giovedì 27 settembre 2012

Crash test

Ricevo un'email relativa alle nuove modalità d'utilizzo della piattaforma per gli esami on-line. Dopo quattro paragrafi di celebrazioni, ecco il link per provare le novità.

Accedo, simulo la creazione di un appello on-line, imposto tutti i parametri, e premo su "Prosegui":
Fatal error, appello creato con successo. Clicca qui per proseguire.

Io clicco, un po' scettico.
Si è generato un errore.

Devo ancora capire se gli faccio schifo io, o se la questione è più complessa.

mercoledì 26 settembre 2012

Incubo di un matematico

Stanotte ho fatto uno strano sogno. Ero ad un convegno, ed ero il conferenziere. Con grande savoir faire spiegavo i miei risultati. Giunto alla fine, il chairman si alzava e mi chiedeva maggiori dettagli sulla tecnica di dimostrazione. A quel punto, io entravo velocemente nei dettagli, convinto di soddisfare le sue curiosità.

Dopo avermi guardato negli occhi, il chairman esclamava: "Insomma, il suo risultato è una cagata pazzesca!" Preso dal panico, cominciavo a giustificarmi, e ripetevo che la tecnica poteva anche sembrare una cagata pazzesca in quel caso, ma era comunque molto valida per risolvere altri problemi.

Infine, in un vortice di umiliazione, mentre cercavo di esporre qualche esempio, il conferenziere successivo si avvicinava al tavolo e iniziare la sua conferenza. Nessuno badava più a me, e non mi restava che allontanarmi a testa bassa.

Decisamente avrei bisogno di lavorare sulla mia autostima.

martedì 25 settembre 2012

Adotta una costante!

Scena di vita vissuta. Interno giorno.

Docente: "Ricorda la definizione della scrittura $\lim_{x \to +\infty} f(x)=\ell$?"
Studente: "Ehm.... Sì, allora... Dobbiamo adottare una costante."
Docente: "Adottiamola!"
Studente: "Ecco, adottiamo una costante positiva..."
Docente: "Ora che l'abbiamo adottata, ci converrà darle anche un nome, no?"
Studente (che non coglie l'ironia un po' facile): "E poi dobbiamo anche adottarne un'altra, anch'essa positiva."
Docente: "Una famiglia numerosa!"
Studente: "..."

Non lasciarle sole in un orfanotrofio: adotta anche tu una costante positiva! Tengono compagnia e mangiano poco, le compagne ideali per le noiose giornate d'autunno. Telefona subito, e porta a casa la tua costante positiva!

giovedì 20 settembre 2012

Recensione: Una classe difficile

Oggi vi parlo dell'esordio letterario di Giulia Bozzola, con il romanzo Una classe difficile (edito da Fazi)


Si tratta di un romanzo nel romanzo, nel senso che la protagonista, Greta, scrive una memoria indirizzata ad un maresciallo dei carabinieri. Scopriamo così che Greta è stata supplente in una scuola media di Meduno, un paese sperduto tra le montagne del Friuli. Erano gli anni dei bombardamenti sul Kosovo, e lei era una giovane precaria della pianura. Capiamo che morì un ragazzo, ma l'autrice centellina (un po' manieristicamente) il mistero, e ci introduce nella cronaca apparentemente abitudinaria di un anno scolastico: i colleghi, i ragazzi, la solitudine della montagna d'inverno. Solo alla fine apprendiamo la verità: aspra e senza speranza.

Leggiamo in copertina che questo romanzo ha creato scalpore in Friuli, e bastano poche pagine per capirlo. Giulia Bozzola disegna una protagonista al limite dell'autismo, sprezzante verso le persone di Meduno e verso le loro abitudini di vita. Qua e là emerge lo spiacevole atteggiamento del cittadino che tratta i montanari come fossero intrinsecamente imperfetti; è facile immaginare che gli abitanti delle valli si siano sentiti a disagio.
Complessivamente è un ottimo esordio, forse leggermente prolisso nella seconda parte. Qualcuno forse troverà echi di romanzi celebri (mi sembra che ci sia un evidente richiamo al Signore delle Mosche nel capitolo sulla festa al fiume, con i tamburi assordanti e la festa pagana), ma lo stile è piacevole. A volte la Bozzola si affida al flash-back improvviso, rendendo difficile il salto fra la narrazione contemporanea e quella dei ricordi. Purtroppo il lettore tende a dimenticare che sta leggendo un memoriale, e gli appellativi diretti che la protagonista indirizza al carabiniere non sono sempre naturali.

Se proprio vogliamo trovare un difetto a questo libro, probabilmente è la ricchezza degli spunti. Ci sono tanti temi: l'innamoramento platonico per il collega comunista e depresso, l'affetto un po' ambiguo per l'allievo Occhiverdi, la malinconia dell'insegnante che abbandona gli alunni, i rapporti sconfortanti con l'autorità costituita (presidi, carabinieri, ecc.), la paura della guerra, il rimpianto per i sogni mai realizzati. Insomma, c'è probabilmente troppo, e spesso resta una sensazione di incompiutezza. Alcuni argomenti entrano ed escono dal racconto senza apparente ragione, forse nel tentativo di riprodurre la vita.

Le pagine conclusive sono appassionanti e inutilmente amare. Il capitolo esplicativo finale, paradossalmente, poteva essere risparmiato: in fondo, conta davvero la realtà?


mercoledì 19 settembre 2012

La scuola accorcia la vita?

Stamattina sono arrivato in ufficio, e sul mio profilo Facebook ho trovato questo link. L'autore, ricercatore presso il dipartimento di fisica dell'Università di Torino molto attivo negli scorsi anni di protesta contro la cosiddetta riforma "Gelmini", contesta le ultime dichiarazioni d'intenti del ministro Profumo.
Eccezione fatta per l'uscita futurista sui maestri di scuola virtuali, probabilmente ispirata dal desiderio di apparire "ggiovane", sono rimasto estremamente sorpreso dalle argomentazioni del collega Ferretti contro l'abbassamento dell'età scolastica a cinque anni.

In prima istanza, mi sembra piuttosto incredibile che qualcuno cerchi una correlazione fra l'aspettativa di vita e l'età scolastica: paradossalmente, il messaggio sposato da Ferretti è che vive meglio chi va poco a scuola. Infatti abbiamo capito tutti che non possiamo permetterci di iscrivere i bambini a sette o otto anni e tenerli sui banchi uno o due anni in più; già ora le carriere scolastiche italiane sono troppo lunghe.
Anche l'argomento che a undici anni non si notano differenze fra i bambini che hanno iniziato a studiare presto e quelli che hanno iniziato un po' più tardi mi sembra quasi ovvio: che cavolo si aspettavano questi studiosi? Forse che a undici anni i primi sapessero tradurre dal greco antico o risolvere equazioni differenziali? In attesa di una ricerca che mi smentisca, penso che il cervello dei bambini sia molto flessibile, quindi ci mancherebbe solo che a undici anni ci fosse una "forchetta" definitiva fra i destini degli infanti!

Non mi pronuncio sulle ripercussioni dell'anticipo d'età rispetto alla propensione a studiare oltre l'obbligo. Immagino che possa subentrare un effetto-stanchezza, anch'esso ragionevole. Quello che non ho capito bene è se il confronto sia fatto a parità di cicli scolastici o a parità di età anagrafica. In effetti, che significa andare a scuola prima? Significa scalare la carriera di un anno, oppure aggiungere un anno scolastico al percorso attuale? Nel primo caso, mi sembra pretestuoso dire che, a parità di carriera complessiva, faccia male anticipare di qualche mese l'inizio. Nel secondo, mi sembra scontato che qualcuno possa soffrire l'aggiunta di un anno secco di scuola.

La questione del cosiddetto "colossale studio effettuato su un arco temporale di 80 anni" riguardante la tendenza dei bambini pre-scolarizzati a diventare etilisti, psicolabili e condannati ad una vita più breve è succosa per un giornalista.
Da profano della statistica e della sociologia, ho il dubbio che si tratti di uno studio talmente elefantiaco che i risultati possano essere contraddittori. Come è stato possibile attribuire esattamente all'età di scolarizzazione le conclusioni tratte? Non sarà come quegli studi che i giornali ci tirano addosso quotidianamente, secondo i quali oggi fa bene il vino e domani è un veleno mortale? Ieri dovevamo tutti fare jogging e oggi è una delle cause di morte precoce: titoli così si leggono di continuo.

Io ho imparato a leggere a cinque anni, grazie alla dedizione di mia mamma, che mi insegnava sui fumetti e sui libri illustrati. Ricordo che mi infuriavo perché volevo leggere da solo le insegne dei negozi e le parole sullo schermo della televisione, quindi lo sforzo di insegnamento le ha risparmiato tanti capricci. Chissà se questo mi ha rovinato per sempre? Lo studio non parla di studio individuale, a casa propria.
Io speriamo che me la cavo!

martedì 18 settembre 2012

Vota Antonio

Certi giorni penso che la migliore campagna elettorale per le alte cariche accademiche possa essere riassunta in una frase di sicuro effetto:

Renderò obbligatorio un corso di addestramento, per il personale e gli studenti, al corretto uso dei WC e degli sciacquoni.

Pulito ed incisivo.

sabato 8 settembre 2012

Il principio della criticalità simmetrica

C'è una tipica situazione in cui non riesco a trattenermi, e questo ha già rovinato la mia reputazione in qualche consesso. Poiché la frase precedente potrebbe essere facilmente equivocato, cerco di spiegarmi meglio. 

Allora: c'è la crisi, come avrete notato negli ultimi $N\geq 3$ anni. Questa circostanza ha sollecitato la creazione di forum, aggregazioni, sodalizi, nei quali circolano idee per uscire dall'emergenza. Se frequentate anche solo uno di questi ambienti, anche solo telematicamente, vi imbatterete presto nella figura dell'elogiatore del futuro idilliaco. Tipicamente si tratta di un politico o di un sindacalista che urla a squarciagola

L'Italia non può diventare una riserva di manodopera a basso costo.

Ogni volta che sento questa frase (o una frase sostanzialmente equivalente), sento un interruttore che scatta nella mia testa, e che mi obbliga a domandare: "Ohibò, e perché no?" Purtroppo questa obiezione, che a me proprio non sembra strumentale, viene raccolta come una provocazione abietta, e mi attira parecchie critiche.

Ho provato a convincermi che sono solo un provocatore, ma proprio non ce la faccio. Volete sapere perché? È, secondo me, un bel caso di ignoranza del principio della criticalità simmetrica. In soldoni, questo principio afferma che, dovendo trovare i punti stazionari di una funzione simmetrica, è sufficiente cercare tali punti fra quelli, appunto, simmetrici. Casi molto elementari si incontrano nei problemi geometrici della scuola superiore: ad esempio, il rettangolo di area massima fra quelli di perimetro assegnato è un quadrato. 

Ora, poiché non vedo motivi cogenti per cui la frase del politico o del sindacalista italiano debba essere di uso esclusivo in Italia, direi che qualunque politico o sindacalista ha il diritto di farla propria. Ad esempio, perché un politico del Burundi non dovrebbe chiedere che il costo della manodopera burundiana (?) sia paragonabile a quello francese o tedesco? Insomma, siamo in presenza di un'affermazione altamente simmetrica, nella quale il nome della nazione potrebbe essere sostituito dal nome di una qualunque altra nazione.

Per il principio della criticalità simmetrica, è allora ragionevole e conveniente che il punto di equilibrio sia quello più simmetrico: per i nostro esempio, è vantaggioso che il costo della manodopera, e più generalmente che la qualità della vita, siano essenzialmente identitici in tutto il mondo. Il massimo della simmetria.

A questo punto, entra in gioco un altro principio dal nome buffo: il principio della piccionaia. Per riassumere in poche parole, questo principio fondamentale afferma che è impossibile disporre $n$ piccioni in $m$ gabbie, se $n>m$ e vogliamo che ogni gabbia contenga un solo piccione. Se ci sono tanti piccioni e poche gabbie, dobbiamo necessariamente mettere più di un piccione in almeno una gabbia. 

A costo di apparire cinico, fate un facile esperimento: prendere l'ultima bolletta dell'acqua potabile, e calcolate quanti litri d'acqua avete consumato ogni giorno. Adesso prendete questo numero e moltiplicatelo per il numero di abitanti della Terra. Siete ancora convinti che sia ragionevole chiedere che tutti gli esseri umani abbiano la possibilità di farsi due docce al giorno, di usare la lavatrice, di lavare la macchina, ecc.? Oppure, siete convinti che tutti gli abitanti della Terra possano avere il cibo che avete voi? Secondo me, servirebbero almeno due pianeti come il nostro.

Ecco, quando faccio questi ragionamenti, mi accusano di essere un fanatico di destra. A me non sembra di aver preso posizione, ma solo di aver messo in evidenza che "volere non è potere". La prospettiva di tornare ad essere schiavi e affamati può farci orrore, ma proprio non vedo come conciliare la pretesa di essere benestanti e tutelati con l'analoga pretesa - sacrosanta - di qualche altro miliardo di persone.

Il vero momento in cui dovrebbe essere facile distinguere la destra dalla sinistra è quello della via d'uscita dall'apparente paradosso cui siamo arrivati. La destra di tutto il mondo chiede che le discriminazioni fra il primo mondo e gli altri mondi siano conservate ed accentuate. La sinistra dovrebbe chiedere di avviarsi lungo la strada della decrescita egualitaria: essere un po' meno ricchi, per essere tutti più ricchi.

venerdì 7 settembre 2012

Back on books

Ogni volta che mi arriva sulla scrivania una copia saggio di qualche testo di matematica, inizio a sfogliarlo con le migliori intenzioni e, puntualmente, ricado sempre sulle stesse domande. È successo anche oggi, dopo che due rappresentanti di una nota casa editrice scolastico-scientifica mi hanno consegnato (di loro spontanea iniziativa) una copia della seconda edizione di un manuale di matematica per l'università. Non farò pubblicità gratuita al volume, limitandomi ad aggiungere che si tratta di un manuale specifico - nelle intenzioni degli autori - per la lauree dell'area "Scienze della vita".

La prima cosa che mi colpisce, quando volto le pagine di un libro nuovo, è l'odore. Quel tipico profumo di liceo, che riempiva la casa quando tornavo dalla libreria con i volumi per il nuovo anno. È l'odore tipicamente proustiano della madeleine, che mi riporta agli anni dell'adolescenza e dei pomeriggi passati a sottolineare e ripetere capitoli dopo capitoli. Mi fa piacere che anche oggi i libri di testo abbiano lo stesso profumo, una peculiarità che difficilmente può appartenere agli e-book.

Ma veniamo al sodo:  la matematica è la disciplina scientifica di cui gli insegnanti/docenti si vergognano maggiormente. Se un professore di chimica è fiero di insegnare chimica, un professore di matematica sembra essere tenuto ad un understatement talmente basso da raschiare il pavimento. Ormai i manuali universitari di matematica sono stracolmi di presunte applicazioni utili della matematica. È politicamente scorretto insegnare la teoria dei limiti per le successioni, se prima non sono state scritte almeno tre pagine di motivazioni prese dal cosiddetto mondo-là-fuori. E allora avanti! Ci sono i soliti conigli di Fibonacci, i soliti organismi che si estinguono in un lago, il solito carbonio che decade. E poi, in fondo, la definizione di limite. Spesso rabberciata, imprecisa, perché la precisione fa paura nel mondo-là-fuori.

Mi domando se esistano professori capaci di raccontare tutte queste belle cose ai loro studenti. Io certamente no: con le ore di lezione cui ho diritto, faccio appena in tempo a dare la definizione matematica dei concetti. Qualche volta faccio un esempio in cinque minuti, perché l'alternativa è "tagliare" interi capitoli del programma.
Una volta ho provato a motivare le equazioni differenziali con il computo degli interessi in un ideale mondo economico onesto. Dopo trenta minuti di spiegazione, gli studenti mi hanno detto che, a loro, non importa un bel fico secco degli interessi bancari. D'accordo che insegnare significa anche imparare a scegliere le parole giuste, ma non posso rinunciare agli integrali impropri per far posto al solito micro-organismo che nuota nel suo brodino primordiale e giustifica duemila anni di matematica. Sarà vero che i greci studiavano la matematica per rispondere ad esigenze pratiche; tuttavia siamo nel 2012, non posso fingere che questi secoli siano trascorsi invano.

In realtà, l'atteggiamento di questi autori di libri di testo mi è sempre sembrato un po' ipocrita. Un po' paraculi, per dirla alla romana. Dicono: "Venghino siori studenti e siori professori! Il mio libro è colorato e pieno di maravigliosi esempi!"

Per conto mio, ormai ho preso l'abitudine di privilegiare testi esclusivamente tecnici. Quando voglio fare un esempio, lo scelgo io. Il grosso vantaggio è un testo "maraviglioso" è spesso almeno il doppio di uno succinto e tecnico, e questo terrorizza anche i pochi studenti che vogliono studiare matematica.

martedì 4 settembre 2012

I complici


Ho finito da un paio d'ore l'ultima traduzione di Georges Simenon che Adelphi ha mandato in libreria.
I complici è un romanzo particolarmente duro e spigoloso, datato 1955. Gli appassionati di Simenon sanno che i romanzi della maturità sono meno scorrevoli di quelli della gioventù, e spesso trattano temi scomodi e perfino morbosi.
Questo romanzo non fa eccezione. La trama è semplice: Joseph Lambert, un uomo di mezza età (almeno secondo i canoni dell'epoca) tristemente sposato, titolare di un'attività commerciale di discreto successo nella provincia francese, sta rientrando da un breve viaggio di lavoro con la segretaria Edmonde. Questi viaggi, frequenti, sono ovviamente l'occasione per avere rapporti intimi con la giovane dipendente. Impegnato ad accarezzare le gambe della compagna di viaggio, Lambert compie una manovra azzardata e manda a schiantarsi contro un muro l'autobus di una scolaresca in gita. I bambini muoiono tutti nell'incendio del mezzo, ad eccezione di una ragazzina. Lambert, in preda al panico,  si dà alla fuga per strade secondarie, mentre Edmonde sembra indifferente alla tragedia.

Da questo momento, e cioè dalle prime pagine del libro, il racconto si concentra sul travaglio del protagonista, che sa di non potersela cavare a lungo. Cerca comunque di dissimulare l'angoscia di un arresto imminente, ma la paranoia prende il sopravvento: tutti i conoscenti gli sembrano accusatori, ha paura dell'innocuo "uomo delle capre", sfugge alle solite partite di bridge al bar. La famiglia non gli è di conforto, e Lambert si abbandona alla depressione. Prima l'alcol, poi il desiderio sessuale sempre più violento; solo Léa, una prostituta per nulla volgare, riesce a regalargli una notte di riposo e di pace.
Ma il mattino sarà il mattino dell'ultimo giorno: Joseph capisce che la sua vita è legata indissolubilmente a quella della segretaria Edmonde, che subisce i rapporti con l'immobilità di un cadavere. E tuttavia loro due sono sempre stati più che amanti: sono stati complici. Complici nel tradimento e complici nell'incidente.
Lambert corre in ufficio, e trascina la segretaria in un viaggio di lavoro, con il palese intento di dare soddisfazione alle proprie pulsioni. Ma Edmonde lo respinge: perfino quella donna che i suoi muratori definiscono "una bestia" rifiuta di stare con lui.

È l'epilogo. Joseph ed Edmonde, apparentemente calmi, tornano nella sede dell'azienda. Nel frattempo il commissario di polizia ha telefonato per convocare Lambert al più presto. Non sappiamo la vera ragione di questa convocazione, e non è ovvio che la verità sia venuta a galla. Ma per Joseph Lambert non esiste più ragione di lottare; si chiude nello studio, scrive NON COLPEVOLE su un foglio bianco, e infila la canna della pistola in bocca. Prima di trovare il coraggio di tirare il grilletto, ha la forza di fare a pezzi il foglio di carta, perché "non spetta a me decidere chi è il colpevole".
E poi, finalmente, si spara.

I complici è un romanzo spesso pesante, che non avvince il lettore. Sulla storia cala fin dall'inizio una cappa di morte e di dissoluzione che si dissolve solo nel climax dell'ultima riga. Viene da pensare che le prime e le ultime pagine contengano, da sole, il messaggio dell'intero romanzo.

Spegni e accendi, stacca e attacca

Questa è la storia di due giorni buttati via. Questa è la storia di una spina e di una presa.

Forse Carlo Lucarelli inizierebbe con queste parole il racconto che segue. Non essendo bravo come Lucarelli, accontetatevi di quello che riesco a raccontare con parole mie.

Tutto cominciò alla fine di luglio, quando mi accorsi che il cluster di calcolo del mio dipartimento rispondeva molto più lentamente del solito ai comandi. Se non sapete che cosa sia un cluster di calcolo, immaginatevi un armadio con alcuni computer sufficientemente potenti e capaci di effettuare calcolo parallelo, suddividendo il carico di lavoro su tutti i "cervellini" che compongono il "cervellone". In pratica, un computer bello grosso e bello potente. Il mio dipartimento ne possiede uno, che un mio collega ed io cerchiamo di gestire al meglio delle nostre possibilità.
Come dicevo, alla fine di luglio il cluster cominciò a funzionare male. Dopo una breve ispezione sul corpo del paziente, mi accorsi che uno switch di rete era spento. Che cos'è uno switch di rete? È un'apparecchiatura con tante prese dove entrano i cavi ethernet, e che serve a mettere in comunicazione tra loro le macchine che compongono il cluster. Per questioni troppo tecniche da esporre qui, vi dico solo che noi abbiamo ben tre switch di rete; e, appunto, uno era spento. Dopo aver controllato che la spina fosse nella presa (troppo banale, direte voi), conclusi che si era proprio guastato, forse per uno sbalzo di corrente durante un temporale. Fatto è che l'assenza della connettività attraverso questo switch causava forti rallentamenti al transito dei dati.

Lasciato passare il sonnacchioso mese di agosto, lunedì 3 settembre ho potuto sostituire lo switch danneggiato con uno nuovo. Va beh, non troppo usato, perché quelli nuovi costano cari come l'oro. Tutte le lucine si sono accese: fantastico, i problemi erano risolti!
E invece no. I problemi erano gli stessi di prima. Dopo una mezza giornata di esami clinici, siamo riusciti a scoprire che il traffico bloccato era quello che passava per uno switch sano. Non è proprio come amputare la gamba sana, ma poco ci manca; in fondo, lo switch era guasto davvero.

Questa mattina, un'altra lunga sessione informatico-diagnostica in cui abbiamo analizzato tutte le possibili cause, dal danno alla scheda ethernet di una macchina fino al virus dell'herpes zoster. E intanto i dati non passavano attraverso quello switch. Un'altra ora di lettura di tutti i manuali di Sun Solaris 10 non ha sortito alcun effetto degno di nota, a parte la ragionevole constatazione che tutti i servizi di rete che volevano passare attraverso le rete di quello switch bloccavano il sistema.

Verso le 14, la svolta. Brandendo spazzolino e dentifricio (il bagno è collocato fra il mio ufficio e la stanza del cluster), mi sono recato con passo marziale al capezzale del moribondo; in piedi davanti al mostro, ho avuto l'intuizione.
Ho preso fra le mani, uno ad uno, tutti i cavi ethernet delle varie macchine, e ho ricapitolato le connessioni. Volete sapere che cosa ho scoperto? Forse ve lo immaginate: c'era una macchina del cluster che era completamente scollegata dallo switch. Delle tre porte ethernet, due erano attaccate allo stesso switch: sfido io che quella macchina risultava irraggiungibile, non c'era alcun collegamento fisico!

Il caso non è completamente risolto, e mi piacerebbe sapere chi è quel fenomeno che ha staccato un cavo di rete dallo switch giusto per attaccarlo allo switch sbagliato. Magari sono stato io, non posso escluderlo; ma mi sembra improbabile.

Da questa avventura ho tratto una lezione: quando avete un apparecchio elettronico che non funziona a dovere, prima di mettervi a fare l'hacker, controllate che la spina sia nella presa. Se poi è nella presa giusta, ancora meglio.

domenica 2 settembre 2012

Humanæ litteræ

Sfogliando un quotidiano in attesa che venga l'ora di andare a vedere la partita Inter-Roma, mi imbatto in questo trafiletto:
F******* ha insegnato letteratura latina all'Università di ***** fino al 2004. Divide i suoi interessi fra l'antichità classica, la musica nel romanticismo e nel decadentismo austro-tedeschi, la presenza di figure mitiche nell'arte drammatica e musical del Novecento.
E qui ho avuto un attimo di sconforto, pensando a quello che il giornalista avrebbe potuto scrivere di un matematico. Proviamo ad immaginarlo.
X. Y. ha insegnato analisi matematica all'Università di ****. Divide i suoi interessi fra le equazioni semilineari ellittiche, gli operatori differenziali frazionari, la teoria dei punti critici negli spazi di Hilbert e di Banach, i metodi topologici in Analisi Non Lineare.
Secondo me, la spiegazione dell'avversità italica alla scienza sta tutta in questo confronto. Quanti lettori avrebbero pensato, a proposito del secondo esempio, "Un vero sfigato"?
 

sabato 1 settembre 2012

Odore di pioggia

Questa mattina, nonostante la pioggia intermittente, sono andato a fare una passeggiata per le strade della mia città. Con il giornale mezzo fradicio in una mano e l'ombrellino pieghevole nell'altra, ho camminato per un'ora in lungo e in largo. E ho annusato la pioggia, dopo tanto tempo.

Certo, non vivo nel deserto della morte, ma quest'anno la siccità ha imperversato anche nella verde Brianza. Ogni tanto veniva una tromba d'aria (non scherzo, l'ultima è stata all'inizio di agosto) con catinelle d'acqua concentrate in un'ora, ma per il resto tanto sole e tanto caldo. L'odore della pioggia di questi giorni è diverso, più intenso e definitivo. Presto avremo altre giornate di sole, perché a settembre, come diceva un mio conoscente, cola il piombo. Ma la perturbazione di queste ore è la tipica frattura fra l'estate e l'autunno, quando qualcosa si rompe e tutti ci accorgiamo che un'altra stagione bussa alla nostra porta.

Oggi è anche il primo giorno di settembre, il mese del ritorno alla nostra vita abituale: tornavamo all'asilo, poi a scuola, oggi al lavoro. Qualche volta ci divertiamo a prolungare le vacanze, ma l'atmosfera estiva è svanita. 

Per quanto mi riguarda, sono tornato in dipartimento già da una settimana, ma gli uffici erano per lo più deserti. Ancora un paio di giorni e il tempo lento e sospeso dell'agosto milanese sarà solo un ricordo, bello o brutto. L'anno (accademico) che sta iniziando porterà nel mio dipartimento delle novità: qualcuno arriverà e qualcuno andrà verso altri lidi. Sullo sfondo l'orizzonte resta carico di nuvole cupe, ma bisogna resistere e guardare avanti. Ci saranno nuovi studenti che (non) impareranno il calcolo differenziale, ci saranno nuove collaborazioni scientifiche e pochi soldi per finanziarle.

Il mondo va così, crediamo che le stagioni siano periodiche e invece scopriamo che sono sempre diverse. Ul mund l'è una gran bàla: il mondo è una grande palla, diceva quel saggio.