venerdì 29 novembre 2013

Classe 5A, vent'anni dopo

Correva l'anno 1993. Anno problematico (ma ci sono mai stati anni tranquilli, in Italia e nel mondo?), anno della maturità. La classe V A del Liceo scientifico Enrico Fermi di Cantù chiudeva il percorso iniziato cinque anni prima. Eravamo più o meno così (forse in questa foto eravamo ancora più giovani, chissà):



Vent'anni dopo, la sera del 28 novembre 2013, alcuni di noi si sono ritrovati in quel di Cucciago Beach per una pizza. Non faccio nomi per rispetto dela privacy. Eravamo solo dieci più tre professori: qualcuno vive lontano, altri hanno impegni difficili da cancellare.
Confesso un po' di agitazione: di carattere piuttosto selvatico, temevo l'effetto di quel film amarissimo di Carlo Verdone che appartiene ai peggiori incubi di ogni ex liceale. E invece è stato molto bello rivedersi dopo tanti anni. Adesso ci sono i social network, e perdersi di vista è diventato più difficile; ma stringersi la mano è tutt'altra cosa che mettere un post sulla bacheca Facebook.

Avuta conferma che in Lombardia la radler è un concetto sconosciuto, surrogato da una specie di detersivo per i piatti che si definisce panaché, la cena è trascorsa in un clima tranquillo e familiare. Certo, la vita ha assestato qualche colpo ad alcuni, ma, come ha detto il cantautore Paul Simon,
After changes upon changes, we are more or less the same.
C'erano solo tre professori: matematica, italiano e latino, educazione fisica. In qualche modo i tre professori che mi hanno segnato maggiormente: a diciannove anni ero molto indeciso fra la laurea in lettere e quella in matematica. Avevo una passione per il latino, sognavo addirittura di dedicarmi al latino medioevale; la giovanissima professoressa arrivata in IV aveva preso il posto dell'ormai dirigente scolastico destinato alla Sardegna, e questo cambiamento non mi dispiaceva affatto. Credo che avesse appena dieci anni più di noi, in pratica l'età di una sorella maggiore. In uno scatolone ho ancora i quaderni con le lezioni di letteratura italiana, che ci esponeva seguendo altri suoi appunti su un quadernetto un po' sgualcito.

Comunque l'influenza del professore di matematica ha avuto il sopravvento, e adesso posso affermare di aver fatto un'ottima scelta. La professoressa di educazione fisica, invece, mi ha segnato soprattutto fisicamente, visto che ricordo con orrore gli esercizi a corpo libero che ben pochi maschi adolescenti riescono a fare senza sofferenze di vario genere. Scherzi a parte, è stata lei a farmi giocare a pallavolo, uno sport che forse avrei dovuto scoprire prima.
Altri professori sono ormai in pensione, e qualcuno se n'è andato per sempre. È la vita, perché vent'anni sono proprio un bel pezzo di vita.

In un modo o nell'altro, tutti noi ce la siamo cavata. Il confronto fra i sogni dei (quasi) vent'anni e la realtà dei (quasi) quaranta appartiene a ciascuno, e solitamente lascia un po' di amarezza. Ma ci è andata ragionevolmente bene, abbiamo avuto opportunità che i vent'anni di oggi non promettono più.

È sempre complicato spiegare perché le amicizie scolastiche tendano a dissolversi rapidamente. Non posso dire con assoluta certezza che fossimo un gruppo unito, perché non ho mai avuto un'affettività sviluppata; tuttavia mi sembrava che ci fosse affiatamento, soprattutto verso la fine del liceo. Poi ci si perde, e probabilmente è un distacco che dispiace ma che usiamo per crescere e diventare adulti. Quando il tempo ha ingrigito i capelli (dei fortunati che ancora li hanno) e abbiamo preso possesso della nostra esistenza, c'è un margine per ritrovarsi.
Alla fine, nel gelo di una sera siberiana, ci siamo salutati con la promessa di non lasciar passare altri vent'anni. Chissà, magari riusciremo a mantenerla. In fondo sarebbe proprio bello.

martedì 26 novembre 2013

"Il libro degli animali", di M. Rigoni Stern


Avrete capito che sto attraversando una fase nostalgica e naturista. Dopo Mauro Corona, e forse in ritardo di una ventina d'anni, ho preso in mano questo libretto del grande Mario Rigoni Stern. Quando l'ho ordinato ero scettico: qualche lettore lo descriveva come una lettura da ragazzi. Ora che l'ho chiuso, credo che convenga precisare che è un'eccellente lettura per ragazzi, ma è adatto anche agli adulti.

Accantonati per un momento i ricordi della guerra, della Russia, della prigionia, Rigoni Stern parla ai suoi lettori degli animali del bosco e della montagna. Dall'altipiano di Asiago dove ha trascorso quasi l'intera vita, Rigoni descrive l'amicizia e la fedeltà dei cani da caccia, compagni insostituibili di ogni cacciatore. Ma nemmeno mancano gli uccelli e i rapaci, o i lepri (sì, al maschile!) e le asine. Ogni animale di questo libro ha una sua specificità, e diventa quasi un amico mentre voltiamo le pagine.
Magari non sarà il capolavoro del vecio Mario (come è ricordato ad Asiago), ma le emozioni che proviamo quando scopriamo l'amore che un uomo può portare ai suoi animali sono sincere e forti.

Una delle prime cose che ho scoperto quando ho cominciato a fare camminate in montagna (anche intorno ad Asiago) è proprio la scomparsa di quel timore che noi cittadini proviamo verso l'animale. In città siamo ossessionati dalle formiche sul balcone, dalle api fuori dalla finestra, dai cani che sbraitano alla catena. In montagna (o in campagna) è tutto più semplice: gli insetti sono compagni di viaggio, i cani da pastore non ci minacciano con le zanne in mostra. È normale passare accanto agli stambecchi che brucano l'erba e alle marmotte che escono dalle tane. Ho provato a mangiare un panino mentre i corvi si avvicinavano per rubare briciole e pezzi di formaggio, ma questa scena che inquieterebbe in città era osservata da grandi e bambini in cima a quella montagna.
Leggere libri come questo aiuta a comprendere che un animale non è un giocattolo, ma ha sentimenti da rispettare e da condividere.

sabato 23 novembre 2013

Assassinio all'Etoile du nord


Solo poche parole per confermare la grandezza del mio scrittore preferito. Come forse sapete, il ciclo dell'ispettore Maigret non mi appassiona più di tanto; tuttavia questo libretto composto di racconti brevi mi ha fatto compagnia per un paio di giorni sul treno, lasciandomi una piacevole sensazione di tempo ben speso.
Denominatore comune delle storie brevi è il pensionamento del celebre ispettore. Dopo una vita al Quai des Orfèvres, Jules Maigret si è ritirato in campagna, lungo la Loira. Ma la quiete del suo rifugio è turbata dalle richieste di aiuto di alcuni personaggi alquanto curiosi. La brevità della narrazione timuove finalmente ciò che io ritengo il peggior difetto dello stile di Simenon: l'uso continuo di frasi sospese, che confondono il filo del ragionamento e lasciano nel lettore dei suoi gialli l'impressione di non aver capito la soluzione. Questi, al contrario, non sono veri gialli, e somigliano più ai classici romanzi-romanzi o romanzi duri.
Se non avete mai capito perché il commissario Maigret piaccia così tanto a generazioni di lettori, forse vi conviene cominciare da questo libro.

mercoledì 20 novembre 2013

Immaturi digitali: parte seconda

Dopo aver letto il mio ultimo post, R. mi scrive su Facebook:
Simone, il tuo post è, almeno per me, come sempre ben scritto. Parla però di qualcosa che per far parlare di sé equivoca, sapendo di farlo. Nativo digitale infatti può significare tutto meno che i suddetti tali ne sappiano qualcosa di informatica. Del resto, per esempio, io sono nativo automobilista, e a stento riconosco un auto da una moto. E guido benissimo, peraltro...
Rileggendo il suddetto post, ho capito di aver commesso il tipico errore di chiunque cerchi di comunicare: ho dato per scontato che il lettore sapesse già quello che avevo in mente. Quindi vorrei aggiungere alcune considerazioni.

Innanzitutto, il mio intervento ribadiva che l'articolo di Paolo Attivissimo era l'ufficializzazione della scoperta dell'acqua calda. È vero che ogni congettura dovrebbe essere sottoposta ad una conferma scientifica, ma resta il fatto che in questo caso la (mia) congettura è stata pienamente confermata. Ovviamente, in ogni discorso, occorre fissare gli assiomi e le definizioni, e Attivissimo assumeva esattamente quello che i mass media ci inducono a credere; e cioè che nativo digitale = piccolo genio dell'informatica. I suoi argomenti tendono a confutare questa identità, il che sembra dimostrare esattamente quello che R. suggerisce: la definizione di nativo digitale non può essere quella che l'uomo della strada immagina.

Ma, lo dico nella speranza che R. non se la prenda, Attivissimo (e anch'io, si parva licet) muove anche da un assioma ben più significativo. È sacrosanto che R. sia un nativo automobilista, che mia mamma sia una nativa utilizzatrice della macchina lavatrice, e che io sia un nativo telespettatore. Dov'è allora la meraviglia? Beh, diciamo che tutti ci saremmo aspettati qualcosa di più, dalla cosiddetta rivoluzione informatica. Se questa rivoluzione si riduce alla familiarità con un nuovo elettrodomestico, poveri noi.

Quando, ormai vent'anni fa, tutti annunciavano l'inizio di una nuova era fatta di informazione aperta, libera, interattiva. Una nuova era fatta di persone più consapevoli e più capaci di usare l'intelligenza artificiale in corso di sviluppo per migliorare le condizioni dell'umanità. Quando, dicevo, tutti parlavano di questo, non credo che pensassero a sedicenni brufolosi che si imbambolano davanti alle icone del nuovo telefonino senza avere la minima consapevolezza di tutto quello che c'è dietro il touchscreen.

La disamina di Attivissimo, a mio parere, è l'analisi di una sconfitta dell'utopia. Ci aspettavamo l'homo technologicus, e invece ci ritroviamo una versione 2.0 dell'homo televisivus. L'informatica, la programmazione, il software libero, i protocolli TCP/IP, sono sempre conoscenze di nicchia scavalcate dall'uso della scienza informatica come elettrodomestico.
Ecco, adesso non voglio cedere al rimpianto nostalgico dei bei tempi che furono. Tutte le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche escono da poche menti brillanti ed entrano nelle menti quadratiche medie per banalizzazione. Potrei ribattere a R. che mio nonno, classe 1913 e dunque automobilista non nativo, sapeva smontare e riparare un motore a scoppio. R. ed io probabilmente non sappiamo nemmeno il nome dei vari pezzi che vivono nel cofano delle nostre automobili.
Ma sarebbe un argomento debole, perché la naturale conseguenza sarebbe la pretesa di un essere umano onnisciente, padrone di tutta la tecnica dalla selce al silicio.

Forse, più semplicemente, dobbiamo accettare che il progresso non funziona come ci piacerebbe. Internet non cambierà l'umanità più di quanto l'abbiano cambiata il telefono e la televisione. Io sono nato insieme alla televisione a colori, ma confesso di ignorare quasi completamente i principi fisici alla base delle trasmissioni analogiche e digitali. Così va il mondo, e mi piace sempre di più questa frase:
Il progresso è una cosa meravigliosa. Peccato che stia durando da troppo tempo.
Non l'ha detta un filosofo o un bieco reazionario. L'ha detta l'attore Joe Mantegna in un episodio della serie Criminal Minds.

martedì 19 novembre 2013

Immaturi digitali

Ho appena finito di leggere un articolo del ben noto Paolo Attivissimo, che richiama un'indagine svolta dalla mia università e che colpevolmente ignoravo. L'argomento è stuzzicante: ma è proprio vero che i ragazzi sono nativi digitali?

La risposta di Attivissimo, che peraltro non mi sorprende affatto, è negativa: no, le generazioni più giovani mancano totalmente delle basi informatiche e della consapevolezza che ingenuamente attribuiamo loro. Se è vero che tutti i giovanissimi accedono alla rete Internet con regolarità, è altrettanto vero che essi non sanno quello che fanno. Non sanno che, per esempio, Youtube è un sito internet: per loro è un'applicazione, un software che trovano installato sullo smartphone o sul tablet. Da qui la sconsolante risposta, citata nell'articolo, di un ragazzino che afferma sdegnosamente di non usare Internet, ma solo Youtube.

Se ne deduce che questi giovani non sono affatto quei pericolosi smanettoni che la vulgata dei mass media descrive; se un giorno diventeranno hacker, dovranno imparare esattamente quello che abbiamo imparato noi (quasi) quarantenni. Anzi, probabilmente faticheranno ancora di più, perché hanno perso la curiosità dei pionieri dell'informatica. E hanno perso uno strumento fondamentale: il computer. Per questi ragazzi tutto passa per il telefono e il tablet, mentre il personal computer è un pezzo da museo. Peccato che sia praticamente impossibile comprendere il senso di Internet attraverso quei sistemi rigidi che fanno funzionare uno smartphone o un iPad.

Mi permetto una chiosa: d'accordo, Paolo Attivissimo è una celebrità in campo tecnologico. Ma bastava chiedere ad un insegnante mediamente smaliziato nell'uso di computer e affini. Quando, nella prima lezione che tengo alle matricole, racconto come accedere alla piattaforma di e-learning, vedo facce a-punto-interrogativo: che cosa sarebbe questa pagina di login? Che cosa sono le credenziali di accesso? Che significa inserite questo URL nella barra del browser? Qualcuno, per fortuna pochi, trova difficoltà a spedire un messaggio di posta elettronica (un altro strumento del passato prossimo, soppiantato dalla messaggistica istantanea di Facebook & C.) usando l'account fornito dall'università. Se penso che, nel 1999, imparavo a spedire un'email utilizzando il protocollo telnet da riga di comando, mi sento davvero vecchio.

domenica 17 novembre 2013

"Mal'aria", di E. Baldini






Acquistato fra i remainders di una libreria, ho letto avidamente questo brevissimo romanzo di Eraldo Baldini, pubblicato ormai quindici anni fa da Frassinelli. Mi è stato recapitato con una fascetta rossa ormai sbiadita, che pubblicizzava la miniserie omonima di Rai Fiction. Miniserie che non ho visto e, stando ai commenti che girano in Rete, ho fatto bene a non vedere.
Eraldo Baldini è uno dei miei scrittori preferiti, forse l'unico italiano contemporaneo che leggo con piacere. Al contrario del lezioso Carlo Lucarelli e del fastidioso Andrea Camilleri (ma rivedo sempre con gusto i film ispirati al suo commissario Montalbano), Baldini ha una scrittura secca, vagamente anglosassone. Cantore della sua Romagna, spesso descritta nei risvolti più neri e gotici, è l'autore del famoso Gotico rurale (ri-pubblicato nel 2012 con l'aggiunta di materiale inedito), e dei più recenti L'uomo nero e la bicicletta blu e Quell'estate di sangue e di luna. Proprio in questi giorni è in libreria Nevicava sangue, che non ho ancora letto e che comunque appartiene ad un filone narrativo completamente diverso.

Ambientato fra piccoli paesi immaginari della Romagna fascista (siamo nel 1925), Mal'aria è il breve resoconto di una storia a metà fra il crimine e il gotico. Carlo Rambelli, forlivese da anni impiegato come ispettore sanitario a Roma, è incaricato di compiere un sopralluogo fra le provincie di Ravenna e Ferrara; lì, fra le nebbie e le zanzare, troppi bambini sono stati portati via da una inconsueta epidemia di febbre malarica. Il tasso di mortalità è anomalo, e il duce in persona non tollera che la sua terra sia funestata proprio dalla piaga endemica che sta cercando di debellare con leggi speciali di sanità pubblica.
Rambelli, seppur riluttante, deve accettare l'incarico. Lo accoglie un ambiente ostile e omertoso. Le poche persone che avrebbero dovuto fornirgli ragguagli sono irreperibili o addirittura morte improvvisamente. Il ras Bellenghi, tronfio e fascistissimo, non apprezza quell'ispezione ordinata da Roma (ladrona?) nei suoi paesi. Solo la giovane e bella Elsa sembra offrire aiuto al dottor Rambelli, mentre il piccolo Giuseppe, un bambino capace di vedere i morti, scopre misteriosi scheletri di bambini sepolti in campagna.
Qui mi fermo: le centocinquanta pagine del racconto scorrono veloci, e non voglio guastare la sorpresa dei futuri lettori. Complessivamente, Mal'aria regala qualche ora di coinvolgimento, pur non essendo fra i migliori prodotti della vena narrativa di Baldini. Il finale, come notano tanti commentatori in Rete, sembra affrettato e superficiale. Di sicuro trascina il lettore nella direzione antipodale alle sue aspettative, ma è abbastanza evidente che il senso del racconto sta nella descrizione dei soprusi del regime, allora in piena espansione. La malaria è dunque solo una metafora, e la mala aria diventa quella respirata dove la violenza assurge a soluzione di ogni problema.

venerdì 8 novembre 2013

"Lo studente Gerber", di F. Torberg



Acquistato dopo averne letto la recensione de il manifesto, sono riuscito a terminare la lettura soltanto dopo tre settimane. Pubblicato dall'editore trentino Zandonai, questo romanzo dello scrittore viennese (di origini praghesi) Friedrich Torberg si è rivelato ben presto in tutta la sua seducente pericolosità. Sembra un romanzo di formazione, quella dello studente Kurt Gerber citato nel titolo, ma diventa una discesa agli inferi senza freni. Nel breve volgere del quinto anno di scuola superiore (siamo all'inizio degli anni '30, immediatamente prima dell'avvento del nazionalsocialismo, e dunque in piena epoca di decadenza), la normalità dell'esistenza di un ragazzo intelligente è stravolta dall'arrivo del nuovo professore di matematica e geometria descrittiva (nonché coordinatore di classe) "dio" Kupfer.

Professore fra i più famosi del Regio Ginnasio, autore di una fondamentale opera in più tomi sulla geometria descrittiva, Kupfer si insedia preceduto dalla fama di aguzzino spietato e privo di compassione. Il suo massimo godimento è l'umiliazione degli studenti, e ovviamente la bocciatura definitiva alla maturità.
La classe di Gerber è sotto choc, tutti speravano di concludere il ciclio di studi senza mai incontrare il mastino sanguinario Kupfer. Persino alcuni colleghi lo temono e, senza mai prendere apertamente posizione, ne criticano il comportamento.

Kurt Gerber scivola velocemente verso l'insufficienza nelle due materie di Kupfer, e il padre minaccia di spostarlo in un'altra scuola. Ma Kurt si ribella, promette di farcela perché ha tutte le capacità. Intanto il mastino sanguinario infierisce sui più deboli, li interroga fino all'umiliazione, distribuisce insufficienze e giudizi sprezzanti.

Ma Gerber ha altro per la testa: forte della giovane età, si invaghisce di Lisa, compagna di classe che ha deciso di interrompere gli studi per lavorare in un negozio. Lisa è la tipica ragazza di cui ogni ragazzo si innamora: bella, solare, brillante, estroversa. Sembra cedere al corteggiamento di Kurt, ma mantiene una certa distanza che deprime il ragazzo, facendone crollare l'autostima. Gerber non riesce a tenere sotto controllo sia la scuola che i sentimenti, e incappa in alcune alzate di testa che lo espongono alla furia di "dio" Kupfer.

Non parlerò oltre della trama, perché questo è un libro che suggerisco di leggere. Evidentemente non ci sarà lieto fine alla moda di Hollywood. Piuttosto, preferisco spendere qualche riga di osservazioni.
Innanzitutto, dobbiamo pur sempre ricordare che si tratta di finzione. Ma l'atmosfera nei veri Regi Ginnasii doveva essere molto simile: una disciplina ferrea, un'etichetta quasi da caserma, i professori che usano il "lei" con gli studenti, i genitore degli studenti che si rivolgono ai "signori professori" in terza persona singolare ("Il signor professore ha giudicato negativamente mio figlio. Posso chiedere al signor professore se Egli ritenga che abbia bisogno di prendere lezioni private?"), ma soprattutto l'idea che non esista discrimine fra scuola e vita.

Ecco, credo che quest'ultimo legame sia poco comprensibile per noi italiani del 2013. A noi suona assurdo che un voto insufficiente, o anche una bocciatura, possano impedire ad un giovane di cercare lavoro come funzionario pubblico. E che, più generalmente, il curriculum scolastico resti un marchio indelebile sulla pelle di un uomo (o di una donna). Nel libro di Torberg è invece così, fallire a scuola è fallire nella vita, è perdere il rispetto dei genitori, è la condanna ad una vita di mediocrità. Solo alla luce di questa osservazione si spiega l'epilogo del romanzo, in tutta la sua ironia tragica.

La visione dell'autore è cupa e senza speranza: gli aguzzini vincono sempre, pur essendo essi stessi molto più meschini delle loro vittime. "Dio" Kupfer, onnipotente nel palazzo scolastico, è un essere insignificamente nella vita privata: chiuso nelle stanze di un appartamento rilevato da una vedova di guerra, non esercita alcuna influenza sul prossimo. Il suo potere, superato l'uscio della scuola, semplicemente non esiste; e proprio per questo si fa mastino sanguinario, per vendicarsi di una società che non lo apprezza e anzi lo emargina.
Kupfer è una caricatura, una maschera tragica che non distingue più fra realtà e copione. Dall'alto della sua conoscenza della geometria descrittiva, è infinitamente più stupido di tutti gli studenti che ha umiliato e respinto. Eppure, nell'ultima pagina del libro, vincerà lui, pur perdendo.
La morale di Torberg è agghiacciante: chi è vittima resterà vittima, chi è aguzzino ucciderà la vittima.

venerdì 1 novembre 2013

Questo limite non esiste

Insegnando calcolo differenziale alle matricole, si impara che i passaggi più scivolosi del corso sono quelli relativi alla convenzioni. Perché i contenuti sono davvero classici, ma in certe situazioni prevale il gusto personale e l'abitudine; e qui casca l'asino. Volete un esempio? Eccolo.

Esercizio. Calcolare $$\lim_{x \to 0} (\sin x)^x.$$

Scommettete quello che volete: ci sarà sempre una studentessa della prima fila (non so perché, ma le studentesse della prima fila sono quelle più attente e precise) che alzerà la mano per segnalare che questo esercizio non ha senso. Perché? Beh, ma è ovvio: perché $(\sin x)^x$ è una potenza con base variabile ed esponente variabile, dunque si conviene che la base debba essere strettamente positiva. Giusto, naturalmente. Quindi $\sin x>0$, e siccome ci interessa $x \to 0$, possiamo pensare $x>0$. Eh, ma allora il limite è insensato, perché l'enunciato richiede il limite da destra e da sinistra!
Un esempio ancora più facile è $$\lim_{x \to 0} x \log x.$$

Che dire? Bisogna premiare questo genere di intervento, oppure stroncarlo? Io confesso di non sapere mai come comportarmi. Da una parte è un buon segnale, che qualche studente abbia rilevato il dilemma. Dall'altro si tratta di una difficoltà assai ottusa, che aggiunge solo rigidità e crea ostacoli alla comprensione. Matematicamente, la definizione di limite è la seguente (in ambito metrico).

Definizione. Sia $E$ un sottoinsieme di uno spazio metrico $X$, e sia $Y$ uno spazio metrico. Data una funzione $f \colon E \to Y$ e un punto di accumulazione $x_0$ per $E$, diciamo che $\lim_{x \to x_0} f(x) = L$ se, per ogni $\varepsilon>0$ esiste $\delta>0$ tale che $d_Y(f(x),L)<\varepsilon$ ogni volta che $x \in E$ e $0<d_X(x,x_0)<\delta$.

Scegliendo $X=Y=\mathbb{R}$ e $E=(a,b)$, deduciamo che $\lim_{x \to a} f(x)$ ha perfettamente senso, e coincide con $\lim_{x \to x_0+} f(x)$ nella notazione scolastica. E tutto ciò è naturale: il limite descrive il comportamento di $f(x)$ quando $x$ si avvicina ad $x_0$ lungo valori contenuti nel dominio di definizione di $E$. Se $E$ forza in qualche modo $x$ a muoversi verso $x_0$ per eccesso o per difetto, che importa?

Eppure ho colleghi che sfruttano queste ambiguità per distribuire insufficienze nei test e nei quiz. Avranno le loro buone ragioni, ma temo che queste interpretazioni così rigide trasmettano un'idea inquietante e burocratica della matematica.