giovedì 24 ottobre 2013

"La casa della festa", di C. Palazzolo

In questi giorni di influenza, antibiotici, tosse e aerosol al cortisone, mi sono deciso a concludere la lettura di un romanzo acquistato per caso, sull'onda di una segnalazione. La casa della festa, che ho acquistato usato nell'edizione Marsilio del 2000, era descritto come un racconto di grande atmosfera, ambientato in una misteriosa casa romana. Dell'autrice, purtroppo deceduta prematuramente lo scorso anno, ignoravo perfino l'esistenza. E così mi sono immerso nella lettura.

La trama è pressoché ineffabile: c'è questa festa, fra persone della Roma-bene, dedicata all'esordio letterario di un giovane scrittore. E poi scoppia il caos. Nel senso che il libro diventa confuso, barocco, scritto nel perfetto stile accademico di troppi autori nostrani. Costoro non possono essere soddisfatti se non utilizzano i termini più pomposi per sentirsi superiori (chi diavolo direbbe mai "una casa invasata"?). I dialoghi reali e i pensieri dei personaggi si susseguono senza pause, rendendo incomprensibile una chiara percezione dei fatti raccontati. E i personaggi sono tutti odiosi, snob, beceri arricchiti e maleducati. Il lettore non riesce a solidarizzare con alcuno di loro, e a me sembra il peggiore sbaglio di un romanziere: leggere duecentocinquanta pagine sentendosi un estraneo disinteressato è sfiancante.
E poi, a un certo punto, sembra apparire un fantasma. Evvai, dico mentalmente, finalmente ci si diverte! E invece no, non ci sono fantasmi e non è una storia gotica come la quarta di copertina suggerisce. C'è però un mistero, abilmente pompato dalla critica. A questo punto vorrei aprire una breve parentesi: tanti anni fa il celebre racconto The dead di James Joyce mi aveva incuriosito proprio perché sembrava che ci fosse un fantasmagorico e sconcertante colpo di scena finale. Confesso che il titolo macabro mi attirava, ma la delusione fu forte: io mi aspettavo qualcosa di simile a The others di Alejandro Amenábar, e invece era una palla mostruosa e incomprensibile.
Chiusa parentesi.

Comunque ecco, questo romanzo mi ha lasciato la medesima sensazione di presa per i fondelli: se mi viene detto che uno dei personaggi di un romanzo americano ha un oscuro segreto, come minimo salta fuori che ha sciolto nell'acido la famiglia e adesso cerca nuove vittime in una nuova città. Qui sapete qual è il grande segreto, il colpo di scena? Che uno dei personaggi sta morendo per una malattia all'ultimo stadio, e decide di accorciare le sofferenze gettandosi dalla finestra. È gotico tutto questo? A me non sembra.

In conclusione, sono sollevato perché almeno l'ho pagato poco.

martedì 15 ottobre 2013

La politica dello snob

Non dovrei mai scrivere di politica, e forse nemmeno parlare di politica: si rischia sempre di litigare con qualcuno o di crearsi una pessima fama. Ma in questi giorni ho accusato una saturazione di informazioni che non riesco ad ignorare.
Tanto per cominciare, l'incauta uscita di tale Beppe Grillo e talaltro Gianrobertenricomaria Casaleggio che sputacchiavano in Rete che il loro (possessivo, di proprietà) movimento non si occuperà di indulto perché altrimenti perderebbe i voti della ggente.
Poi mi faccio del male da solo, guardando una puntata del programma Report di Milena Gabanelli. Di solito lo evito come la peste, perché lo considero un arnese furbetto con cui gli autori diffondono una teoria (sociale, politica, economica) mascherandola da verità. Anzi: da Verità, con l'iniziale maiuscola. Non mi soffermo sul tono insopportabile della signora Gabanelli, che tratta i telespettatori come ritardati in attesa di istruzioni.

Ecco, ieri sera il gruppo di giornalisti ha preparato un bel calderone in cui qualunque aspetto della realtà italiana doveva apparire ridicolo, vergognoso, inadeguato e magari pure illegale. E allora giù, a piene mani: questo non si fa, quell'altro lo farebbe meglio anche un criceto, questa cosa grida vendetta, eccetera eccetera. Per carità, in Italia quasi tutto funziona abbastanza male, e lo sappiamo. Però ignoravo, ad esempio, che la Polonia dovesse umiliarci per organizzazione e competitività.
Puntualmente arriva il servizio girato in loco, dal quale apprendiamo che un'impresa straniera può installarsi nella terra degli Jagelloni pagando tasse per l'equivalente di un panino con la mortadella, retribuendo i dipendenti peggio degli schiavi nell'Alabama del 1930, e soprattutto diventando un esempio di efficienza industriale. Insomma, ho avuto l'impressione che i difensori degli oppressi (Gabanelli ha questa nomea) diventassero improvvisamente sostenitori del liberismo più bieco. Non ho sentito dire che in Polonia i sindacati non rompono i coglioni, ma forse mi ero distratto un momento.

Poi arriva il momento di Antonino Zichichi. Voglio essere chiaro: Zichichi è quello che è, e un mio professore di fisica al liceo lo definiva "il Pippo Baudo della fisica". Ma naturalmente il servizio non si soffermava sulle qualità scientifiche del professore, bensì sulla gestione di svariati milioni di euro raccolti per fare ricerca. Ripeto: non so se Zichichi sia un evasore fiscale o abbia commesso illeciti di altra natura. Però mi è dispiaciuto il tono: qualcuno ha liquidato con ironia le ricerche sulle piene di un certo fiume cinese, "che oggi è quasi in secca". E giù sorrisini maliziosi, ma guarda questi scienziati che sprecano i nostri soldi invece di regalarli agli industriali stranieri come in Polonia! Immagino che anche io farei una pessima figura, se un giornalista scrivesse che studio la equazioni con il laplaciano frazionario. Che povero stupido, che spreco di denaro: io le frazioni le ho studiate alle elementari.

Tanto Grillo Giuseppe quanto Gabanelli Milena amplificano una tendenza a mio parere nefasta: la politica deve fare quello che chiede la ggente, non certo avere idee e punti di vista. Se la ggente vuole che un magnate impianti una piantagione di cotone senza pagare le tasse, la politica deve consentirlo ed incoraggiarlo. Se la ggente non capisce il significato di "bosone di Higgs" o di "equazione semilineare ellittica", i politici devono sbarazzarsi di quelli che lo capiscono.

Quando ero giovane e studiavo filosofia al liceo, avevo una professoressa terribilmente snob, che metteva i filosofi un gradino sopra il resto dell'umanità. Probabilmente ho assorbito l'idea che la politica debba essere uno sforzo di miglioramento della razza, una ricerca di nobiltà di pensiero e di vedute. Adesso vedo che erano tutte parole vuote, come l'amore per il prossimo del catechismo.
Io non sono deluso dai politici, che anzi sembrano fare molto bene ciò che vogliono: rincorrere il peggio, nascondendosi dietro la volontà popolare. È un discorso che sono certo di aver già fatto in questa sede, un discorso problematico senza alcun dubbio. Ho quasi quarant'anni, ma continuo a pensare che non si possa essere buoni maestri assecondando la volontà degli alunni; e non si può essere buoni politici, se non si ha il coraggio di ambire al miglioramento del popolo. Dire che i politici dovrebbero essere scelti fra i migliori non è retorica: se devo accontentarmi di un rappresentante dell'idiozia peggiore, tanto vale che mi candidi anch'io alle prossime elezioni.

domenica 13 ottobre 2013

Come sasso nella corrente


In attesa della pubblicazione, prevista per il prossimo mese di novembre, del nuovo libro di Mauro Corona, ho deciso di saltare la sua produzione più antica e prendere in mano questo testo del 2011. Maturando qualche esperienza da lettore, mi sono accorto che raramente serve leggere un autore in stretto ordine cronologico. Anzi, il salto nel tempo è un privilegio del lettore che viene dopo, una specie di onniscienza e onnipotenza letteraria che regala qualche soddisfazione.

Raccontare la trama di questo libro, edito come al solito da Mondadori, non è facile: c'è un uomo, senza nome, del quale impariamo la storia attraverso la voce in terza persona di un narratore fuori campo. Le vicende dell'uomo si sovrappongono in modo impressionante alla biografia di Corona stesso: il padre violento e ubriaco, la madre fuggita lontano, i fratelli accolti dai vecchi della famiglia e cresciuti in povertà tra i monti del Friuli occidentale. E poi il collegio dei preti, il lavoro nelle cave di pietra, le prime sbronze e la naja. Ma, diversamente dagli altri libri autobiografici dello scrittore errano, qui c'è la figura misteriosa di una donna. Una donna lontana, legata all'uomo da un rapporto profondo e mai realmente svelato.

Verso la fine, la storia trascende la realtà, e diventa (per forza) finzione. A mio parere, sono queste le pagine più belle dell'intero libro. L'uomo si fa eremita, acquista e ristruttura una baita dispersa fra i boschi. A sessant'anni, ha deciso di uscire dal consesso umano che ormai lo disgusta. Si isola, scende in paese solo per procurarsi l'essenziale, e per il resto del tempo scolpisce il legno e scrive.
Nell'intercapedine fra due muri della baita, l'uomo ha scoperto tre mummie di donne, morte almeno centocinquant'anni prima, e le ha lasciate lì. Misteriosi testimoni di eventi tragici e violenti, vengono la notte ad infestare i suoi sogni. Lui ne trascrive le storie sui suoi quaderni, e il tempo trascorre. Quando la malattia gli darà il preavviso della fine, l'uomo si lascerà morire in una foiba della Cuna dei morti che piangono, vegliato da una cerva fedele più di qualunque essere umano.

Come sasso nella corrente è un prodotto affascinante dell'opera di Mauro Corona, a tratti inquietante. L'idea della scomparsa dal mondo civile (civile?) è un topos piuttosto frequente e abusato. Ho letto recensioni e commenti piuttosto negativi di questo romanzo, e non è difficile capire perché. Il richiamo della natura, dei monti e degli animali selvatici non appartiene a chi sia cresciuto nel traffico di una grande città. Viene da chiedersi che cosa ci sia, di tanto meraviglioso, nella vita quasi primitiva e dura dei montanari. Al massimo, i cittadini si divertono ad andare fra le montagne dove nevica firmato, per riprendere un celebre detto di Corona.

Forse c'è una dose di manierismo nel disprezzo dell'uomo (alias Corona) per se stesso e per la propria vita che per certi versi suona eccessivo. Ma penso che questo personaggio un po' eccentrico, spesso scontroso e talvolta di pessimo esempio, abbia ancora qualcosa da insegnare a tutti quelli che vorranno ascoltarlo.

sabato 5 ottobre 2013

Recensione: "L'angioletto"


Scritto da Georges Simenon nel 1964 a Épalinges (Svizzera), è un romanzo davvero singolare nella produzione dello scrittore belga. Innanzitutto per la forma: non più la mera suddivisione in capitoli di lunghezza standard, bensì un'ulteriore suddivisione in due parti maggiori. E poi la trama: non leggiamo il classico schema routine + crisi + tragedia cui ogni lettore di Simenon è ben abituato. La storia di Louis Cuchas, nato sul finire del 1800 in un quartiere povero di Parigi e soprannominato appunto angioletto a causa dell'apparente distacco da qualunque tribolazione umana, è proposta da una voce narrante fuori campo e onnisciente. Buona parte del libro descrive gli anni dell'infanzia e della prima giovinezza di Louis, spese in un piccolo appartamento con la madre, il fratello Vladimir, la sorella Alice, i due gemelli con i capelli rossi, e una sorellina destinata a morire di influenza molto presto. La madre è carrettaia alle Halles (i mercati di Parigi), porta a casa uomini sconosciuti ma complessivamente riesce ad educare i figli con dignità. Se Vladimir è evidentemente destinato ad un futuro di dubbia legalità e Alice ad una vita tradizionale in famiglia, Louis è totalmente remissivo e isolato. Al limite dell'autismo, non sembra appassionarsi ad alcunché: la scuola lo annoia, eppure ottiene voti buoni, non cerca l'amicizia dei coetanei, vive in un mondo tutto mentale e accogliente. Solo l'ambiente dei mercati generali, dove accompagna la madre con il carretto, lo stimola e lo affascina. Riesce a trovare un lavoro lì e attraversa indenne la Grande Guerra mentre Vladimir è arruolato e ferito, uno dei gemelli cade durante un assalto, e la sorella Alice resta vedova dopo pochi mesi di matrimonio.
Ma neppure queste tragedie lo toccano: Louis scopre la passione per la pittura, che assorbe buona parte del suo tempo libero. Dipinge con originalità e si inserisce nell'ambiente artistico di Parigi grazie all'amicizia con un venditore di colori.
Gli anni passano, la madre invecchia e si risposa, Vladimir viene condannato a quindici anni di lavori forzati per traffico di droga, il gemello superstite scrive dal Sud America e Alice vive in campagna con il figlio ormai grande. Il libro termina con l'immagine di Louis ormai anziano, diventato un pittore celebre seppur perennemente alla ricerca del colore puro.

Per essere del tutto sinceri, in questo romanzo non succede proprio nulla. Apprendiamo dall'introduzione che Simenon era particolarmente affezionato a questo libro, il cui protagonista è lontano da ogni crisi e, forse, felice. Resta il fatto che non sembra neppure scritto da Simenon, perfino il linguaggio è inconsueto e neutro. Ad un certo punto ci aspetteremmo la tragedia, il classico fattore di stress che induce i protagonisti delle trame simenoniane a compiere gesti estremi. E invece no, tutto va bene, per sempre. Forse lo scrittore belga, sessantenne all'epoca della pubblicazione, sentiva il bisogno di raccontare finalmente una vita normale; un'esigenza comprensibile, dopotutto.
Io non posso dire che il libro mi sia piaciuto: amo Simenon proprio perché scriveva storie nere, senza speranza di riscatto. Un brusco cambiamento di tonalità ci può stare, a patto che non diventi un'abitudine.