dovuta considerazione presso l'opinione pubblica. C'è allora il rischio che una riforma basata sul ruolo unico sia accostata pregiudizialmente ad una realtà esistente e ritenuta (a torto) già insoddisfacente.
  2. Una seconda, possibile, debolezza del ruolo unico è che sembra avere vantaggi per tutti. Come la pace nel mondo e il comunismo, diremmo con una battuta. Più seriamente, e proprio come la pace universale e l'uguaglianza dei diritti, non sembra esistere in alcuno Stato avanzato. In pratica, i sistemi accademici occidentali sono basati su una piramide di ruoli professionali come quella italiana. Se i dettagli possono evidentemente variare da un posto all'altro, è il principio che non sembra essere messo in discussione dal potere politico.
    Pur potendo ribattere che una prima volta deve pur sempre esistere, conviene approfondire la questione. A me sembra che l'argomento più forte contro il ruolo unico sia anche quello più banale: l'essere umano ha dimostrato, dall'alba della civiltà, una spiccata propensione alla gerarchia. Fra l'altro l'ambizione personale è il motore dell'unico sistema economico sopravvissuto al collasso del blocco sovietico, cioè il liberismo.
    I detrattori del ruolo unico hanno vita facile a sostenere che la cancellazione dei gradini progressivi della carriera ucciderebbe il sano spirito competitivo dell'uomo. Se il mantenimento della progressione stipendiale garantisce almeno un'attrattiva pecuniaria, cadrebbe ogni ambizione di potere. Ciò che, ovviamente, è ben noto agli ideologi del ruolo unico, ma che è altrettanto ovviamente un tabù per i conservatori.
  3. Una terza debolezza, che prendo in considerazione solo per spirito polemico, è che la proposta sia bollata come una sorta di vendetta degli sfigati. In altre parole, poiché i ricercatori (precari e non precari) non sono riusciti a diventare professori con i concorsi, vogliono diventarlo svalutando la nobiltà del titolo. È una contestazione debole, giacché la legge del più forte non dovrebbe essere l'unico criterio di giudizio della società.
Personalmente trovo che il profilo del docente universitario più adatto al ruolo unico sia vagamente idealizzato: costui dovrebbe lavorare (cioè fare ricerca e insegnare) per il puro amore della conoscenza e per il puro bene della collettività. Una figura nobilissima, forse troppo.

Per discutere seriamente della proposta del ruolo unico è necessario prevenire queste ed altre obiezionei, che suppongo numerose, dei sostenitori dello stato attuale. In un mondo dove la ricerca è sempre più affascinata dalle sirene degli investitori privati e dai temi considerati istantaneamente portatori di profitti, il ruolo unico è non solo una rivoluzione copernicana, ma soprattutto un ritorno all'originale spirito dell'università.

sabato 18 gennaio 2014

La casa a Nord-Est


Sempre affascinato dai libri ambientati in terra friulana, ho acquistato La casa a Nord-Est di Sergio Maldini in edizione usata. È considerato il capolavoro dello scrittore fiorentino (ma di adozione friulana), vincitore del premio Campiello 1992. Sarà un capolavoro, ma francamente non me ne sono accorto.

Mentre proseguivo con una certa fatica la lettura, mi sono imbattuto nella recensione di un'altra opera di Maldini, descritta (cito a memoria) in questi termini: un altro libro di Maldini senza trama. E infatti è (quasi) vero. C'è un giornalista romano, di età non ben definita ma vicino alla pensione (stiamo parlando degli anni '80, quindi possiamo immaginare che avesse poco più di cinquant'anni), che vuole fuggire dalla città eterna e dai suoi stili di vita. Scartata la campagna toscana, punta sul Friuli. O meglio sulla Bassa, quell'area della regione che inizia a Latisana e finisce praticamente a Monfalcone. La scelta cade sul paese di Varmo (dalle parti di Codroipo, sud-ovest di Udine), dove una nobildonna gli cede un rudere a prezzo di favore. E il libro racconta della ristrutturazione del podere, dei nuovi amici di questo Friuli mitizzato come luogo dell'innocenza. C'è spazio per un amore passionale e, allo stesso tempo, tragicamente cerebrale.

Insomma, possiamo dire che si tratta del classico libro intellettuale della tradizione italiana: i muratori e gli idraulici che si scoprono attori teatrali spigliati e colti, la nobiltà decaduta che parla di Napoleone come fosse un vicino di casa, i presunti colpi di scena sull'albero genealogico di questo e quell'altro. Pagine scritte così, senza nemmeno un perché.
Poi, lo confesso, questa idealizzazione della Bassa friulana mi indispone. Mi è sempre parsa la parte più banale ed insignificante di quella regione di confine, dove i binari del treno per Trieste corrono in un nulla cadaverico costellato di pioppeti. Amo il Friuli (e la Venezia-Giulia triestina), ma quello di montagna: dall'alto pordenonese alla Carnia, fino a Tarvisio con le sue foreste incantate. L'idea che Varmo, Codroipo e il basso Tagliamento siano una specie di Eden mi fa sorridere, forse perché sono nato e vissuto a due passi dalla grande pianura padana. Per carità, là in fondo si starà benissimo, non lo discuto. Ma dove starebbe la differenza rispetto a Lodi, Treviso o Biella?

Forse, più semplicemente, non amo la letteratura italiana contemporanea, che mi sembra autoreferenziale e dannatamente snob. Ci sono storie senza libri, ma come si può scrivere un libro senza una storia?

martedì 14 gennaio 2014

La lanterna


Delizioso libretto (nel senso letterale del diminutivo-vezzeggiativo, poiché si tratta di un libro che sta in una mano, di appena cento pagine) recentemente edito da Robin Edizioni, è la traduzione di Le fanal (Denoël, 1992).
Il protagonista è il commissario Laviolette, l'investigatore che lo scrittore provenzale ha fatto conoscere al pubblico con alcuni romanzi dal sapore nostalgico. Ma questa volta Laviolette è solo il testimone di una vicenda gotica di fantasmi ed amori. Narratore nella narrazione, il commissario si fa interprete della storia di un fantasma infelice: una donna ormai anziana che passa il tempo sulla panchina di una stazione ferroviaria abbandonata da tempo. Moglie di un ferroviere, anzi di due ferrovieri, anzi di tre ferrovieri, è condannata ad attendere un treno che nessuno può vedere.

Scritto con il consueto stile involuto di Magnan (un mio grande rammarico è che non conosco sufficientemente il francese arcaico e letterario per avvicinarmi agli originali mai tradotti in Italia), questo veloce racconto riserva qualche piacevole sorpresa "nera" nonostante una certa difficoltà a seguire il filo dei dialoghi. Ma gli estimatori di Magnan (1922-2012) attendono la traduzione degli ultimi libri, di spessore ben superiore a quello di un divertissement.

domenica 12 gennaio 2014

Pierre Magnan e gli automobilisti

Sto finendo un delizioso libretto di Pierre Magnan (1922-2012), e ve ne parlerò presto. Facendo un giro sul suo sito, ho scoperto un post che mi sembra significativo anche per noi italiani. Lo traduco velocemente e indegnamente dal francese.

L’immaturità sociale e repubblicana dei francesi è vieppiù visibile nel suo comportamento sulla strada e nel suo disprezzo dei gendarmi. 

Verso tutti i mesi il mio obolo al fondo per gli orfani della polizia, perché il gendarme che si presenta alla portiera di un’automobile qualunque per domandare cortesemente i documenti rischia la vita né più né meno di un soldato del 1914 che usciva dalla trincea sotto il fuoco delle mitragliatrici.

Certamente la voglia di uccidere, nella maggior parte dei casi è diventata virtuale nell’automobilista. Ciò non significa che sia scomparsa dal suo animo.

Rifiutare di applicare a se stessi le leggi che sono state votate con fierezza per il prossimo, equivale a rinunciare per tutti al diritto alla libertà. Serviranno ancora trecento anni di dittatura, per assimilare questa evidenza?

L’altro giorno, come un macchinista che vede il cartello bianco e nero con l’indicazione del limite di 90 all’ora sull’autostrada, mi sono immediatamente adeguato all’obbligo. Nemmeno uno di quelli che mi hanno sorpassato ha fatto lo stesso. Era chiaramente indicato: Ozono oltre i limiti, velocità limitata a 90 km/h. Certi si sono dati un colpetto sulla fronte, e un ciccione mi ha sollecitato a colpi di abbaglianti.

Non possiamo simultaneamente promulgare leggi e rifiutare di applicarle a noi stessi. Volete che le automobili rispettino i vostri figli all’uscita della scuola? Allora imponetevi di rispettare queste leggi.

sabato 4 gennaio 2014

La vasca sempre piena

Se non capite il titolo di questo post, vi chiedo solo un po' di pazienza. Ieri pomeriggio stavo leggendo un articolo su un quotidiano nazionale in cui si annunciava un evento epocale: il numero dei laureati italiani ha superato, quest'anno, il numero delle nuove matricole. Il tono del giornalista oscillava fra il gaudente e l'estasiato, con l'inevitabile intervista alla cariatide Luigi Berlinguer (il ministro dell'istruzione che ha introdotto il sistema 3+2 nonché indegno cugino dell'indimenticato Enrico). Il buon Luigi, ovviamente trionfante, spiegava che ora il "suo" sistema è andato a regime, che "ce lo chiedeva l'Europa", che dobbiamo aspirare ad un'accademia che laurea praticamente tutte le matricole. È il modello della fontana di montagna, che vedete nella figura qui sotto.


In pratica, le fontane di montagna sono vasche (scavate nel legno o costruite con il cemento) che ricevono acqua da una o più "cannelle", e la espellono da un foro posto in basso oppure da una scanalatura come nel caso che vediamo nella foto. La prima volta il foro viene tappato, finché la vasca raggiunge la capienza massima; poi il tappo è rimosso, e il diametro del foro è calibrato affinché i litri d'acqua nella vasca siano costanti (salvo oscillazioni temporanee dovute a siccità o pioggia abbondante). Per il buon Luigi, l'università dovrebbe assomigliare a queste vasche: capienza, cioè studenti iscritti, essenzialmente costante nel tempo. Tanti studenti entrano, tanti studenti escono. Escono nel senso buono, con la laurea in mano, ché l'uscita con le pive nel sacco è il nemico da annientare.

Che "ce lo chieda l'Europa" è abbastanza vero, dal momento che l'OCSE ci ha tirato le orecchie proprio perché il tasso di abbandono scolastico e universitario è troppo alto. Che per lustri l'università abbia seguito un modello diametralmente opposto a quello di Berlinguer cugino è altrettanto evidente e noto. Perché? Mi vengono in mente tre risposte:

  1. studenti fannulloni, che si immatricolano allo scopo di parcheggiarsi per anni nelle aule. Un'ipotesi sempre meno difendibile, poiché le tasse per i cosiddetti fuori corso sono sempre più alte, mentre la crisi economica erode i risparmi delle famiglie.
  2. Professori incarogniti ed elitari, che applicano il criterio della decimazione ad ogni appello.
  3. Studenti mediamente più "de coccio" rispetto alla media europea, privi della facoltà intellettive indispensabili per conseguire il titolo di studio. Oppure, se ci limitiamo agli studi accademici, studenti che si trascinano lacune incolmabili dai cicli scolastici precedenti.
Dopo dieci anni di lavoro in università, propendo per la seconda opzione. I docenti universitari sembrano concepire il corso di laurea soprattutto in chiave competitiva: un sistema in cui la selezione dei più bravi è sempre l'obiettivo primario. Questa convinzione è anche suffragata da alcuni studi (rimando al sito di Roars per i dettagli) che evidenziano la notevole qualità della ricerca prodotta dai laureati italiani: il livello dei nostri laureati sembra essere ben più alto di quello che certa propaganda giornalistica ci propina. Escludendo alcuni miti che si autoalimentano (come la Bocconi, per la quale sembra valere la superstiziosa consuetudine riservata ai defunti di parlarne sempre e solo bene), gli atenei italiani sono ancora capaci di formare laureati pronti a competere, ad armi pari, con i migliori laureati stranieri.
C'è forse un attaccamento all'ideale nobiliare e latifondista della laurea in quanto titolo di distinzione e elevazione sociale più che culturale. Questa è la concezione classica del "pezzo di carta", quell'arma che permetterebbe di trovare un lavoro ben retribuito e stimolante. E ci sono solo due modi per perpetuare questo status: (a) consentire l'accesso a pochi, preferibilmente rampolli di genitori già istruiti e in qualche senso nobili; (b) effettuare una selezione durissima durante il corso degli studi. Se la prima alternativa è vagamente reazionaria e poco compatibile con un mondo globale, la seconda non presenta macroscopici punti deboli.

Ma torniamo alla discussione iniziale, e chiediamoci: è questo l'ideale di università che desideriamo? Dimentichiamo la voce del padrone europeo, almeno per un attimo. L'università deve essere necessariamente una vasca che non si svuota e non tracima mai?

Personalmente, e ho riflettuto a lungo prima di scrivere queste parole, vorrei una vasca che tracima un po'. Non un'inondazione, ma penso che qualche litro d'acqua debba uscire. Una vasca a livello costante significa innanzitutto che il livello degli insegnamenti debba essere abbassato sotto la mediana. E anche abbondantemente. In caso contrario, molti studenti non riuscirebbero a laurearsi nei tempi prescritti e saremmo da capo.
In seconda battuta, poiché la scuola dell'obbligo ha il nome in testa e l'università non dovrebbe permettersi abbandoni, l'unica selezione avverrebbe nell'antica scuola media superiore, il liceo. Non importa come, ma il liceo dovrebbe filtrare quegli allievi che non promettono bene, scoraggiandone ogni velleità di immatricolazione. E, se proprio qualcuno dovesse tentare l'immatricolazione, sarebbero indispensabili durissimi test di ammissione per bloccare questi poveri illusi (lo scrivo con ironia). Un sistema difficilmente sostenibile, che probabilmente finirebbe per spostare il fenomeno dell'abbandono dagli studi universitari a quelli scolastici.

Ma allora, come se ne esce? Secondo me, faremmo meglio a pensare che non se ne esce mai completamente. Qualche litro d'acqua deve traboccare, è inevitabile che trabocchi. Risolvere il problema dell'insuccesso universitario banalizzando le richieste è una scorciatoia infantile: la laurea non può diventare un gigantesco esame per la patente, perché gli studi accademici sono pur sempre il livello di istruzione più elevato previsto nel nostro ordinamento (tralascio consapevolmente il dottorato di ricerca, che per natura dovrebbe essere riservato a chi desidera intraprendere la carriera del ricercatore, e dunque non è un titolo di studio generalista).

Senza contare - e qui cito un bell'intervento nell'inserto culturale del Corriere della Sera del 30 gennaio 2013 - che noi europei stiamo trasformando il fallimento in un tabù. Mentre negli Stati Uniti il fallimento (finanziario ma anche umano) è un normale accidente della vita, e anzi quasi un indispensabile rito di passaggio che permette all'individuo di migliorarsi e ripartire, in Europa è un marchio di infamia. Da noi si dice "sei un fallito", cioè una persona indegna di fiducia, che mai più farà qualcosa di buono. 
Se rimuoviamo, in un processo mentale forse malato, l'idea del fallimento anche dal percorso scolastico, creeremo persone più deboli e impreparate al confronto con l'altro. È inevitabile che qualche amico sia più bravo di noi in matematica o in greco antico, ed è normale che qualche collega sia più bravo di noi nello svolgimento del proprio lavoro. Nel confronto capita di vincere ma capita spesso anche di perdere. Solo nei film "ce la possiamo fare, se solo diamo il massimo": prima o poi incontreremo ostacoli che non riusciremo a superare, e dovremo accettare il fallimento. 
L'importante è sapere che esiste un'altra strada, se quella che abbiamo scelto è interrotta. I nostri studenti devono sapere che sbagliare non è un'infamia, e questo è un percorso interiore difficile. Ma noi insegnanti non possiamo proteggerli con l'illusione che tutto sia dovuto, automatico e consequenziale.

Post scriptum: mi dispiace deludere il Luigi Berlinguer, ma temo che il grande evento epocale sia figlio soprattutto della rinuncia aprioristica all'istruzione. Sempre più giovani fuggono dalla scuola e dall'università. Se la vasca non esonda, probabilmente è perché non entra più la stessa quantità di acqua.

venerdì 3 gennaio 2014

Party di laurea

Ho appena finito di leggere un bell'articolo di Maurizio Bettini sul numero odierno di Repubblica. Sembra non esserci una versione web, dunque riassumo la materia in poche parole: sostiene Bettini che la discussione della tesi di laurea sia diventata ormai una specie di festa da organizzare quasi come un matrimonio, fra inviti, abito, scarpe, rinfresco, eccetera. Dallo stesso articolo apprendo che alcuni Magnifici Rettori abbiano già promulgato regolamenti specifici contro la degenerazione dei festeggiamenti post-laurea; la scelta che mi sembra più interessante è quella di Cà Foscari (Venezia), dove il conferimento del titolo di studio avviene addirittura in piazza S. Marco, con una lectio magistralis di qualche scrittore famoso. Tutti insieme, anche 800 alla volta, i neo-dottori si ritrovano per ufficializzare la fine degli studi accademici, senza eccessi né danni al patrimonio mobile ed immobile. Mi sembra un'idea degna di approfondimento.

Comunque, pur frequentando raramente le commissioni di laurea, frequento quotidianamente il dipartimento, e dunque mi imbatto nelle schiere dei laureandi di grandi speranze. E ogni volta ripenso con nostalgia a quell'11 marzo del 1998, quando presentai la mia tesi nella sala del consiglio comunale di Como. Mi sono laureato nell'allora seconda facoltà di scienze dell'Università degli Studi di Milano (la Statale, per i lombardi), e la sede era alquanto scalcagnata. Dunque l'abitudine era quella di noleggiare la sala comunale per le proclamazioni. Non eravamo tanti, forse una decina di ragazzi. Io sembravo l'orfanello di passaggio: felpa grigia e verde, immancabili pantaloni jeans, e - udite udite!- scarponi da trekking. Le uniche scarpe non da ginnastica che possedevo. In effetti tendo a calzare scarpe sportive soprattutto per una questione di benessere, visto che da ragazzo ho sofferto di tendinite e fascite e non sopporto le scarpe con la suola rigida e poco ammortizzata. Però ammetto che sembravo una specie di Mauro Corona (lo scrittore che va in televisione con gli scarponi da montagna) uscito in ritardo da casa. Ed ero anche arrivato a Como in autobus.
Gli altri laureandi erano più eleganti, qualcuno con la cravatta; ma niente di clamoroso o sguaiato. Le ragazze vestivano con sobrietà, considerando che marzo a Como può essere decisamente freddo.

Da quando lavoro in università confermo le osservazioni di Bettini: i laureandi danno mostra di una ricercatezza particolare degli abiti e dei preparativi. Alcuni fanno confluire l'intero parentame vociante, nonni e zii che non si capisce se abbiano tolto dall'armadio l'abito delle nozze o quello per i funerali. Le fanciulle, ma non tutte, sembrano pronte per un provino a Hollywood. Fino al giorno prima le vedevo nelle aree di studio, magari in tuta da ginnastica; oggi calzano tacchi da dodici centimetri e trucco professionale. Qualcuna sembra a disagio a girare in minigonna senza calze nel mese di novembre, ma questo impone la moda.

Come avverte Bettini, non c'è sostanzialmente nulla di sbagliato in tutto ciò. È ragionevole che quello della laurea sia un giorno speciale, e come tale può essere vissuto. Va bene rischiare un legamento della caviglia (i maschi, in questo, sono avvantaggiati) o un'infreddatura, ci mancherebbe.
Ma mi sembra altrettanto vero quello che il giornalista sottolinea: non sembra più che la laurea faccia da spartiacque tra un mondo giovanile e un mondo da adulti. La sera della mia laurea, francamente, mi sentivo triste, perché sentivo che la spensieratezza dello studente universitario non sarebbe tornata mai più. Dovevo cominciare a organizzare la mia vita, a guadagnarmi uno stipendio, a pianificare i miei desideri e il futuro.
Come nel bel film Giovani, carini e disoccupati (Reality bites, 1994), lasciare l'università è un passo difficile e malinconico. Non vorrei che fosse, per i ragazzi del 2014, solo una raccolta di fotografie da mettere su Facebook.

giovedì 2 gennaio 2014

L'estate nera






Nonostante: ecco, questa è la parola che secondo me descrive al meglio questo libro. L'ho acquistato e letto nonostante l'autore fosse un giornalista (diffido sempre dei romanzi scritti dai giornalisti, perché sospetto che abbiano sfruttato qualche conoscenza per superare i filtri delle case editrici), nonostante fosse ambientato nel Monferrato (un'area che ormai è favorita da una certa letteratura nera che mescola fantasmi, satanismo, nebbia lattea e la barbera, un vino che noi lombardi abbiamo sempre considerato al maschile), nonostante fosse spacciato per il tipico giallo-da-leggere-sotto-l'ombrellone-nell'estate-2013, e nonostante fosse venduto ad un prezzo che solitamente si applica alla letteratura usa-e-getta. Nonostante tutto ciò, l'ho letto. Ma non sotto l'ombrellone: sotto l'albero di Natale.

La trama, ahimè, non brilla per originalità. Il libro è diviso in due parti, una ambientata nel 1962 e l'altra nel 1991 (wow, mai visto un espediente simile!). Ci sono dei ragazzini (nel 1962) che diventano adulti (nel 1991): ari-wow, chi l'avrebbe mai detto?!
Ci sono gli odori, gli oggetti, il clima dei ruggenti anni '60 (nel 1962), e ovviamente gli strascichi dei decadenti anni '80 (nel 1991) con le strizzate d'occhio alla Milano da bere, alla televisione di Berlusconi, agli yuppy che si arrichivano con affari poco trasparenti. E, sorprendentemente, nel 1962 c'è un morto che sembrava morto per cause naturali, ma nel 1991 un medico che riesuma le ossa si accorge che nel cranio c'è un foro alquanto sospetto. Il caso viene riaperto: praticamente è la trama di un episodio qualsiasi della serie Cold case.

Quindi il libro non sembra promettere bene. Eppure, nonostante ciò, sarebbe sbagliato accantonare un romanzo per una trama già nota. La letteratura - e l'arte tutta - si rivolge al cuore, non alla ragione. Se fosse diversamente, l'umanità avrebbe dovuto smettere di scrivere, scolpire, dipingere, comporre musica da almeno duemila anni. E poi, per estensione paradossale, perché emozionarsi alla nascita del secondo figlio, se ci si è emozionati per quella del primogenito?
Insomma, un libro può piacere anche se racconta storie che conosciamo già.

Ed è questo il caso. Remo Guerrini riesce a creare un'atmosfera coinvolgente e magnetica, dove i richiami più banali (chi ricorda il deodorante Bac o la rivista Bolero film?) non sembrano semplici trucchi di mestiere. La trama gialla non è impeccabile, anzi si rivela deboluccia. Ma dobbiamo essere consapevoli che non vogliamo leggere un classico giallo inglese dove l'investigatore smaschera l'assassino seguendo un ragionamento rigoroso. Qui l'investigatore è un maresciallo dei carabinieri un po' scalcagnato, che sembra sveglio e invece non capisce davvero nulla di quello che gli succede intorno. Forse anche per questo la soluzione del mistero lascia l'amaro in bocca.

Molto superiore è invece la capacità di narrare una storia di rancori mai sopiti, con l'aggravante dei futili motivi. È mai possibile che una banda di ragazzini alimenti odio reciproco per trent'anni? E che caspita di ragazzini frequentava l'autore, se questi sono pronti a prendersi a roncolate per una battuta volgare? Forse qualche personaggio è troppo estremo, e alcuni commenti sui bambini down non dovrebbero appartenere più nemmeno alle bestie. Questo compiacimento di Guerrini per la provincia animalesca e sordida probabilmente non gli attirerà la simpatia dei monferrini, che penso siano né migliori né peggiori dei liguri come lui.
Resta il fatto che, nonostante questi difetti, L'estate nera sia una buona lettura, sopra la media delle pubblicazioni dello stesso genere.

Una fascetta colorata avvisa il lettore che da questo romanzo è stato tratto il film Eppideis, annunciato in uscita per il 2014. Il fatto che sia stato girato in Puglia lascia appena perplessi, ma staremo a vedere.

mercoledì 1 gennaio 2014

L'anno che verrà




Duemilaquattordici. Cavolo, 2014! Un altro anno che finisce con un 4. Un altro decennio della mia vita che se ne va, il fatidico passaggio dagli ...enta agli ...anta. Quel passaggio che la televisione associa alle rughe, alla tinta per i capelli, e agli attrezzi per ridurre la pancia. Sono nato sul finire della cosiddetta Generazione X (quella del film Reality bites, per intenderci), e sinceramente sento di appartenerle quasi in tutto.
Ho lavorato a lungo per un bel post sui miei primi quarant'anni, diviso per decadi. Ma alla fine mi sono accorto che, se guardiamo troppo a lungo nel passato, il passato finisce per guardare dentro di noi. Perciò eccomi qui con un semplice post di buon auspicio per questo nuovo anno. La fine dei miei decenni precedenti è sempre stata vagamente insignificante: tutti i ricordi più intensi, sia quelli piacevoli che quelli dolorosi, non sono mai associati ad un anno che finisce con un 4. Non so se sperare in un cambiamento oppure se confidare nella tradizione.
In ogni caso, felice anno nuovo!