sabato 27 luglio 2013

Recensione: Joyland

 

Credo di essere uno dei pochi italiani nati negli anni '70 che non avevano mai letto un romanzo di Stephen King. O almeno non dall'inizio alla fine. E già, perché l'ottimo King ha sempre avuto il vizio di scrivere enciclopedie: ricordo ancora quando comperai il celeberrimo It, 1344 pagine e un paio di chili di peso. Abbandonato immediatamente sullo scaffale.

Questo Joyland, al contrario, si limita a 360 pagine stampate a grandi caratteri, e gli ho dato una possibilità. Riporto la trama dal sito della casa editrice:

Estate 1973, Heaven's Bay, Carolina del Nord. Devin Jones è uno studente universitario squattrinato e con il cuore a pezzi, perchè la sua ragazza lo ha tradito. Per dimenticare lei e guadagnare qualche dollaro, decide di accettare il lavoro in un luna park. Arrivato nel parco divertimenti, viene accolto da un colorito quanto bizzarro gruppo di personaggi: dalla stramba vedova Emmalina Shoplaw che gli affitta una stanza ai due coetanei Tom ed Erin, studenti in bolletta come lui e ben presto inseparabili amici; dall'ultranovantenne proprietario del parco al burbero responsabile del Castello del Brivido. Ma Dev scopre anche che il luogo nasconde un terribile segreto: nel Castello, infatti, rimasto il fantasma di una ragazza uccisa macabramente quattro anni prima. E così, mentre si guadagna il magro stipendio intrattenendo i bambini con il suo costume da mascotte, Devin dovrà anche combattere il male che minaccia Heaven's Bay. E difendere la donna della quale nel frattempo si è innamorato.

Qualche libreria lo propone fra i romanzi dell'orrore, probabilmente perché questo è quello che i lettori di King si aspettano. Fortunatamente c'è ben poco orrore nel libro, che potrebbe essere definito come un thriller con risvolti paranormali. Ma è anche una sorta di romanzo di formazione, genere caro all'autore della raccolta Stagioni diverse, dal quale è stato tratto il film Stand by me.

Tutto bene, dunque? Tutto bello? Ma nemmeno per sogno! Ho chiuso definitivamente il libro ieri sera, prima di mettermi a tavola. Ero quasi commosso dalle ultime pagine, scritte con abilità. Dopo un paio d'ore, sono stato assalito dai dubbi: ma è davvero un buon romanzo? Ho fatto passare una notte, ed eccomi qui a dare la mia risposta. In breve: no, non lo giudico un grande romanzo.

Innanzitutto, fin dalle prime pagine si trovano molti degli errori che ti correggono anche a scuola. Ad esempio, l'abitudine di descrivere tutto con sostantivi preceduti da aggettivi mirabolanti. Conoscendo un poco la lingua inglese, temo che parte della responsabilità sia imputabile al traduttore.

Poi c'è la trama. Beh, c'è davvero una trama? Quel che c'è è riassumibile così:

Giovane americano, innamorato ma non corrisposto, abbandona l'università per un lavoro nel parco di divertimenti Joyland. Stringe amicizia con due coetanei che ben presto si fidanzeranno e lo useranno come porta-moccolo. Nel frattempo apprende il rude linguaggio dei carrozzoni, dove i clienti sono i frollocconi. Da quel momento, parlerà come un perfetto bimbominkia. Nel Tunnel dell'Orrore (o come diavolo si chiama) si manifesta il fantasma di una ragazza uccisa dal suo amichetto qualche anno prima (Minchia Sabbri! Che figata! Stephen King mette un fantasma del Tunnel dell'Orrore! Cioè! Che figata!). Nel frattempo, il giovane protagonista si innamora di una splendida donna, madre single di un bambino-sensitivo-quasi-paralitico-condannato-a-morire-di-malattia (Cioè! Wow! Troppo forte il bambino malato!). Lei farà perdere al povero giostraio la verginità. Il bambino libererà lo spirito inquieto dalla ragazza ammazzata, e l'assassino farà una pessima fine.

Ora, vogliamo parlare della faccenda dell'assassino, o meglio del killer seriale? Ha ucciso un certo numero di fanciulle attraenti in non so quanti Stati, compare nelle fotografie mentre tocca il culo (scusate il francesismo) alle sue vittime. E naturalmente lavora sul luogo del delitto. Ma nessuno, né la polizia né l'FBI, né i colleghi del baraccone riescono a riconoscerlo dietro agli occhiali da sole. Ma porca miseria, sembra la storia di Super Pippo: avete presente il supereroe della Disney?

E vi siete mai chiesti perché nessuno capisce che è Pippo?

Forse perché indossa un pigiama rosso? Mistero.

Sì, ma Stephen King non è Walt Disney, e non scrive fumetti per l'infanzia. Ci aspetteremmo un minimo di credibilità, visto che l'elemento soprannaturale è usato con grande parsimonia.

E infine ci sono troppe pagine. Sono 360, ma ne sarebbero bastate meno di 200 per raccontare la stessa storia senza introdurre personaggi inutili o marginali. D'altronde, fino a metà il romanzo è molto lento e apparentemente privo di scopo. La seconda parte è decisamente più intrigante, ma solo grazie ai temi più abusati: l'amore, il sesso, la morte. Rigidamente in questo ordine, è chiaro.

In conclusione, so bene che Stephen King potrebbe vendere milioni di copie con la lista della spesa. Ma oggi mi sento decisamente un frolloccone anch'io: per essere caduto nella rete commerciale che ha fatto di questo scrittore un grande letterato.

Voto: sufficiente, se volete un libro per le vacanze.

mercoledì 24 luglio 2013

Che lettera vede qui?

Stasera sono tornato prima dal lavoro per andare in agenzia a rinnovare la patente. Il secondo rinnovo, gli anni ...anta che si avvicinano, ahimè! Ma sorvoliamo, per piacere.
Dopo aver prodotto la patente, il codice fiscale, e una marca da bollo da 16 euro, la gentile impiegata mi invita ad accomodarmi in attesa dell'arrivo del medico. Sono il primo, e sono le 17:30. Prima che il medico arrivi, con "soli" venticinque minuti di ritardo, sono arrivate altre quattro persone.
Il medico mi chiama, riportandomi per un attimo ai tempi della visita militare: non per altro, è un tenente colonnello del RIS, o almeno così si firma.

Ma sorvoliamo ancora. Mi fa accomodare, mi chiede conferma (!) del fatto che sono perfettamente sano, che ho tutti gli arti, che i suddetti arti funzionano adeguatamente, e che non soffro di patologie croniche. Dal che deduco che basti tacere per evitare complicazioni. Poi mi fa mettere in piedi a un metro e mezzo dal quadro (letteralmente, un quadro incorniciato con le lettere dell'alfabeto di dimensioni decrescenti) e mi indica in tutto quattro simboli fra quelli più grandi.
E qui arriva la farsa, almeno a giudizio di un profano come me. Apre la borsa e ne estrae un tablet. Lo accende, e compare una "U" gigantesca su sfondo grigio.
- "Mi dica, che lettera è?"
Dopo averlo guardato come se mi prendesse in giro, gli dico che è una "U". Poi mi mostra una gigantesca "N" su sfondo bianco, e mi domanda:
- "E questa, che lettera è?"
- "Una "N"", rispondo io.

Molto contento, il medico mi fa firmare due volte. Al che ne approfitto per chiedergli che senso avessero quelle ultime due lettere.

- "Caro signore, è tutto legale! Pensi che ci hanno fatto spendere centomila euro per dotarci di questo software, che è certificato! Allora, il primo test mi sembra che sia per la visione notturna, e il secondo per l'abbagliamento."

Avrei voluto fargli notare che, se avessi avuto difficoltà a leggere la "U" e la "N", quasi certamente avrei bisogno di un accompagnatore per andare in giro; ma ho lasciato il dottore nel suo compiacimento per l'eccellente verifica delle mie condizioni fisiche.

venerdì 19 luglio 2013

Osservazioni friulane

Ho passato qualche giorno a fare trekking in Friuli, e vorrei raccogliere alcune osservazioni. Innanzitutto, la tappe: dopo un viaggio attraverso la Lombardia e il Veneto sotto i temporali, siamo arrivati a Longarore, e più precisamente alla tristemente nota doiga del Vajont. Chi non conoscesse i dettagli della tragedia che esattamente cinquant'anni fa, il 9 ottobre 1963, si abbatté su Longarone, può trovare qui molte informazioni. La diga esiste ancora, ma ovviamente è inutilizzata. Una foto d'epoca accosta in modo impressionante l'area prima e dopo il disastro:


Suscitano rispetto e indignazione le scritte contro il governo, ritenuto colpevole di aver commesso una strage di più di tremila persone) e l'elenco dei bambini morti affisso in prossimità della diga.

Da lì siamo arrivati a Cimolais, minuscolo paese a sud del parco delle dolomiti friulane. È stupefacente la pulizia e l'ordine che regnano fra le viuzze di questo centro abitato, ormai abbandonato dai giovani. Si respira un'aria d'altri tempi, guardando gli avventori del bar principale e i ragazzini che si rincorrono in bicicletta, salutando educatamente i forestieri. A pochi chilometri troviamo Claut, al termine di una strada che muore nei boschi. Qui l'atmosfera è meno malinconica, ci sono negozi e ristoranti ospitati da costruzioni tipicamente alpine.
È interessante dedicare un pomeriggio al comune di Erto e Casso, ormai un museo contadino a cielo aperto. Casso, in particolare, fu lambito dall'onda di piena della frana del Vajont, e all'ingresso del paese è possibile trovare un'edicola religiosa che resistette alla furia dell'acqua e del fango.
Complessivamente, lasciando questi luoghi si prova un sentimento di profonda tristezza. Ogni borgo è memore della propria tragedia: qui una frana, là un'alluvione, lì un furioso incendio appiccato dai nazisti in fuga. E ovunque la memoria del taramot, il terremoto del 1976 che in due scosse a distanza di qualche mese si abbatté sul Friuli. Ecco un'agghiacciante registrazione originale della prima scossa:


Dopo questa zona del pordenonese, ci siamo spostati a Tolmezzo. Capoluogo della Carnia, ospita la cartiera Burgo (che ci svegliava con le sue sirene ad ogni cambio di turno) ed è un centro più sviluppato dei precedenti. Anche qui alcune costruzioni in evidente stato di abbandono, ma senza particolare degrado. Comincia a vedersi il turismo degli austriaci e dei tedeschi, che amano gli spaghetti aglio, olio e peperoncino: in tutti i menu, potete trovarli fra i piatti tipici!

Da Tolmezzo, ci siamo spostati a Tarvisio. Ultimo avamposto italiano prima dell'antica cortina di ferro e simultaneamente porta d'ingresso in Austria, è un centro di dimensioni estremamente contenute. In pratica, Tarvisio è l'area compresa fra due strade che corrono parallele per un paio di chilometri, e uno dei luoghi più suggestivi è l'antica stazione ferroviaria. Ora i binari sono stati spostati a sud, ma la massicciata originale è stata ripristinata e convertita in pista ciclabile. Più o meno a metà, ci si imbatte nell'edificio della stazione, con i marciapiedi e le panchine. Apparentemente in vendita, versa purtroppo in uno stato di abbandono totale; nonostante questo, di sera è bello ripercorrere la strada battuta da tante locomitive a vapore.
Purtroppo Tarvisio affianca vie piene di negozi a strade che quasi mettono i brividi, segnate da edifici sbarrati e gigantesche caserme ormai inutilizzate. Segnalo il bel parco dei cervi, nella periferia nord.
Pochi prima di Tarvisio c'è il famosissimo Monte Lussari, raggiungibile su una teleferica che in certi passaggi mette qualche vertigine. Anche stavolta devo essere ipercritico: sembra di entrare in un luna park, non c'è traccia dell'atmosfera mistica che vorrebbe offrire, e il borgo è formato da ristoranti e negozi di souvenirs.

Complessivamente, pur avendo vissuto quattro anni nel capoluogo del Friuli Venezia-Giulia, non ero mai stato nella parte settentrionale della regione. Rispetto alla costa, c'è un abisso di usi e costumi. D'altronde, Trieste è una città di mare, dove si parla un vernacolo di chiara ispirazione veneziana e assai comprensibile. Nel Friuli profondo si respira aria di montagna, le persone parlano dialetti e lingue (il friulano ha la nobiltà di una vera e propria lingua) assolutamente inavvicinabili per i forestieri. Inoltre Trieste è una città aperta, dove ci metti poco a sentirti a casa (e io sono bene che cosa provo, ogni volta che ci torno). I montanari sembrano ovviamente più chiusi e distaccati, cordiali ma silenziosi e schivi. Nel capoluogo si incontrano italiani, sloveni, austriaci, serbi, croati, ungheresi; fra le cime delle Apli Giulie ho respirato un'aria senz'altro meno mitteleuropea.

Due aneddoti per concludere. Tanti anni fa, quando ero in procinto di trasferirmi a Trieste per il dottorato, ho fatto un sogno strano. Ero a Como, in piazza Vittoria (non pretendo che questo indirizzo vi dica qualcosa), e aspettavo l'autobus per Cantù. Ad un tratto, vedevo arrivare un pullman tetro, con i vetri oscurati, e sul pannello frontale c'era scritto "Udine". Senza apparente spiegazione razionale, quel sogno è stato per me un incubo: associavo Udine e il Friuli ad una terra lontana e ostile. Ora che ci sono stato, posso dire che Udine è una città di pianura, forse un po' banale nella sua architettura veneziana. E il Friuli forse faceva paura quando era il confine con il blocco sovietico, ma oggi mi è sembrata soprattutto una terra che si chiude in se stessa.
Il secondo aneddoto: a Sella Nevea, di domenica mattina, cercavamo un negozio per comperare qualche provvista di emergenza, magari un panino. Nessun negozio aperto, ma c'era un albergo vicino al parcheggio, così siamo entrati per prendere almeno acqua e una brioche. Dietro al bancone, un tizio vestito con l'abito buono e tratti somatici tutt'altro che friulani. Gli chiedo una brioche e, se possibile, un sacchetto per portarla nello zaino. Lui mi dice che ha finito i sacchetti, e intuisco un accento famigliare. Allora gli chiedo se può avvolgere la brioche nella carta stagnola. Al che, l'uomo rivela le sue origini: si gira verso la cucina e grida al figlio
- "Portami la stagnóla" (con la o chiusa, come a Bari);
Figlio: "Che stagnóla?"
Padre: "Come che stagnóla? La stagnóla, no?!"

Per un attimo ho avuto un senso di stordimento: ero a Sella Nevea o a Bari? A qual punto volevo chiedergli una porzione di riso, patate e cozze, ma forse non avrebbe apprezzato...

Added in proof

Mi sono reso conto di non aver parlato minimamente del trekking. Ho fatto qualche escursione, niente di straordinario per altezza o difficoltà, ma comunque tutte piacevoli. Il Friuli abbonda di montagne, e le montagne abbondano di fauna tipica: stambecchi, marmotte, rane, lumache, api, vespe, calabroni, tafani, ecc. Alcune mete sono classiche e piene di turisti, mentre altri sentieri sono deserti e silenziosi. Ovviamente regioni come la Valle d'Aosta o il Trentino Alto Adige garantiscono percorsi più avventurosi, a quote qui irraggiungibili. Ma a volte è bello anche camminare in un ambiente più selvatico, con l'erba che ti graffia le gambe.



venerdì 5 luglio 2013

MEPA o non MEPA?

Dunque, si dà il caso che dovessi acquistare per lavoro un computer portatile. Un portatile Apple, per la precisione. Quindi ho costruito sull'Apple Store la macchina con i requisiti necessari, e ho inoltrato la richiesta al servizio centrale per gli acquisti della mia università.
Un tempo era tutto più facile, poi è arrivato uno dei tanti fustigatori di costumi e ha imposto che la pubblica amministrazione faccia acquisti attraverso la CONSIP e il MEPA (Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione). Vi risparmio i penosi dettagli: in breve, è un portale internet dove i rivenditori di buona volontà espongono le loro mercanzie.

Ora, si dà il caso che il computer che vorrei acquistare non sia una configurazione standard (voglio più memoria RAM del minimo sindacale per evitare che diventi obsoleto fra sei mesi, voglio finalmente un hard disk a stato solido perché i miei portatili si fanno 70 km al giorno di treno con annessi colpi e contraccolpi, e infine voglio la maledetta tastiera US, se possibile con accento del Wisconsin); dopo due settimane, gli addetti allo spulciamento del tragicomico sito MEPA comunicano che non è presente il modello desiderato, e pertanto chiederanno un preventivo ai rivenditori di fiducia. 
Dopo altri sei giorni, ricevo un preventivo da Torino, che coincide al centesimo di euro con il prezzo dell'Apple Store. Oddio, non c'è da restare a bocca aperta, sapendo che Apple impedisce ai rivenditori di applicare sconti e ribassi. Comunque, dopo tre settimane abbondanti, confermo l'unico preventivo possibile, che peraltro qualunque negozio Apple di Milano avrebbe potuto offrire; pazienza, vorrà dire che avrò un portatile con tastiera yankee e odore di gianduiotto.

Sia ben chiaro: non sto addossando alcuna colpa o muovendo alcuna critica alla procedura seguita dalla mia amministrazione: è la legge, bellezza. Il fatto è che questa legge è un incubo! Non tanto per un matematico come me, che fa un acquisto di una certa portata una volta ogni tre o quattro anni. Quelli che si sono guadagnati l'inferno a forza di bestemmie sono i colleghi che ogni settimana devono provvedere al rimpiazzo di materiali di consumo per i laboratori, e ad ogni acquisto devono passare in rassegna il suo del MEPA nella speranza di trovare quello che cercano.

Adesso facciamo un ragionamento grezzo, da pizzicagnolo: supponiamo pure che un computer sia in vendita sul MEPA a 100 euro in meno. Per scoprirlo, almeno due o tre persone devono dedicare qualche ora di lavoro a questo scopo: lo scienziato mette su carta le specifiche del pc, un tecnico le studia e cerca innanzitutto un prodotto identico ai desideri, e in subordine alcuni prodotti paragonabili. Per far questo, non bastano pochi minuti, anche grazie allo squallore del sito MEPA. Infine, il tecnico restituisce allo scienziato la lista dei prodotti suggeriti, e quest'ultimo decide quale (ammesso che ce ne sia uno) sia il migliore. Se tutto va bene, l'ordina va in mano ad un altro amministrativo che perfeziona l'acquisto. Se qualcosa si inceppa, e lo scienziato non si rassegna ad un 486 del 1995 "appena appena meno scattante" del quad-core con 8 Gb di RAM richiesto, la pantomima continua e coinvolge il libero mercato.
Se quantifichiamo il tempo impiegato dall'inizio alla fine, temo che il risparmio sia riassorbito dal costo del personale. Non sarebbe stato il caso di introdurre una franchigia per gli acquisti saltuari o di importo ridotto? 

Recensione: Faubourg

René De Ritter, al secolo René Chevalier, è quello che oggi definiremmo un balordo. Poco più che quarantenne, ha trascorso gli ultimi ventiquattro anni vagabondando per il mondo; ha vissuto di espedienti al limite della disonestà, conoscendo anche la prigione.






Adesso scende dal treno in una città della provincia francese, accompagnato dalla giovane Léa, già prostituta in una casa di tolleranza a Clermont-Ferrand. In quella città, mai nominata, René è nato e cresciuto, in un ambiente povero e soffocante. È tornato per fare un "colpo", probabilmente una grossa truffa; e forse anche per fare "colpo" su Léa, che lo giudica un dilettante.
I due alloggiano nell'albergo di Albert, un vecchio compagno di scuola di De Ritter, e badano a vivere rigorosamente separati. Léa seduce facilmente l'ingenuo Albert, e gli estorce forti somme di denaro. Contemporaneamente De Ritter si fa consegnare altri soldi dalla moglie di Albert, con la promessa di allontanare per sempre quella donna di malaffare dalla città.
Intanto René conduce un'esistenza da avventuriero, ostentando il suo passato e le sue conoscenze altolocate; riesce perfino ad ottenere una collaborazione fissa con il giornale locale, e nel frattempo si conquista l'ammirazione dei suoi concittadini.
Vincendo il senso di repulsione per un passato al quale crede di essere finalmente sfuggito, De Ritter rivede un'anziana amica di famiglia e la madre, ormai rimasta vedova. Arriva al punto di chiedere - ed ottenere - la mano di una sua antica fiamma, bruttina ma proprietaria di un negozio di calzature e di diverse case; ormai ricco, René prova un senso di malessere e di insoddisfazione che non può spiegare. Frequenta sempre Léa, le giura di agire solo per cinico interesse economico, ma la donna intuisce la verità: il suo compagno non è migliore di quei poveri bifolchi che vivono in un mondo ovattato. René è tornato per rimanere, perché egli stesso appartiene a quella razza: vorrebbe reprimere la sua vera indole, ma non può farcela.
E puntualmente l'equilibrio precario si rompe. In un accesso di gelosia e di ossessione, De Ritter compie il più inutile degli omicidi passionali. Il cerchio è chiuso, la storia è finita.

Scritto da un Simenon appena trentenne, Faubourg venne pubblicato a puntate nel 1935 e in forma completa solo due anni dopo. Non è, probabilmente, uno dei risultati migliori della penna del prolifico scrittore belga: la narrazione è molto frammentaria, e la storia un po' prevedibile. Eppure resta il piacere perverso di tutti i lettori di Simenon: quello di sentirsi voyeurs, quasi guardoni che spiano dalla finestra le vite degli altri.
È un tipico romanzo del ciclo del malessere, tema frequente nella produzione di Simenon. Nessuno può fuggire da se stesso, dalle proprie radici e dal proprio passato, suggerisce l'autore: non importa la lontananza geografica, perché un filo indissolubile ci lega al nostro passato.

Il protagonista non è, curiosamente, il personaggio con cui il lettore tende a simpatizzare. È chiaramente un perdente, un dilettante destinato a fallire. Sono piuttosto le figure femminili, da Léa all'ingenua sposa Marthe, dalla madre anziana alla zitella nobile che le tiene compagnia, le figure che segnano il passo della storia. René De Ritter si crede burattinaio, ma capiamo subito che finirà burattino. Una marionetta tragica, che non riesce nemmeno a compiere il vero delitto che la sua ossessione vorrebbe spingerlo a perpetrare. Per l'ennesima volta, l'ultima, De Ritter conferma la sua incapacità di vivere e di scegliere il proprio destino.

Un particolare curioso: leggendo l'ultima pagina, resta l'impressione che la propria copia sia incompleta. La conclusione è stranamente brusca, netta: la porta attraverso la quale abbiamo osservato le vite dei protagonisti si chiude improvvisamente, perché non resta altro da scoprire.