domenica 25 novembre 2012

Convessità

Quest'oggi, post a contenuto didattico-scientifico. Il fatto è che domani devo spiegare le funzioni convesse ai miei studenti, e ogni anno affronto gli stessi dilemmi: come definirle? Meglio essere rigorosi o intuitivi?
Per un matematico smaliziato, una funzione $f \colon [a,b] \to \mathbb{R}$ è convessa se, per ogni $x_1$, $x_2 \in (a,b)$ e ogni $\lambda \in [0,1]$, vale la disuguaglianza $$f(\lambda x_1+(1-\lambda)x_2) \leq \lambda f(x_1)+(1-\lambda) f(x_2).$$
Se la metto giù così, sono certo che nessuno dei miei studenti capirà che $x \mapsto x^2$ è convessa ma che $x \mapsto \log x$ non lo è.

In effetti tanti manuali di matematica elementare ciurlano nel manico quando arrivano al capitolo della convessità. I più arditi mettono la disuguaglianza scritta sopra, molti propongono l'interpretazione (equivalente) del grafico che giace al di sotto della corda che unisce i punti estremi, qualcuno si spinge alla definizione (sempre equivalente) della convessità dell'epigrafico. Ma pressoché tutti gli autori di testi scolastici ed universitari si affrettano ad offrire i noti criteri di convessità: la monotonia della derivata prima e il segno della derivata seconda.

Io ricordo ancora con un certo disagio qualche volumone di matematica generale, dove la definizione di convessità era offerta per le funzioni di classe $C^2$. Questa scelta di comodo introduceva una dimensione parallela di funzioni meno regolari che tutti vorremmo chiamare convesse, ma che non possiamo chiamare così perché non sono derivabili. I docenti impegnati a spiegare su quei testi dovevano essere devoti all'agnosticismo, per rispondere che $x \mapsto |x|$ non è convessa in quanto non derivabile.

Mentre scrivo queste parole, capisco che la lezione più onesta intellettualmente deve proporre una definizione moderna e generale. Quindi farò così: racconterò la disuguaglianza di convessità aiutandomi con il grafico, poi cercherò di trasmettere l'idea alla base dei criteri differenziali. Non so se gli studenti apprezzeranno (sicuramente molti preferirebbero una definizione basata sulla derivata seconda, perché tanto non useranno altro che quella), ma pazienza.

Ah, piccola nota a margine. Quando la smetteranno, gli autori di libri di matematica, di parlare di funzione con la concavità verso l'alto? Si chiamano funzioni convesse e funzioni concave, mannaggia a voi!

mercoledì 21 novembre 2012

Il pensiero debole del progresso

In questi giorni mi sono accaduti piccoli eventi che hanno confermato la mia vecchia congettura.

Congettura. Il progresso tecnologico ha una correlazione negativa con la robustezza.

Che cosa voglio dire? Essenzialmente che l'evoluzione delle conoscenze tecniche spinge verso la produzione di apparecchi tecnologici sempre più indifesi contro gli eventi esterni.
L'esempio più recente che ha confermato la teoria è capitato sabato pomeriggio. Stavo lavorando al computer, quando la maledetta pallina dll'Apple Mighty Mouse ha smesso di funzionare. Due parole sul fenomeno: si tratta di una pallina di gomma, anche abbastanza morbida, che permette di fare scrolling senza utilizzare le barre di scorrimento delle finestre. È molto comoda, e ci si abitua in fretta. A differenza delle rotelle tradizionali dei mouse, questa pallina gira in tutte le direzioni, permettendo un controllo migliore dei movimenti. Peccato però che la vita media di tale marchingegno, facilmente stimabile con una ricerca Google, sia di un paio d'anni. Che botta di fortuna, il mio si è rotto dopo quattro!
Comunque, dopo che gli stratagemmi più fantasiosi di pulizia esterna non hanno dato alcun miglioramento, mi sono rassegnato ad aprire il mouse. O, meglio, a forzare il mouse, come fa Pietro Gambadilegno con la cassaforte della Bank of Topolinia. Sì, perché quei geni assoluti che hanno realizzato questo mouse non hanno previsto la possibilità di pulirlo, se non rompendo una ghiera con un cacciavite.
Se vi interessa, la pallina era pulita come un neonato dopo il bagnetto, e tuttavia non funzionava. Ho richiuso il mouse con un po' di colla e mi ho detto addio allo scrolling. La parte istruttiva di questa esperienza è che ho visto con i miei occhi il meccanismo su cui si basa la magia del mouse: una pallina che si appoggia su quattro pirolini magnetici che, a loro volta, trasmettono il movimento cavo usb. Tutto tranne che mighty, quindi. Semmai è mighty il vecchio mouse che conservo in una scatola, regalatomi con un computer del 2001 e ancora perfettamente funzionante.

Ma gli esempi sono infiniti. Qualche anno fa, mio papà è rimasto a piedi perché la batteria dell'automobile si è scaricata. Sono cose che capitano, e infatti lui ha tentato di avviare il motore in discesa, come gli era stato insegnato nel 196x quando ha preso la patente. Povero illuso! Già la sua macchina, acquistata nel 1997, monta un sistema di allarme che impedisce di avviare il motore a batteria scarica, e obbliga ad un reset mediante computer dopo la sostituzione della batteria. Una semplice operazione di sostituzione della batteria è diventata un intervento informatico con esiti incerti (esisterà ancora il software giusto per una centralina elettronica così obsoleta?).
E vogliamo parlare della robustezza dei cellulari? Ho visto cellulari di prima generazione caduti dal secondo piano e perfettamente funzionanti. Adesso basta un graffio sul display touch-retina-alta definizione-delicato per dita sensibili e devi spendere cento euro per farlo sostituire.

Ma il bello è che nessuno si lamenta, e vige la rassegnazione più deprimente. Nessun venditore di elettrodomestici invoglia il cliente all'acquisto con la promessa che "questo frigorifero è indistrittubile". Ci hanno lavato il cervello, e ci riteniamo fortunati se il televisore si accende ancora dopo cinque anni. Io ne ho uno del 1986, con qualche acciacco, ma talmente robusto che non ha mai richiesto una riparazione. Se credete di trovarne ancora in vendita, siete dei poveri illusi.

Quello che segue può avere il sapore di una banalità da mercato del pesce, ma lo scrivo ugualmente. Una legge regionale della Lombardia ha imposto l'installazione dei contabilizzatori di calore e delle termovalvole su tutti i caloriferi condominiali. Nel mio palazzo avevamo una caldaia del 1995, perfettamente funzionante ma indiscutibilmente primitiva: si accendevano le fiamme dell'inferno per quattordici ore al giorno, e negli appartamenti avevamo spesso 24 o 25 gradi. Quest'anno abbiamo installato un sistema di quattro caldaie di ultima generazione, che rispettano il limite di 20 gradi imposto per legge. Sprigiona meno di un quarto dei fumi rilasciati dalla caldaia precedente, e consuma molto meno metano. Qual è stata la reazione della maggioranza dei condomini? Furia sterminatrice verso l'amministrazione, perché "la guerra è finita, non possiamo morire di freddo a casa nostra" (testuali parole di un condomino in assemblea).
Ditemi voi se venti gradi possono far morire qualcuno per assideramento. E il bello è che questi condomini sono cresciuti nel primo dopoguerra, quando le case erano riscaldate dalle stufe a kerosene e la miseria imponeva di riscaldare solo un locale.

Temo che abbiamo costruito una società fragile, ormai incapace di vivere senza le comodità. Scopriamo che un guasto ad un impianto di distribuzione dell'energia elettrica può far collassare le attività di un'intera regione, scatenando vere e proprie scene di panico nella popolazione.
Quel che è peggio è che stiamo dismettendo i servizi più robusti (le comunicazioni radiofoniche, quelle postali, perfino alcune attività mediche basilari) poiché li riteniamo obsoleti. Io, quando penso all'intrinseca instabilità che connota il vivere quotidiano ai tempi dell'informatica, non mi sento affatto rassicurato.



lunedì 19 novembre 2012

Ma no, e chi se l'aspettava?

EVALUATING STUDENTS’ EVALUATIONS OF PROFESSORS
(LE VALUTAZIONI DEI DOCENTI UNIVERSITARI DA PARTE DEGLI STUDENTI)
Michela Braga (Università degli Studi di Milano), Marco Paccagnella (Banca d’Italia)
e Michele Pellizzari (Università Bocconi, IGIER e IZA)
Tema di discussione n. 825, ottobre 2011
Classificazione JEL: I20 – Parole chiave: qualità dell’insegnamento,
istruzione universitaria.
Sommario non tecnico
I lavori pubblicati nella collana Temi di discussione intendono contribuire al dibattito scientifi-
co nei diversi campi di interesse dei ricercatori della Banca d'Italia. Le opinioni espresse nei la-
vori sono attribuibili esclusivamente agli autori e non impegnano in alcun modo la responsabi-
lità dell’Istituto. Nel citare i temi, non è, pertanto, corretto attribuire le argomentazioni ivi e-
spresse alla Banca d’Italia o ai suoi Vertici.
La qualità dei docenti è un fattore chiave
nel determinare la preparazione degli studenti,
ma è difficile da misurare e risulta spesso poco
correlata con caratteristiche osservabili quali
gli anni di insegnamento. In molti paesi tale
fattore viene misurato con il contributo di que-
stionari anonimi compilati dagli studenti, un
metodo la cui validità è però soggetta a criti-
che. Ad esempio, gli studenti potrebbero valu-
tare positivamente solo quei docenti che forni-
scono le votazioni più elevate.
Il lavoro sfrutta il meccanismo di alloca-
zione casuale a insegnanti diversi di una coorte
di studenti dell’Università Bocconi per stimare
l’effettivo valore aggiunto dei docenti in ter-
mini di voti conseguiti dagli studenti negli e-
sami successivi. Tale misura “oggettiva” di
qualità del docente viene poi confrontata con
le valutazioni anonime espresse dagli studenti.
I risultati confermano, in primo luogo,
l’importanza dei docenti: studenti che frequen-
tano lo stesso corso con insegnanti diversi pos-
sono presentare, negli esami successivi, divari
non trascurabili nei voti conseguiti. È possibile
inoltre stimare che, all’ingresso nel mercato
del lavoro, tali divari si traducano in un premio
salariale dell’1,4% (circa 180 euro all’anno).
In secondo luogo, l’effettivo valore ag-
giunto del docente è correlato negativamente
con le valutazioni formulate dagli studenti: i
docenti che ricevono le valutazioni peggiori
sono quelli i cui studenti ottengono i voti più
alti negli esami successivi; le valutazioni mi-
gliori sono invece ottenute dai docenti dei cor-
si in cui vengono dati i voti più elevati.

Tali risultati sono spiegabili da un mec-
canismo per cui alcuni docenti trasmettono le
conoscenze più utili per il prosieguo della car-
riera accademica, ma richiedono agli studenti
un maggiore impegno; altri docenti si limitano
invece a insegnare il metodo migliore per su-
perare l’esame, innalzando il voto medio della
classe e riducendo l’impegno richiesto nello
studio.
Se per gli studenti il costo di tale impe-
gno è correlato negativamente con la loro abi-
lità, mentre le loro valutazioni dipendono posi-
tivamente dal voto ottenuto e negativamente
dall’impegno profuso, studenti meno abili as-
segneranno valutazioni peggiori ai docenti mi-
gliori.
Il lavoro discute infine vari interventi
che potrebbero contribuire a migliorare la qua-
lità dell’insegnamento. Ad esempio, limitare
gli esami a risposta chiusa disincentiverebbe lo
svolgimento di lezioni finalizzate al mero su-
peramento dei corsi. Se i voti d’esame fossero
assegnati da docenti diversi da quelli che ten-
gono le lezioni si scoraggerebbero taciti scam-
bi tra i voti degli insegnanti e le valutazioni
degli studenti. Sarebbero utili, inoltre, misura-
zioni della performance degli insegnanti basate
sulla valutazione dei colleghi (peer review), in
linea con l’approccio utilizzato nel campo del-
la ricerca scientifica.

(fonte: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td11/td825_11/td825)


domenica 18 novembre 2012

Non me ne frega niente

Dopo il post Non ho capito, oggi tocca al ben peggiore Non me ne frega niente. Grazie ad un tweet della poliedrica letterata Chiara Prezzavento (redattrice di un interessante blog), sono finito su questo post. L'argomento è delicato: è possibile catturare l'attenzione degli adolescenti facendo una lezione/conferenza?

Il post di Davide è abbastanza spietato, e non sembra lasciare troppe speranze. La mia esperienza è ovviamente molto diversa da quella dell'autore di testi fantasy, e certamente la matematica non è il miglior viatico per affascinare le grandi platee. Devo però concordare sul punto dolens: sempre più spesso i ragazzi e le ragazze hanno in bocca la frase Non me ne frega niente.

Non so se la colpa sia di Licia Colò (come ironicamente suggerito da Davide) o della persona che parla in cattedra, ma è sempre più complicato ottenere l'attenzione delle ultime generazioni. Sentendomi spesso accusare di essere un bieco laudator temporis acti, potrei dire sentenziosamente che "ai miei tempi i giovani erano più educati". Certo la società rurale, luogo di rigida sottomissione fra classi sociali e nobiliari, imponeva un atteggiamento più disciplinato, spesso inculcato a forza di bacchettate sulle dita e ceffoni al ritorno da scuola.

Io per la verità sospetto che sia cambiato poco: ma oggi i ragazzi non hanno più paura di ostentare il loro disinteresse, mentre i nostri nonni l'avevano. Questo, chiaramente, non offre una visione migliore del problema, poiché appare insensato ripristinare le punizioni corporali per salvaguardare le apparenze.

Dal mio misero osservatorio di insegnante per le matricole scientifiche posso ormai affermare con relativa certezza che il modo migliore per stuzzicare l'attenzione di tanti giovani è quello di parlare dei loro interessi: appena nomino gli esami, miracolosamente alzano tutti le antenne. Beh, battute a parte, la colpa è spesso di chi imposta il discorso. Se è vero che un corso scolastico o universitario non può cercare l'applauso a tutti i costi, una conferenza divulgativa ha maggiore libertà di movimento. Purtroppo i conferenzieri fanno sovente la figura di intellettuali che vivono nella loro torre d'avorio, convinti perfino di conoscere le opinioni dei giovani. Troppo tardi scoprono la dura realtà, sbattendo il naso contro quelle sedie ruotate di 90 gradi di cui parla l'autore del post citato all'inizio.

Riassumendo, vedo nella discussione due aspetti: da una parte l'indubbia sfacciataggine (sia detto senza cattiveria) delle ultime generazioni, che non si vergognano di mostrare apertamente disinteresse. Dall'altra c'è l'orgoglio di quelli che salgono in cattedra e vorrebbero assistere ogni volta ad un trionfo di popolarità. Forse non è vero che "a questi ragazzi non interessa più nulla", come si asserisce; magari c'è soprattutto un problema di incomunicabilità radicale, acuito dalla velocità del nuovo millennio. Ora i gusti e gli interessi mutano alla velocità della luce, ed è sempre più complesso stare al passo.

sabato 17 novembre 2012

Ministero delle attività improduttive

Sono sempre più convinto che il già ricco elenco di ministeri della Repubblica manchi di quello più importante: quello delle attività improduttive.

Utilizzo l'aggettivo improduttivo come negazione della produttività in senso mainstream: la produzione di beni materiali tangibili ed immediatamente vendibili (in teoria) al miglior offerente. Non è un mistero che la politica italiana consideri meritorie quelle attività, prevalentemente imprenditoriali, che consentano (sempre teoricamente) una realizzazione di cassa con poco sforzo. Al contrario, domina la convinzione che gli investimenti, economici e umani, siano sprechi, perché tanto nel lungo periodo saremo tutti morti.

L'ipotetico ministero delle attività improduttive dovrebbe accorpare esattamente i settori della società che lavorano non già per far comprare il SUV all'imprenditore, bensì per migliorare le condizioni di vita dei figli e dei nipoti. Penso, per fare qualche nome, al sistema sanitario, alla scuola e alla ricerca scientifica e tecnologica, al welfare.

Questi sono settori tutt'altro che improduttivi (nel senso nobile del termine), poiché morire di morbillo (come avviene in troppi Paesi emarginati) o crescere semi-analfabeti non sono condizioni ideali per il benessere. Certamente i soldi per la scolarizzazione di medio-alto livello non saranno mai recuperati nell'arco di pochi mesi o di pochi anni. Parafrasando un politico miope del recente passato, si fanno più soldi producendo scarpe di lusso che pagando borse di studio agli studenti meno abbienti (e mettiamoci pure meritevoli, per non essere accusato di remare contro la meritocrazia). Ma nemmeno questo è vero: le capacità di sviluppare scienza e tecnologia d'avanguardia potrà essere sfruttato a tempo debito anche dalle imprese, che potranno vendere prodotti migliori e più competitivi. Capire questo richiede uno sforzo notevole, e una lotta contro il basso istinto di arricchimento personale e veloce.

Se una nazione evidentemente provinciale come l'Italia ha una destra politica apertamente schierata per un riavvicinamento all'economia post-feudale (pochi benestanti che comandano e tanti poveri che obbediscono e lavorano a testa bassa), sorprende che il progressismo nostrano abbia forti pulsioni ad assimilare gli stessi modelli di sviluppo. D'altronde, la visione mainstream è tale proprio perché main, cioè maggioritaria. La destra può tranquillamente sedurre i capitani d'industria (ammesso che esistano ancora), mentre la sinistra deve… fare lo stesso!

E così l'ala progressista esulta per le vagonate di milioni alle scuola paritarie, che forse dovrebbero camminare con le proprie gambe. Non è strano: se lo Stato investe nella scuola e nell'istruzione, sono proprio i principi del capitalismo che destinano all'investitore i frutti dell'investimento. Chi potrebbe lamentarsi perché un'azienda privata non sovvenziona la concorrenza? Il nostro capitalismo all'amatriciana pretende invece che "quello che è mio è mio, e quello che è tuo è ancora mio".

Paradossi del sistema cui siamo pervenuti dopo decenni di sudditanza psicologica al dio (minuscolo) capitale. E poi ci si sente rivoluzionari perché si vota un comico che invoca la povertà certificata per gli amministratori. A me fa venire in mente Salazar, il dittatore portoghese che conduceva una vita monastica, senza nemmeno prender moglie per non doverla mantenere. Impose per decenni un regime di austerità (almeno per la massa), mantenendo tuttavia il potere assoluto nelle proprie mani. La Storia è una grande ruota, che prima o poi resuscita i morti.

martedì 13 novembre 2012

Non ho capito

Il titolo di questo post è una delle frasi (o una delle frasi equivalenti) che origlio più spesso la mattina, in treno. Quasi ogni gruppo di studenti propone una variante, tutti i giorni.
Ripensando agli anni della mia giovinezza, temo di averne abusato molte volte. Essere studente significa, potremmo dire, non capire qualcosa. All'inizio non capivo la matematica, poi non capivo la storia, poi non capivo la biologia, ecc. ecc. Un paio di settimane fa, una collega diceva che a mezzogiorno ha spiegato qualcosa, e alle due del pomeriggio aveva già gli studenti a ricevimento che si lamentavano di non aver capito.

La saggezza (poca) acquisita con l'esperienza (per fortuna non troppa) mi induce a pensare che spesso sia un alibi linguistico. Molti studenti usano l'incomprensione (in senso letterale) come arma di difesa, o come giustificazione per ritagliarsi un pomeriggio di svago. Tanto non capisco nulla! e via, a spasso con gli amici.

Non sono un fanatico, e credo nel valore educativo di qualche pomeriggio rilassato, che senz'altro offre al cervello il tempo di metabolizzare le informazioni raccolte. Ma faccio anche autocritica, perché ora so che quasi sempre non capivo quello che non mi piaceva. Insomma, non volevo capire, perché detestavo l'argomento. La mia bestia nera era la storia; quante volte mi sono lamentato con la professoressa perché non capivo una spiegazione? Direte voi che c'è poco da capire in una lezione di storia, salvo casi particolari. E avete ragione, almeno dal mio punto di vista: non capivo perché detestavo.

Detto questo, che mi sembra molto umano e condivisibile (inutile avere false speranze, non possiamo farci piacere qualunque cosa), trovo che ultimamente il tasso di sconforto per non aver capito sia in preoccupante aumento. Se spiego un teorema difficile, non mi aspetto che tutti i miei studenti padroneggino all'istante il contenuto. Ci mancherebbe altro! Eppure vedo che questa consapevolezza, che ormai ritengo fisiologica e naturale, crea problemi a molti giovani: faticano a capire subito un concetto, e quindi rinunciano perché tanto non ci arriveranno mai. Ma almeno dovrebbero provare, dare a se stessi un paio di giorni per assimilare e ripensare al teorema, concedersi il lusso di provare e di sbagliare.

Certamente a trentotto anni ho una visione più rilassata di quella che avevo alla loro età, ed è sacrosanto che a vent'anni i sentimenti siano più netti e taglienti. Ma ho paura che le ultime generazioni siano state risucchiate da una società omologata, dove nessuno ha più tempo per niente. Quando un esercizio non riesce, si cerca la soluzione su internet, o si manda un messaggio istantaneo al più bravo della classe. Io, al massimo, potevo alzare la cornetta del telefono fisso e sperare che qualche amico avesse voglia di fare i compiti insieme a me; oppure dovevo sfogliare i libri di testo e cercare di capire dove stessi sbagliando. Chi va piano, va sano e va lontano.

lunedì 12 novembre 2012

Presi in giro

Parlando con un amico insegnante, è emerso un tema che sembra essere di grande attualità: la diffusione delle ridicolizzazioni online dei professori.

Quando andavo a scuola, dalle medie all'università, ho avuto tante occasioni per scherzare con i compagni di classe sui miei professori. C'era la professoressa che parlava in dialetto calabrese anche quando leggeva le poesie latine, c'era il professore con il tic linguistico del "tendenzialmente", c'era la professoressa che vedeva poco e avvicinava il vocabolario al naso per mettere a fuoco le parole. Insomma, volavano battute cattive e commenti sarcastici sui nostri avversari. Già, perché i professori erano e saranno sempre avversari sul cammino di maturazione di ogni studente: che ci piaccia o no, tutti noi abbiamo assorbito qualcosa dei nostri insegnanti, in un processo di imprinting ineluttabile.

Tutto quello che ho descritto accadeva fra le quattro mura di un'aula, e comunque in una cerchia di ragazzi e ragazze relativamente limitata. Oggi è tutto diverso, come diceva questo mio amico. Oggi gli studenti scrivono le stesse battute sarcastiche sui social network, e li rendono immediatamente visibili ad un numero illimitato di utenti. E nessuno è immune da questo fenomeno: non mi interessa particolarmente, ma sono certo che i miei studenti si fanno beffe del mio modo di esprimermi, del mio aspetto fisico, dei miei atteggiamenti alla lavagna, del mio abbigliamento. Fanno esattamente quello che facevo io, solo che lo fanno pubblicamente.

La letteratura e le cineteche abbondano di esempi di esposizione al pubblico ludibrio per educatori ed insegnanti. Una conoscente ha fatto rimuovere un video registrato a sua insaputa durante una lezione; ovviamente non c'erano gli estremi per un'accusa di diffamazione o di stalking, ma la questione della riservatezza della propria immagine è importante.

Ma è importante, per noi insegnanti, saper stare al gioco, a patto che di gioco si tratti. Non è grave una caricatura dell'accento o del modo di vestirsi, e addirittura una reazione sproporzionata può alimentare il fenomeno ed ingigantirlo. A ben guardare, la cattedra è un piccolo palcoscenico sui generis, dove il docente si esibisce e cerca di catturare l'attenzione del pubblico (quasi sempre pagante, detto per inciso).

Molti colleghi si adoperano per spiare le attività dei propri allievi sui network sociali, ma lo ritengo un comportamento vagamente morboso. Non capisco se sperino di leggere qualche commento o se sperino di non leggere alcun commento. Forse, come gli attori, anche gli insegnanti hanno bisogno di sentirsi sotto la luce dei riflettori, nel bene e nel male.

domenica 11 novembre 2012

Recensione: Niceville

Ho appena chiuso il volume Niceville, dello scrittore nordamericano Carsten Stroud.

 

Confesso che la lettura è stata impegnativa, 414 pagine non sono mai una passeggiata. L'ho comprato senza sapere bene perché, forse ne avevo letto un'anticipazione in uno dei cataloghi gratuiti che le case editrici spediscono a casa. Ecco il riassunto della trama offerto dall'editore:

Benvenuti a Niceville, una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti, circondata dal verde delle colline, popolata di alberi e di antiche ville coloniali... E abitata dal male. Nelle sue strade deserte, illuminate dalla luce seppiata del pomeriggio che inonda prati perfettamente curati, da anni ormai troppa gente sparisce nel nulla. Come Rainey Teague, di appena dieci anni, che la madre aspetta invano di veder spuntare lungo il vialetto di casa, strascicando i piedi come ogni giorno dopo la scuola. Quando scatta l’allarme della sua scomparsa, la polizia si mobilita in massa, anche se non c’è nessun indizio da seguire. O quasi. Perché a Niceville ogni famiglia nasconde un segreto. La scomparsa di Rainey è soltanto il primo anello di una catena di avvenimenti che nel giro di sole trentasei ore travolgeranno la vita di molte persone. Soprattutto quella di Nick Kavanaugh, un poliziotto con un lato oscuro, e di sua moglie Kate, appartenente a una delle più antiche famiglie di Niceville. Una realtà agghiacciante sta per riemergere, e nessuno può far nulla per impedirlo. Perché a Niceville niente rimane sepolto per sempre.

Ebbene, è opportuno sottolineare che raramente un riassunto è fuorviante come questo. Il libro è una sorta di thriller metafisico, in cui la Georgia offre il meglio del suo campionario di ex militari corrotti, spietati assassini, poliziotti e agenti federali dal grilletto facile. Accanto ad una storia di ordinaria criminalità (una rapina in banca in cui sparisce, oltre ad un mucchio di dollari, anche un prototipo segreto che fa gola ad una società cinese di spionaggio industriale) c'è il mistero delle sparizioni misteriose di alcuni abitanti di Niceville. L'autore non tiene particolarmente al colpo di scena, e avvicina immediatamente il lettore al lato paranormale del romanzo: queste persone vedono immagini ammalianti nei vetri e negli specchi. Sono fantasmi del loro passato, che tornano a prenderli per l'eternità. Di loro, dopo l'incontro con il Male, resta solo un'alone tiepido sul pavimento.

Il finale, leggendo i commenti in internet, ha deluso molti lettori. La spiegazione non è purtroppo contenuta nelle pagine del libro, ma è facile scoprirla visitando il sito dell'autore. Questo è il primo capitolo di una trilogia (che si annuncia alquanto corposa, nella tradizione di Stephen King), e seguiranno The Homecoming (estate 2013) e The Departure (estate 2014).

La mia opinione è che si tratti di un prodotto più che dignitoso, assai ben pubblicizzato dal sistema editoriale internazionale, ma talvolta lento e noioso. Ho la sensazione che almeno cento pagine potessero essere risparmiate in fase di revisione delle bozze. Per un giudizio complessivo occorre inevitabilmente attendere i successivi volumi, dove sembra che prevarrà il lato soprannaturale della narrazione. 

Chi non ama le storie a puntate farebbe meglio a cercare sugli scaffali un altro libro.

venerdì 9 novembre 2012

L'orrore della montagna

Ieri sera ho visto un film horror di qualche anno fa, Calvaire. Ecco il trailer:




Calvaire (The Ordeal) - Trailer

Non è un capolavoro, nonostante la bella fotografia e il solito fascino delle produzioni francesi e belghe. La trama è quella tipica di un film de paura: cantante smarrisce la strada mentre attraversa le montagne, e rimane bloccato. Chiede ospitalità in una locanda isolata, dove il gestore lo accoglie e gli promette di riparare il guasto al furgone. Sarà l'inizio di un incubo, perché il locandiere è un folle che lo segrega e lo tratta come la moglie che l'ha abbandonato anni prima.

A parte l'apparente banalità del plot letterario, questo film mette una notevole inquietudine. Il momento più suggestivo è quando un gruppo di paesani irrompe nella locanda e uccide il gestore e il figlio (ritardato) di questi. I presunti liberatori si rivelano aguzzini ancora più spietati e sanguinari. La sceneggiatura incoraggia un fastidioso razzismo culturale, secondo cui gli abitanti delle zone montane sarebbero esseri primitivi adusi ad ogni tipo di vizio e depravazione. Ma il rapporto fra cittadini e campagnoli è molto più delicato in Francia che in Italia, e potrei aver frainteso il messaggio.

Il vero motivo della mia inquietudine nel vedere questa pellicola è che rappresenta forse la principale paura di tutti gli escursionisti: quella di uscire per una passeggiata e di incontrare uno spietato assassino. Magari sembra stupido, ma la montagna è spesso una finestra spazio-temporale che riporta il camminatore nel passato, dove i telefoni cellulari non esistevano e ogni rumore poteva costituire l'indizio di una minaccia alla propria incolumità.

Se avete mai fatto qualche uscita lungo i sentieri della Valle d'Aosta o dell'Alto Adige, probabilmente conoscete il senso latente di allarme che vi prende quando vedete una persona camminare verso di voi. Sarà senz'altro un altro appassionato di trekking, ma potrebbe essere un killer in fuga o uno psicopatico. E allora ci si guarda ma senza fissarsi, si azzarda un rispettoso saluto e si mantiene una certa distanza fisica.

Adesso non datemi del paranoico: so benissimo che è più frequente slogarsi una caviglia che finire per le mani di un maniaco montanaro. Eppure noi cittadini ci sentiamo deboli, quando siamo in mezzo a gente che conosce i segreti dei monti e li frequenta abitualmente. Sull'altopiano di Asiago ho guardato con una certa ansia un'impronta nella neve, perché poteva essere quella di un lupo; ovviamente non ho mai incontrato un lupo, ma altrettanto ovviamente non sarei stato in grado di gestire un tête-à-tête del genere.

Per essere del tutto sincero, l'unica zona dove ho vissuto l'ambiente naturale con più inquietudine è stato proprio l'altopiano di Asiago: monti brulli e disabitati, sentieri poco battuti dai turisti e assenza pressoché totale di rifugi e bivacchi. Ma perfino i monti del Lario, a pochi chilometri da casa mia, non sfigurerebbero in un film dell'orrore; basta raggiungere i paesi più isolati per incontrare facce strane di indigeni che guardano con sospetto i forestieri, e ci metterebbero un attimo a darti una botta in testa e a farti sparire nelle loro cascine.

E poi dicono che nelle città la gente non si sente al sicuro. Dovrebbero provare a fare un giro nei boschi, per rimpiangere i cosiddetti balordi che terrorizzano le vecchiette con i loro strani idiomi.

domenica 4 novembre 2012

Libri: scriverli e leggerli

È domenica, l'ultimo giorno di un lungo ponte festivo. Piove e fa freddo per uscire, così mi metto a leggere un libro. Pochi minuti dopo averlo preso in mano, lo sguardo passa alla mia modesta libreria. Ad essere sincero possiedo un buon numero di volumi, che ormai raccolgo non solo sulla libreria ma anche nelle ante degli armadi. Di questi libri, parecchi sono stati acquistati a mai letti: alcuni erano in omaggio con un quotidiano, altri erano consigli per la lettura delle professoresse di italiano, e in quanto tali chirurgicamente relegati in fondo ad un cassetto.

L'epifania che mi ha colpito oggi, peraltro un'epifania piuttosto banale, è la considerazione degli sforzi compiuti dagli autori per scrivere questi testi. Spesso hanno dedicato mesi, e forse anni, alla stesura delle bozze, e poi hanno perfezionato lo stile per altri mesi. Un libro, a patto di volerlo scrivere bene e non come un instant book per far soldi, ha una gestazione molto lunga. Ma quanto vive, dopo essere passato da bruco a farfalla?

La risposta dipende ovviamente dalla natura del libro, e altrettanto ovviamente dal modo di misurarne la vita. Un romanzo, per fare un esempio, attraversa la vita del singolo lettore per pochi giorni; i lettori più voraci divorano un romanzo di media lunghezza in poche ore, e i lettori più lenti vi si dedicano per un paio di settimane. È però vero che ogni libro vive in dimensioni parallele: la vita per il singolo lettore e quella per la comunità dei lettori. Che significa? È semplice: se acquisto un libro e lo leggo in tre giorni, per me quel libro è vissuto tre giorni. Ma sono ottocento anni che l'umanità legge la Commedia di Dante Alighieri, e non sembra essersene stancata. In questo senso, un buon libro vive infinitamente più a lungo del proprio autore.

Per altri tipi di libri la situazione è più precisa: i saggi di attualità politica ed economica sono confinati nello spazio di pochi anni, salvo che quelli di respiro storico così ampio da diventare classici. I manuali scientifici tendono ad invecchiare abbastanza in fretta, e perfino i testi degli scienziati più famosi del passato valgono ormai solo come testimonianze letterarie.

Uno di questi giorni passerò in libreria per ordinare una recente antologia:


Sono sempre stato appassionato della letteratura italiana delle origini, e da qualche parte ho i quattro volumi di Gianfranco Contini dedicati ai poeti del Duecento. Sarebbe bello poter intervistare Guido Cavalcanti o Cino da Pistoia, e chieder loro se avrebbero mai immaginato di esser letti ininterrottamente per i successivi otto secoli. Forse costoro credevano di scrivere sonetti per le loro innamorate e pochi uomini colti e benestanti. Senz'altro non avrebbero pensato di vedere le loro poesie sullo schermo di un computer o di un tablet, né di leggere le lunghe note a pié di pagina in cui gli studiosi analizzano l'uso di un verbo o di un aggettivo.

In fondo è proprio questa la magia dei libri: prolungano l'esistenza dell'autore oltre il limite della vita biologica, e lo fanno rinascere nelle menti degli studenti e degli studiosi di ogni epoca.