venerdì 26 aprile 2013

Festa della liberazione

Ieri era il 25 aprile, e ho approfittato della splendida giornata per andare a Cunardo a fare una visita alle tombe dei miei avi. Una volta in paese, abbiamo salutato per caso una signora anziana che aveva, più di vent'anni fa, uno splendido pastore tedesco di nome Ricky. Dopo un saluto di circostanza, la signora ci ha raccontato il suo 25 aprile, quello vero. Era una bambina, viveva sopra Bassano del Grappa, e la sua famiglia viveva del lavoro nei campi. Quel giorno suo nonno, perché ormai c'erano solo vecchi, donne e bambini a badare ai campi, dovette spostare i cadaveri dalle sponde del Brenta: secondo la signora, morirono 68 000 italiani e più di centomila tedeschi.
Francamente non sono in grado di giudicare la veridicità del suo racconto; però non mi sembra così fondamentale che date e numeri corrispondano alla contabilità certificata dagli storici. La scorsa primavera ho passato qualche giorno sull'altopiano di Asiago, e sono passato anche da Bassano. Ho imparato che quelle terre hanno sopportato gli insulti di due guerre atroci e quasi intestine.

Purtroppo sappiamo che nessuna data, per quanto fondamentale, è ricordata per sempre; il tempo pulisce le ferite e cancella i rancori, e come potremmo ancora soffrire per gli eccidi dell'impero romano o di Federico Barbarossa?
Eppure, finché ci sono testimoni, ancorché parziali e non del tutto attendibili, non dovremmo dimenticare. Se il tempo guarisce le ferite, noi uomini siamo molto meno abili a gestire la memoria di chi non c'è più. Per quanto mi riguarda, il racconto di quell'anziana signora veneta è stato più importante di mille commemorazioni di sindaci in cerca di visibilità mediatica (egregio signor sindaco di Cantù, era davvero inevitabile il paragone fra i martiri del fascismo e gli italiani che si sentono oppressi dalle tasse?).

Post scriptum.
Non ho mai provato molto interesse per gli eventi della Seconda Guerra Mondiale. Il mio legame con quegli anni passava per mio nonno Federico, allevato a pane e moschetto (fascista perfetto) e spedito dal duce a conquistare l'impero d'Africa. Nelle sue parole, il 25 aprile era il giorno più triste, e forse riesco a capire il suo giudizio.
E poi la Seconda Guerra Mondiale era talmente esagerata nel suo orrore, da apparire grottesca. Se fossi un romanziere, non trarrei alcuna suggestione da quel conflitto scatenato da pochi pazzi e alimentato da milioni di stupidi facinorosi. Per me è la Grande Guerra l'evento più tragico del Novecento. Una guerra estenuante, combattuta da ragazzi mandati a morire, di freddo e di pallottole, nelle trincee gelate e battute dal vento. Intere generazioni furono strappate al proprio destino in nome di qualche cima e di qualche chilometro di terra.
Proprio nella banalità di un conflitto lontano dai deliri razzisti del nazifascismo sta il fascino perverso della Prima Guerra Mondiale. Quattro anni di miseria, di morte e di devastazione hanno esaltato la stupidità umana. E su tutto, quasi per espiare le colpe umane, la tragica epidemia di influenza spagnola: il tentativo estremo di ristabilire un ordine mondiale, la falce che non conosce misericordia. Mai come in quel tempo il Male, se un Male esiste, ha provato il senso della vittoria.

domenica 21 aprile 2013

Recensione: "Nella casa" di F. Ozon

Sono riuscito a vedere, in francese con sottotitoli, l'ultimo film del regista François Ozon, Nella casa (Dans la maison il titolo originale). Ecco il trailer ufficiale:


Ozon è un regista molto popolare, affezionato a temi spesso morbosi e scopritore dell'attrice Ludivine Sagnier. Questa volta si cimenta con una pièce spagnola ambientata nel mondo della scuola. La trama è affascinante: il professore di francese Germain, annoiato e deluso dalla sua classe, corregge il tema di Claude Garcia. È la prima puntata di un feuilleton ambiguo, in cui Claude avvicina con una scusa il compagno di classe Rapha Artole e si insinua nella sua casa e nella sua vita. Poco alla volta, diventa una presenza fissa per gli Artole, fino ad approfittare della madre di Rapha. La donna è (banalmente) delusa dalla vita di coppia, ma non cede alle lusinghe del giovane spavaldo.
Parallelamente, anche l'intimità del professore è sconvolta dai temi che Claude gli fa leggere, fino a minare l'equilibrio (già instabile) del rapporto con la moglie. Il professore non reprime, ma anzi incoraggia il voyeurismo dell'allievo, e ne diventa presto la vera preda. Ma è una preda inconsciamente consenziente, quasi bramosa di essere divorata dal predatore. Claude ottiene il suo scopo: seduce la moglie del docente e la convince a lasciare il marito. Manipolando Rapha Artole, arriva a far licenziare Germain per aver trafugato un compito di matematica, ma nemmeno questa volta ne perde la stima. Germain, ormai solo e disoccupato, osserva le finestre di una casa dalla panchina del parco, seduto accanto a Claude. Il predatore ha ormai il pieno controllo della preda, e ne fa un burattino.
A dispetto di alcuni titoli di giornale, questo non è un thriller. È piuttosto un dramma psicologico giocato sul filo del rasoio. Ozon non è Claude Chabrol, e non lascia che la tensione evolva nel dramma cruento. Chabrol avrebbe forse trasformato Claude in un assassino sanguinario, o forse sarebbe stato Germain a commettere un delitto inevitabile.
Invece Ozon preferisce la miseria della sottomissione, la debolezza della vittima che non sa riscattarsi.
Ma il film è anche un bel racconto del mestiere di insegnare. Spezzare gli schemi che regolano il rapporto fra insegnante e allievo può essere esiziale, seppur seducente. È interessante sottolineare le abilità matematiche del giovane Claude Garcia, che esclama convinto: "La matematica non delude mai."
Il confronto è con la vita, incerta e basata sull'incertezza. Claude Garcia è un evidente sociopatico, probabilmente una sceneggiatura americana lo avrebbe liquidato in un conflitto a fuoco con la polizia. Il cinema europeo privilegia il fascino dell'ambiguo, trasformando la perversione in virtù e la normalità in meschinità.
Pensandoci bene, quello dell'insegnante può essere solo una soluzione di comodo. In astratto, il senso del film è che nessuno è veramente quello che pensa di essere; la preda è cacciatrice, e il cacciatore è la preda.

Piccolo breviario ad uso dell'aspirante politico

La vicende del centro-sinistra italiano che abbiamo commentato negli ultimi giorni mi spingono ad una conclusione: all'aspirante politico italiano mancano le basi. Quasi sempre manca anche l'altezza (morale, soprattutto), ma pazienza.
Invece, prevale la convinzione che la politica attiva sia l'analisi dei sondaggi: la gente vuole questo? E diamogli questo! La gente vuole quello? E diamogli quello! Perché noi dobbiamo fare quello che vuole la gente.

Io mi avvio verso i quaranta, i capelli sono bianchi e solo i geni mi hanno preservato dall'arrotondamento delle forme. Penso di averne viste tante, a partire dal declino della Prima Repubblica fino al declino dell'Ennesima. Mentre gli USA hanno gli stessi partiti da secoli, noi li cambiamo con la stessa frequenza dei calzini. Gli antichi politici italiani avevano una miriade di difetti (per esempio un concetto di onestà abbastanza flessibile), ma non erano uomini per tutte le occasioni. Ecco allora poche domande che ogni italiano, prima di scendere (o salire, o prendere la prima scorciatoia dopo il semaforo) in politica dovrebbe porsi.

  • Pensi che ogni individuo sia padrone della propria vita, oppure che ne sia soltanto un gestore a responsabilità limitata? La vita è nostra oppure è solo un prestito?
  • Ritieni che le convinzioni religiose prevalgano sulle esigenze dell'individuo?
  • Il tuo ideale di società è basato sulla competizione e sulla disuguaglianza, oppure sulla convivenza e sull'uguaglianza?
  • Gli interessi collettivi devono prevalere su quelli personali?

Quattro domande fondamentali (ma potrebbero essere di più) per collocarsi rispetto agli schieramenti tradizionali della società. E quattro risposte che non dovrebbero mai dipendere dalle contingenze elettorali. E poi, buona fortuna: qualcuno vince e qualcuno perde, ma un briciolo di dignità sarà comunque salva.

martedì 16 aprile 2013

Presentazioni

Non tengo molte conferenze, un po' perché non sono certamente importante, un po' perché non amo viaggiare spesso. Però qualche volta mi invitano a fare un seminario, e si presenta il solito problema: come fare? Meglio alla lavagna o meglio con il proiettore?
In linea di principio  mi piacciono i seminari alla lavagna, ma ci vuole talento ed io ho la tendenza ad essere caotico. Quindi ripiego sulla cosiddetta presentazione.

Esclusi i popolari software in stile Powerpoint, noi matematici amiamo preparare le slide con LaTeX. Uno dei pacchetti più popolari è Beamer, che promette meraviglie. Se non ci credete, fate un giro in questo sito.

Tutto risolto? Magari! Per quanto io cerchi di seguire i dettami dei manuali, produco sistematicamente presentazioni un po' tetre, in stile sovietico. Ai convegni vedo slide splendide, chiare ed eloquenti: le mie sembrano uscite dalla fantasia di un funzionario del PCUS.
Ho il sospetto che questo abbia a che fare con il mio miserevole senso estetico: non sono mai stato capace di fare un disegno dignitoso, né di accoppiare due colori senza scandalizzare qualcuno. Evidentemente le presentazioni richiedono un tocco artistico che mi manca. L'alternativa è ancora più inquietante: potrei non avere la capacità di comunicare i risultati del mio lavoro, e le difficoltà grafiche sarebbero in questo caso un riflesso delle difficoltà mentali. Inizierò un percorso di analisi, per affrontare le mie difficoltà. Nel frattempo, se vi capiterà di vedermi all'opera, cercate almeno di apprezzare lo stile naif delle mie slide. 

domenica 14 aprile 2013

Ma tu mi googli?

Pare che negli Stati Uniti il verbo to google sia diventato fra i più popolari. Ovviamente significa cercare informazioni su una persona usando Google, o qualunque altro motore di ricerca.
E pare anche che la nostra riservatezza, che in italiano si chiama privacy, sia ormai un ricordo del passato: tutta la nostra vita, dice la massaia, è a portata di tastiera, non abbiamo più segreti né li avremo più. Leggiamo e ascoltiamo questa litania da ogni buon sociologo da talk show, e il pubblico più anziano si appresta a tranciare giudizi su quella porcheria di internet, il luogo ideale per pedofili e maniaci di ogni risma.

E allora ho provato: ho stilato una lista di amici d'infanzia e di compagni di classe, e li ho google-ati. Il risultato? Sconfortante. Pur avendo escluso amici e colleghi legati alla mia professione, che incoraggia la pubblicità del curriculum e delle attività professionali, forse il 50% dei miei compagni di liceo è presente su Facebook. Qualcuno ricordo che c'era ma è successivamente scomparso, quasi nessuno usa Twitter, e blog o siti personali sono vere rarità. Di qualcuno restano tracce inquietanti di natura giudiziaria, sebbene risalenti al tempo che fu. Altri, semplicemente, non esistono nel cyberspazio.

Dei miei compagni di classe alle medie inferiori non ho trovato alcuna informazione. Avendo fatto una ricerca superficiale, sicuramente molto mi è sfuggito. Ma già il fatto che, su 25 individui, praticamente nessuno sia reperibile facilmente in Rete mi sembra notevole. Peggio ancora se cerco i compagni di classe delle elementari. Sono passati più di trent'anni, due di loro sono morti vent'anni fa in incidenti stradali; gli altri, fatta eccezione per un paio di persone che ho frequentato fino all'età adulta, sono evaporati. Credo sia più facile incontrarli casualmente al centro commerciale, piuttosto che in internet.

Infine, con un po' di nostalgia, ho cercato notizie su qualche amico del paese di mio nonno, dove ho trascorso circa venti estati della mia vita. Ancora una volta qualcuno ha un profilo Facebook, di altri non ricordo il cognome (non serviva, per giocare a pallacanestro o a calcio al parco), mentre profili digitali più impegnativi (siti personali o aziendali, blog, ecc.) sembrano essere ignorati. Qualcuno ha un'attività imprenditoriale, ma tutto si limita ad un numero di telefono e ad un indirizzo civico.

Insomma, pure al netto delle imprecisioni che una ricerca così ristretta e superficiale necessariamente comporta, sembra improbabile l'allarmismo sulla mole di dati sensibili che rendiamo pubblici grazie ad internet. Come ho detto, forse provengo da un ambiente tradizionalmente riservato e schivo, quella provincia brianzola e comasca abitata da persone introverse e poco socievoli. Tuttavia resta la sensazione che la mia generazione sia rimasta ai margini della vita digitale. Per noi il telefonino è arrivato quando frequentavamo l'università o lavoravamo da anni, mentre internet è stata una scoperta dell'età adulta: io stesso ho utilizzato la posta elettronica dopo i ventiquattro anni, quando sono stato ammesso alla SISSA per il dottorato. I miei coetanei che non hanno proseguito gli studi probabilmente hanno visto la Rete come una forma di svago più che di lavoro, e quindi hanno lasciato meno tracce negli archivi elettronici. Non darei troppo peso al cosiddetto digital divide economico, dal momento che un computer e un modem non sono mai stati fuori dalla portata di acquisto, dalle mie parti.

Internet è tante cose, così tante che pare difficile azzardare una definizione. Ma, in ultima analisi, lo usiamo principalmente perché ci serve o perché ci piace. In mancanza di queste condizioni, la vita continua senza ADSL e senza social network. Io stesso, ad esempio, possiedo uno smartphone che utilizzo prevalentemente per leggere la posta elettronica; odio telefonare al cellulare e mi infastidiscono i telefonatori incalliti. In questo senso, sono molto anziano, e considero il telefono cellulare come uno strumento per le emergenze, non certo per la routine. Immagino che lo stesso discorso valga, per altre persone, relativamente all'uso di internet. Mi piacerebbe però sapere se la situazione sia radicalmente diversa per le generazioni più giovani.

lunedì 8 aprile 2013

Profumo di libri (e un po' di propaganda)

Uscendo dal dipartimento per andare in stazione, ho lanciato uno sguardo alla mia cassetta postale. Solitamente vuota e polverosa, quasi un reperto archeologico sopravvissuto alla rivoluzione della comunicazione digitale, oggi mostrava attraverso la finestrella una busta di carta gialla. Era finalmente arrivato il libro che ho comperato a prezzo stracciato grazie alle mie prestazioni da reviewer per MathSciNet. Per i profani, si tratta sommariamente di questo: MathSciNet è il principale database di pubblicazioni matematiche di tutto il mondo, e noi ricercatori ne facciamo un uso pressoché quotidiano. Il database chiede la collaborazione (gratuita e volontaria) dei matematici, per poter accompagnare ogni elemento con una breve recensione dei contenuti. I recensori volontari ricevono periodicamente uno o più articoli da leggere e commentare per il database. L'unica ricompensa consiste nei famosi punti, cioè monete virtuali che possono essere spese per acquistare i volumi editi dall'American Mathematical Society. Va beh, ma non di questo intendevo parlare.

Il libro, se siete curiosi, è questo:

Appena arrivato a casa, ho aperto la busta e ho cominciato a sfogliarlo. Lo conoscevo già, e l'ho utilizzato per un paio di lezioni sugli spazi di Sobolev. Ma il profumo della carta nuova, della rilegatura ancora scricchiolante e dell'inchiostro mi ha fatto tornare agli anni della mia laurea, quando sfogliavo i poderosi cataloghi delle case editrici professionali alla ricerca dei miei prossimi acquisti. Aspettavo settimane prima di ricevere il pacco, e alla fine annusavo i volumi pieni di teoremi e di dimostrazioni. Certo non basta annusare un libro per apprenderne i contenuti, ma confesso di avere una memoria terribilmente fotografica: dei teoremi ricordo quasi sempre il carattere tipografico del testo dove li ho studiati, e il peso della carta. Ricordo la posizione dell'enunciato all'interno del capitolo, e la sensazione dei polpastrelli che accarezzano la pagina. Anche perché alcune collane di opere matematiche sono piccoli gioielli: rilegatura solida, colori accattivanti, carta di qualità superiore. Per me, un libro di matematica è sempre stato un piacere tanto mentale quanto fisico. Quando ho deciso di scriverne uno, ho cercato a lungo la migliore combinazione di font e dimensioni del testo. E talvolta guardo il risultato quasi con gli occhi di un padre.

Ops, ormai la frittata è fatta. Ebbene sì, non l'avevo ancora scritto per la mia ritrosia all'auto-promozione; ma è proprio così, il mio libro è ormai in vendita. Si intitola Lezioni di Analisi Infinitesimale:



Non è un capolavoro, e forse non dovrei esserne nemmeno troppo fiero (che sarà mai, l'ennesimo testo di analisi matematica?). Però mi piace, e intendo proprio che appaga la mia vista. La copertina ha il mio colore preferito, e devo dire che nemmeno il profumo è tanto malvagio...