giovedì 28 febbraio 2013

Editing creativo (reprise)

Ripensando al contenuto del mio precedente post, mi rendo conto di essere stato ingiusto. Lasciatemi spiegare perché. Prima di procedere nella mi disquisizione, vorrei però rassicurare Marco e Roberto che, su Facebook, hanno criticato il mio atteggiamento: non sono in malafede. Più semplicemente, quando scrivo un articolo tendo a raccogliere in bibliografia anche quelle opere di formazione che ho letto per farmi una cultura sul problema e sui metodi più usati. Li aggiungo e talvolta scopro di non averli mai richiamati, perché non esiste un vero momento dove mi servono; mi servono un po' dappertutto, o mi sono serviti per farmi una cultura sul tema trattato. In questi casi, solitamente me la cavo con la tipica frase
See also [...] for some related problems.
nell'introduzione, ma capita che me ne dimentichi nella trascrizione in LaTeX dei miei calcoli. Dal mio punto di vista, la frase di circostanza qui sopra e nessuna frase di circostanza sono di fatto equivalenti, ma immagino che per altri scienziati non sia così; anzi, alcuni colleghi sono estremamente aggressivi nella stesura delle loro bibliografie, mentre io tendo ad essere assai generoso.
Ma torniamo a noi. Nel dicembre scorso, la blogger Clarina parlava in un post del mestiere dell'editor: il signor S. citato nell'intervento sono io. Clarina aveva in mente gli editor di libri più che quelli delle riviste scientifiche (si leggano anche i commenti al post), ma una notte di riflessione mi ha portato a credere che io stesso ho trattato l'editor del mio manoscritto esattamente secondo il pregiudizio che avevo già espresso, cioè con supponenza. Penso sia il caso di scusarmi, anche se dubito che l'editor del mio articolo sia al corrente di questa polemica.

Il fatto è che noi matematici siamo sempre più assuefatti alla politica editoriale del camera-ready, secondo cui la versione accettata del manoscritto è copiata e incollata, o al più adattata allo stile grafico della rivista. C'è senz'altro un perché economico, ma il risultato è che la scorrevolezza di tanti articoli pubblicati è drasticamente bassa. Nel mio caso, ho avuto la fortuna di imbattermi in un editor della vecchia scuola, di quelli che leggono il manoscritto e cercano di migliorarlo. E, da buon autore, non ho apprezzato lo spirito di iniziativa; purtroppo è molto facile cedere alla tentazione di considerare già perfetta la propria scrittura, e di reagire con tracotanza alle proposte di miglioramento dell'editor.
Ora, in tutta franchezza, avrei preferito che l'editor mi avesse segnalato l'incongruenza delle citazioni-non-citate, invece di un intervento piuttosto arbitrario di citazione-a-caso. Ma, riflettendoci a mente fredda, molti di quei riferimenti bibliografici possono stare dove l'editor li ha messi, senza scandalo.

Infine, non dimenticherò mai quel famoso matematico che ho visto stroncare un manoscritto dopo aver scorso l'abstract e la bibliografia. Sono consapevole che non bisognerebbe assecondare questi comportamenti al limite della scorrettezza, ma tutti teniamo famiglia: a volte è meglio una citazione in più che una in meno.

mercoledì 27 febbraio 2013

Editing creativo

Questa storia non è frutto di immaginazione.

Ricevo le bozze di un mio articolo, accettato per la pubblicazione dall'American Institute of Physics. Il file contiene alcune osservazioni alle quali devo dare una risposta. In una di queste, il segretario editoriale propone di sostituire la frase "In the next section we will prove" con "In Section VI we will prove". Peccato che la sezione VI sia quella dei ringraziamenti. Ma in fondo è solo una svista. Poi arrivo alla seguente osservazione:

Q11: Refs. 19-30 in the bibliography were not cited in the article. Therefore, we have cited them after "Of course" on page 14. Please check if this is fine, or point out where Refs. 19-30 should be cited.

La prima reazione è stata quella di mettermi a ridere: avete mai visto un segretario editoriale che decide dove citare i lavori della bibliografia? E che, soprattutto, decide di citarli in un punto a caso del manoscritto?

Deciso a mettere le cose a posto, leggo le istruzioni: è consentito solo annotare a margine il file allegato. Per modifiche più importanti, sarà richiesto un altro responso dei referee. Quindi, per citare i lavori bibliografici in modo minimamente sensato, dovrei ricominciare tutta la procedura da capo, poiché è evidente che non potrei mai inserire tutto in una nota a margine.

E quindi? E quindi, alla malora! Il mio articolo conterrà dodici riferimenti bibliografici ad cacchium. E meno male che il creativo segretario editoriale non ha pensato di modificare anche le equazioni e i teoremi.

sabato 23 febbraio 2013

Recensione: Le signorine di Concarneau

È uscito da pochi giorni, sempre per i tipi di Adelphi, il breve romanzo di Georges Simenon Le signorine di Concarneau.


Scritto sull'isola di Porquerolles nel 1935 e pubblicato l'anno successivo in Francia, lascia ai lettori più fedeli del prolifico scrittore belga la sensazione di déja vu. Le signorine del titolo sono due (più una, a rigore signora in quanto maritata) sorelle bretoni, zitelle, che gestiscono un'attività di emporio sulla costa. Ma il vero protagonista è il fratello Jules, anch'egli scapolo ultraquarantenne, nominalmente capofamiglia ma nella pratica sottomesso alla sorella più anziana. Una sera, dopo essersi concesso un po' di svago mercenario sulla via di casa, investe un bambino che attraversava la strada. Preso dal panico, Jules non si ferma immediatamente, e torna all'emporio con una scusa per aver tardato.
Ma il senso di colpa è spietato, e per alcuni giorni si trascina dal letto alle imbarcazioni da pesca di cui è proprietario simulando un malessere fisico. Quando il cognato poliziotto lo informa che il bambino investito è deceduto per un'emorragia interna, Jules decide che l'unico modo per riscattarsi è quello di star vicino alla madre in lutto. Costei, Marie Papin, vive con un altro figlio e il fratello ritardato in una casa povera, facendo il bucato per le famiglie benestanti del paese. Jules è stupito dall'apparente indifferenza di Marie per il recente lutto, ma non demorde: copre di piccoli regali il figlio, assume il fratello ritardato come uomo di fatica sulle sue barche, e visita quotidianamente la casa della donna.
Le dicerie si diffondono velocemente, mentre Jules si convince di essere innamorato di Marie, e le chiede di sposarlo. La donna mantiene un atteggiamento ambiguo, mentre la tipica catastrofe simenoniana prende corpo: rientrando a casa, la sorella anziana mette Jules con le spalle al muro. Lei ha capito tutto (come del resto ha sempre capito tutto del fratello minore), sa che Jules ha ucciso il bambino, ed è decisa a pagare Marie per farla tacere e allontanarla dalla loro famiglia. Jules crede che lo stia mettendo alla prova, ma il giorno successivo la sorella consegna ottomila franchi alla giovane donna e si fa rilasciare una dichiarazione che la impegna a non intentare causa a Jules.
Jules perde le staffe, picchia la sorella e un avventore dell'emporio: lo scandalo è ormai incontrollabile, e l'ultima speranza è la fuga. Una fuga che dura ben poco, perché Jules sa che la sorella ha fatto la cosa giusta; lui non ama Marie, prova solo pena e senso di colpa. Ma ormai è troppo tardi, la vita dei fratelli non sarà più quella di prima. Devono vendere tutte le attività, e allontanarsi da Concarneau. Si trasferiscono nell'Ile-de-France, gestiscono attività imprenditoriali con scarso successo, una sorella muore di polmonite. Jules resta solo con quella sorella che ha picchiato: sa che, come sempre, ha vinto lei, ma in fondo è rassegnato al proprio destino. Vivranno insieme gli anni della vecchiaia, perché loro sono una famiglia.

Un tratto caratteristico di questo racconto è il capitolo finale: diversamente dal solito, Simenon chiude il libro con un salto nel futuro. Ci fa vedere il destino delle sorelle e di Jules, parlandoci dall'esterno. Non è una tecnica che Simenon amava, e infatti resta la sensazione di un finale frettoloso.
Al di là della tecnica narrativa, Le signorine di Concarneau è il tipico romanzo nero di Simenon: le vite ripetitive, l'ambiente familiare opprimente e un po' morboso, le pantofole riscaldate e i riti di tutti i giorni spezzati dalla tragedia che il protagonista è troppo codardo per gestire razionalmente. Raramente  romanzi duri dello scrittore di Liegi offrono conforto al lettore; l'unica salvezza è nella normalità sottilmente malata che la debolezza umana cerca come un potente anestetico.

giovedì 21 febbraio 2013

Incolliamo le derivate?

Uno degli abiti mentali più difficili da estirpare nei giovani studenti universitari è quello della derivabilità per le funzioni definite a tratti. Per esemplificare, immaginiamo che una funzione $f \colon [-1,1] \to \mathbb{R}$ sia definita come segue: $$f(x)=\begin{cases} p(x) &\text{se $-1 \leq x \leq 0$} \\ q(x) &\text{se $0<x \leq 1$},\end{cases}$$ dove $p$ e $q$ sono due funzioni derivabili in $[-1,1]$.

Tutte le matricole si convincono rapidamente che $f$ è continua in $x=0$ se e solo se $p(0)=q(0)$ (o, più propriamente, $p(0)=\lim_{x \to 0-}q(x)$). Quando devono affrontare la derivabilità, iniziano i drammi.

Io non so se sia colpa degli insegnanti delle scuole superiori, oppure se sia una manifestazione di quel principio di semplificazione che spinge taluni a scrivere $(a+b)^2=a^2+b^2$ solo perché la formula corretta è troppo complicata. Fatto si è che prevalgono gli studenti che si affidano a questo ragionamento fallace:

La funzione $f$ è derivabile in $x=0$ se, e solo se, $\lim_{x \to 0-}p'(x)=\lim_{x \to 0+}q'(x)$.

Orbene, sorvolando sul fatto che innanzitutto bisognerebbe accertarsi della continuità di $f$, quella scritta sopra non è una condizione necessaria e sufficiente per la derivabilità in $x=0$. Uno dei limiti delle derivate potrebbe non esistere, ma questo non impedirebbe ad $f$ di essere derivabile.

In questi casi, occorre rifarsi alla definizione di derivata, e verificare che $$\lim_{h \to 0-} \frac{f(h)-f(0)}{h} = \lim_{h \to 0+}  \frac{f(h)-f(0)}{h}$$ siano finiti. Fra l'altro, il calcolo della derivate sinistre e destre non è necessariamente più complesso del calcolo dei limiti delle derivate di $p$ e $q$. 

Chi non fosse convinto, rifletta sulla funzione $f \colon [-1,1] \to \mathbb{R}$ definita dalla formula $$f(x)=\begin{cases} 0 &\text{se $-1 \leq x \leq 0$} \\ x^2 \sin \frac{1}{x} &\text{se $0<x \leq 1$}. \end{cases}$$

sabato 16 febbraio 2013

O cacchio: fra una settimana si vota e non ho niente da mettermi

Riassumendo: fra una settimana tutti gli italiani saranno chiamati alle urne (che in qualche caso sembrano proprio quelle cinerarie, fra vecchioni con il cerone e comici bolliti in preda al delirio di onnipotenza) per scegliere il prossimo governo. Va beh, facciamo finta che sia vero nonostante il cosiddetto porcellum. Il punto è che più passano gli anni e più faccio fatica a trovare la mia posizione sullo scacchiere politico.
Confesso di essermi tormentato a lungo, incolpandomi di immaturità. Ma l'età avanza e le paturnie si sgretolano. La conclusione cui sono pervenuto è che il panorama politico italiano è troppo complicato per i miei gusti. E forse dovrei allargare il giudizio all'intera Europa.

Sì, perché anni di cinematografia statunitense sembrano aver forgiato la mia mente su un modello forse più rudimentale, ma forse anche più onesto. Parliamoci chiaro: se fossi un cittadino americano, voterei (quasi) senza dubbi il partito democratico. Là è tutto più lineare: a meno che tu non sia un petroliere o un produttore di armi pesanti, è ben difficile trovare vantaggi nell'essere repubblicano. Clint Eastwood, che tutti ormai considerano un fanatico di destra, è sempre stato un indipendente, e perfino un buon sindaco in California. 

Certo, se sei un membro effettivo della Supremazia Ariana probabilmente voterai repubblicano, e questo è già un pessimo sintomo. Ma il bello è che non bisogna coltivare droghe leggere nella vasca da bagno, per sentirsi democratici. La distinzione fra le due appartenenze è molto grande: in breve, devi chiederti se sostieni il darwinismo sociale oppure no. Se pensi che i poveri siano tali perché sono degli imbecilli senza speranza, sei un repubblicano. Se pensi che lo siano perché la ricchezza è concentrata nelle mani di poche famiglie, sei democratico.
Negli USA nessuno si stupisce se le tangenti sono punite con decenni di carcere, e nemmeno se un sindaco democratico garantisce l'ordine pubblico con una certa severità. In Europa è tutto più complesso.

Immaginate che un sindaco di sinistra ordini un controllo a tappeto fuori dalle discoteche della sua città. O che un sindaco di destra organizzi centri di accoglienza per immigrati e diseredati. Tutte attività assolutamente naturali, eppure sistematicamente etichettate come "di estrema destra" oppure "di estrema sinistra". Siamo tutti rinchiusi nelle gabbie dell'ottusità ideologica, fermi al dualismo infantile dei buoni e dei cattivi. 

Resta la domanda: mi si nota di più se voto questo o se voto quello?

Tributo a Billy Joel

Ieri, dopo qualche settimana di indecisione, ho comprato i file MP3 dell'ultima raccolta di Billy Joel, She's got a way, Love songs. Chi è Billy Joel? William Martin Joel è un cantautore nato a New York nel 1949, che esordisce nel 1971 con un album non eccessivamente fortunato.

Sarà la raccolta Piano Man a dargli grande popolarità nel 1973 con l'omonima canzone:

Da qual momento, Billy Joel si fa apprezzare per alcune canzoni estremamente famose negli Stati Uniti, ma scarsamente note in Italia: Honesty, She's got a way, She's always a woman, An innocent man, This is the time. Ecco alcuni video:

Ho scoperto la musica di Billy Joel per caso. Fin da ragazzo ho coltivato la mia passione per i cantautori americani classici, a partire da Paul Simon e Art Garfunkel, o James Taylor. Come tutti i miti, è difficile vederli invecchiare, con la voce che si affievolisce e i capelli che cadono. Billy Joel non fa eccezione: alcune esibizioni recenti sono vagamente imbarazzanti; però le incisioni restano, e mi fanno rimpiangere gli anni in cui il pop non era filtrato dalle gare televisive in cui qualche vecchia befana stabilisce che un cantante diventerà famoso.

sabato 9 febbraio 2013

Recensione: Noi siamo infinito (il libro)

Tempo fa vi ho parlato del film The perks of being a wallflower, tratto dall'omonimo romanzo di Stephen Chbosky. In occasione dell'uscita nelle sale italiane, l'editore Sperling & Kupfer ha ripubblicato il romanzo con il titolo Noi siamo infinito.



Presente per un breve periodo nei cataloghi italiani sotto il titolo Ragazzo da parete, era diventato una rarità introvabile perfino in Rete.
Come vi dicevo nell'altro post, ho adorato il film, e mi sono precipitato ad acquistare il libro. La copertina è una tipica operazione di marketing, ma ci può stare. Il racconto è in forma epistolare, una raccolta delle lettere che Charlie scrive ad un anonimo amico. L'intera vicenda abbraccia i mesi dell'anno scolastico americano, ed è ambientata fra il 1991 e il 1992. Charlie è un ragazzo tormentato da un trauma infantile, che si rivelerà solo nell'epilogo. Frequenta il primo anno delle scuole superiori, e stringe amicizia con Patrick e Sam (Samantha), due fratelli dell'ultimo anno. La loro amicizia è profonda, ma complicata dall'infatuazione di Charlie per la ragazza. Certo, la narrazione si arricchisce di altri personaggi e di altre storie, ma il cuore del romanzo è indissolubilmente legato all'ambiguità dei rapporti fra i tre ragazzi. Patrick è dichiaratamente omosessuale, e cerca di vivere una relazione clandestina con un compagno di scuola più represso, che fatalmente lo ferirà per non deludere le aspettative del padre e, forse, della società.
Ho appena chiuso il libro, e sono un po' deluso. Mentre guardavo il film, mi sono commosso ed emozionato; il libro mi è sembrato vagamente ipocrita. Certo Chbosky, che lo ha scritto nel 1999 a 29 anni, è abile nella gestione dei piani sovrapposti. Vestiti i panni del regista, ha dovuto esaltare alcune parti e comprimerne altre, forse addirittura migliorando la qualità del prodotto.
Leggendo il libro non ci si commuove, perché gli episodi migliori annegano fra quelli banali; la bellissima scena in cui Sam, piangendo, bacia Charlie perché vuole che il suo primo bacio sia quello di una persona che gli vuole davvero bene, si perde troppo nel linguaggio volutamente adolescenziale del libro. Ma in fondo è chiaro che un racconto così ricco di citazioni musicali e cinematografiche trovi la sua perfetta trasposizione nel cinema.
Si legge nel risvolto di copertina che questo libro è diventato un vero cult, ed è facile capirne le ragioni. Chbosky mette in scena cioè che tutti noi siamo stati: la timidezza, la paura di essere diversi da come gli altri ci vorrebbero, la difficoltà di confessare il nostro amore, e, su tutto, la paura di crescere. Perché è di questo che leggiamo, quando leggiamo Noi siamo infinito. Crescere significa lasciare un mondo rassicurante, allontanarsi dai primi affetti, partire e vedere gli amici partire. Quando Sam, la notte prima di andare al college, promette a Charlie che l'uno avrebbe dovuto chiamare l'altra se la solitudine si fosse fatta insopportabile, sa bene che è una pietosa bugia.  E lo sa anche Charlie, che però non sopporta il dolore del distacco e crolla. L'autore non ci rivela se ci sarà un futuro, per i tre protagonisti. Ci spiega solo che Charlie capisce finalmente di non poter vivere una vita da wallflower, sempre in funzione degli altri. È una lezione molto americana, figlia della cultura fondata sull'attesa dell'ora di spiccare il volo.
Meglio il film del libro, perché ogni episodio è esattamente come vorremmo che fosse. O meglio il libro del film, perché le lettere di Charlie non sono sempre come vorremmo che fossero.
In conclusione, riporto un paragrafo che mi ha fatto sorridere (pagina 208 dell'edizione italiana):
[…] Ma, se riesco a rimettermi in pari, uscirò dal primo anno con una bella A in tutte le discipline, il che mi rende estremamente felice. Ho rischiato di non avere il massimo in matematica, ma poi il professor Carlo mi ha detto di smetterla di chiedere sempre "perché?", e di limitarmi ad applicare le formule. E io l'ho fatto. Adesso prendo dei voti stupendi in tutti i compiti. Vorrei soltanto capire che cosa fanno quelle formule. Onestamente, non ne ho idea.
Ognuno di noi ha visto partire la sua Sam, e qualcosa è cambiata per sempre.

martedì 5 febbraio 2013

LaTeX e controllo delle versioni

Scrivo questo post più per avere un riferimento personale (l'età avanza e la memoria non è sempre affidabile) che per dire originalità. Se siete grandi esperti di versioning, potete evitare di proseguire la lettura.

Scenario: un matematico (ma ovviamente questo vale per tutti gli scienziati, eccetto probabilmente per gli informatici programmatori che crescono a pane e versioning) si accinge a scrivere un articolo.
Problema: come gestire le modifiche ai file LaTeX del dattiloscritto?

L'approccio classico si basa sulla moltiplicazione dei pani e dei pes... ehm, dei file. La ricetta più popolare è quella di aggiungere al nome del file la data (e l'ora) dell'ultimo salvataggio. Questo è un metodo senz'altro efficace, ma molto rudimentale e che mette a rischio la directory di lavoro.
Fortunatamente esistono strumenti stabili ed efficienti che ottimizzano l'idea fondamentale. La maggior parte di tali software è basata su uno schema gerarchico tronco-rami: c'è un server centrale e ci sono i client degli autori che prelevano il progetto e lo caricano dopo averlo modificato. Un approccio leggermente diverso è quello di git, che privilegia un approccio meno napoleonico e più distribuito, quindi adatto a progetti estremamente grandi e partecipati.
La caratteristica comune a tutti questi programmi è la gestione dei conflitti: se due collaboratori modificano simultaneamente il medesimo file, il sistema di controllo se ne accorge e chiede ai collaboratori di risolvere i conflitti, cioè di decidere quale versione sia quella definitiva. Naturalmente questo è un passaggio che solo un essere umano può affrontare, e quindi ciascun collaboratore vedrà le differenze fra il proprio file e quello altrui, e deciderà caso per caso come comportarsi.

Personalmente non ho mai sperimentato git, ma mi riprometto di farlo presto. Invece, la mia scelta è caduta sul più classico svn. Si tratta di un software di tipo centralizzato, che pretende un server di riferimento accessibile a tutti i collaboratori; i protocolli di accesso sono molteplici, e il più sicuro è probabilmente ssh. Vediamo un piccolo esempio concreto. Supponiamo che il server si chiami... server, e il client si chiami... client. Per prima cosa, dobbiamo accedere ad un terminale sul server. Per comodità sorvolerò sulla gestione dei permessi e degli utenti, ipotizzando di lavorare in una directory che tutti gli utenti autorizzati sul server possono leggere e scrivere.
La prima cosa da fare è creare uno spazio di lavoro per svn:

server$ mkdir svn && cd svn && svnadmin create

In questo modo, la directory svn/ è diventata una directory di lavoro, e possiamo facilmente verificare la presenza di directory nascoste che saranno usate da svn per raccogliere i dati di lavoro. Supponiamo poi di avere una directory $HOME/article contenente i file LaTeX del nostro articolo. Dobbiamo importare questi file nell'albero svn:

server$ svn import file:///$HOME/article

Se tutto è andato bene, vedremo a terminale che svn ha caricato nella directory svn/ tutti i file della directory $HOME/article. Perfetto, il server ormai è pronto.
Adesso, dobbiamo istruire il nostro client a dialogare con il server. Quindi creiamo una directory di lavoro:

client$ mkdir svn && cd svn

Qui non è più necessario importare alcunché, visto che possiamo già prelevare i sorgenti dal server svn:

client$ svn co svn+ssh://user@server/svn

avendo cura di sostituire, se necessario al path svn il full path di svn sul server. Potrebbe essere /home/user/svn oppure /var/svn, oppure /opt/svn, a seconda dei gusti.
Ok, è praticamente fatta! Adesso il nostro client possiede una copia dei file identica a quella del server. Facciamo le nostre modifiche, ricordando di iniziare sempre con il comando

client$ svn up

per evitare di modificare versioni obsolete. Dopo aver fatto le nostre modifiche, le carichiamo sul server con il comando

client$ svn ci -m "messaggio esplicativo"

dove "messaggio esplicativo" è un commento che ci aiuterà a ricordare maggiori dettagli della modifica. Una buona idea, anche se un po' arida, è quella di inserire nel messaggio data ed ora completa della modifica.

Questi sono i passi essenziali. Evidentemente, ciascun collaboratore scaricherà la prima versione dal server, e operarerà in maniera analoga sul proprio computer. Non mi soffermo sui dettagli della risoluzione di eventuali conflitti. Solitamente la stesura di un dattiloscritto scientifico non comporta conflitti particolarmente complessi, e quasi sempre la colpa è di un collaboratore smemorato che ha dimenticato di prelevare l'ultima release con il comando svn up.
Naturalmente svn consente di visualizzare i dettagli dell'evoluzione di ciascun file, di aggiungere e togliere file all progetto, ed anche di clonare completamente i sorgenti per non pasticciare troppo la copia principale. Occorre però avvertire che il cosiddetto branching dei progetti è molto più evoluto in git, ed infatti i grandi sviluppatori di codice informatico si sono progressivamente spostati su git o mercurial. Per i piccoli progetti, la mia sensazione è che svn sia eccellente, e più semplice da gestire.

Per concludere, un problema abbastanza comune può essere la disponibilità di un server pubblico da cui partire. Ovviamente i fornitori di spazio svn/git/mercurial/cvs abbondano, ma quasi sempre pretendono che i progetto ospitato sia open source. Evidentemente questo può creare imbarazzo ad uno scienziato che stia scrivendo un articolo o un libro, per questioni di riservatezza dei risultati. Cercando bene, si trovano server gratuiti che concedono piccoli spazi (dell'ordine di 50 Mb) privati, ma per progetti più grandi bisogna scucire il vil denaro. Fortunatamente, le università possiedono server da utilizzare per queste collaborazioni, ma dal mio piccolo osservatorio ho notato che svn è raramente installato per default.