giovedì 29 agosto 2013

Recensione: "Aspro e dolce", di Mauro Corona






Fate attenzione, questo è un libro difficile. Difficile per il lettore, si intende. Titolo molto indovinato, perché Aspro e dolce è ovviamente il vino, ma anche il protagonista di queste pagine. Appartenente al filone più intimista della produzione di Corona, il libro è una autobiografia etilica dello scultore ertano. Attraverso la frequentazione del vino, il lettore segue gli anni giovanili dell'autore, fra il duro lavoro manuale e le spacconerie con la compagnia di amici.

Ci sono pagine veramente fastidiose, e non lo affermo soltanto perché sono astemio. Corona ci sbatte in faccia gli effetti peggiori dell'alcolismo, che nel Friuli è (stato) una piaga quasi endemica. Si fa fatica a solidarizzare con questi ubriachi che rubavano, picchiavano, e talvolta arrivavano al limite dello stupro per colpa dell'alcool. E Corona non cerca comunque la benedizione del lettore, perché sa di non meritarla; il resoconto di alcuni episodi è carico di vergogna e di senso di colpa, e ci mancherebbe altro.
Ma non voglio infierire e sembrare un moralista bacchettone. Essendo "uno di città" probabilmente non posso comprendere l'influenza di un ambiente chiuso, misogino e vagamente primitivo della Val Cellina di sessant'anni fa.

Se però si riesce a superare la rabbia che alcune pagine trasmettono, questo libro è tutto da scoprire. C'è un messaggio di speranza: "Non fate gli stessi errori, fermatevi prima che sia tardi." E c'è il dolore per quelli che non hanno saputo fermarsi in tempo.
Le ultime pagine, come spesso accade nei testi biografici di Corona, sono anche le più commoventi: dopo tante avventure e disavventure finite miracolosamente bene, arriva la verità, ed è spietata. Gli "eroi", o "antieroi", che ci hanno accompagnato attraverso quarant'anni di storie hanno spesso avuto destini tragici. Qualcuno ha pagato con la vita gli eccessi del vino, altri sono morti in incidenti che un astemio non riuscirebbe nemmeno ad immaginare, solo pochi se ne sono andati serenamente e in tarda età. Come l'autore ripete, la vita ti presenta sempre il conto, anche con gli interessi. La piccola Spoon River raccolta nelle ultime pagine del volume lascia il segno, un senso di ingiustizia e contemporaneamente di inevitabilità.

Il mio percorso di avvicinamento all'opera di Mauro Corona forse non è stato il migliore. Sono partito dai testi autobiografici, come I fantasmi di pietra e questo Aspro e dolce. Il rischio di scoprire tutti i peggiori difetti del maestro ertano è grande, perché qualunque lettore si costruisce un'idea preconcetta ed edulcorata dei propri scrittori favoriti. Ma forse, come per il mio amato Georges Simenon, è preferibile conoscere anche gli aspetti sgraditi del carattere di uno scrittore. La comprensione dei testi sarà migliore e più profonda.

giovedì 22 agosto 2013

Buongiorno, come posso aiutarla?

Antefatto: il 9 marzo, mio padre ha cambiato la vecchia lavatrice ormai esausta. In uno slancio di modernità, ha acquistato una Samsung di quelle tutte display e musichette elettroniche.

Interno giorno: all'improvviso la lavatrice completa il programma, ma non si spegne completamente. Insomma, sul display appare la scritta End, e poi tutto si blocca fino allo spegnimento manuale. Dopo aver sfogliato compulsivamente il manuale delle istruzioni, telefono al call center del produttore.

Centralinista: -Buongiorno, come posso aiutarla?
Io: -Buongiorno, la mia lavatrice manifesta un malfunzionamento eccetera eccetera.
Centralinista: -Va bene, ho preso nota. Un nostro tecnico la richiamerà entro due ore.

Dopo un'ora e mezza, telefona il tecnico.
Tecnico: -Buongiorno, mi dica pure.
Io: - Buongiorno, la mia lavatrice manifesta un malfunzionamento eccetera eccetera.
Tecnico: -Ho preso nota. La chiamerà il tecnico di zona per la riparazione.

Del tecnico di zona nessuna traccia. Sul sito internet, però, scopro che il mio guasto è stato assegnato ad un centro di assistenza di S*******, provincia di Monza e Brianza. Non proprio vicino, ma sono affari loro.
A un certo punto, mio padre telefona al tecnico di zona, chiedendogli notizie. Parla ovviamente con un centralino, che si fa rispiegare tutto dall'inizio e conclude dicendo che ha preso nota, e richiamerà per un appuntamento.

Ieri pomeriggio, squilla il telefono.
Voce: -Buongiorno, sono XY, quello della lavastoviglie. Potrebbe gentilmente spiegarmi il difetto?
Io: -(Maremma maiala, è la terza volta!) Buongiorno, innanzitutto si è guastata la lavatrice.
Voce: -Eh, cominciamo bene. Qui mi hanno scritto che è una lavastoviglie.
Io: -Mai avuta. Comunque il difetto della lavatrice è il seguente: eccetera eccetera.
Voce: -Guardi, io le ordino la scheda (la scheda madre con i circuiti, ndr).
Io: -Come, dopo tre mesi è già guasta l'elettronica?
Voce: -Sa, basta un puntino, e il timer si blocca.
Io: -Ah, se è un puntino… (cacchio sarà questo puntino, lo sa solo lui).
Voce: -Io ordino la scheda, ma il magazzino è chiuso per ferie. Lunedì mi spediranno il pezzo, e la prossima settimana conto di passare a finire il lavoro.
Io: -Perfetto. Nel frattempo, posso usare la lavatrice?
Voce: -Ma certo! Quando il programma finisce, la spenga come farebbe con una lavatrice normale.
Io: -… normale?
Voce: -Sì, quelle normali.
Io: -La ringrazio, aspetto la sua chiamata.

Oggi mi collego al sito e scopro che la segnalazione è ora Riparazione completata. Confido che il tecnico venga davvero, ma credo di sì. Resta il fatto che Samsung ha messo in piedi una catena di centralini che si passano informazioni sbagliate, o più probabilmente non si passano alcuna informazione. E intanto il mondo gira, fra lavatrici normali e lavatrici subnormali.

venerdì 16 agosto 2013

Recensione: "La prigione"

Scritto da Georges Simenon nel 1967, La prigione è un romanzo ormai introvabile nei circuiti commerciali. Scritto negli anni finali della carriera, è un'opera al tempo stesso magnetica e disturbante. Sul racconto aleggia un'atmosfera ricca di sinistri riferimenti autobiografici, che i conoscitori della vita di Simenon colgono fin dalle prime pagine.

La trama: Alain Poitaud è il giovane direttore del settimanale scandalistico Toi. Una sera, rientrando a casa, viene fermato da un ispettore della polizia giudiziaria. Accompagnato al Quai des Orfèvres, un commissario lo informa che la moglie, soprannominata Chaton, ha ucciso la sorella. La donna ha confessato il crimine, ma ovviamente la polizia deve compiere le indagini di rito.

Chaton è una donna emancipata, giornalista free lance, colta e intelligente. Al contrario, Alain è un personaggio perennemente sopra le righe, amante del whisky e della vita notturna. Dopo un'infanzia borghese, si è arruolato nell'esercito per sfuggire ad una vita che considerava asfittica, e dopo il congedo, in poco tempo ha costruito dal nulla un giornale fra i più venduti. Ovviamente un giornale pruriginoso, pieno di fotografie maliziose, procurate da un fotografo ambiguo. 
Il commissario capisce facilmente che Poitaud era l'amante della defunta, ma il movente della gelosia non regge: i due non si frequentavano più da almeno un anno, e i rapporti erano buoni. In fondo, contro Alain non c'è nulla: nessuna responsabilità penale, almeno.

Ma la responsabilità è anche morale. Il nostro protagonista inizia un faticoso viaggio dentro se stesso, che lo mette di fronte ad un'esistenza fatta di apparenza. Il denaro, le donne con cui si toglie sistematicamente gli appetiti della carne, e la celebrità nascondono soltanto il bisogno di non sentirsi solo. Da sempre Poitaud ha avuto orrore della solitudine, dell'anonimato. Detestava l'idea di essere un dentista qualunque come il padre, o un banchiere molle e grigio come il cognato. Per anni è stsato accusato di essere un ribelle, e invece non è diverso da tutti loro. Perfino la seduzione, peraltro facilissima, della nuova camerierina fiamminga non lo distoglie dalla realtà: solo vanità e inconsistenza.

Il figlio di cinque anni, che tanto lui quanto Chaton considerano poco più che un ospite da tollerare nei ritagli della loro vita professionale, vive tranquillo nella casa di campagna, con la tata e i custodi anziani e affettuosi. Alain cerca forse un'ultima ragione di vita, ma non la trova: il figlio non sente la sua mancanza, e anzi sembra giovarsene.
La decisione è presa: dopo essersi ubriacato in tutti i bar lungo la strada per Parigi, Poitaud si lancia a folle velocità contro un albero. Di tutte le delusioni, la vita è senz'altro la peggiore.

Romanzo tutt'altro che politicamente corretto, e perfino diseducativo, La prigione è la storia di un suicidio. Simenon non cerca alternative, ci dice quasi subito che nessuna speranza è data. Alcuni episodi della vita di Alain Poitaud richiamano quelli della vita dello stesso autore, ormai sessantenne. L'atto sessuale compulsivo, che Simenon descrive nelle sue memorie come una costante di tutta la sua esistenza, diventa ora il paravento per la miseria interiore. Ma sbaglieremmo a leggere in queste pagine una richiesta di perdono, perché l'autore non si sente in colpa verso il mondo femminile. È piuttosto un atto di accusa e di disprezzo per la debolezza di chi, pur avendone l'opportunità, è incapace di essere soddisfatto.

mercoledì 14 agosto 2013

Immaginiamolo seduto sul WC

Avrete sentito tante volte la frase che dà il titolo a questo post. Più precisamente, è una parte di un celebre stratagemma consigliato alle persone i procinto di affrontare una prova particolarmente stressante. Ad esempio, ad un esame con un professore notoriamente austero e severo, molti consigliano di visualizzare il personaggio seduto sul WC: un'immagine che toglie qualunque timore reverenziale.

Perché ne sto parlando? È agosto, quindi mi concedo qualche intervento leggero. Sto pensando soprattutto ai politici delle ultime generazioni (e non fate battute come "quindi parli di quelli nati nel 1920"), che amano sentirsi vicini alla ggente mediante i network sociali. Ecco: sarò antico, d'accordo; però questa sovraesposizione diventa stucchevole.
Il meccanismo è precisamente quello del WC. La presenza su Facebook (un po' meno su Twitter) espone proprio al rischio-gabinetto: si discetta di tutto, si passa dai temi impegnati a quelli leggeri con una semplicità disarmante. Nell'arco di una decina di post, anche il ministro più autorevole diventa uno di noi. Ora, vi potete immaginare Camillo Benso (conte di Cavour) che conversa con perfetti sconosciuti delle sorti del governo, mostrando magari le dita dei piedi coperte dalla sabbia?
De Gasperi e Togliatti avrebbero accettato di mettersi a nudo (si spera solo in senso metaforico) su internet?

Difficile dare una risposta, perché ognuno vive nel proprio tempo. Ma io rimpiango molto la riservatezza che ammantava, per mera mancanza di strumenti di diffusione istantanea delle notizie, le persone autorevoli di una volta. Io non so se Dante Alighieri amasse i gattini, ma sono certo che se avesse riempito le nostre bacheche di foto di cuccioli, oggi la Comoedia avrebbe tutt'altra fama.

domenica 11 agosto 2013

Il ministro con il tweet facile


Da qualche tempo, il ministro Maria Chiara Carrozza sembra essersi particolarmente appassionata all'uso di Twitter. Io, essendo un po' antico, continuo a pensare che 140 caratteri non siano la misura migliore per esprimere un pensiero politico, ma ormai il mondo va così. Però questa mattina ho letto due cinguettii che mi hanno fatto sobbalzare. Ecco il primo:
Uno dei temi più interessanti perché se ne sentono tante e' quello dei dottorandi senza borsa, che alcuni vorrebbero eliminare.
Continuando a sfogliare la timeline del ministro, ho dedotto che ella considera i dottorandi senza borsa come una risorsa preziosa per la ricerca. Certo, in astratto chiunque faccia ricerca può essere una risorsa preziosa, ci mancherebbe; ma davvero la convinzione del ministro della ricerca scientifica (fra le altre cose) è che le università debbano incoraggiare il lavoro intellettuale senza retribuzione? È davvero questo il messaggio che vogliamo dare ai nostri laureati? Vi permettiamo di fare ricerca, non vorrete anche ricevere un adeguato stipendio, razza di smidollati?
Secondo cinguettio:
. @alef_il_folle @sulromanzo sono d'accordo una parte importante della formazione e' la formazione a scrivere proposte per finanziamenti
Si tratta di una risposta ad un commento che non riporto, anche perché mi sembra che bastino queste parole per entrare nell'argomento. Il ministro, tutto preso dall'euforia del modello americano, ci spiega che dovremmo imparare a scrivere proposte di finanziamento. Ora, può anche starci, sebbene in Italia le proposte di finanziamento assomiglino sempre più a vere suppliche sull'uscio della chiesa. Peccato che ormai la maggior parte dei professori americani si lamenti dell'immane spreco di tempo che il sistema richiede agli scienziati per ottenere qualunque finanziamento, grande o piccolo. Illustri ricercatori passano le giornate (o le nottate, visto che prima o poi devono pure fare il loro vero mestiere) a redigere progetti di ricerca da inoltrare al governo o a qualche ente privato. Moduli da riempire, spesso talmente assurdi in quanto concepiti da presunti esperti che di scienza conoscono a fatica lo spelling. 
Qualunque scienziato (ad eccezioni di quelli che si occupano prevalentemente delle applicazioni tecnologiche) sa bene che la scienza non procede come il lavoro di un falegname. Non ha senso commissionare ad uno scienziato "puro" un risultato da ottenere entro un anno, perché non è come fare un armadio a quattro ante. Molte discipline, fra le quali la matematica, procedono secondo percorsi quasi imprevedibili: mi metto a studiare un problema, ci passo sei mesi, e mi rendo conto che il vero interesse è in un aspetto che non avevo affatto considerato. Allora cambio direzione, e mi allontano (almeno apparentemente) dal progetto iniziale. Qualche volta la deviazione si ricongiunge alla strada da cui ero partito, ma altre volte no. Che succede, qualcuno mi punisce perché ho trovato risultati diversi da quelli per cui mi avevano finanziato?
Ecco, se avete risposto affermativamente alla domanda precedente, siete perfetti per un posto da burocrate italiano: da cinquant'anni i governanti italiani ci stanno facendo credere che l'unica ricerca degna di essere finanziata è quella che produce cose, oggetti tangibili prodotti in tempi brevi. Non a caso, le istituzioni più benestanti sono i politecnici, che sfornano ingegneri ritenuti capaci di fare qualunque cosa. Basterebbe guardarsi attorno per notare che altrove, e segnatamente nelle nazioni che ci superano ampiamente nella qualità dell'istruzione e della ricerca, c'è sempre molto interesse (e dunque ci sono cospicui investimenti) per la discipline di base. 
Ovviamente non è possibili né giusto formulare un giudizio su un politico dopo due frasi informali. Eppure si perpetua la sensazione spiacevole che nulla possa mai cambiare: l'attrazione delle antiche consuetudini è talmente forte da risucchiare anche le persone che vengono (apparentemente?) dall'esterno. Come dice l'uomo della strada, "quando arrivi al ministero, devi fare quello che altri ti concedono di fare". Una frase certamente qualunquista, ma occorre dire che assai raramente si sono visti governanti liberi di cambiare significativamente la rotta già impostata dai loro predecessori.

mercoledì 7 agosto 2013

Recensione: I fantasmi di pietra, di Mauro Corona



I fantasmi di pietra è il primo libro di Mauro Corona che ho letto. Non è la sua prima opera in ordine cronologico, ma mi è sembrata la scelta migliore per accostarmi al suo mondo e alla sua scrittura. 
In questo lungo racconto, Corona ci presenta, in una rassegna commovente e schietta, le quattro vie del suo paese d'origine, Erto.

Erto (o più correttamente Erto e Casso) è uno dei borghi legati per sempre alla memoria di un'immane tragedia, quella del 9 ottobre 1963. Cinquant'anni fa, il monte Toc si rovesciò nella diga artificiale della valle del Vajont, e spazzò via migliaia di innocenti. Il centro abitato più colpito fu Longarone, ma l'onda della piena lambì le frazioni a valle di Erto e passò per Casso, come una falce. Praticamente nulla fu risparmiato dall'acqua, e per i due piccoli comuni montani arrivò il declino e lo spopolamento. Corona ci spiega che molti ertani, risparmiati dalla furia degli elementi, chiusero le case e cercarono un futuro migliore altrove: dove non era arrivata la morte fisica, arrivò la morte dello spirito. Dopo una lunga battaglia, gli ertani poterono tornare ad abitare nel paese vecchio, mentre quello nuovo, una new town antesignana, era stato costruito con il cemento armato più in alto, al riparo dal terreno franoso. Questa, sommariamente e con molte imprecisioni, la storia recente.

Perché ve ne sto parlando? Semplicemente perché ho visitato Erto e Casso poche settimane fa. Inconsapevole della storia, ho fatto quello che la viabilità induce a fare: sono entrato in Erto dalla porta principale, che conduce direttamente al paese nuovo. E l'impressione è tutt'altro che piacevole. Il cemento armato, che ha indubbi vantaggi sulle pietre e sulla malta, è il materiale dominante che conferisce alle abitazioni un'aria di solidità artificiale. Senza saperlo, ho parcheggiato l'auto proprio di fronte al laboratorio di Corona, in quel pomeriggio chiuso. C'era una comitiva di ragazzini che faceva picnic in attesa di un autobus che li portasse chissà dove. La scoperta del paese vecchio, a valle della strada principale che da Longarone conduce a Cimolais, Claut, Maniago, è stata casuale. 
Poche vie su cui affacciano case e ruderi di case contadine, spesso sventrate dal tempo e dalle stagioni aspre di quella regione. Alcuni muratori stavano lavorando sui tetti, ma nemmeno un abitante si affacciava alla finestra o alla porta. 
Non sono nuovo alla frequentazione di borghi fantasma: potrei citare Degioz, in Valle d'Aosta, che dopo il tramonto lascia un sentimento di inquietudine e di mistero nel visitatore occasionale. A Erto, invece, ho respirato un'aria diversa, di pace ma soprattutto di morte. La stessa morte che in fondo è la vera protagonista del libro di Mauro Corona.

La schiera di artigiani, bevitori, donne che si arrampicano nella neve per recuperare le capre, fabbri che battono le lame delle falci e falegnami che costruiscono botti, ragazzini che si arrampicano sul campanile in una gara pericolosa ma eccitante; tutte queste persone sono passate nel regno dei morti, lasciandoci solo ricordi e rimpianti. Come non commuoversi sulla pagine in cui Corona parla della giovane torinese, malata di leucemia, che voleva concludere la tesi di laurea nella casa della madre? Quella ragazza pallida, che nessuno conosceva, e che passò la sua ultima estate a Erto, ci resta negli occhi come una persona di famiglia.
Il libro offre anche spunti divertenti, come quello dell'anziano scapolo, rovinato dal vino, che pensava di essere diventato impotente per colpa del Wc-net: era solito lavare le mutande con il celebre prodotto che toglie il calcare dai gabinetti, ed era certo che il liquido si fosse trasferito dal tessuto agli organi genitali.

Eppure non c'è allegria, in questo libro. Il cimitero, che purtroppo non ho visto perché un po' ai margini del borgo, è una calamita per Corona. Il libro finisce lì, non solo geograficamente. Ad ogni stagione dell'anno corrisponde una via antica, e l'autunno finisce con l'arrivo al camposanto. L'ultima casa di ciascuno, come lo definisce l'autore, l'ultimo edificio che conviene descrivere. In quella terra riposano i personaggi che abbiamo incontrato fra le righe, o almeno quelli che sono rimasti dopo il Vajont.

Ecco, dopo il Vajont: un leitmotiv ostinato, sempre presente. In tutta la valle, nessuno ha potuto dimenticare, né perdonare. I nomi dei morti restano scritti sui muri e sulla diga, come un avvertimento ai posteri. Questa è una terra di dolore. Come dice un mio amico, qui ogni paese ha la sua disgrazia: non solo il Vajont del 1963, ma i terremoti, le stragi naziste, gli incendi devastanti. Forse è vera la leggenda che Corona ha recuperato dagli archivi parrocchiali e dalla memoria dei vecchi: le tre streghe che furono arse vive nel 1600 lanciarono una maledizione su Erto, promettendo un'eternità di dolore e tribolazioni.
Per carità, non bisogna credere che il Friuli sia tutto così: basta scendere pochi chilometri verso il mare, per trovare città moderne e talvolta assai anonime, basi militari e capannoni industriali. Più a nord ci sono le località sciistiche di Forni, del Cadore, c'è la Carnia e ci sono le alpi Giulie ad oriente. Anche Tarvisio è stata pesantemente abbandonata, ma resta un centro turistico vivo, al crocevia di tre popoli.
Il lato meridionale del Parco delle Dolomiti Friulane, al contrario, si è trovato schiacciato fra differenti modernità, come un piccolo albero soffocato dagli alberi vicini. Entrare nella valle è come fare un viaggio a ritroso nel tempo: qui impariamo che il primo televisore arrivò solo nel 1970, in ritardo di quasi vent'anni. Oggi c'è tutto, perfino un'ottima copertura della rete internet veloce. Eppure i pochi ragazzi che passano l'estate a Cimolais non fissano compulsivamente il telefonino come i loro coetanei di Pordenone e di Udine. Si rincorrono fra le vie del paese, giocano a pallone nel campo sportivo sotto la strada provinciale, salutano i forestieri e mangiano gelati ai tavoli delle osterie. In effetti, non sembrano così diversi dai canajs (ragazzi) come il piccolo Mauro Corona, che imparavano la vita prima del Vajont.

Adesso mi fermo, perché non voglio stancare il viandante che si sia soffermato su questo sito. Le ultime pagine del libro sono un inno alla speranza, ed è difficile trattenere le lacrime. Ma sono lacrime buone, quasi un ringraziamento agli ertani che ci hanno parlato dal passato e ci hanno tenuto compagnia.