domenica 30 giugno 2013

Recensione: La verità sul caso Harry Quebert


Questo romanzo è un ananas. Sì, avete letto bene: La verità sul caso Harry Quebert è un romanzo-ananas. Riporto, per comodità, l'estratto dal risvolto di copertina:
Estate 1975. Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, scompare misteriosamente nella tranquilla cittadina di Aurora, New Hampshire. Le ricerche della polizia non danno alcun esito. Primavera 2008, New York. Marcus Goldman, giovane scrittore di successo, sta vivendo uno dei rischi del suo mestiere: è bloccato, non riesce a scrivere una sola riga del romanzo che da lì a poco dovrebbe consegnare al suo editore. Ma qualcosa di imprevisto accade nella sua vita: il suo amico e professore universitario Harry Quebert, uno degli scrittori più stimati d’America, viene accusato di avere ucciso la giovane Nola Kellergan. Il cadavere della ragazza viene infatti ritrovato nel giardino della villa dello scrittore, a Goose Cove, poco fuori Aurora, sulle rive dell’oceano. Convinto dell’innocenza di Harry Quebert, Marcus Goldman abbandona tutto e va nel New Hampshire per condurre la sua personale inchiesta. Marcus, dopo oltre trent’anni deve dare risposta a una domanda: chi ha ucciso Nola Kellergan? E, naturalmente, deve scrivere un romanzo di grande successo. La verità sul caso Harry Quebert è un fiume in piena, travolge il lettore e lo calamita dalla prima all’ultima pagina. è il giallo salutato come l’evento editoriale degli ultimi anni: geniale, divertente, appassionante, capace di stregare prima la Francia, poi il mondo intero.
Visto così, sembra un romanzo giallo, ed effettivamente credo che una buona parte dei lettori l'abbiano acquistato per questo motivo. Ma è anche un auto-romanzo, nel senso che è il romanzo che scrive se stesso, come nel famoso disegno di Escher:


Accolto dalla critica come l'evento dell'anno, ho messo a tacere la voce interiore che mi allontana da qualunque libro più lungo di trecento pagine, e ci sono cascato. L'ho letto alla mia maniera, lentamente, e posso confermare che si fa fatica a smettere. Questo non è necessariamente un sintomo di buona letteratura, ma senz'altro di grande capacità mediatica.

La storia, scritta da uno svizzero di Ginevra, è ambientata nel New Hampshire. Gli stati del Nord-Est stanno diventando il palcoscenico di tanta letteratura e cinematografia recente, forse perché consentono un clima americano senza gli eccessi violenti delle metropoli. In una battuta, se la stessa trama fosse stata ambientata nella Miami tropicale o nei sobborghi di Los Angeles, tutto sarebbe stato infinitamente diverso. Ciò non toglie che la vicenda abbia i tipici risvolti alla law-and-order: poliziotti ambigui, famiglie violente, segreti inconfessabili. Dopo aver pulito l'ananas resta comunque un senso di povertà, poiché la soluzione dell'interminabile mistero è piuttosto banale. Insomma, scordatevi il giallo inglese, gli enigmi cervellotici: qui tutto finisce, appunto, all'americana, con omicidi efferati e ginocchia rotte.

La mia opinione personale, che evidentemente fa di me un pessimo critico, è complessivamente neutra se non negativa. Il libro sembra un gigantesco episodio di Cold Case, gli stereotipi sono fin troppi; dallo scrittore con la sindrome della pagina bianca, ai poliziotti corrotti, dai predicatori ambigui alle cameriere disinibite, c'è tutta la tavolozza del déja vu.
La scrittura è fluida, eppure l'autore avrebbe bisogno di esercitare l'arte del riassunto: gli stessi episodi si ripetono identici, a distanza di poche pagine, senza aggiungere nulla di veramente importante. Decine e decine di pagine sono state sprecate per raccontare le minuzie di fatti marginali, che alla fine esasperano il lettore. Alcuni personaggi sembrano pescati da un serial televisivo, come l'autista sfigurato o il possidente omosessuale e perseguitato dal senso di colpa. Da buon francese, Joël Dicker descrive una provincia americana dilaniata dal peccato e dalla corruzione morale, senza però offrire una vera tesi: si limita a giocare con i fatti, per mostrare che nulla è quello che sembra. Purtroppo il girotondo dei colpi di scena diventa eccessivo e fastidioso, e si arriva alla verità con un senso di sollievo: meno male che è finita, altrimenti il colpevole sarebbe stato l'Uomo delle Nevi.

Questo poderoso libro resta un buon esperimento letterario, a patto di leggerlo in quanto tale. Inutile cercare una trama poliziesca verosimile, che forse è solo l'astuzia di un bravo scrittore per vendere più copie: questo libro spiega soprattutto l'ipocrisia del mondo editoriale contemporaneo, e i personaggi più riusciti sono quelli meno importanti. Attendiamo una assai probabile trasposizione cinematografica, purché sia lasciata ai produttori statunitensi.

venerdì 28 giugno 2013

Ci si abitua in fretta

In questi giorni, la mia timeline di Twitter e il mio diario di Facebook sono pieni di rancore e risentimento. Non certo nei miei confronti, ma nei confronti dell'universo intero. È uno stillicidio di improperi contro qualunque forza politica, contro qualunque ministro, contro qualunque amministratore; e contro qualunque decisione.
Sembra paradossale, ma il clima è questo: odio per chi non fa, odio per chi fa, odio per chi suggerisce di fare.

Certo è una questione complessa: viviamo anni duri, intere generazioni stanno perdendo la speranza nel futuro, il lavoro scarseggia, i politici rubano. E potrei aggiungere che piove, governo ladro, e che non ci sono più le mezze stagioni. Che cosa voglio dire? Essenzialmente che, a mio modestissimo avviso, ci vorrebbero sia uno psicoanalista che uno storico.

Dice: i politici sono disonesti. Beh, può essere vero, ma statisticamente la storia del bue che dice cornuto all'asino. Le statistiche ci insegnano che una percentuale da capogiro di italiani commette reati contro il patrimonio, a partire dall'evasione fiscale. Se la classe politica e dirigente ha tante colpe, non si può dire che i presunti sudditi siano campioni di correttezza, nevvero? Allora dice: per forza, come si può essere onesti in queste condizioni? Qui si sfiora il ridicolo, che per me è un pessimo segnale. La madre di mio padre ha cresciuto due figli da sola, vedova in tempo di guerra. Il primo insegnamento è stato quello dell'onestà, pur in momenti di fame e miseria. Adesso gli orefici e i trumbée (sarebbero gli idraulici) evadono il fisco pur avendo macchine costose e seconde case.

Dice: i giovani non hanno speranza, sono la prima generazione che non può confidare in un futuro migliore di quello dei genitori. Scusi, ripeta un po': la prima? Forse la prima dal 1960 ad oggi, ad essere ottimisti. Lei crede davvero che i bambini del 1910 avevano la speranza di un futuro luminoso, mentre accompagnavano i genitori a raccogliere le patate e il fieno? E quelli del 1899, destinati a morire al fronte o di influenza spagnola? Come la mettiamo con i giovani del 1600, che certamente non credevano di salire sull'ascensore sociale?

Pur non essendo uno storico di mestiere, ho l'impressione che la nostra società tenda a giudicare il presente senza considerare il passato. Una spiegazione spicciola ce l'ho, ed è anche intuitiva: è facile assuefarsi alla prospettiva del miglioramento, mentre è difficile rassegnarsi alla regressione. Funziona probabilmente come la memoria selettiva, che idealizza il passato rimuovendo i ricordi tristi. Ecco perché i nostri vent'anni ci appaiono mitici, e la fanciullezza ci sembra un'età libera da ansie e preoccupazioni. A ben guardare, raramente è stato così, ma ci piace crederlo.
Eppure, nella scala dei tempi storici, i cinquant'anni di sviluppo e progresso sono un puntino invisibile; piacevole, ma invisibile. E parimenti non ci domandiamo se lo stesso ritmo possa estendersi per decenni o per sempre, forse perché sappiamo bene che la risposta sarebbe negativa.

In tutto questo, e qui entra in scena la psicologia, credo di leggere anche il comportamento infantile dell'essere umano. Vorremmo tutto, possibilmente subito, gratis e per sempre. Vorremmo aria pulita senza traffico, crescita esponenziale senza disuguaglianze, una vita più lunga senza nemmeno un malessere. Restiamo sempre un po' come i bambini, che non hanno ancora la consapevolezza del principio di azione e reazione. Rompono un giocattolo e piangono perché si è rotto, chiedendo alla mamma di aggiustarlo.
Forse dovremmo maturare, e fare scelte più consapevoli. Potremmo rinunciare tutti a qualcosa, per dare a tutti qualcos'altro. Perché non lo facciamo?

domenica 23 giugno 2013

La L.I.M.

Per chi non lo sapesse, L.I.M. è un acronimo: Lavagna Interattiva Multimediale. I solerti venditori di spazz... ehm, funzionari ministeriali da anni spingono i dirigenti d'istituto ad acquistarne in gran copia, essendo tale marchingegno un insostituibile aiuto nella didattica.

Proprio oggi, nella posta dei lettori di un noto quotidiano nazionale, un docente di greco e latino informa che la sua scuola sta per spendere 120 mila euro per dotarsi di L.I.M.: a suo avviso uno scandalo, considerata la cronica carenza di denaro che affligge il sistema scolastico italiano. Ma, con una critica più circostanziata, il docente sottolinea che "l'efficacia della lavagna interattiva per le materie umanistiche è tutta da dimostrare".

Personalmente ho fatto qualche indagine recente sulle potenzialità della L.I.M., e confesso che partivo da posizioni assai scettiche. Mi sono documentato, ho provato ad utilizzarne una, ho molto riflettuto sulle possibilità d'uso per la didattica che svolgo io, e naturalmente ho tratto alcune conclusioni. Non le scriverò qui, perché non credo siano di interesse generale. Voglio invece soffermarmi brevemente su un aspetto della questione che sembra essere stato inculcato nelle ultime generazioni di insegnanti (o aspiranti tali). La prendo alla larga, raccontando una conversazione avuta con un'amica insegnante di scuola media superiore. Questa amica partiva da un famoso libro di Lucio Russo, Segmenti e bastoncini, nel quale l'autore evidenzia il tragico anatema che le riforme scolastiche hanno scagliato contro le materie scientifiche e la matematica in particolare.


Effettivamente la mia amica insegnante confermava che il concetto di dimostrazione matematica è stato progressivamente bandito dalle pratiche di insegnamento, a favore invece dell'esperienza sensoriale della ragionevolezza di un dato teorema. Per fare un esempio, ecco una splendida animazione per il teorema di Pitagora.
Lucio Russo afferma, riassumendo, che gli allievi non sono più esposti alle dimostrazioni "rigorose" (metto l'aggettivo fra parentesi, giacché la matematica scolastica è necessariamente basata su alcuni fatti che non sono propriamente assiomi primi, bensì teoremi che sarebbe possibile ma non sarebbe opportuno dimostrare per questioni didattiche); essi sono soprattutto esposti a disegni e figure che suggeriscono la correttezza degli enunciati, rinunciando ad usare appieno il metodo deduttivo.

Ecco, leggendo i commenti di molti insegnanti ed aspiranti tali sulle potenzialità della L.I.M., mi sono accorto che il messaggio subliminale (che poi subliminale non è affatto)  è già ben radicato nella mentalità dei più giovani. Per essere espliciti, molti commenti sono di questo tono: la L.I.M. è uno strumento di grande utilità, perché consente di far vedere i concetti matematici. Invece la lavagna di ardesia (e per estensione quindi qualunque supporto di scrittura tradizionale, come un foglio di carta) obbliga lo studente ad immaginare le dimostrazioni, e ad affrontarle da un punto di vista astratto.
Ebbene, io penso che questo sia il peggior danno che uno strumento didattico possa arrecare alla matematica. Per essere chiaro: al contrario, sono certo che la L.I.M. possa essere assai proficua in alcune scienze sperimentali, dove il momento fondamentale è quello di osservare la realtà e di costruire modelli a partire dagli esiti di un esperimento.

La matematica invece non è mera osservazione: se disegno un quadrilatero con i lati a due a due uguali (dovrei forse dire congruenti, ma sorvoliamo), non posso dedurre che tutti i quadrilateri sono parallelogrammi. Esiste una dimostrazione scorretta del fatto che tutti i triangoli sono isosceli, e garantisco che è difficile trovare l'errore; il punto è proprio che la nostra mente introduce spesso semplificazioni non giustificate, e soprattutto tende ad effettuare collegamenti logici che non sono necessariamente sempre corretti. Secondo me c'entra anche il senso estetico: quando pensiamo ad un triangolo, probabilmente lo "vediamo" isoscele (se non addirittura equilatero). La circonferenza ci sembra più... perfetta di una qualunque ellisse, e un rombo ci piace più di un qualunque quadrilatero convesso.

Insomma, insegnare la matematica con l'ausilio di strumenti tecnologici come la L.I.M. o il computer può essere simultaneamente appagante e insidioso. L'insegnante si trova ad avere un obbligo aggiuntivo: quello di avvisare i suoi allievi che qualunque disegno, per quanto accurato, non è tout court una dimostrazione rigorosa. Si potrebbe obiettare che lo stesso avvertimento deve essere espresso anche davanti ad un foglio di carta, ma mi sembra indiscutibile che la grafica digitale induca maggiormente il giovane allievo a credere che tutto si risolva con una figura esteticamente gradevole.

lunedì 17 giugno 2013

Una storia d'amore cinematografica

Versione inglese

Uomo ama donna follemente. Parenti e amici privi di qualsivoglia attività lavorativa a tempo pieno ostacolano la relazione con perfidia. Durante una battuta di caccia alla volpe, l'uomo contrae un serio raffreddore, e l'incurabile morbo lo conduce ad una morte atroce. La donna, allontanata dalla sua unica ragione di vita, si priva del tè delle cinque, e in poche settimane deperisce fino a morire di stenti.

Versione americana

Scrittore squattrinato di New York si innamora perdutamente di una giovane ragazza bianca dell'Alabama. La famiglia di lei non sopporta l'idea che l'impero costruito con il sudore della fronte di centinaia di schiavi negri comprati al mercato del bestiame finisca nelle mani di un intellettuale yankee, e ostacola la relazione. Ma la ragazza si rivolge all'anziana nonna, che tutti ritengono ormai rincoglionita; la vecchia signora abbraccia la nipote e le dice: "Segui il tuo cuore e fa' la cosa giusta!" Poi convoca il figlio e lo avverte: "Se impedirai a tua figlia di essere felice, dirò a tutti che hai votato democratico. L'intero stato rifiuterà di acquistare i prodotti di un comunista!"
Messo alle strette, l'uomo acconsente al matrimonio, e cede tutte le azioni dell'azienda di famiglia ai due sposini. Gli schiavi negri, grazie alle idee liberali dei nuovi proprietari, sono restituiti alla libertà, mentre la produzione è delocalizzata in Arizona, dove la manodopera messicana è assai più vantaggiosa. E vissero tutti felici e contenti.

Versione francese

Un uomo sposato conosce una donna sola in un bar, e la possiede furiosamente. La donna vorrebbe che lui lasciasse la moglie, ma l'uomo rifiuta e la prega di scomparire per sempre. La donna, con l'aiuto di una postina lesbica, stermina a fucilate la famiglia dell'uomo; mentre fugge dalla scena del delitto, si schianta con la sua automobile contro un treno. Tutti muoiono, stringendo una baguette fra le mani.

Versione italiana

Tronista coatto si invaghisce di sciampista coatta. Annunciano le nozze in un programma televisivo condotto da una presentatrice con la voce baritonale. Dopo due anni, l'uomo è arrestato per ricettazione e spaccio di droga, mentre la moglie si riduce a chiedere un sostegno economico in diretta televisiva. Un ricco imprenditore, vecchio uomo di mondo, le offre un seggio in parlamento e una rendita fissa. Ovviamente senza chiedere nulla in cambio.

Versione tedesca

Un uomo e una donna si innamorano. Entrambi hanno un lavoro appagante e ben remunerato. Comprano una villa in Baviera, e adottano una bambina all'orfanotrofio. Tutto sembra andare bene, finché, un sabato mattina, l'ispettore Derrick e il fido Harry varcano il cancello della casa. Sarà l'inizio della fine.

Versione polacca

Un uomo e una donna, ferventi cattolici, si innamorano. Dopo aver riletto il Nuovo e l'Antico Testamento, dopo aver consultato il parroco e il vescovo, decidono che la cosa migliore è volersi bene come fratelli. Dopo alcuni anni, entrambi prendono i voti e sono eletti, rispettivamente, papa e papessa.

Versione russa

Due contadini georgiani si amano. Fermo-immagine di due ore sul volto dell'uomo. Fermo-immagine di due ore sul volto della donna. Titoli di coda.

Versione giapponese

Un uomo e una donna, trentenni eppur vestiti come scolaretti ritardati, si innamorano. Dopo la commovente cerimonia di matrimonio, affittano un appartamento vuoto alla periferia di Tokyo. Ma non sanno che la casa è infestata dal fantasma di una ragazza con i capelli unti che le coprono gli occhi, uccisa dal marito perché non aveva tolto le scarpe prima di entrare in camera da letto. Mentre le riposanti luci al neon emettono flash misteriosi in tutte le stanze, il fantasma accompagna le sue comparsate con il tipico verso del motociclista californiano che ha bevuto troppe birre gelate. Il finale resta aperto: si sa mai che arrivi qualche produttore americano e compri i diritti per un sequel...

sabato 8 giugno 2013

L'ultima campanella, vent'anni dopo

È un periodo abbastanza intenso, e non ci pensavo più, ma la passeggiata di questa mattina per le vie di Cantù mi ha rinfrescato la memoria. Oggi è l'ultimo giorno di scuola, e tanti ragazzi camminanavano in guappo e si scambiavano promesse estive: piscina, viaggi, shopping.

So bene che la faccenda della cifra tonda è soltanto nella nostra testa, ma devo ricordare che esattamente venti anni fa anch'io ero nella stessa condizione. Correva l'anno 1993, là fuori c'erano gli omicidi di importanti magistrati, le bombe mafiose (un argomento ancora oggi sulle prime pagine dei giornali), il crollo dell'antico sistema dei partiti politici; insomma, non era un bel periodo. Ma sappiamo che fondamentalmente la nostra memoria è egocentrica: un periodo ci sembra felice perché noi lo eravamo, e cancelliamo tutto il resto. 
Vent'anni fa come oggi ripassavo ansiosamente le materie d'esame, solo gli scritti della maturità si intromettevano fra un presente ormai passato e la prospettiva dell'università. Mi sarei iscritto al corso di laurea in matematica, gli affanni sui libri di italiano, inglese, filosofia e storia sembravano essere un capitolo chiuso.

Vent'anni: l'età dei miei attuali studenti! Mentre molti di loro vagivano nella culla, io studiavo i grafici delle funzioni sulle raccolte di temi d'esame per la maturità.  Eppure sembra ieri. Credo di avere ancora un paio di scarpe da basket acquistate allora, e misteriosamente mai indossate. A Cunardo, in un armadio, c'è ancora il pallone dei Boston Celtics che portavo al campo, sotto il sole bollente.
C'è poco da fare: quando suona l'ultima campanella delle superiori, la vita prende una piega diversa; per quanto noi cerchiamo di guardare indietro, è tutto inutile.

Stamattina guardavo i ragazzi che si salutavano, alcuni fino all'autunno, altri forse per sempre. Sembravano tutti felici, e molti lo erano veramente. Secondo me, il fardello più pesante che l'età adulta ci scarica addosso è la fine, definitiva, della dipendenza dal riconoscimento proveniente dall'esterno. Mi spiego meglio: quando eravamo studenti, capivamo dal giudizio dei nostri insegnanti (e delle nostre famiglie) se avessimo fatto il nostro dovere. Quando il giudizio era positivo, noi eravamo autorizzati ad essere soddisfatti delle nostre azioni.


Ora che siamo adulti, siamo diventati giudici di noi stessi. Certo, sul lavoro spesso dipendiamo ancora dai nostri "capi", ma sto parlando soprattutto di un senso di appagamento interiore.  Soltanto noi possiamo decidere se siamo soddisfatti della nostra vita, dei nostri risultati, e delle nostre prospettive.
Restiamo soli con la nostra coscienza, con i nostri dubbi. 

Recensione: Le coup-de-vague

 

Scritto da Georges Simenon nel 1938 e tradotto in italiano nel 1969 per la collana Oscar Mondadori, è ormai una rarità da bancarella dell'usato (reale o virtuale). Il titolo italiano, Le zie, seppur aderente alla trama perde il senso metaforico dell'originale. In francese, coup de vague significa grossolanamente ondata, un vero e proprio "colpo d'onda" che fa perdere l'equilibrio. Nel romanzo, "Ondata" è anche le denominazione dell'attività commerciale che il protagonista Jean manda avanti con le due zie Hortense e Emilie, nei pressi di La Rochelle.

Jean ha ventotto anni, e da sempre vive sotto l'ala protettrice delle anziane (ndr: mi adeguo ai canoni simenoniani secondo cui un uomo è adulto a venti, maturo a quaranta, quasi decrepito a sessant'anni. Questa classifica rispecchia solo parzialmente il senso comune degli anni in cui lo scrittore belga è cresciuto, e probabilmente rientra nella mentalità misantropa che ne caratterizza tutta l'opera letteraria) parenti. Orfano, è stato allevato nella casa di campagna che si affaccia sulla coltivazione di cozze che le zie vendono perfino in Africa. La vita di Jean è tranquilla, sempre uguale a se stessa; possiede una motocicletta con la quale raggiunge la città, dove svolge le commissioni per le zie e frequenta qualche locale.

Ma Jean è anche un uomo prestante, e non può reprimere certe esigenze (ndr: altro tema martellante nella produzione di Simenon). Una sera, nel bosco, prende una giovane del suo paese, e non sa che sarà l'inizio di una tragedia. Marthe, questo il nome della ragazza, è figlia dei vicini di casa, e resta incinta. Come da cliché, bisogna evitare lo scandalo: Hortense convince la ragazza ad abortire segretamente a La Rochelle, nello studio di un medico senza scrupoli. Casualmente Jean vede le due donne entrare nello studio medico, e comprende la situazione: il senso di soffocamento, represso per tutta la vita, inizia a ribollire, e culminerà durante la cerimonia di nozze che il padre di Marthe impone ai due giovani. In un capitolo memorabile, tutte le miserie e i rancori sopiti di un intero villaggio vengono alla luce: uno sbandato, sotto l'effetto dell'alcool, lancia pesanti insinuazioni sulla moralità delle zie, mentre i due sposi si sforzano di apparire felici.

Ma per loro non ci sarà felicità: Marthe è sempre malata, si parla di un intervento chirurgico per l'asportazione delle ovaie. Le due zie non vogliono che la giovane si operi, e la soffocano di cure e attenzioni. Jean è sempre più esasperato, detesta il corpo spento e malato della moglie, e si sente prigioniero delle parenti, che tutti in paese chiamano arpie. Un giorno, ascolta la conversazione di Marthe con un'amica, e sarà questo il fattore di crisi: Marthe confessa di volersi operare al più presto, per abbandonare la casa delle arpie e trasferirsi in città. In quell'ambiente ha paura, non è serena e non può guarire. Il furore di Jean esplode, e costringe la moglie a rivelargli il segreto della sua famiglia che tutti sembrano conoscere da sempre: una delle zie è in realtà sua madre, che lo ha partorito di nascosto, e con la complicità dell'intero villaggio. 

Nel frattempo Hortense e Emilie spingono il nipote a recarsi ad Algeri, per regolare alcuni affari; dopo mille titubanze, Jean si imbarca e passa qualche giorno in Africa. Ma una sera, mentre cerca conforto fra le braccia di una prostituta, si rende conto della sconvolgente realtà: è stato allontanato di proposito, perché le zie devono realizzare il loro spaventoso piano. Jean torna precipitosamente a casa, e puntualmente scopre che Marthe è già stata sepolta.
Il cerchio è chiuso: nessuno può alterare l'equilibrio di quella famiglia morbosa, nessuno può allontanare Jean dall'affetto soffocante delle due arpie. Simenon chiude il romanzo con una frase un po' brusca: negli anni a venire, nessuno dirà "il vedovo Jean", ma solo "lo scapolo Jean, che ha sempre vissuto con le due anziane zie". 

Trama assai più cupa di quello che si potrebbe pensare, è un esemplare della miglior narrativa di Simenon; una di quelle storie ambientate nella provincia bigotta, nelle stanze surriscaldate della piccola borghesia. Ci sono tutti gli ingredienti tipici: le atmosfere stagnanti, il disprezzo per la malattia e la decadenza, l'amore carnale ma privo di vero affetto, e infine la morte.
È un peccato che Adelphi non abbia ancora pubblicato una traduzione aggiornata di questo  capolavoro.

giovedì 6 giugno 2013

Giovinezza, giovinezza

Tranquilli, non ho improvvisamente deciso di indossare l'orbace. Mi riferisco all'ennesimo caso di abuso di gioventù in cui mi sono appena imbattuto.

Ricevo il Notiziario della Unione Matematica Italiana, apro la confezione di cellophane, e leggo la pagina introduttiva. Taccio il nome dell'autore per carità. In fondo alla pagina, codesto estensore annuncia a pieni polmoni (e font grassetto) che S. C. ha vinto un riconoscimento prestigioso finanziato da Google Inc. Le parole esatte sono

Congratulazioni al nostro bravo giovane collega!

Caspita, interessante. Sfoglio il notiziario alla ricerca dell'articolo corrispondente, e mi imbatto nella seguente biografia succinta del vincitore.

S. C. , nato a P******** nel 1954, matematico italiano del (omissis)

Afferro la calcolatrice e digito: 2013-1954. Non mi ero sbagliato, il risultato è proprio 59. Bravo è bravo; ma giovane? In quasi tutte le nazioni avanzate, fra cinque anni dovrebbe lasciare la cattedra per raggiunti limiti di età. 

Come si dice, l'importante è essere giovani dentro.