venerdì 27 settembre 2013

Recensione: "La fine del mondo storto"


Mentre ero alla stazione di Milano Porta Garibaldi in attesa del treno per Firenze, ho trovato sugli scaffali di una libreria questo romanzo di Mauro Corona. Era uno dei pochi volumi dell'autore che ancora non possedevo, e ne ho approfittato per avere una lettura da viaggio. Avevo letto alcuni giudizi severi su questo libro, ed effettivamente il primo impatto non è dei migliori. Corona ci catapulta in un mondo improvvisamente (ma davvero improvvisamente?) privo di idrocarburi: niente più petrolio, né gas, né combustibili di origine fossile.
L'umanità è in preda alla disperazione, poiché decenni di dipendenze energetica dalle fonti non rinnovabili impediscono di fare praticamente qualsiasi cosa. Non c'è corrente elettrica per alimentare fabbriche, scuole, ospedali ed abitazioni private. Non c'è riscaldamento, e casualmente (!) la crisi energetica scoppia in pieno inverno. Il cibo presto scarseggia, le malattie decimano una popolazione finora abituata ad ogni genere di cura medica, i vecchi si spengono e i neonati faticano a superare le prime settimane di vita. Insomma, è una piccola Apocalisse.

Conoscendo Mauro Corona, la tesi è facilmente intuibile: bisogna tornare al passato, epoca salvifica in cui uomini e donne vivevano in armonia con la natura, rispettandone le leggi e finanche i capricci. Ed è questa tesi che appare quantomeno discutibile al lettore. O, più precisamente, il fatto che l'autore provi un evidente godimento nel rigirare il coltello nella piaga. Infatti basta un libro di storia moderna o un documentario televisivo per notare quanto fosse agra la vita del bel tempo che fu. Il lettore vorrebbe qualche parola di conforto, un'ammissione che fame e stenti non sono il migliore dei mondi possibili.
E invece questo conforto è astiosamente respinto dall'autore, che decanta le meraviglie della morte bianca e nera, unica igiene del mondo. È una tesi chiaramente provocatoria, ma non per questo meno fastidiosa da condividere.
Se aggiungiamo la prolissità di alcune pagine piene di invettive contro politici, intellettuali, giornalisti (chiamati sistematicamente pennivendoli), ingegneri e impiegati, ecco che diventa difficile continuare la lettura. Ci sono strizzate d'occhio ad un certo qualunquismo, e l'affermazione che solo montanari e contadini possiedono la vera saggezza suona piuttosto saccente in bocca ad un montanaro di Erto.

Eppure conviene arrivare all'ultima pagina, perché non tutto è semplice come appare. E puntualmente si verifica l'inevitabile: dopo un inverno di agonia, l'umanità sopravvissuta ha imparato a coltivare ed allevare secondo i modi antichi, ha cancellato ogni forma di politica e di gerarchia, tutti vivono nella speranza operosa di un futuro migliore. Non può che essere una parentesi, però. Corona ci depista consapevolmente per tre quarti del libro, e converge in ultimo verso la penosa realtà: appena la paura e la fame allentano la morsa, la bestia umana ricade nei suoi peggiori difetti. Tornano i ladri, gli assassini, le sopraffazioni, e dunque torna l'esigenza di un capo e di un sistema di polizia. La gerarchia sociale è presto ricostruita, nel giro di poche settimane emergono i nuovi potenti e i nuovi aguzzini. Perché l'uomo è un gran coglione, per usare le parole di Corona. L'uomo è l'unico animale talmente imbecille da correre incontro all'estinzione per colpa propria.

Non credo che La fine del mondo storto sia fra i romanzi più riusciti di Mauro Corona; lo stile è talvolta pesante e un po' volgare, troppe pagine si ripetono identiche fino alla noia. L'idea non è ovviamente originale, e si basa su un certo millenarismo che appartiene alla specie umana. Eppure è una lettura complessivamente utile, perché sappiamo che qualunque ovvietà si fonda su verità indubitabili. Che si viva in un mondo storto (aggettivo dialettale diffuso in tutto il Nord Italia, che significa più o meno sbagliato) dove il benessere è una virtù fine a se stessa credo sia innegabile. Con l'accortezza di non prendere alla lettera la tesi dell'autore, questo libro è uno spunto di riflessione per il nostro futuro.

mercoledì 25 settembre 2013

La matematica è un'opinione per i burocrati

Fra pochi giorni riprenderò la mia attività didattica: il solito corso di matematica per gli allievi biotecnologi, e un corso di analisi reale ed equazioni differenziali per gli allievi della laurea magistrale in matematica. Fin qui tutto bene.

Peccato che i problemi comincino quando guardo all'organizzazione logistica del corso. Per ottemperare ad obblighi ed imposizioni ministeriali che nemmeno voglio discutere in questa sede, pare che la mia università abbia ideato un modo molto... creativo per ridurre il numero di ore di lezione erogate: è stata introdotta l'ora-Bicocca.

Dunque: forse non tutti sanno che nel terzo millennio l'unità di misura ufficiale dell'università italiana (ma non solo italiana) è il CFU, o più esplicitamente il Credito Formativo Universitario. Questa unità di misura descrive l'impegno dello studente, non già quello del docente. Il regolamento didattico appena pubblicato quantifica in 7 ore ogni CFU di lezione frontale (la lezione ex cathedra, per capirci). Fino allo scorso anno accademico un CFU frontale valeva 8 ore, ma sembra che al ministero il totale sembrasse eccessivo.

Di fronte ad un'obiezione come quella del ministero, la soluzione ovvia era quella di ridurre il numero dei corsi, o anche soltanto il numero di CFU di alcuni corsi. Troppo facile e troppo rischioso. Meglio raccontare che le vecchie 8 ore erano... lorde! Già, perché effettivamente è usanza e tradizione che un'ora di lezione corrisponda a 45 minuti effettivi, grazie al mitico quarto d'ora accademico. Certo però che i conti non tornano, come potrebbe spiegare qualunque pizzicagnolo.

Facciamo l'esempio del mio corso: 6 CFU frontali. Prima erano $6 \times 8 = 48$ ore. Anche togliendo un'ora ogni quattro (si chiama quarto d'ora proprio perché ce ne sono quattro ogni ora), le ore nette erano $48-48/4=48-12=36$.
Ora sarebbero $6 \times 7 = 42$ nette. Dico nette, perché se facessi le pause sarebbe una madornale presa per i fondelli, giusto? Et voilà la fregatura: con la sola imposizione di qualche mente disturbata, il ministero è gabbato (perché crede che noi facciamo meno ore), ed è gabbato pure il docente (perché insegna molto di più).

Ma ragioniamo adesos in termini di numero di lezioni che devo erogare. Allora: ogni lezione è costituita di due ore d'orologio. Fino all'anno scorso, entravo in aula $48/2=24$ volte, facendo le pause. Vediamo che cosa dovrò fare da ottobre.
Togliendo i quarti d'ora accademici, due ore corrispondono a 90 minuti effettivi. Io devo erogare $6 \times 7 \times 60=42 \times 60 = 2520$ minuti effettivi. Facendo la divisione $2520/90=28$, scopro che entrerò in aula ventotto volte, cioè quattro volte più che l'anno scorso. Questo significa che farò due settimane di lezione più di prima.

Ho la sensazione che qualcuno abbia fatto il furbo. Ma forse sono troppo malizioso.

martedì 24 settembre 2013

Recensione: "Il vento nel vigneto"






Scritto da Carlo Sgorlon nel 1960, Il vento nel vigneto è un racconto lungo che ha il sapore delle cose perdute. L'ho trovato su eBay, in un'edizione del 1974 ricca di note didascaliche un po' pedanti; probabilmente si tratta di un'edizione scolastica, appesantita dalla retorica di quarant'anni fa.

Eliseo Bastianutti, dopo aver scontato circa trent'anni di carcere per un omicidio dai contorni piuttosto confusi, riceve finalmente la grazia fa ritorno nella sua terra friulana. Il mondo gli è nuovo, e ben presto sconta il sospetto dei paesani, che non si fidano di un ergastolano. Stenta a trovare un alloggio, e la sorella Iolanda gli rinfaccia i tormenti e il danno economico che la famiglia ha dovuto sopportare a causa del suo crimine. Solo al mondo, vaga fra i paesi a nord di Udine, spendendo gli ultimi soldi guadagnati in carcere. Ma Eliseo è un uomo molto diverso da quello che è entrato in prigione tanti anni prima, ed è deciso a ricostruirsi una vita onesta. Finalmente trova una camera in affitto presso una vedova, Rita, con un ragazzo di tredici anni, Riccardo. La donna non si cura della storia difficile di Eliseo, lo accoglie con cortesia e gli offre in uso gli attrezzi del marito defunto.
Eliseo vive alla giornata, facendo piccoli lavori per gli abitanti dei paesi, e poco a poco se ne guadagna un certo rispetto. Riesce a farsi assumere come operaio addetto alla costruzione di una nuova strada asfaltata, ma una brutta lite con un giovane manovratore di escavatori lo spinge a licenziarsi. L'uomo si rende conto di essere anziano (anche se ha solo cinquant'anni), e di aver bisogno di un lavoro autonomo.
Grazie alle amicizie costruite nei mesi, rileva il triciclo (!) di un rigattiere, e si lancia nella compravendita di mobili antichi: li acquista in campagna e li rivende agli antiquari di Udine. Ben presto accumula un piccolo capitale, che gli consente di diventare il proprietario di una bottega di falegnameria: il suo sogno si è ormai realizzato, ha un lavoro stabile e qualche risparmio in banca.
Nel frattempo il suo rapporto con Rita e Riccardo si fa più famigliare, ed Eliseo è lieto di avere almeno un po' di calore umano dopo una vita dura. Si spinge a domandare a Rita di sposarlo, ma il rifiuto della donna è cortese ma netto: non può rinunciare alla pensione del marito morto, perché Riccardo vuole studiare e laurearsi. In un momento di spietato realismo, dice ad Eliseo che a cinquant'anni basta poco per andarsene al Creatore, e a quel punto che potrebbe fare lei, sola e senza mezzi di sostentamento?
Eliseo accusa il colpo, medita di fuggire ancora una volta. Ma capisce di non poterlo più fare, perché nella vita basta sapersi accontentare. Ormai ha raggiunto una relativa felicità, e se non potrà avere una moglie, si farà bastare quella strana famiglia al limite della clandestinità.

Il libro ha un inizio ma non ha una precisa conclusione: Eliseo ascolta il vento nella vigna di Rita, e capisce che quello è il suono della vita. Verrà un altro inverno, poi ci saranno primavere ed estati finché anche lui morirà; ma per questo c'è tempo, ora bisogna godere del presente.
La scrittura di Sgorlon è facile e magnetica, arricchita di regionalismi comunque comprensibili. La parabola del protagonista non deve essere interpretata come un improbabile sogno americano; se è vero che Eliseo si costruisce una nuova vita economicamente stabile, non riuscirà ad avere ciò che più gli manca: una famiglia vera, come era intesa a quel tempo. Eliseo Bastianutti raggiunge solo una parte del successo, e qui sta il messaggio di Sgorlon. Pratico come tutti i friulani, sa che bisogna pur mangiare; però la roba non è tutto, ed anzi è nulla quando non si è in pace con se stessi.
Complessivamente una buona lettura, da riscoprire.

venerdì 20 settembre 2013

Bilanci di un convegno

È appena terminato il convegno che ho contribuito ad organizzare, e devo ammettere di essere molto soddisfatto. Ero partito con qualche preoccupazione, perché sul sito avevamo ricevuto pochissime iscrizioni: il mese di settembre è l'incubo di qualunque organizzatore di incontri scientifici, perché è il tipico mese di fine estate prima del semestre di lezioni, e i calendari sono puntualmente pieni.
E invece posso dire senza tema di smentite che tutto è andato bene; peccato per un conferenziere che ha dovuto rinunciare al viaggio per un improvviso problema in famiglia.

I mini-corsi sono stati accolti con interesse e partecipazione, così come i seminari più brevi. Ho apprezzato lo sforzo di utilizzare molto la lavagna con il gesso: per quanto possa sembrare un vezzo, per raccontare la matematica resta lo strumento principale.

La scelta di Pisa come sede ospitante non è stata solo naturale (è la sede capofila del progetto FIRB 2012 che ha finanziato l'evento), ma si è rivelata una garanzia di qualità e un punto di convergenza per specialisti di diversi ambiti della teoria delle equazioni alle derivate parziali.
Per me Pisa è anche legata al ricordo di un anno da post-doc, ormai lontano dieci anni. Non voglio nascondere che non conservo particolari nostalgie per questo luogo: venivo da quattro anni a Trieste, ed è ovviamente là che ho avuto più esperienze ed emozioni. Per il mio carattere vagamente montanaro, Pisa è troppo cosmopolita e vivace, popolata com'è da studenti provenienti da tutta Italia. Ho sempre trovato difficile sentirmi pisano, forse perché la comunità è abituata ad accogliere chi viene da fuori. Insomma, in quei mesi non mi sono mai sentito a casa, e pazienza.
Detto questo, sono contento di esserci tornato, in una compagnia piacevole. Naturalmente ho offerto il mio tributo di sangue alle malefiche zanzare dell'Arno, ben più agguerrite di quelle padane.

Adesso l'estate è veramente finita, e si torna ai doveri dell'autunno: lezioni pronte a cominciare, articoli da portare avanti, esami da correggere e riunioni da seguire. Chiudo qui per non diventare troppo scontato. Ringrazio gli altri organizzatori: Nicola Visciglia per tutto l'impegno profuso che ha consentito al nostro progetto di essere finanziato; Luca Fanelli che guida l'unità locale di Roma; Riccardo Adami, ex milanese trasferitosi nel frattempo a Torino, e Diego Noja, unico superstite milanese a pieno titolo della nostra unità di ricerca. E ringrazio naturalmente tutti i partecipanti, che non posso certo nominare uno ad uno.

venerdì 13 settembre 2013

Recensione: "La bestia dentro"






Mesi or sono, girovagando fra gli scaffali di una libreria del quartiere Bicocca, mi sono lasciato irretire dal prezzo scontato di questo ennesimo thriller nordico. Da qualche anno sembra che i nordici, scandinavi o giù di lì, passino la loro giornate a concepire crimini efferati da smerciare ai lettori di mezza Europa. I due autori di questo romanzo sono fratello e sorella, vivono a pochi chilometri da Copenaghen, ed evidentemente hanno guardato troppa televisione.

La trama offre comunque alcuni spunti gustosi, a partire dal tema di fondo: l'odiosa pedofilia. Senza guastare la sorpresa dei futuri lettori, dirò che la storia parte dall'esecuzione di cinque individui, che presto si scopriranno pregiudicati per reati connessi alla pedofilia. Gli autori presentano una Danimarca ambigua, dove i reati a sfondo sessuale sono placidamente tollerati dalle leggi vigenti e dalla politica. In questo clima sordido, un gruppo di vendicatori ha buon gioco nell'ingraziarsi la simpatia e la complicità della popolazione, qui tratteggiata come una massa informe e pronta a tutto. A dar la caccia ai killer c'è una squadra speciale comandata da Konrad Simonsen, che dovrà scontrarsi contro la reticenza della maggioranza silenziosa che approva il capestro per i pedofili.

Il libro è lungo, ben più lungo del necessario; ma la qualità mi è sembrata piuttosto scarsa, al livello di un telefilm girato con pochi mezzi. Francamente non so se certi toni dei due autori rispecchino la realtà danese, ad esempio quando una poliziotta cerca di farsi togliere una multa per divieto di sosta e un collega la accusa di voler trasformare la loro patria in una repubblica delle banane. O quando Konrad Simonsen scardina la reticenza di una dirigente scolastica con il prestesto di qualche telefonata privata partita dal suo ufficio. Certo, per noi italiani tutto questo è poco più di una barzelletta, considerato il livello di corruzione diffuso. Però restano situazioni grottesche, forse costruite a bella posta.
La pagine finali sono piuttosto banali, e non riscattano la sensazione di déjà vu che accompagna il lettore dai primi capitoli. Perché questi nordici non tornano alle saghe epiche?

domenica 8 settembre 2013

Una curiosa email

Ricevo questa curiosa "offerta" di lavoro.

 

Gentile dottor Secchi,
sono il responsabile delle risorse umane di Test eena snc, un'azienda leader nel settore del software per il commercioConosciamo la Sua esperienza nella programmazione dei terminali di cassa per i punti vendita. Negli ultimi mesi, la nostra società ha perseguito una politica molto aggressiva sul mercato, radunando i migliori ingegneri del software e i più esperti sistemisti informatici. Riteniamo infatti che il futuro del settore sia la programmazione nel linguaggio Assembler, il più performante e il più semplice da apprendere.
Ci stiamo inoltre organizzando per la vera rivoluzione del mercato: l'introduzione delle casse a scheda perforata, con avviamento a manovella. Questa tecnologia, robusta e consolidata nel tempo, potrà raggiungere i centri commerciali ancora privi di corrente elettrica, grazie all'impiego dell'energia muscolare del cassiere. Siamo certi che una persona con la Sua competenza non possa restare indifferente alla nostra iniziativa; sarei felice di poterLe fissare un appuntamento per un colloquio esplorativo. Dovendo tutelare i nostri segreti industriali, Lei sarà prelevato direttamente al Suo domicilio da una nostra squadra, condotto in una località segreta per i test attitudinali, e ricondotto a casa (o in un luogo distante non più di 20 km da essa). Per tutta il tempo del viaggio le sarà applicato un cappuccio e le saranno legate le mani, sempre a tutela della nostra riservatezza.

Per il momento La saluto, confidando in un Suo riscontro tempestivo. Le lascio un contatto telefonico, che potrà chiamare ad ogni ora: 347*******.

Gianroberto Pastaececi,
Test eena snc.

venerdì 6 settembre 2013

Recensione: "Functional analysis"






Pubblicato pochi giorni fa dalla svizzera Birkhäuser, questo libro del belga Michel Willem ha gli stessi pregi e gli stessi difetti degli altri manuali scritti dall'autore: stringato ed essenziale, colmo di risultati importanti e di teoremi presi dalla letteratura più recente, ma talvolta vagamente criptico.

Gli argomenti toccati sono quelli tradizionali, seppur con una naturale (considerati gli interessi di ricerca dell'autore) predilezione per le applicazioni alla teoria delle equazioni differenziali. Le pagine sembrano poche, a confronto con altri sacri testi dell'Analisi Funzionale; eppure c'è tanto, quasi tutto quello che un giovane ricercatore dovrebbe conoscere per avvicinarsi alla ricerca in questo ramo della matematica.

È inevitabile un raffronto con un altro libro, quel Functional Analysis, Sobolev spaces and Partial Differential Equations di Haïm Brezis che Springer ha finalmente tradotto in inglese dopo trent'anni di attesa.


Il manuale di Brezis è senza alcun dubbio più completo, affronta alcuni argomenti come il teorema di Hahn-Banach in un contesto generale (Willem lo dimostra sono per gli spazi di Banach separabili, in modo che l'Assioma della Scelta non sia necessario) e tratta i semigruppi di operatori e le equazioni di evoluzione. Limitandoci perciò al raffronto dei capitoli comuni, la mia prima sensazione è che il libro di Willem possa essere studiato con profitto prima di quello di Brezis. Il fatto di focalizzare l'attenzione su risultati più specifici potrebbe aiutare ad avvicinarsi alla materia più dolcemente.

Pur conoscendo e rispettando l'opinione di alcuni colelghi che ritengono i libri di Willem troppo avari di spiegazioni e di dettagli, ho intenzione di utilizzare questo manuale per un corso di Analisi Reale ed Equazioni Differenziali. Lo seguirò come traccia, eventualmente segnalando il manuale di Brezis come approfondimento.

Recensione: "I piedi sul Friuli"






Pubblicato dalla pordenonese Edizioni Biblioteca dell'Immagine, le 120 pagine di questo delizioso libro scorrono veloci sotto lo sguardo del lettore. Il goriziano Mauro Daltin ci regala questi racconti della sua terra, quel Friuli che inizia subito dopo Longarone e termina oltre il confine dell'attuale Slovenia. E pazienza se qualche contestatore colloca la provincia di Gorizia nella Venezia-Giulia.

In un ideale - e forse non del tutto ideale - viaggio da ovest ad est, Daltin ci presenta alcuni luoghi fra i più suggestivi della regione. Si parte dalla Erto di Mauro Corona, dove una vecchietta racconta alcuni episodi del paese quasi abbandonato dopo la tragedia del Vajont. Poi ci si sposta a Pàlcoda, frazione montana raggiungibile soltanto a piedi da Tramonti di Sotto. Un luogo spettrale, completamente disabitato da novant'anni, e testimone di un epico scontro fra tre giovani partigiani e gli occupanti nazifascisti dopo l'armistizio. Sul campanile di Pàlcoda, recentemente restaurato, una targa ci ricorda il sacrificio di quei ragazzi che non volevano arrendersi ai rastrellamenti di tedeschi e cosacchi. Ora il borgo è un ammasso di pietre rovinate a terra, testimone del silenzio e dell'abbandono.

E poi ci sono le storie del maestro elementare di Moggessa e quella del brigante che osò sputare sui piedi di un nobile veneziano e che pagò con la vita l'affronto, dopo anni di scorrerie e fughe in montagna. Chiude il libro l'avventura slovena, a Šmartno, dove alcuni anziani distillano grappa in clandestinità, confessando però di venderla anche ai commercianti italiani per i clienti più importanti.

Il Friuli è una terra particolare, che dalle Alpi si apre al mare fra mille distinzioni. Ci sono il Friuli Alto e il Friuli Basso, quello di qua e quello di là, gli inevitabili legami con il Veneto e l'orgoglio di essere diversi dai veneti. Claudio Magris ha detto che i Balcani iniziano con il confine orientale del Veneto, oltre il quale l'Italia non è veramente Italia.
Nella mia esperienza, questa affermazione merita qualche distinzione. La parte meridionale, quella di pianura, è ormai indistinguibile dalla pianura veneta o lombarda. Tante piccole industrie, schiere di villini e villette, quartieri spesso anonimi come quelli della Brianza operosa, spiagge piene di famiglie che si godono il mare calmo e relativamente economico. Il capoluogo amministrativo, Trieste, è notoriamente un universo a parte, sia per la storia che per il tessuto sociale. Il capoluogo de facto, Udine, è una bella città di sapore veneziano, bruciata dal sole estivo.
I veri "balcani" sono invece nella metà superiore, posti martoriati dalle calamità più o meno naturali, teatri di massacri in tempo di guerra e di miseria in tempo di pace. Questi paesi, abbarbicati alle poche strade che la geografia consente di costruire, sono stati abbandonati dai giovani in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Anche oggi, in un tempo di traporti facili e accessibili, si va a studiare a Bologna, Padova, Milano, Roma. E poi addio, qui non ci sono opportunità fra le casere e i fiumi.

Il libro di Daltin riproduce con leggerezza e piacevole nostalgia lo svuotamento fisico e spirituale di una terra che, per dirla con le parole dell'attore udinese Giuseppe Battiston, non sa più che cosa essere: dopo decenni a presidio del confine orientale contro il blocco sovietico, anche i militari se ne sono andati, e le caserme crollano sotto il peso dell'incuria.
Insomma, una bella lettura per chiunque ami, o voglia amare, il Friuli e la sua storia. Dispiace solo che stia diventando molto difficile reperire il volume attraverso i canali principali.

domenica 1 settembre 2013

Recensione: "Il trasloco", di G. Simenon



Libro piuttosto raro, che ho trovato per puro caso sulle bancarelle della Fiera del Libro di Como. Quando ho visto il prezzo, otto euro, non me lo sono lasciato sfuggire. È un vero peccato che Adelphi non abbia mai proposto ai lettori italiani un'edizione aggiornata di questo piccolo capolavoro.

Come recita il risvolto di copertina, è un romanzo piuttosto eccentrico nella produzione del grande scrittore belga. Ma ciò non significa che sia di qualità inferiore alla media, tutt'altro. Ecco, in breve, la trama: Emile Jovis, direttore di un'agenzia di viaggi parigina, trasloca dalla città in un "lotto" di nuovissima costruzione dalle parti dell'aeroporto di Orly. Con lui la moglie Blanche e il figlio adolescente. Nel nuovo quartiere, il cui nome Clairevie sembra uscito dalla mente di un piazzista, non è facile ambientarsi; una schiera di palazzi anonimi si sussegue fra l'autostrada e la ferrovia, solo un supermercato per fare la spesa e tanti cantieri ancora aperti.
Ma Emile è fiero di aver acceso un mutuo quindicinale per il nuovo appartamento, lasciandosi alle spalle le tappezzerie sporche e gli odori di chiuso della vecchia casa in centro. La moglie, sottomessa e insicura, lo accondiscende con un velo di tristezza, mentre il figlio sfodera la tipica aria ribelle di quell'età. Ci vorrà un po', si dice Emile, e tutto andrà bene.
La notte, mentre Blanche crolla nel sonno "delle persone che sanno di aver fatto il proprio dovere", Emile si sente inquieto, teme di aver imposto alla famiglia la propria ricerca della felicità. E intanto, nell'appartamento a fianco, un uomo e una donna si accoppiano come animali, coprendosi di insulti e di sconcezze.
Emile ne è turbato, ma anche attratto. Grazie ai muri sottili, riesce a cogliere buona parte dei discorsi che i vicini fanno in piena notte. Tutto sembra irreale, a partire dal gergo usato, un gergo da malavita.

Emile si sforza di vivere come sempre, ma il confronto con la ricchezza ostentata dai vicini di casa insinua nella sua testa il tarlo dell'inadeguatezza. Ed ecco l'abituale crisi simenoniana: Emile vuole appartenere, o almeno sperimentare, il mondo sordido dei vicini; ne ha paura, ma sappiamo che la paura attrae come una calamita. Il figlio di Emile diventa amico del figlio dei vicini, e il gioco è fatto: l'uomo gestisce un locale notturno nei pressi degli Champs Elysées. Il mite Emile si butta: una sera, con un pretesto, evita di restare a casa ed entra nel locale ambiguo. Inizia un incubo, fatto di baristi equivoci, spogliarelliste e ballerine discinte, whisky e musica.
Emile si fa adescare, senza peraltro opporre troppa resistenza, da una ballerina; le lascia quattrocento franchi e torna nel locale. Il vicino di casa, fermo sulla porta, lo osserva minaccioso, senza rivolgergli la parola.
Ormai Emile è terrorizzato e, al tempo stesso, eccitato. Crede che tutto sia una trappola ordita ai suoi danni, immagina che il proprietario del night abbia capito tutto e tema un ricatto. All'ora di chiusura, due spogliarelliste lo accompagnano alla porta e lo buttano sul marciapiede, completamente ubriaco. Ma non c'è salvezza, come non ce n'è quasi mai nei romanzi di Simenon: Joris crede di essere falciato da una mitragliatrice, e invece è stato investito da un'automobile, e prima di spirare per le ferite ripensa, per un'ultima volta, alla moglie e al figlio. "Saranno davvero felici?"

L'eccentricità di questo romanzo, scritto nel 1967 da un Simenon già attempato, è la cesura fra una prima parte lenta e opprimente e una seconda parte quasi indiavolata. I capitoli ambientati nel locale notturno sono degni del miglior racconto di suspense, e la conclusione lascia tanta amarezza. Perché  la realtà è peggio dell'immaginazione: Emile è un essere talmente insignificante che nessuno ha mai pensato di far sparire. Tutta la sua esistenza ha il marchio della mediocrità, perfino i suoi voti alti a scuola e la sua carriera in agenzia. Dopo una vita banale, la peggior punizione può essere solo una morte altrettanto banale, investito da un'auto mentre barcollava ubriaco fuori da un night.