domenica 31 marzo 2013

Internet, chiagn 'e fott'

Innanzitutto mi scuso con gli eventuali lettori napoletani per il maldestro tentativo di riprodurre a parole l'espressione popolare del titolo di questo post. E veniamo a noi.
Non so se capiti solo a me, ma da qualche tempo provo un certo sentimento di fastidio quando mi connetto ad internet. Ormai frequento questo mondo digitale da quindici anni ('azz... come vola il tempo), e vedo che è passato dall'essere un ambiente intelligente ed informato ad essere una piazza di paese al tempo della fiera del bestiame. Prendiamo Facebook: il mio diario è pieno di appelli contro l'uccisione degli agnelli e la tortura dei gattini imbottigliati. Se tutti dovremmo ormai sapere che i gatti in bottiglia erano una bufala per creduloni, la campagna contro il presunto martirio degli agnelli sacrificali sarebbe anche condivisibile. Peccato che spesso i promotori siano nostalgici della vita bucolica, e del tempo in cui Berta filava; il fatto è che, mentre la Berta filava, il marito di Berta sgozzava i capretti con la roncola e decapitava le oche con la mannaia, al pari di tutti i contadini. La vita in campagna è una sequela di comportamenti che pochi di noi riuscirebbero a tollerare, altro che idillio e amore per la natura!
E poi ci sono naturalmente le email del principe ereditario di Truffistan, che vorrebbe tanto lasciarci in eredità il suo patrimonio in cambio di un piccolo bonifico per le spese notarili. Orpo, ma c'è ancora gente che ci casca?
Io capisco che la Rete sia un favoloso strumento per diffondere indignazione, e capisco anche che tanta indignazione sia pienamente giustificata; ma nessuno può essere indignato permanente (fatta eccezione per il compianto Pierre Magnan).

Allargando il discorso, narra la vulgata che la principale fonte di informazione sia ormai Internet. Io stesso, prima di uscire dall'ufficio, getto uno sguardo ad alcuni siti di news. Con mio supremo disappunto, scopro che mio papà, pervicacemente offline, conosce le stesse notizie prima di me. Ho impiegato qualche tempo a raccapezzarmi in questo apparente paradosso, ma alla fine ho scoperto l'inghippo: la maggior parte degli internauti si informa sui siti dei quotidiani nazionali (e magari internazionali, ma questi difficilmente contribuiscono al paradosso). Poiché i quotidiani non sono enti benefici, accade che le loro redazioni mettano sul sito, nel tardo pomeriggio, alcuni articoli apparsi nell'edizione cartacea del mattino. Quindi noi, alle 16:30, leggiamo un titolo sul sito e crediamo che sia una primizia; invece è la copia di un articolo mandato in edicola diciotto ore prima, e i nostri genitori-cartacei l'hanno letto ben prima di noi.

In astratto, non credo che questo sia un male in assoluto. L'eccessiva esposizione al flusso di notizie in tempo reale cagiona ansia e frustrazione; molto meglio leggerne un compendio meditato il mattino seguente, a bocce ferme.
Ma per i più ardimentosi c'è Twitter, il principe delle gole profonde, la piattaforma dove tutto appare ancora prima che succeda. Un paio di giorni fa è morto un celebre cantautore italiano; ieri mattina leggo su un sito di informazione:
Morto il cantautore X Y. La notizia è circolata su Twitter.
Insomma, i giornalisti trascrivono i tweet e li pubblicano. Dubito che abbiano pensato di chiedere conferma alla famiglia del defunto, e mi domando chi sia stato il dito-veloce che ha diffuso l'informazione senza chiedere il permesso ai parenti.

Il fantomatico popolo della rete si scopre così brutto e sporco quanto il popolo che sceglieva Barabba. Piange per gli agnellini e fotte anche la madre per uno scoop casalingo via Twitter. Chiagn 'e fotte.

Buona Pasqua a tutti, senza sgozzamenti.

sabato 30 marzo 2013

Recensione: Il sangue non è acqua


Questo libretto di Paolo Agaraff è la classica scoperta casuale da bancarella. Poche pagine, che ho acquistato senza troppe aspettative. E invece le ho letteralmente divorate!
La trama è suggestiva: nel novembre del 1930, sette cugini sono convocati sulla sperduta isola Mortorio, al largo della costa sarda. Un loro parente è morto, e il testamento prevede la convocazione dei protagonisti nella villa avita, per la ripartizione dei beni. I nostri raggiungono lo scoglio roccioso sulla barca di un pescatore, e incontrano l'ambiguo notaio per le formalità. Ma la tragedia è in agguato: durante la notte, uno dei cugini muore sfracellato sulle rocce della costa, senza apparente spiegazione. Il notaio suggerisce l'ipotesi del suicidio, forse troppo frettolosamente. Intanto il tempo volge al brutto, e la tempesta impedisce di lasciare l'isola.
Il giorno seguente, il cugino militare e fascistissimo svanisce apparentemente nel nulla, mentre altre morti cruente funestano il soggiorno dei parenti. Sullo sfondo, i frammenti di un antico diario, dove si narra l'incontro della specie umana con una razza primordiale intelligente ma quasi sterile. Fatalmente il sangue dell'uomo si mischia con quello della specie in via di estinzione, generando una stirpe di mutanti.
Nelle ultime pagine, i due racconti paralleli si sovrappongono nel modo più intuitivo: i cugini sono gli ultimi discendenti della stirpe mutante, e il notaio è in realtà un prete esorcista incaricato di sterminarli definitivamente.

In apparenza, il racconto potrebbe sembrare l'ennesimo tentativo di scrivere fantascienza d'accatto. Nei fatti la lettura è piacevole, e per due terzi delle pagine sembra di leggere un giallo alla Agatha Christie. L'epilogo ripiega sull'horror alla Lovecraft, ma senza cedere alla lusinga del film di serie B.
Personalmente non sono riuscito a cogliere una metafora del totalitarismo, pure suggerita da qualche lettore in Rete; però mi sono divertito, ed è già un ottimo risultato.

lunedì 25 marzo 2013

Quel che resta della comunicazione

L'altra sera stavo guardando un episodio della serie NYC 22, e uno dei protagonisti ha esclamato: "Ca***, ormai io e mia figlia parliamo per SMS!"
Questa mattina, in treno, ho aperto il mio ultimo acquisto per lo scaffale di storia della Prima Guerra Mondiale, Arditi sul Grappa. Che dire? Il confronto fra le lettere e le cartoline che il ragazzo del '99 spediva dal fronte e gli accrocchi sgrammaticati che i nostri (si fa per dire) figli spediscono durante le vacanze è impietoso. Anche Twitter, a mio giudizio, è stato equivocato: lo scopo dei caratteri limitati non è quello di farci diventare la caricatura del bovero negro che spopolava sotto il fascismo. La sfida di comunicare con poche parole è stata aggirata con acrobazie sconfortanti: "Nuovo governo ha parto difficile. Presidente incaricato parla cn soc. civile." 'Azzo, o giornalista, ma ti sei riletto? O credevi di essere sotto un bombardamento?

Ieri sera ero seduto in autobus, proprio dietro una signora di cosiddetta mezza età; costei era talmente scatenata sulla tastiera del telefonino che mi è sembrato doveroso leggere i suoi messaggi. Sinceramente, speravo che se ne accorgesse e smettesse di giocare all'adolescente stagionata. La meschina continuava a far scorrere, su e giù, lo stesso messaggio. Già questo comportamento può essere sintomo di qualche alterazione neurologica, giacché un individuo sano dovrebbe recepire il contenuto di un SMS piuttosto rapidamente. A memoria, il messagio recitava:

Grzie x la bella conversaz. 6 1 persona stupenda, e non meriti di rest sola!!! Baci e abbrcci da XY!!

O era un messaggio cifrato, o era un analfabeta di ritorno. Perché, o umani, non avete capito che i messaggi di testo breve non sono adatti ad esprimere sentimenti nobili et profondi? Il/la corrispondente dell'adolescente stagionata di cui sopra voleva senza dubbio trasmettere un concetto bello e caloroso, ma è riuscito/a a sembrare una scimmia con l'artrite alle mani.
Certo, se a cinquant'anni sembra giusto così, il caso è disperato. Ma da venti è ancora possibile guarire. Mi è capitato di ricevere un'email, che recitava approssimativamente:

Salve prof! Essendo ke devo laurearmi a giugno, vorrei sapere se può spostare la data dell'esame. Essendo ke mi manca solo il suo esame, devo consegnare il libretto entro il 15. Se proprio non si può, essendo ke ci sono difficoltà burocratiche, posso cercare di farlo prima.

Ecco: essendo che codesto individuo ha un diploma di scuola superiore e quasi una laurea, mi viene da piangere.

sabato 23 marzo 2013

Recensione: Il teorema vivente

Dopo tanti romanzi di Georges Simenon, oggi vi parlo di un libro che ho comperato quasi per caso, mentre cercavo l'ultima raccolta di Joe R. Lansdale:


Il teorema vivente è arrivato da poche settimane nelle librerie italiane. Scritto dal matematico francese Cédric Villani, è il resoconto di una scoperta, o più precisamente di una dimostrazione. Villani, giovane specialista di analisi matematica e teoria del trasporto ottimo, autore di pubblicazioni e libri scientifici, ricostruisce il percorso intellettuale e fisico che l'ha portato a vincere la prestigiosa Medaglia Fields.
Quando l'ho sfogliato per la prima volta, ero molto scettico: la scienza, e in particolare la matematica, sono spesso descritte dagli editori come la donna barbuta o l'uomo più alto del mondo. Più o meno come fenomeni da baraccone, insomma.
Ecco, in parte questa pessima abitudine si insinua anche nell'opera di Villani, decisamente abile a parlare di sé e della propria bravura. Ma l'autore dimostra un notevole coraggio per avere riportato letteralmente intere pagine di articoli matematici e slides di congressi: vedere pagine piene di complicatissime formule matematiche in un volume palesemente destinato al pubblico generalista è stato piacevole sorpresa.
Se posso permettermi, forse un buon editor avrebbe potuto frenare lo slancio di Villani, che in taluni passaggi risulta incomprensibile perfino al lettore matematico. Oppure l'effetto di stordimento è voluto, non saprei dire. Affascinanti anche le email scambiate con l'ex studente di dottorato diventato assiduo collaboratore scientifico, tutte infarcite di codice TeX.
Cédric Villani è il perfetto scienziato di successo, e per di più francese: la miscela perfetta per risultare snob ed irritante. Qualche volta è così, ma la lettura del testo resta piacevole e consolatoria, giacché emergono i dubbi e le debolezze che pervadono qualunque ricercatore. In un passaggio che proporrei di scolpire in tutti i dipartimenti di matematica, Villani ci ricorda che i più grandi risultati dell'ingegno sono nati fra mille travagli; e dopo aver concluso l'ultima dimostrazione, anche il più brillante matematico cade vittima della depressione. Ovviamente una forma mentale di depressione post partum.

C'è invece un particolare nella scrittura di Villani che potrebbe essere interpretato male, e cioè la descrizione degli ambienti dove la ricerca matematica si sviluppa. Alcuni grandi nomi si affacciano lungo i capitoli, e c'è qualche indulgenza per il cliché del matematico bizzarro. Tutto questo potrebbe spingere il lettore quadratico medio ad un giudizio ingeneroso; nulla di più sbagliato, perché i dipartimenti di matematica di tutto il mondo sono realmente mondi a parte. Dimenticate la solennità degli istituti umanistici e medici, o l'algida rigidità delle facoltà di economia e ingegneria; a parte qualche occasione ufficiale, alcuni matematici passeggiano senza scarpe in ufficio come Villani, altri indossano pantaloncini e magliette sgargianti, e la maggior parte perde il sonno su una disuguaglianza (intesa qui in senso tecnico, $A \leq B$) sfuggente.

Adesso ho la curiosità di ascoltare un seminario di Cédric Villani: solo per curiosità, perché probabilmente non capirei quasi nulla.

N.d.A. Questo blog è stato ripubblicato da MaddMaths!

mercoledì 20 marzo 2013

La matematica rende nervosi

Dopo due giorni di spremitura di meningi, sono arrivato alla conclusione che non sono proprio stupido, se mi impegno. Il fatto è, però, che fare matematica mi rende particolarmente irritabile.

Non so se sia normale, ma per me è sempre stato così: quando lavoro ad un problema, che sia qualcosa attinente alla ricerca o un semplice esercizio difficile trovato su un libro, i miei nervi si tendono allo spasimo. Quando ero studente, ho trattato molto male mia mamma, che non si rendeva conto di rompere (!) la mia concentrazione con qualche domanda di vita quotidiana ("Ma lo sai che quella tua compagna di classe ha avuto un bambino?", "La patate le preferisci in padella o stufate?", ecc.) Sembrava che io stessi leggendo un libro e facendo disegni annoiati sul foglio, e invece ero pronto a uccidere pur di trovare la soluzione del mio dilemma. Ok, non avrei letteralmente ucciso, è solo un modo di dire.

Con gli estranei, meno propensi a sopportare una reazione apparentemente inspiegabile, cerco di trattenermi, ma la tentazione di esplodere è forte.  E pazienza, commenterete voi, basta allenarsi e contare fino a dieci.
Già, ma non è sempre così facile. Più di una volta ho attraversato periodi di auto-censura professionale per non guastarmi l'umore; ad esempio, prima di partire per le vacanze mi imponevo di non fare matematica "difficile", perché non avrei sopportato di sprecare i giorni di ferie con la mente satura di calcoli. Addirittura rifuggivo la matematica se dovevo giocare a basket dopo cena, perché mi avrebbe tolto la concentrazione sulla partita. Lo so che per molti sono fisime, ma ho anche conosciuto una persona laureata in matematica, piuttosto dotata, che ha cambiato mestiere per scappare dai fantasmi che turbano i matematici, cioè i problemi complicati. Mi raccontava questa persona che non riusciva più ad alternare giornate di noia a giornate di concentrazione furiosa, che sottraeva ore alla vita sociale e perfino al riposo notturno. Questa persona ha scelto una professione regolare, di quelle con il cartellino e il weekend libero da impegni; mi è capitato di provare invidia, ma non ho mai ceduto.

domenica 10 marzo 2013

Perle di saggezza aritmetica

  1. Se $0< p <1$, basta scegliere $\alpha$ sufficientemente grande per ottenere $\alpha p >1$.
  2. Se $p <0$, non c'è scampo: qualunque $\alpha \geq 1$ si scelga, $\alpha p$ resterà crudelmente negativo, a dispetto delle nostre grandi speranze.

(Riflessioni sulla disuguaglianza di Hölder, marzo 2013)

lunedì 4 marzo 2013

In memoria di una gelateria

A Como avevo la mia gelateria preferita, scelta dopo averle provate praticamente tutte. Era vicino alla stazione delle Ferrovie Nord di Como-Borghi: un piccolo locale con il bancone messo di traverso e una panchina da giardino per i clienti. Clienti che erano rari, e già questo mi piaceva molto: nessuna fila dietro turisti istupiditi dal sole estivo, nessun bambino che ti strusciava il cono sui pantaloni puliti. Arrivavo ed ero l'unico cliente; il burbero gelataio, attirato da un campanello automatico posizionato sopra la soglia del negozio, usciva dal retro e nemmeno salutava. Bastava un cenno con il mento, come a dire: "Forza, dimmi che cosa vuoi perché ho fretta".
Un cono, due euro: i miei gusti preferiti erano limone, menta o cioccolato fondente. Talvolta l'arancia e l'amarena, ma solo come ripiego se il tempo era inclemente (quando piove, mangio i gusti "caldi").

Essendo collocata in un quartiere poco turistico, la gelateria chiudeva presto, alla fine di settembre. Restava in stato di abbandono fino ad aprile, ma quest'anno è stato affisso un foglio di carta da pacco vergato a mano: inaugurazione 3 marzo. Ieri, 3 marzo, mi sono presentato, e ho trovato un locale completamente diverso. Ora è gestito da due tizi un po' storditi che non sanno moltiplicare 2 (euro) per 4 (il numero di gelati), e che vendono un gelato squagliato senza un'etichetta per riconoscere un gusto dall'altro. C'è il super cioccolato, ma nemmeno sotto tortura ti dicono perché mai sia super. Ora due gusti fanno tre euro, forse pensano di essere a Parigi; ieri c'era lo sconto speciale, bontà loro.

Ho comprato il mio cono super cioccolato più yogurt ai frutti di bosco, il primo sciolto e il secondo ghiacciato. Possibile che siano sempre i migliori (gelatai) che se ne vanno?

domenica 3 marzo 2013

Quante ore mancano?

Quando ero un giovane studente liceale, avevo sviluppato un gioco per reprimere le mie ansie: quando dovevo sostenere un compito in classe particolarmente impegnativo, calcolavo il numero di ore che mi separavano dall'inizio della prova. Una volta arrivato a meno di ventiquattro, mi autorizzavo a cedere alla preoccupazione. Particolarmente nitido è il ricordo delle domeniche prima di un compito in classe, che scorrevano lente e angoscianti fra ripassi e rimpianti per non essere andato a giocare a basket con gli amici.

Questa settimana inizia il primo corso che terrò, a metà con una mia collega, agli studenti della laurea magistrale in matematica. Ormai insegno da sette anni, ma prevalentemente a studenti con poche aspettative matematiche e a livello introduttivo. Perciò mi sento decisamente ansioso.
La mia unica esperienza con gli allievi matematici risale ad un ciclo di esercitazioni di Analisi 3 (calcolo integrale in più variabili, teoremi del calcolo vettoriale, ecc.) tenuto quando ancora ero un assegnista. I miei ricordi non sono consolanti, avevo la sensazione che quegli studenti mi volessero sbranare, e che le mie esercitazioni fossero talmente banali che la platea sarebbe crollata addormentata. Quindi oggi mi chiedo se le lezioni che sto preparando siano adeguate, non troppo difficili ma nemmeno troppo facili.

Certo, l'argomento del corso - Analisi non lineare - dovrebbe aiutarmi, essendo in ultima battuta il mio terreno. Ma ho scoperto di non aver mai studiato la dimostrazione di qualche teorema che dovrò raccontare (un conto è applicare il teorema di immersione di Sobolev, un conto è ricordarne la dimostrazione), quindi posso dire che imparerò insieme ai miei studenti se non i contenuti, almeno alcune tecniche e alcune idee. Poi, in un accesso di masochismo, ho deciso di parlare dell'equazione di Schrödinger, quella vera con il tempo, mica quella stazionaria che facciamo noi analisti non lineari! Un'ottima occasione per studiare, ma anche un lavoro non banale.

Insomma, mancano pochi minuti alle 13 di domenica, e sono qui a rileggere i sacri testi sugli spazi di Sobolev e le note di un corso DEA di Ginibre, in francese. Mi sembra di essere tornato sui banchi di scuola, nonostante i capelli bianchi e gli scricchiolii delle ginocchia. Un attimo, devo contare le ore che mi separano dalla prima lezione...