giovedì 26 dicembre 2013

Finché il cuculo canta


Finché il cuculo canta e noi lo sentiamo, tutto va bene. È il motto di Mauro Corona, che a parer mio ha toccato con questa raccolta forse il punto più alto della sua carriera di narratore di storie brevi. Devo dire che ho acquistato il libro per puro errore: seduto davanti alla schermata di Ebay, ho fatto un click di troppo e la mattina seguente un’email mi intimava di provvedere urgentemente al saldo del mio acquisto. È stato un errore benedetto. Fra parentesi, voglio ribadire che le Edizioni Biblioteca dell’Immagine sono splendide: solide, economiche, di lettura agevole grazie al font nitido e grande. Altre case editrici ben più famose sembrano fare la cresta sulla confezione dei libri.

Scritto nel 1999 e giunto alla tredicesima edizione, è suddiviso in capitoli: Aria, Cielo, Fuoco, Acqua e Terra. Più il racconto finale, sotto il titolo La primavera esiste. Largamente autobiografico (come tutti i libri di Corona), spazio dalle avventure in montagna al ricordo della notte in cui il Monte Toc cadde nella diga del Vajont (9 ottobre 1963, circa duemila morti, Longarone cancellata dalla Terra e un’intera valle devastata), passando per qualche episodio più intimo dell’autore. 
L’iniziazione alla caccia (di frodo) attraverso lo sgozzamento di una camoscina ferita, il rito del sangue del primo camoscio abbattuto con il fucile, e soprattutto lo struggente Sogno di Valnea: storia di una ragazza eterea, dell’infatuazione del giovane Corona e dell’ultimo, quasi inconsapevole addio terreno. Sono solo alcune delle narrazioni che troviamo in questa raccolta, accanto ad antiche leggende del Friuli Occidentale. Un libro che mi sento di raccomandare, accanto ai Fantasmi di pietra.


Chiudo con una mia opinione: negli ultimi tempi Mauro Corona ha scritto molto, forse anche troppo. Ho già sul tavolo La voce degli uomini freddi, mentre ho deciso di evitare il pamphlet moraleggiante sull’alcool. Senza dubbio dotato di una capacità affabulativa fuori dal comune, resta la sensazione di uno sfruttamento mediatico eccessivo dello scrittore. Non è un caso se i risultati memorabili restano quelli degli anni ’90.

mercoledì 25 dicembre 2013

Assegni di ricerca

Sfogliando internet con il mio nuovo aggeggio informatico, mi sono imbattuto in una lettera sul triste sito di Beppe Severgnini, Italians. Ecco il link: http://italians.corriere.it/2013/12/24/universita-poi-i-cervelli-dovrebbero-tornare/

Si parla di assegni di ricerca, di maleducazione dei professori (i soliti baroni), di farse all'italiana. Ormai sappiamo che il mondo accademico è un bersaglio molto più facile di una balena in mare aperto, e tutti hanno l'aneddoto scandaloso da offrire in pasto alla ggente. Qualche volta, però, si piscia fuori dalla tazza, come dicono gli intellettuali. Ad esempio, ho scoperto proprio in occasione di un assegno di ricerca del quale sono, indegnamente, responsabile, che tutti i bandi devono essere trasmessi al ministero dell'università e alla comunità europea per l'adeguata pubblicità. Sicuramente c'è stato un tempo in cui i bandi erano... segreti, ma oggi non possono esserlo.
L'abitudine degli accademici italiani di non rispondere alle email è stata ampiamente criticata su molti quotidiani. Anch'io ritengo sia un sintomo di possibile maleducazione, ma non vedo un legame diretto con la correttezza delle procedure di selezione. In Italia tutti i lavori pubblici sono affidati per concorso, e uno scambio di email con il responsabile della procedura non può cambiare l'andamento della stessa. 

Resta il fatto, secondo me, che l'assegno di ricerca italiano si porta dietro una fama ormai destinata a cambiare. Un tempo era un contratto di collaborazione pensato soprattutto per permettere lo svolgimento di una ricerca sufficientemente circoscritta, e non era considerato un test sull'indipendenza scientifica del candidato. Il che, mi si consenta, non dovrebbe meravigliare: se cerco un collaboratore di ricerca, non voglio un genio che si metterà a fare quello che vorrà. Quello dovrebbe essere la specificità di un lavoro successivo, magari a tempo indeterminato.
Dopo il varo della legge Gelmini, con la scomparsa del ricercatore a tempo indeterminato, l'assegno di ricerca è rimasta l'ancora di salvezza dei dottorandi che non vogliono rassegnarsi all'espatrio immediato. Quindi i docenti e i responsabili dei progetti di ricerca dovrebbero rivedere gli schemi mentali e professionali ormai obsoleti, garantendo un processo di selezione "come se fosse un posto da ricercatore".

Infine, mi si permetta un'osservazione lapalissiana: non esiste la legge che prevenga l'abuso. La legge, tendenzialmente, ha bisogno di una vittima prima di un colpevole. È concretamente impossibile impedire che una selezione sia pilotata, anche imponendo vincoli rigidi e apparentemente robusti. Alla fine deve esserci l'onestà, sincera o imposta dalla convenienza, dei selezionatori. I quali si assumono una grande responsabilità, perché il merito non è un bene che si pesa sulla bilancia del farmacista. Che, invece, è esattamente quello che gli schemi dell'abilitazione nazionale e dell'ANVUR hanno voluto imporre con la bibliometria sfacciata e sterile.

IPad

Ecco, dopo un anno di elucubrazioni e riflessioni, ho comperato (a spese mie, non vorrei che qualcuno pensasse male) un iPad.
Lo sto configurando, e ovviamente ci vuole un po' per prendere la mano. Ma la prima impressione è decisamente positiva. Sto provando a scrivere anche a mano, e sembra funzionare dignitosamente.
Seguiranno altre impressioni, anche e soprattutto sull'uso per la lettura.

martedì 24 dicembre 2013

Mito letterario cercasi

Stamattina, complice la pioggia che non mi ha permesso di leggere il giornale all’aperto (lo so, un’usanza da pensionato, ma la trovo piacevole), ho girato le librerie di Cantù senza uno scopo preciso. Il fatto è che sono a corto di miti letterari.

Accanto al grande Georges Simenon, ho messo da tempo Joe R. Lansdale e, solo quest’estate, Mauro Corona. Ma bisogna pur variare le proprie letture, e non ho ancora trovato un nuovo autore da seguire. Ho provato con Carlo Sgorlon (mi raccomando, pronunciato con l’ultima o del cognome ben chiusa, non aperta come facciamo noi lombardi) ma non è scoccata la scintilla. Ho fatto un tentativo con Stephen King, e povero me che delusione!

Certo esistono romanzi molto belli, e nel 2013 che sta spegnendosi ne ho letto più d’uno. Ma sono sempre stati casi isolati, meteore senza continuità. Ho accumulato volumi di autori sconosciuti, e lì sono rimasti per mesi. Mi piace Fred Vargas, ma ultimamente sembra si sia dimenticata di scrivere nuovi romanzi. Mi piace anche Eraldo Baldini, ma l’ultima opera mi perplime alquanto per ambientazione e tema. 

AAA cercasi autore solido, affidabile, emozionante e originale. Astenersi perditempo.

domenica 22 dicembre 2013

La foresta


Scrittore di culto, Joe R. Lansdale è una mente poliedrica, che ha saputo incantare milioni di lettori con una produzione alquanto variegata: dal ciclo Hap & Leonard alla trilogia del drive-in, dai racconti brevi ed estemporanei ai romanzi-romanzi. Copyright 2013, dunque appena uscito dalla penna (si fa per dire) del nostro scrittore texano, La foresta (The thicket) arriva sugli scaffali delle librerie italiane per i tipi di Einaudi Stile Libero.

Il giovane Jack, la sorella Lula e l'anziano (si fa per dire, ma cento anni fa avere settant'anni era un bel traguardo) nonno fuggono dall'epidemia di vaiolo che sta decimando il loro villaggio. I genitori di Jack e Lula se ne sono andati nel volgere di un giorno o poco più, senza alcuna speranza di guarigione. Il nonno, che era scampato ad un'altra epidemia da giovane, riesce a organizzare un carro per la fuga. Ma non fa i conti con il destino: i tre profughi si imbattono in una masnada di fuorilegge che hanno rapinato alcune banche, e sono perennemente in cerca di guai. Durante un alterco piuttosto futile, uno di essi spara al nonno e, con l'aiuto di un'inattesa tromba d'aria, rapisce Lula. Jack, malconcio e sconvolto, viene tratto in salvo da una caravana di passaggio. È l'inizio dell'inseguimento che si protrae per l'intero libro.
Insieme al gigantesco becchino Eustace, al nano Shorty (!), allo sguattero Spot, allo sceriffo Winston e ad un sorprendente maiale da guardia, Jack si mette sulle tracce della banda che gli ha rapito l'ultimo pezzo di famiglia ancora in vita. Non sarà un'impresa facile, ma il ragazzo deve provarci.

Scritto nella migliore tradizione western, La foresta contiene i classici pregi e difetti del filone: sparatorie, azione, amicizia virile. Jack trova perfino l'amore di una prostituta che molla la professione per seguirlo, anche a costo della stessa vita. Difficile individuare un argomento originale, ma esistono trame originali ambientate nel West? La parte centrale del romanzo è un po' stiracchiata, come se Lansdale avesse la necessità di riempire la pagine bianche. I capitoli conclusivi sono invece scoppiettanti e adrenalinici: i lettori affezionati conoscono l'abilità dello scrittore texano quando si parla di scontri a fuoco fra i buoni e i cattivi.

Dopo alcune storie alla Criminal Minds, questa volta Joe Lansdale ci regala un intreccio di intrattenimento e di formazione. È forse un po' spudorato quando cerca l'emozione nelle ultime pagine, ma bisogna pur sapere che la letteratura americana è fatta anche di questo. Tutto sommato, un libro di buon livello, ma non fra i migliori dell'autore.

sabato 21 dicembre 2013

Vacanze sulla neve

Oggi è il primo giorno di vacanza. Beh, tecnicamente sarebbe lunedì prossimo, ma ci siamo capiti: fino al 6 gennaio 2014, tutti a casa. Nei giorni scorsi i pendolari parlavano di ferie, e praticamente tutti quelli che ho sentito resteranno a casa almeno fino al 2 gennaio.
Sembra che stia diventando normale: la crisi blocca il commercio, i saldi hanno spostato in avanti di qualche settimana la soddisfazione di quei piccoli desideri materiali che ci aiutano a vivere meglio. Però è un'usanza piuttosto lontana dalle tradizioni italiane. La generazione dei miei genitori non conosceva affatto le ferie invernali. Mio nonno, che per un certo periodo ha gestito un negozio di generi alimentari, doveva restare aperto fino alle 12:30 del giorno di Natale, perché tutti volevano il pane fresco e i salumi appena affettati per il pranzo "grande". Per inciso, qui in Lombardia non usa la cena di Natale del 24 dicembre, bensì il pranzo del 25.
Ma anche gli operai e gli impiegati stavano a casa solo il 25 e il 26, poi magari il 31 e Capodanno. Al massimo gli uffici chiudevano prima il giorno della vigilia, ma non prima delle 16. Altri tempi, l'economia tirava e le fabbriche producevano a pieno regime. Solo gli scolari si godevano un periodo di riposo più consistente.

Non voglio dire che siamo diventati tutti sfaticati, né voglio sembrare uno stakanovista. Semplicemente, ci siamo avvicinati alle abitudini nordiche, che da sempre tutelano gelosamente le ferie d'inverno. D'altronde non siamo nel deserto del sale, e le montagne innevate attraversano gran parte dello Stivale e attirano orde di cittadini che vanno dove nevica firmato (secondo la definizione di Mauro Corona).

Io mi dedicherò a fare un po' di conti e a preparare l'ultima parte del corso di analisi reale. Poi leggerò, perché ho accumulato talmente tanti libri e ebook che basterebbero per un paio di mesi.  Potrei anche scrivere qualche post, chissà. Per ora, buone feste a tutti!



venerdì 20 dicembre 2013

Nell'erba alta

Tutto d'un fiato, ieri sera ho letto questo nuovo racconto di Stephen King e Joe Hill. Questi è figlio di King, già autore del romanzo La scatola a forma di cuore e di una raccolta di storie dell'orrore (ma dai, deve essere il tipico figlio che non vuole assomigliare al padre!).
Devo dire che la storia mi ha appassionato, ma sappiamo che King è un abile narratore. La trama è estremamente semplice, come credo debba essere qualsiasi racconto horror: un ragazzo e una ragazza incinta, fratello e sorella, stanno attraversando il Kansas a bordo della loro automobile. Costeggiando un rigoglioso prato di erba alta, sono richiamati dalle invocazioni di aiuto di una voce infantile. Il bambino dice che lui e sua mamma si sono persi nell'erba, e non riescono a tornare alla loro macchina.
I due ragazzi naturalmente si lanciano nel prato, mentre la voce della madre del bimbo cerca di fermarli prima che sia troppo tardi. La situazione è però molto strana, e i due fratelli capiscono presto che quella che li ostacola nella corsa non è normale erba. Mentre il prato sembra muoversi attorno a loro, cominciano i primi fatti inquietanti...

Le pagine scorrono veloci, e sono poche; il ritmo aumenta secondo lo schema del maestro Stephen King. Tuttavia c'è un senso di déja-vu, in questo libretto. Difficile non pensare allo splendido Children of the corn dello stesso autore, trasposto per il grande e il piccolo schermo almeno un paio di volte. Il tema della natura malvagia, qui servito in salsa vagamente extraterrestre, sembra essere una scelta sicura, per quanto ovviamente abusato.

Consigliato per un breve viaggio in treno, o comunque per un'ora di relax senza pretese.

martedì 17 dicembre 2013

Non scholae, sed vitae

Questa mattina ero dalle parti dei giardini di Porta Venezia, a Milano, in attesa che un negozio aprisse le porte. Solo ieri mattina, da queste parti, c'è stato l'ennesimo scontro fra un corteo di studenti e la polizia: i ragazzi protestavano contro la mortificazione della scuola pubblica, come avviene con periodicità quasi costante.

Sulla soglia degli... "anta", ho capito che spesso queste manifestazioni sono organizzate anche sull'onda delle illusioni giovanili. Alla loro età, è difficile accettare un mondo ingiusto, come è sempre stato e come, molto probabilmente, sempre sarà. Certe presunte ingiustizie si trascinano dai tempi della Magna Grecia, perché forse appartengono alla società umana. Ci siamo passati tutti, attraverso le delusioni dell'età adulta, e siamo diventati grandi.

Però, però. Questi manifestanti, in mezzo a qualche ingenuità e a qualche torto, hanno molte ottime ragioni: la scuola italiana (e comprendo anche l'università) sembra destinata a marciare su una discesa sempre più ripida, fatta di privazioni economiche e culturali. Manca la carta igienica, ma manca - con tutto il rispetto per chi si trova in bagno senza carta igienica - soprattutto lo slancio intellettuale. Non so se dipenda da un'ideologia nemmeno troppo latente, ma siamo passati in tutta fretta da una scuola un po' polverosa ma dalle fondamenta solide ad una scuola costruita sulla sabbia.

Non cercherò di giustificare l'opportunità della lingua latina alle scuole medie inferiori (oggi dette scuole superiori di primo grado), eppure non posso credere che l'ablativo e il piuccheperfetto abbiano rovinato irreparabilmente le generazioni passate. Capisco anche che mia madre non abbia mai usato il latino per scopi professionali, ma nemmeno io ho mai usato quei pochi rudimenti di chimica o di biologia che ho studiato al liceo. E allora?
Ecco, il verbo usare e l'aggettivo utile sono diventati la stella polare dei ministeri della pubblica istruzione. Dobbiamo immagazzinare nozioni utili, e possibilmente in fretta: stiamo gareggiando con il mondo globale, perbacco!

Sono assolutamente certo che il sistema dell'istruzione italiana soffra di alcuni difetti che converrebbe correggere, ma finora i tentativi di correzione hanno impoverito la qualità media dei diplomati e dei laureati. I nostri vecchi dicevano che serve tempo per tirar grasso il maiale; immagino che serva tempo anche per imparare e sviluppare l'intelletto.
Ho paura che non saranno le proteste di piazza a cambiare il trend della politica su scuola e ricerca. Ma fra un disoccupato ignorante e un disoccupato istruito, qualunque governante intelligente dovrebbe preferire il secondo. E chissà che, grazie ad una preparazione più solida, il disoccupato possa trovare un impiego più facilmente. Nel frattempo, saremo persone migliori.

lunedì 16 dicembre 2013

Restiamo in tema

Subito dopo pranzo, e in attesa di entrare in aula per fare lezione, mi sono dedicato alla lettura di un paio di siti di informazione, sia locale (Como e provincia) che nazionale. C'era un po' di tutto, dalla politica al gossip, passando per la vicenda di una scimmia in fuga a Busto Arsizio. E no, quest'ultima notizia non è uno scherzo: la scimmia è stata investita da un treno dopo due giorni di inseguimento. Tanto per conoscenza.

Mi sembra di aver già detto qualcosa sul fatto che i siti dei quotidiani abbiano aperto le porte ai commenti dei lettori, e non ho potuto esimermi dal gettare un occhio ai suddetti: si Sto arrivando! mai che nel frattempo la situazione sia migliorata. Mi sono bastati dieci commenti per aver voglia di vestire i panni di Bruce Willis in Die Hard. D'accordo, io sono certamente un po' snob intellettualmente, ma la qualità dei brevi scritti mi hanno lasciato senza parole. Frasi banali, spesso violente, ma soprattutto scollegate dal contesto. Si parlava di calcio? Non ci crederete, ma la metà dei commenti era composto di insulti ai politici.
L'articolo raccontava un fatto di cronaca? Pazienza: qualcuno, anzi tanti, sentivano il bisogno irrefrenabile di inneggiare chi al fascismo, chi a Beppe Grillo, chi a Berlusconi (questi ultimi erano pochi, per amor di verità). La politica c'entrava come il cavolo a merenda (e continuo a chiedermi quale sia il rapporto fra politica e Beppe Grillo), ma l'importante evidentemente era aggiungere una sciocchezza al cumulo di sciocchezze precedenti.

C'era una volta, qualche decennio fa, lo scambio di idee sui quotidiani: accanto alle inevitabili epistole di lamentela varia, si leggevano opinioni interessanti e civili. Potreste obiettare che la mancanza dei commenti astrusi era causato dal tasso di analfabetismo della popolazione, e potreste avere più d'una ragione. Eppure mi sembra sconfortante e vagamente penoso che così tanti frequentatori di Internet siano evidentemente incapaci di seguire il filo di un discorso, e anche di esprimersi con termini appena più civili di un grugnito.
Dice: bisogna ascoltare, perché sono problemi veri. Ecco, no. O meglio: ascoltare è giusto, ma non tutte le scemenze sono degne di avere un seguito. Come diceva quel tale che aveva sentito leggere la Bibbia, c'è un tempo per ascoltare e un tempo per rispondere che certe argomentazioni non sono degne di appartenere ad una persona civile.

venerdì 13 dicembre 2013

Ma in dimensione N>1...

Ieri pomeriggio ero ad un seminario informale, in cui il conferenziere parlava degli spazi di Sobolev. Cito a memoria una sua frase:
Tutti gli studenti del primo anno sanno che una funzione derivabile è necessariamente continua. Al secondo anno insegniamo loro che una funzione di due variabili può essere derivabile ma discontinua.
Ho avuto un momento di agitazione sulla sedia: ma perché tanti colleghi danno ancora così tanta importanza al concetto di derivata parziale? Perché è chiaro che il conferenziere aveva in mente la tipica funzione di due variabili che in un punto possiede le derivate parziali ma non è continua. Se volete un esempio grazioso, eccolo qui:
$$
f(x,y)=\begin{cases}
1 &\text{se $y=x^2$}\\
0 &\text{altrimenti.}
\end{cases}
$$
Penso di essere uno degli studenti privilegiati che hanno imparato fin dal corso di Analisi 2 che quello delle derivate parziali non è il giusto analogo della derivata per funzioni reali di una variabile reale. Bisogna parlare del cosiddetto differenziale, se vogliamo davvero uno strumento che rappresenti in modo significativo la linearizzazione di una funzione in un punto.
E il contesto giusto per fare ciò non è $\mathbb{R}^N$, bensì uno spazio vettoriale normato $(X,\|\cdot \|)$. L'ambiente euclideo $\mathbb{R}^N$ gode di tante proprietà, anzi di troppe proprietà: il fatto stesso che il generico elemento sia la $N$-upla $(x_1,\ldots,x_N)$ distoglie l'attenzione dall'obbiettivo finale, che è quello di un oggetto intrinseco e non dipendente (apparentemente) dalla base scelta per rappresentare i punti.

Ora mi direte che non è ammissibile parlare di analisi funzionale (gli spazi normati) prima del calcolo differenziale. Francamente ho qualche dubbio: prendete il magnifico manuale di Giuseppe De Marco Analisi Due, possibilmente la prima edizione in due tomi, e scoprirete che si può e magari conviene pure. Se al primo anno si spiegano le strutture algebriche, perché sarebbe scandaloso spiegare gli spazi normati al secondo? Forse non è ortodosso?
In modo altrettanto apodittico, arriverei quasi a dire che le funzioni di più variabili non esistono! Una funzione $f \colon \mathbb{R}^N \to \mathbb{R}$ è solo una funzione della singola variabile di $\mathbb{R}^N$, e questa visione rende molto più naturale l'approccio a discipline avanzate come il calcolo delle variazioni o l'analisi non lineare. Poi, per carità, le derivate direzionali (e dunque quelle parziali) esistono, ma non meritano di stare al primo posto per importanza ed utilità.

Con molto rammarico, devo riconoscere che l'impostazione della Scuola Francese di Jean Dieudonné è stata ancora una volta abbandonata, a favore del solito Calculus americano.

lunedì 9 dicembre 2013

Ancora nativi informatici: la pirateria

C'era una volta un matematico che acquistava il manifesto. Ero io. Siete stupiti? Ho troppo la faccia del conservatore per leggere certi quotidiani?
Forse avete ragione: da qualche anno lo compro solo di domenica, perché ci sono le pagine di cultura; per il resto ritengo che l'epoca d'oro sia finita con l'abbandono (e talvolta il passaggio a miglior vita) dei fondatori e collaboratori storici.

Ma non è di questo che voglio parlare. La scorsa settimana il sito web del manifesto è cambiata, e la novità più eclatante è che gli abbonati non possono più scaricare il giornale in formato PDF da leggere su tablet e smartphone. D'ora in poi potranno sfogliarlo solo online, cioè collegati ad internet e con un browser (o un'applicazione) che supporta il formato Adobe Flash. La pagina di introduzione alle nuove regole ribolle di critiche esplicite, e francamente sono comprensibili: scaricare il giornale e poi leggerlo in treno o in autobus è un piacere che gli abbonati non potranno più godersi.
Ma perché sono state introdotte queste novità? La risposta della gerenza del quotidiano è stata chiara: per impedire la diffusione delle cosiddette copie-pirata. Insomma, dovevano impedire che qualcuno acquistasse il file PDF del giornale e lo mettesse a disposizione gratuitamente su uno dei tanti siti per lo scambio di file multimediali.

E finalmente tocchiamo il cuore del discorso. Innanzitutto, mi permetto di dubitare che il danno arrecato dalla diffusione di una copia dell'unico quotidiano che si definisce orgogliosamente comunista possa essere importante: l'utente medio magari scarica un giornale generalista, mentre legge un giornale comunista solo se tale si sente. E quasi certamente è fiero di pagare il prezzo della copia, essendo sostenitore di un'ideologia politica forte e ormai minoritaria. Ma ammettiamo pure che il danno economico per il collettivo del manifesto fosse consistente.
A mio avviso, arriviamo al più macroscopico paradosso dell'editoria elettronica: se compro un quotidiano digitale e lo faccio scaricare da Internet sono un bieco pirata. Se compro la versione cartacea e la lascio sul sedile del tram o sulla panchina dei giardini pubblici sono un romantico diffusore di informazione e cultura. Si dirà che sono i numeri a fare la differenza, perché i potenziali fruitori della copia cartacea sono una frazione piccola dei potenziali fruitori del file digitale. E va bene, concediamo anche questa giustificazione, che tuttavia lascia scoperta la questione di principio e bada solo alla questione pratica.

L'aspetto della caccia alle streghe della pirateria che più mi colpisce, comunque, è la difficoltà a rapportarsi con la realtà mutata. Nonostante gli sforzi e le belle parole, i siti internet dei principali (e non principali) quotidiani italiani resta una versione abbreviata dell'edizione cartacea. Spesso mi capita di leggere i titoli sui siti, e di scoprire che mio padre, a casa, ha letto le stesse notizie su carta. Non sono la persona giusta per impartire lezioni o suggerimenti, ma è piuttosto evidente che il mondo dell'informazione italiana sta fraintendendo le opportunità dei mezzi di comunicazione digitale.
Sono tutti lì, con la bava alla bocca, a combattere contro la presunta pirateria dei PDF da cui probabilmente hanno stampato le copie giunte in edicola; ma i contenuti restano sempre troppo sovrapposti.

Mi è stato raccontato un simpatico aneddoto: un matematico italiano, subito dopo aver pubblicato un prestigioso e costoso volume scientifico con un editore di fama internazionale, ha caricato nei principali circuiti di "pirateria digitale" il suo libro. Una sorta di auto-pirateria, insomma. E sapete perché? Perché lo reputava il modo migliore per far pubblicità al suo prodotto. Nessuno acquista a scatola chiusa un tomo che costa più di 100 euro in base alle frasi in quarta di copertina. Trattandosi poi di un libro destinato comunque ad una platea di specialisti, dunque foriero di scarso reddito da diritti d'autore, l'autore ha preferito la pubblicità al presunto danno economico.
Si tratta di un caso limite, né sarebbe corretto imporre agli autori di opere d'ingegno di lavorare gratis (ma le riviste scientifiche non corrispondono un centesimo né agli autori delle ricerche pubblicate, né ai revisori scientifici che dovrebbero garantirne la qualità). Eppure mi sembra che questo collega abbia capito gli effetti della rivoluzione digitale meglio dei tutori dell'ordine digitale che chiedono (e ottengono) il sequestro dei siti pirata.

Da tempo è quasi impossibile trovare un negozio di dischi, e anche le librerie si stanno lentamente estinguendo. La mia opinione, che ammetto essere priva di basi statistiche o scientifiche, è che sono solo cambiati i modi di accedere alla cultura, non il tasso d'interesse per essa. Insomma, dubito che la gente abbia smesso di ascoltare musica o di leggere romanzi: solo che ha capito le potenzialità di Internet molto prima degli autori delle opere dell'ingegno.
Come se ne esce, senza scadere in un nuovo maccartismo informatico e tutelando le giuste rivendicazioni di cantautori e scrittori? Non lo so, proprio non ne ho idea. Anch'io ho pubblicato un libro (di matematica), ma non riesco a odiare quelli che lo fotocopiano per studiarlo. Quelli che lucrano sulle fotocopie già mi stanno leggermente sulle scatole, se devo essere sincero.
Di sicuro la repressione del file sharing è una battaglia di retroguardia destinata a scarso successo. Come diceva Einstein, è impossibile risolvere un problema con le stesse tecniche che l'hanno creato: bisogna inventare qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso. E magari scopriremo, a tempo debito, che andrà meglio per tutti.