venerdì 31 maggio 2013

E intanto il tempo se ne va

Bilancio dell'ultima partecipazione ad un convegno. Premesso che si trattava più di una scuola estiva che di un vero convegno, e premesso che gli argomenti erano ampiamente trasversali e dunque abbastanza impegnativi, il mio bilancio non è positivo.

Con ciò non voglio affatto dire che l'organizzazione sia stata inefficiente o che il livello scientifico fosse insufficiente, tutt'altro. La mia è una considerazione affatto personale: sto diventando troppo vecchio per queste cose. C'è stato un tempo in cui la nuova generazione che frequentava questi incontri era la mia; ormai non più, sono almeno dieci anni più vecchio della media, e soprattutto non ho più la curiosità di imparare argomenti totalmente estranei alla mia preparazione.
Per esempio, uno dei corsi riguardava la cosiddetta analisi isogeometrica. Non mi dilungo in spiegazioni, per il semplice fatto che ho rinunciato dopo i primi quarantacinque minuti. Sicuramente è una disciplina splendida, ma proprio non riuscivo a seguire le lezioni. È andata meglio, per ovvie ragioni, con i sistemi dinamici, per quanto l'accezione di questa terminologia fosse piuttosto diversa da quella in voga fra gli analisti non lineari: per queste persone, un sistema dinamico è un oggetto ingegneristico, che si studia con metodi approssimati; inoltre la biforcazione non è concepita nel senso della teoria delle biforcazioni alla Crandall e Rabinowitz, per intenderci. Costoro definiscono una biforcazione come qualunque fenomeno in minima parte irregolare rispetto alle aspettative di uno scienziato applicato.
Non mi pronuncio sul corso di equazioni differenziali, poiché è il mio settore e naturalmente esprimerei un giudizio viziato dalla conoscenza sia dei relatori, sia degli argomenti esposti. Sfortunatamente, questo corso prettamente teorico non sembra aver riscosso il successo dovuto, fra i partecipanti devoti ai metodi della matematica applicata.

Probabilmente, per ogni scienziato c'è un tempo per seguire i convegni e un tempo per parlare ai convegni. Anagraficamente, io rientrerei nel secondo caso, peccato che nessuno mi inviti ad essere il relatore! Comunque, questi giorni sono stati molto utili per cambiare aria, e recuperare le forze dopo un inverno pieno di didattica e di impegni vari.

martedì 28 maggio 2013

Trieste

Questa settimana sono a Trieste, per un convegno. Questo convegno, se vi interessa. Probabilmente sapete che a Trieste ho vissuto quattro anni, da novembre 1998 a novembre 2002, avendo studiato alla SISSA. Negli ultimi dieci anni ho avuto alcune occasioni di tornarci, sempre per ragioni professionali.
Trieste è' una città che può avere molti difetti, ma è comunque suggestiva e rilassante. Trovandosi in un cul de sac geografico, è riparata da molti guai dei capoluoghi di regioneò ad esempio il traffico esiste, l'inquinamento anche, ma complessivamente si passeggia più tranquillamente che a Cantù!
Sempre per la stessa ragione, non c'è stato il flusso migratorio delle attività commerciali verso i grandi ipermercati dell'hinterland, soprattutto perché Trieste non ha affatto un hinterland. Quindi le vie centrali sono ancora ragionevolmente ricche di negozi piccoli, assai più gradevoli degli scaffali di un centro commerciale.
E poi ci sono ancora i cinema, quelli di una volta; non bisogna prendere la macchina e raggiungere un multisala alienante in mezzo alle pecore, se si vuole vedere una buona pellicola.
Il lungomare, pur fra tante difficoltà, è ben tenuto, la spledida piazza dell'Unità d'Italia regala emozioni soprattutto dopo il tramonto:


Questa volta non sono alla SISSA, ma all'ICTP, un centro di fisica teorica che Abdus Salam volle fondare per gli scienziati provenienti dai Paesi in via di sviluppo. Seppur con qualche freddezza poco italica, l'organizzazione è di altissimo livello. Il personale è disponibile, aiuta a risolvere i problemi degli ospiti, e soprattutto non aleggia quell'atmosfera decadente che le ristrettezze economiche stanno imponendo alle università italiane.
Qui si vive a contatto con giovani (e diversamente giovani, come il sottoscritto) studiosi di tutto il mondo, e nessuno si spaventa per una donna velata o un uomo vestito all'orientale. D'accordo, magari i sapori della mensa non sono quelli tipici della dieta mediterranea, ma non bisogna essere troppo snob.

In chiusura  voglio lanciare un appello: cari artigiani triestini, perché non riuscite ad aprire una gelateria degna di tale nome? E perché vi ostinate a vendere i coni contando le palline, unità di misura buona solo a far pagare caro un gelato quasi invisibile?

sabato 25 maggio 2013

Recensione: Liberty Bar






Solitamente non leggo i gialli del commissario Maigret: li trovo quasi sempre insignificanti, lenti e un po' confusi. Al contrario, Liberty Bar è un racconto estremamente piacevole, ambientato nella calda primavera della Costa Azzurra. Un facoltoso australiano è stato ucciso a coltellate, e la polizia locale non sa che pesci pigliare. Dalla capitale arriva Maigret, incaricato di risolvere il caso, ma senza creare grane.
Il commissarrio è indolente, vorrebbe immergersi nel clima vacanziero di Antibes e di Cannes, vorrebbe dimenticare tutto. Ma non può, e quasi suo malgrado inizia le indagini. Finirà casualmente nel Liberty Bar, gestito da un'anziana con le gambe gonfie che ospita una giovane di dubbia moralità. Maigret si affeziona ai personaggi derelitti di questa storia, crede di comprenderli e forse li giustifica. Ben presto diventa chiaro che è solo una faccenda di lotta fra i ricchi arroganti e i poveri incolti; per questa volta sarà la vita a distribuire le giuste pene, perché nessuna giustizia umana potrebbe rimettere in equilibrio i piatti della bilancia.

Un'indagine dunque risolta solo nella mente del commissario, con un finale tanto amaro quanto quelli dei romanzi duri dello scrittore belga. In fondo, dice Maigret, è solo una storia d'amore.
Come ho accennato, l'atmosfera di questo libro è intrisa di lotta di classe; una battaglia senza sorprese fra la ricchezza della borghesia protestante australiana e la miseria del sottoproletariato francese. Inutile lottare, sembra suggerire Simenon, contro l'inevitabile; i colpevoli scontano la pena da tutta una vita, perché accanirsi?
Il lettore non deve tuttavia illudersi, perché non è data speranza agli umili: saranno la malattia, l'ignoranza, i vizi, a condannarli ancora una volta.

mercoledì 22 maggio 2013

Recensione: "I Pitard"






Un paio di giorni fa ho terminato la lettura di questo breve (144 pagine) romanzo di Georges Simenon, pubblicato come sempre da Adelphi. Lo tenevo in un piccolo mucchio semi-nascosto dal 2009, e le pagine hanno fatto in tempo ad ingiallire. Finalmente l'ho preso in mano, spinto dal lusinghiero parere di Luois-Ferdinand Céline

Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni

La trama è apparentemente semplice: il comandante Lannec, bretone, è finalmente il proprietario del Fulmine del cielo, un cargo acquistato grazie alle garanzie della suocera Pitard. La moglie Mathilde ha preteso di vivere a bordo insieme a lui, anche se tutto le sembra sporco, e soffre il mal di mare, e rimane quello che è: una vera Pitard, una piccola borghese incapace di accettare la vita in mare!
Lannec accetta un carico per l'Islanda, sebbene preoccupato da un misterioso biglietto minatorio: «il Fulmine del Cielo non arriverà mai in porto...»
La traversata verso l'Islanda sarà apocalittica, in mezzo alla tempesta; giunto quasi a destinazione, mentre il clima a bordo si fa sempre più teso, il Fulmine del cielo raccoglie un S.O.S. inviato da un'imbarcazione francese che sta imbarcando acqua a causa del mare grosso. Lo spettacolo è raccapricciante: una parte dell'equipaggio è già stata trascinata via dalla corrente, e i superstiti sono aggrappati al relitto ormai rovesciato su un lato. Lannec non può sottrarsi agli obblighi del codice marinaresco, e cerca di recuperare i sopravvissuti. La manovra è al limite dell'impossibile, perché la furia del mare rompe per due volte l'argano e fracassa contro la fiancata tutti coloro che tentano di tuffarsi in mare. In una sarabanda di disperazione, Mathilde scongiura il marito di portarla in salvo, a terra; ma lei è solo una Pitard, ingnara dei doveri di un comandante. Finirà male: in un accesso isterico, la donna si lancia in acqua, e nemmeno il coraggio di un marinaio che riesce a recuperarla la salverà dalla morte per annegamento.

Finalmente il cargo, con il suo carico di superstiti stravolti e sporchi (Simenon insiste più volte sul puzzo emanato dai superstiti a bordo), arriva in Islanda. Il corpo di Mathilde richiede sepoltura, ma è domenica e non ci sono bare né falegnami. Lannec maledice la vecchia Pitard che ha spinto la figlia a quella fine terribile: perché lui sa che la suocera temeva che il genero vendesse l'imbarcazione, la sua imbarcazione, al miglior offerente e fuggisse con il denaro. La povera Mathilde era solo un cane da guardia, un burattino nelle mani avide dei Pitard.
E il biglietto minaccioso? La tragedia si stempera nella farsa, quando Lannec scopre che è stato scritto da un suo dipendente, spaventato dai tarocchi letti alla moglie prima di imbarcarsi.

Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere questa recensione, perché confesso che il libro non mi è piaciuto. Trovo che Simenon abbia scritto alcuni racconti estremamente confusi, in guisa di fotografie istantanee di un episodio che scopriamo solo parzialmente. Ho avuto la sensazione di essere tenuto all'oscuro sia di quello che è successo prima dell'inizio, sia di quello che succederà dopo la fine del libro; quella sensazione che si prova quando si coglie una conversazione fra passanti che incrociamo sul marciapiede.
Eppure il libro ha un fascino sinistro, come spesso accade nelle avventure di navigazione. Per i lettori affezionati del grande scrittore belga, è sorprendente il ritmo incalzante dei capitoli finali, e il rovesciamento del tipico schema dei romanzi duri:  evento tragico - elaborazione del lutto - recupero della normalità.
Io preferisco la produzione più cupa e asfissiante di Simenon, quella dei romanzi di provincia e dei delitti inconfessabili, ma I Pitard potrebbe affascinare chi si avvicinasse per la prima volta all'autore.

lunedì 20 maggio 2013

Il tuo 5 per mille

Scusate, ma comincio ad essere stufo. Di che cosa? Dei messaggi pubblicitari che le università inseriscono alla fine di ogni messaggio di posta elettronica.
A che servono? Ma a chiedere soldi, naturalmente!

Ieri sera ho ricevuto un'email da un collega: erano dieci righe di testo, e sotto c'era mezza pagina, con tanto di immagine gif allegata, che mi incoraggiava a donare il mio 5 per mille alla sua università. Tanto per cominciare, trovo che sia un'inaccettabile violazione della sacralità della corrispondenza: che cosa direste, se all'inizio di ogni telefonata foste obbligati ad ascoltare trenta secondi di pubblicità? Non stiamo parlando di un provider gratuito, ma del datore di lavoro.
Poi c'è la questione della dignità. Cinquant'anni fa ci vantamo di essere poveri ma belli; oggi gli atenei sono ridotti alla stregua dei questuanti che ti fermano per strada e ti chiedono un euro per un caffè. Io, francamente, mi vergognerei di chiedere obbligatoriamente soldi a tutti i miei corrispondenti.

A parte queste obiezioni più di natura estetica che sostanziale, è proprio la logica che mi sfugge. La casella di posta elettronica fornita dall'università dovrebbe essere utilizzata dai dipendenti per ragioni professionali; è tollerato l'uso personale, ma non dovrebbe essere la regola.
Ebbene, perché io dovrei scrivere un'email ad un collega, magari di un'altra università, invitandolo a donare soldi al mio ateneo? Che cos'è, il gioco delle tre carte?

Forse sono ipersensibile, ma la continua richiesta di denaro, naturalmente sempre per opere piissime, mi indispone alquanto. Ogni dieci minuti la televisione ci invita a rinunciare ad una tazzina di caffè al giorno per sfamare un bambino africano. Oppure a donare "due o cinque euro" a questa o a quella iniziativa. E proprio ieri sera ho ascoltato, inorridito, la proposta geniale di una giornalista che qualcuno voleva presidente della repubblica: rendere totalmente detraibili le donazioni a scopo benefico.
Dunque, fatemi capire: se regalo soldi ad un bischero qualsiasi, che è riuscito a farsi inserire nel calderone degli aventi diritto al 5 per mille, posso sottrarre quei soldi dalle mie tasse? O bella, e chi paga la sanità, la scuola, la manutenzione delle strade, ecc. ecc.?
In men che non si dica, i soliti noti metterebbero in piedi un sistema di riciclaggio basato sulle donazioni, lasciando in mutande i servizi pubblici essenziali.

Da quell'ingenuo che sono, continuo a pensare che la beneficenza si debba fare in silenzio, con il cuore. E soprattutto dovremmo farla noi, senza chiedere un parere al commercialista.

sabato 11 maggio 2013

Perché non si legge?

Sabato mattina, dopo due settimane di (piccoli) acquisti maniacali su eBay. Niente di straordinario, solo alcuni vecchi libri di Georges Simenon, altrimenti irreperibili. Rientro e scorro la timeline del mio account Twitter: nel marasma di banalità e di notizie sparse, leggo un tweet di Matteo Righetto. Con la perentorietà dei centoquaranta caratteri, lo scrittore sostiene

Nessuno lo dice, ma si legge di meno anche perché si sta troppo su Facebook o su Twitter.

E come dargli torto? Se penso al ritmo tipico di una mia giornata, posso dedurre che finirò i cinque libri appena acquistati dopo le ferie estive. Certo il fatto di dover lavorare per vivere ha un certo peso, ma la disponibilità dei social network comprime abbastanza il tempo che fino ad alcuni anni fa dedicavo alla lettura. Ci si collega con l'intenzione di dare solo un'occhiata rapida, e si resta attaccati al monitor per un'ora.

Se questo succede ad una persona che comunque legge molto anche per lavoro, non oso immaginare quante ore di lettura perda un essere umano che legga solo per svago. Mi è già stato detto che il mio osservatorio è troppo limitato per trarne le conseguenze, ma scopro sempre meno pendolari immersi nella lettura. E per lettura intendo anche la lettura su tablet o appositi istromenti da e-book.
Ci sono gli studenti dediti al ripasso degli appunti, ma una percentuale sconfortante di pendolari sale in treno, si accomoda (quando trova posto) e smanetta con il cellulare. Altrettanti infilano le cuffie nelle orecchie e chiudono gli occhi. Noi lettori accaniti sembriamo un'incrostazione delle ere passate.

Capisco che può essere un caso, magari prendo il treno in orari particolari, oppure si tratta di un'eccezione statistica. Né voglio rimpiangere il passato per se: la censura e la repressione sono gli strumenti (apparentemente) più efficaci per conservare le antiche usanze, ma solitamente bisogna imporle con la forza. E raramente è una buona cosa.

venerdì 10 maggio 2013

Recensione: Germogliano sempre i noccioli

Tanto per cambiare, un romanzo di Georges Simenon. Ma questa volta è una vera rarità, da anni fuori catalogo e scovato in biblioteca. Il y a encore des noisetiers è un racconto della maturità di Simenon, redatto a Epalinges nel 1968. L'autore aveva sessantacinque anni, e non casualmente il personaggio principale è un banchiere ormai anziano di place Vendôme, tre volte divorziato, con figli adulti che cercano di costruirsi una vita indipendente.

François Perret-Latour, questo il nome del banchiere, conduce una vita solitaria nella grande casa sopra la sua banca, dove scende tutti i giorni nonostante sia formalmente in pensione. Conduce un'esistenza ripetitiva, fatta di riti quotidiani senza alcuna sorpresa. Un giorno, fra la posta, trova una lettera della prima ex moglie americana Pat; si erano sposati da giovani, e la convivenza era durata poco. Pat annuncia di essere ricoverata in una clinica di New York, curata per una malattia debilitante che i medici non le vogliono rivelare. Ma scrive anche che il figlio si è impiccato per paura di un tracollo economico, lasciando sola la moglie e i figli.
Perret-Latour non è mai stato un uomo sentimentale, anzi ignorava le vicissitudini dell'ex moglie dopo il divorzio. Eppure capisce di avere un debito verso Pat, che cerca di saldare nell'unico modo a lui famigliare: con il denaro.

Le tristi notizie sono però l'occasione per fare il bilancio di un'esistenza, vissuta con passione ma scevra di affetti. Secondo lo stile di Simenon, a un certo punto arriva il fattore di sconvolgimento: sua nipote, ribelle e anticonformista, aspetta un figlio. Curiosamente decide di confidarsi con il nonno borghese, e proprio qui è la rivelazione; più che dalle persone umili, la giovane riceve solidarietà ed aiuto da colui che ha sempre accusato di essere distante dai problemi delle persone comuni. Perret-Latour muove le sue pedine, animato da un sentimento di rinascita interiore: finalmente sa di poter essere ancora utile, di poter fare del bene alle persone che ha amato in silenzio, per eccessivo pudore. Le acrobazie giuridiche per consentire alla nipote di far nascere il figlio senza essere disonorata sono soltanto una conclusione letteraria. Ciò che conta è la possibilità di riscatto offerta ad un uomo vecchio e solo.

Fin qui la trama. Qualche lettore sostiene che Simenon sia qui meno amaro del solito; difficile credere a questa versione, se non si ha la forza di superare i due terzi del romanzo. I primi capitoli sono cupi, desolanti, quasi funerei. Il lettore sembra dover assistere ad uno spettacolo di morte naturale, angosciante e definitivo. E invece no! Con la naturalezza di un dialogo fra amici, il cielo si rasserena: germogliano ancora i noccioli.

mercoledì 8 maggio 2013

Consigli ad un aspirante matematico

Stamattina ho letto un bel post letterario, e la mia memoria si è risvegliata. Una volta mi è stato chiesto un consiglio analogo: come si diventa matematici? Beh, per prima cosa non so ancora se io lo sia a pieno titolo. Ma anche ammesso di esserlo, quella domanda mi ha messo in serio imbarazzo.

Conservo un ricordo piuttosto nitido del momento in cui ho deciso, se questo è il verbo esatto, di intraprendere la carriera di matematico: ero in quarta liceo, la trigonometria mi annoiava mortalmente, e così andavo spesso in una nota libreria dell'usato nei pressi dell'università a cercare manuali di analisi matematica. Ho tuttora la stessa copia, firmata da un tizio sconosciuto, dei Principi di analisi matematica di Walter Rudin. Naturalmente lo sfogliavo e non capivo nulla, perché non è un libro introduttivo. Poi è venuta una copia sgualcita del manuale di Maderna e Soardi, più abbordabile per un liceale. 
Avevo infine qualche amico più grande, che frequentava ingegneria e mi suggeriva i testi di geometria analitica e proiettiva, che consultavo con maggiore soddisfazione: le coniche, le quadriche, l'algebra lineare.

In quinta liceo avevo dismesso ogni ambizione di diventare latinista, ed ero incerto fra la fisica e la matematica. Mantenendo però uno spirito fondamentalmente umanistico, della fisica coglievo prevalentemente gli aspetti matematici, e dunque la scelta era compiuta.

Fin qui nulla di straordinario, nonostante i sorrisi di compassione dei compagni che puntavano sulle lauree spendibili: ingegneria, medicina (?), giurisprudenza(??). Il fatto strano era che provenivo da una carriera scolastica di relativa mediocrità matematica. La mia maestra delle elementari diceva a mia mamma che io annaspavo quando dovevo fare i conticini. Alle medie me la cavavo, ma in fondo le medie erano più un riformatorio che una scuola: fra ragazzi disadattati, episodi delinquenziali, professori che andavano e venivano, l'unica possibilità era quella di ottenere il massimo con il minimo impegno.

Al liceo, almeno all'inizio, ci fu il crollo. L'esame di riparazione a settembre, i mesi di lezioni private (ben poco utili), il passaggio al secondo anno con la sensazione di aver preso un calcio del fondoschiena e la sufficienza per caso. La seconda classe venne un po' meglio, ma non troppo. Miglioravo a vista d'occhio nelle discipline umanistiche (con un exploit notevole in latino, dopo aver cambiato insegnante), ma la matematica non mi piaceva.
Nel triennio la svolta: cambiai docente, la tipica zitella che spiegava i monomi leggendo il libro come fosse stato un breviario cattolico lasciò il posto ad un professore di matematica di formazione fisica, con il quale entrai in sintonia. Un interruttore era scattato nella mia testa, e la matematica di intrigava al punto di acquistare manuali e risolvere problemi anche nelle ore libere.

Quindi, quale consiglio dovrei dare ad un aspirante matematico? Il più onesto è quello di avere il professore giusto, almeno una volta nella vita. Ma è un consiglio assurdo, perché non dipende dalla volontà dell'interessato. Secondo me, il suggerimento definitivo è quello di far scattare il benedetto interruttore, ma devo ancora capire se siamo noi ad azionarlo. Magari nasciamo con un interruttore funzionante e tutti gli altri bloccati, e il nostro percorso è parzialmente predestinato.
Con questo non intendo dire che il lavoro e l'impegno siano inutili, ma potrebbero essere condizioni necessarie e non sufficienti. Anzi, penso che sia così: per anni ho cercato di suonare il piano, e ancora oggi mi sento ben disposto alla teoria musicale; tuttavia sono un disastro alla tastiera, e mai avrei potuto sperare di fare il musicista.

Per queste ragioni, se qualcuno me lo chiede, la mia risposta è sempre il consiglio più banale: dovremmo dedicarci a quello che ci piace e ci emoziona; a quello che facciamo più per passione che per obbligo. So bene che nel mondo reale non è possibile vivere di quello che piace, se non in  casi particolari. Ma trovo vagamente ipocrita che un professionista faccia credere che basti studiare per riuscire bene. Molte volte è solo l'opinione di chi non vuole ammettere di essere senza risposte. 

sabato 4 maggio 2013

La memoria dei libri

Ho appena finito di leggere un'intervista ad una cantante italiana di qualche anno fa, nelle pagine culturali di un quotidiano. Di solito evito questi sforzi, perché quasi sempre si tratta di spot pubblicitari mascherati da giornalismo. Questa volta, invece, sono rimasto colpito da un'osservazione: la cantante parlava della sua biblioteca, ma soprattutto sosteneva di dimenticare velocemente le trame dei libri letti. Pensavo fosse una mia tara fisiologica, e invece non sono solo.

Prendiamo ad esempio i libri del mio autore preferito, Georges Simenon. Da anni li acquisto e li leggo voracemente, ma altrettanto facilmente li dimentico. Certo la mole spaventosa di pagine scritte da Simenon non aiuta, ma tante volte ho afferrato un suo romanzo dallo scaffale di una libreria, chiedendomi se dovessi acquistarlo.
Comunque non esageriamo: non sono ancora completamente rimbambito, e una scorsa del risvolto di copertina basta per decidere se io abbia già letto quel racconto. Ma non sono quasi mai capace di riassumere la trama. E lo stesso vale per i libri di Joe R. Lansdale.

Forse il punto è proprio la serialità. Ripenso alla famosa serie tv Friends, e osservo che ricordo quasi a memoria gli episodi delle prime tre serie, ma poi c'è il vuoto. Dalla quarta alla decima, posso solo dire di ave visto tutte le puntate, ma non chiedetemi che cosa succedesse di volta in volta.

Tanti anni fa, ero studente universitario, un esercitatore di Analisi II se ne uscì con una frase bellissima: "Non chiedetemi il numero di telefono di casa: è lungo otto cifre, e per ogni cifra che entra nella mia testa c'è un teorema che esce."
Meglio rassegnarsi, le informazioni si accumulano e non c'è spazio per tutto. Me poi non è grave ricomprare lo stesso romanzo: posso sempre dire che volevo fare un regalo.