martedì 28 agosto 2012

Nessuna tastiera rilevata: premere un tasto per continuare

La frase del titolo è un famoso paradosso informatico che si tramanda di generazione in generazione. È diventato il paradigma dell'ottusità informatica, incapace di uscire dagli schemi fissi. Questa mattina ho scoperto un nuovo esempio di tale ottusità.

Prerequisiti per la comprensione: le biblioteche universitarie non sono mai complete, nel senso che è impossibile trovare una biblioteca contenente tutti i libri e le riviste scientifiche mai stampati. Per questa ragione esiste il servizio di document delivery, accessibile agli utenti istituzionali e agli studenti in tesi. Senza farla troppo lunga, se ho bisogno di studiare un articolo che non è presente nella mia biblioteca, posso chiedere che mi sia fornita una copia del documento sulla base degli accordi di reciprocità con le altre biblioteche nazionali. Di solito il materiale arriva entro pochi giorni, in fotocopia. Tutta la procedura è ovviamente (?) informatizzata: io compilo un apposito form sul sito internet della biblioteca, e la richiesta è inoltrata.

Ebbene, un paio di settimane fa ho scoperto di dover leggere un articolo del 1991, impossibile da trovare in formato elettronico. Sapevo che era Ferragosto e le biblioteche universitarie erano chiuse per ferie, quindi ho compilato il form e mi sono rassegnato a pazientare fino all'inizio di settembre. Questa mattina, con mia incredibile incredulità, scarico la posta elettronica e leggo un messaggio proveniente dalla mia biblioteca. Il contenuto era circa il seguente:

Gentile utente,
                           in data 14 agosto 2012 ci è pervenuta la sua richiesta relativa al seguente articolo: (omissis)
Ci spiace comunicarle che tale richiesta non è valida ed è stata cancellata, in quanto pervenuta durante il periodo di chiusura della biblioteca. La invitiamo a rinnovare la richiesta dopo il 3 settembre.
Cordiali saluti

Confesso di aver letto gli header dell'email, perché temevo fosse spazzatura. Invece no, purtroppo. Gli ottusi burosauri hanno deciso che le richieste possono essere presentate solo quando la biblioteca è aperta; come ai vecchi tempi in cui sono stati assunti, presumo. Ma nel 19.. era inevitabile, perché non esisteva internet e tutto era su supporto cartaceo, compilato a mano e presentato ad un bibliotecario. Nel 2012 la procedura è informatizzata ma devo comunque aspettare che i bibliotecari rientrino dal mare.
Mi domando: se avete tenuto in salamoia la mia richiesta per due settimane, perché non potete tenerla in salamoia fino al 3 settembre? Me la annullate e me la fate riscrivere fra cinque giorni, per puro sadismo. A questo punto non mi meraviglierei, se scoprissi che il form in rete produce un foglio di carta A4 che viene spedito via fax ad un'altra biblioteca. O magari c'è un allevamento di piccioni viaggiatori nel sottotetto, e non me ne sono accorto.

Se questa è la declinazione all'italiana della pubblica amministrazione on-line, stiamo freschi.

lunedì 27 agosto 2012

Le cicche dietro Pirandello

Ieri sera, mentre guardavo un (banale) film con Meg Ryan, mi è tornato in mente un episodio che avevo rimosso. Non ho ancora capito perché la mia mente lo abbia ripescato proprio durante quel film, magari c'è un senso.

Da bambino ero un tipo decisamente ubbidiente e timoroso, dunque accettavo con rassegnazione le proibizioni dei miei genitori. Oltre a quelle scontate come non giocare con il fuoco, non allagare il bagno, attraversa la strada solo al semaforo, non arrampicarti sugli alberi, ce n'erano altre di natura... igienica. Una fra queste era il divieto di masticare il chewing-gum, che noi lombardi chiamiamo cicca. Quindi "vado a comprare le cicche" non sottintende che sono un tabagista, ma solo che ho finito le gomme da masticare.
Questa proibizione, a differenza delle altre che evidentemente miravano a preservarmi da incidenti gravi, non la capivo del tutto: i miei amici ruminavano allegramente, perfino in presenza dei genitori! Io no, potevo solo mangiare (poche) caramelle. Un adulto capirebbe immediatamente il fine di questo principio alimentare, ma un bambino non può essere così maturo e giudizioso.

Arrivato ad una certa età, forse verso i dieci anni, ho detto a mia mamma (si sa che i maschi cercano la complicità della mamma) che volevo anch'io le cicche. E mia mamma, dopo un po' di resistenza, me le ha comprate. Non posso dire che mi piacessero tanto, ma mi sentivo finalmente uguale agli altri ragazzini. Il problema, però, era solo rimandato: come nascondere a mio papà che ero diventato un vizioso? Un completo outing era escluso, perché mi avrebbe condotto verso settimane di musi lunghi e di silenzi, oltre all'automatico inguaiamento di mia mamma complice.
Dunque dovevo nascondere il corpo del reato; ma dove? A quei tempi vivevo in un appartamento di due stanze più servizi, dunque una casa decisamente piccola. Però aveva una geometria curiosa, e dopo la porta di ingresso si allungava un corridoio vagamente tetro con un piccolo mobile ad ante, chiuso a chiave. In questo mobile tenevamo il tipico ciarpame, i quaderni delle classi precedenti, l'elenco del telefono: insomma, era il nascondiglio ideale! E poi nessuno, a parte me, lo apriva.
All'interno del mobile c'era anche un bel cofanetto di dieci libri, le opere teatrali di Pirandello. Era una scatola in stoffa nera, incastrata fra altri libri e quaderni che nessuno cercava più. Io spostavo leggermente in avanti il cofanetto, e nascondevo il pacchetto di cicche dietro, fra i libri e il muro. Agli occhi di un bambino di dieci anni sembrava un nascondiglio degno del tesoro di un pirata, e la faccenda andò avanti a lungo. Certo, capitava quella sera in cui mio papà, tornato da Milano, aveva bisogno di un numero di telefono; in quei momenti mi vedevo già in prigione, condannato ad espiare il mio tradimento per l'eternità. Non so perché, ma il segreto non venne mai scoperto.

Poi cambiammo casa, e andammo a vivere in un appartamento più grande ma più... quadrato. Non c'era più una zona lontana dalla frequentazione abituale, e dovevo trovare un nuovo nascondiglio. Tutti i libri furono spostati nell'apposita libreria alta fino al soffitto, e Pirandello capitò proprio all'altezza degli occhi di un adulto di normale statura. Provai a ripetere lo stratagemma, ma mi accorsi che non avevo speranze: il diverso allineamento dei confanetto era evidente come una macchia di sugo sulla camicia bianca, e più di una volta dovetti inventare qualche pantomima pietosa per distogliere l'attenzione di mio papà da quei libri inclinati da una parte.
Ma ormai ero grande, avevo quattordici anni e le cicche le tenevo più per il brivido di violare una proibizione che per il gusto di mangiarle. Ricordo che un giorno le buttai via tutte e non ci pensai più.

Per molti anni ho portato con me quel tabù infantile, e in fondo la masticazione continua mi infastidisce un po. Ancora oggi, quando vedo la pubblicità di queste gomme che promettono di pulire i denti, mi chiedo se i papà dei bambini ci caschino veramente. Possibile che nel 1985 facevano cadere i denti e nel 2012 li conservano più sani e puliti? Allora erano piene di zucchero, ma adesso sono piene di dolcificanti ambigui e sospettati di causare malattie incurabili.
Chissà se la società ha barattato il tabù delle cicche con il rischio di una malattia mortale in età adulta?



venerdì 24 agosto 2012

Kafka torna alle poste

Qualche tempo fa ho narrato le disavventure surreali di un comune correntista postale. Di seguito alcune altre osservazioni ed esperienze personali.
L'agenda digitale.
Non sto parlando dei fantomatici progetti di questo governo in tema di eliminazione del digital divide o astruserie simili. Sto proprio parlando di un'agenda (per niente) digitale. I fatti: ero seduto nell'angusto loculo che l'ufficio postale di Cantù riserva alla consulenza finanziaria, e mi accorgo che ben tre dipendenti segnano i rispettivi appuntamenti sulla stessa, fantozziana, agenda in similpelle con fregi in simil-oro. Un'agenda dove i nomi e gli orari sono ovviamente sovrapposti, e che a turno devono consultare allontanandosi dalla propria postazione di lavoro. Ma l'hanno spiegato, ad IBM, che esistono le piattaforme collaborative per gli uffici? Alcune sono addirittura gratis ed open source, guarda un po'! Non sarebbe meglio se ogni dipendente avesse un'agenda virtuale nel cloud informatico delle Poste, consultabile da qualunque terminale? E se, dubbio angosciante, qualcuno rovesciasse un caffè sull'agenda-dinosauro cartacea?
La semplicità non abita qui.
Mi è arrivata a casa, per posta ordinaria, una missiva scritta in perfetto burocratese, con cui Poste Italiane mi invitava a recarmi presso il mio ufficio postale abituale per sottoscrivere il nuovo contratto di assistenza finanziaria. A parte il fatto che sarebbe tempo di finirla, con questo arbitrio di modificare unilateralmente le clausole contrattuali senza l'ombra di pudore, oggi mi sono recato con il proverbiale cappello in mano nel mio ufficio postale abituale (in pratica, l'unico che c'è). Lì mi accoglie l'arcigna consulente finanziaria, alla quale comunico di voler chiudere il conto titoli del mio libretto postale. Ecco un breve riassunto del dialogo.

Arcigna Consulente (AC, per brevità): "Ma perché vuole chiuderlo?"
Io (Io, per brevità): "(saranno pure ca*** miei) Perché è inattivo da anni, e mi sembra sciocco pagare l'imposta di bollo."
AC: "Ma tanto sono pochi euro!"
Io: "Siccome sono pochi euro miei, vorrei chiuderlo."
AC: "E se un domani le dovesse servire?"
Io: "Lo riaprirei. Quanto costa riaprirlo?"
AC: "Niente!"
Io: "Appunto. Chiudiamolo e poi si vedrà."
AC: "Ma così, quando dovrà riaprirlo, dovremo fare tutta la procedura."
Io: "E pazienza."
AC: "(sbuffando) D'accordo, vado a prendere i fogli da compilare."
Io: "(e ti pareva che fosse una procedura informatizzata)"
Passa un quarto d'ora abbondante, mentre i colleghi vanno e vengono per leggere gli appuntamenti sull'agenda di cui sopra.
AC: "Eccomi qui. Mi metta una firma dove c'è l'apposito spazio."
Io: "Fatto. Già che ci sono, posso chiederle un'altra cosa?"
AC: "(alza gli occhi al cielo) Mi dica."
Io: "Io ho due conti correnti, e vorrei chiudere quello più costoso."
AC: "Ma perché fate questi pasticci con i conti correnti? Non bastava un conto solo?"
Io: "(saranno sempre ca*** miei) Perché uno l'ho aperto $n \geq 10$ anni fa, mentre l'altro, più vantaggioso, è arrivato da tre anni al massimo. Il fatto è che io ho una carta di credito legata al conto iniziale, e vorrei sapere se posso trasferirla sul conto vantaggioso."
AC: "(sorride come le avessi chiesto di fare un triplo salto mortale carpiato) Ovviamente è impossibile, deve chiedere l'annullamento della carta che ha, e poi chiedere una nuova carta."
Io: "Quindi dovrei portarvi da capo la fotocopia di tutti i documenti, codice fiscale, busta paga, ecc. ecc.? Ma sono sempre io, che caspita! Se ho una carta di credito attiva, perché devo dimostrarvi che posso avere una carta di credito? Dovreste essere già persuasi, altrimenti non avrei l'attuale carta di credito, o no?"
AC: "(con la tipica espressione di quello che cerca di calcolare a mente 746352441/453682) Come le dicevo, la procedura è questa: mi compila una richiesta di eliminazione della sua carta, e dopo mi compila il modulo per la richiesta di emissione di un'altra carta, però agganciata all'altro conto corrente." Io: "Non posso fare prima la richiesta della nuova carta, per non restare senza un mese?"
AC: "Certo, però la paga come una seconda carta, perché la prima è ancora in suo possesso."
Io: "Quindi mi considerate come due persone distinte quando devo darvi soldi, e come la stessa persona per impedirmi di risparmiare?"
AC: "Veda lei. Quando è pronto, venga qui e facciamo tutto."
Io: "Grazie, arrivederci". E mi allontano camminando vicino ai muri, perché non si sa mai che cosa possa arrivare da dietro, in un ufficio postale.

sabato 18 agosto 2012

Sophomore

Come si apprende velocemente da Wikipedia, il termine sophomore è usato negli Stati Uniti per riferirsi agli studenti (universitari, nella fattispecie) del secondo anno. Gli studenti del primo anno sono chiamati rookies, cioè matricole.

Embè? direte voi: che ci importa? Il fatto è che questa mattina stavo sfogliando un libro di calcolo differenziale che mi piacerebbe adottare per il mio corso a biotecnologie, e mi sono imbattuto in un esercizio:

Esercizio. Supponiamo che $f \colon [a,b] \to \mathbb{R}$ sia una funzione continua e convessa. Dimostrare che, se $f(a)f(b)<0$, allora $f$ possiede uno ed un solo zero.

Ci ho pensato qualche minuto, e ovviamente la soluzione è molto banale per un matematico. Ma lo è anche per uno studente? Ho pensato di chiederlo su uno dei siti più stimolanti che conosco, http://math.stackexchange.com, ed ecco le risposte. Come potete leggere da soli, ho (volutamente) commesso un errore di conversione: ho paragonato i sophomore students alle matricole italiane. L'ho commesso perché ero certo che il livello di una matricola italiana fosse più alto di quello di una matricola americana, e i commenti me l'hanno confermato.

Innanzitutto, sembra scontato che un aspirante biologo o biotecnologo sia geneticamente incapace di dominare il concetto di dimostrazione astratta. Negli USA, per quanto ne so, solo i futuri laureati in matematica studiano la matematica astratta; gli altri fanno calcoli come automi, e tutto deve essere numerico. Secondo me, è una iattura che si diffonderà anche in Europa. Già adesso, quando interrogo i miei studenti sulla definizione di derivata, una buona parte mi calcola la derivata di una funzione numerica come $f(x)=x^2$, dimostrando di non aver raggiunto lo stadio dell'astrazione. Se fossi in America, temo che mi obbligherebbero a insegnare solo le regole di calcolo, perché "tanto la teoria non serve, ad un biotecnologo."

Ecco, questo è un ragionamento che mi spaventa: un establishment accademico pretende di dividere gli studenti in due gruppi: quelli che meritano di imparare la matematica vera, e quelli che meritano solo di saper contare con le dita ed usare la calcolatrice. Come dicevo, sono spaventato da questo approccio pragmatico fino ad un razzismo larvato: sembra che i detentori del sapere decidano su base "etnica" quali giovani dovranno apprendere e quali no. Il passo successivo è il ritorno a quello che io chiamo, con una terminologia agghiacciante ma provocatoria, la decimazione preventiva.

Con queste parole mi riferisco ad una pratica in voga fino a venti anni fa, all'incirca. In terza media, i professori convocavano le mamme degli studenti e spiegavano loro quali scuole superiori i figli potessero affrontare: Luigino può fare il liceo, Luisella al massimo ragioneria, e di Marcolino non parliamo neppure: meglio se si cerca un lavoro manuale. Mancava solo il cappello con le orecchie d'asino, e il quadro sarebbe stato completo.

Non so, francamente, se sono un buon insegnante; so per certo che a qualcuno piaccio e ad altri no. Ma mi sforzo sempre di non sottostimare le potenzialità di uno studente, sia un aspirante matematico, oppure un aspirante biotecnologo. Se ha la testa per imparare i fondamenti della biologia molecolare e della chimica organica, perché dovrebbe essere incapace di concepire una funzione come un ebete matematico astratto?

martedì 14 agosto 2012

La gamba secca

Tanti anni fa, praticamente ogni volta che in tavola appariva un grappolo d'uva, mio nonno esclamava (cerco di trascrivere il dialetto, perdonate eventuali errori fonetici)

O Signur, vardée che üga! La gà giamò la gamba seca! Par forza, la catén zerba!

(Traduzione: O Signore, guardate che uva! Ha già il gambo secco! Per forza, la raccolgono acerba!)

Forse non tutti avranno afferrato il senso della lamentela di mio nonno. Da buon giardiniere ed ex commerciante di alimentari, deplorava l'abitudine di vendere la frutta maturata sui camion e nei mercati generali. In pratica, era un sostenitore ante-litteram della filosofia del Chilometro Zero. Un discorso molto sensato, ma purtroppo irreversibile: la frutta che acquistiamo nei reparti dei supermercati è stata palesemente raccolta molti giorni prima della maturazione, ed è conservata a temperature da congelatore. Il risultato è che i frutti che portiamo a casa marciscono dopo poche ore, anche a causa dei forti sbalzi di temperatura cui sono sottoposti.

Certo, 

Züca e melùn, la sua stagiùn

recita un altro proverbio delle mie parti (traduzione: zucca e melone, la sua stagione). Se pretendiamo di mangiare i lamponi in pieno inverno, dobbiamo importarli dall'altro emisfero, e questo richiede molte ore di viaggio durante le quali i lamponi passano dallo stato di frutta acerba a quello di frutta matura. Ma siamo davvero convinti che sia preferibile spendere fior di soldi per acquistare albicocche incartapecorite e uva con la gamba secca, invece di mangiare la frutta nostrana a tempo debito?

lunedì 13 agosto 2012

LaTeX is becoming a mess

As almost any working mathematician, I am a TeX user. I began with (AMS-)LaTeX in 1998, when I was writing my graduation thesis. Some years later I learned the fundamentals of plain TeX, because I wanted to have a deeper look at LaTeX's philosophy. Of course I always use LaTeX for my preprints, since plain TeX is really too... plain for contemporary publishing.

While plain TeX was frozen by its developer Donald Knuth, and the compiler will not be modified any longer, the developers of LaTeX are rather active. Apart from the mysterious LaTeX3 project, new tools are added to the LaTeX system. In the last months I have been fighting against a few recent changes that made my life more complicated than it should have been. The first "criminal" package is biblatex. From its website,
Biblatex is a complete reimplementation of the bibliographic facilities provided by LaTeX in conjunction with BibTeX. It redesigns the way in which LaTeX interacts with BibTeX at a fairly fundamental level. With biblatex, BibTeX is only used (if it is used at all) to sort the bibliography and to generate labels. Formatting of the bibliography is entirely controlled by TeX macros (the BibTeX-based mechanism embeds some parts of formatting in the BibTeX style file. Good working knowledge in LaTeX should be sufficient to design new bibliography and citation styles; nothing related to BibTeX’s language is needed.
Well, it looks interesting, doesn't it? Since I like the classicthesis style for my preprints, and since the sample file points to the biblatex package, I decided to keep it in use. The learning curve is not steep, and in a few hours I was able to master the differences between the old bibtex and the new tool. I should confess that mathematicians and mathematics journals do not use strangely formatted bibliographies like they do in human sciences, but biblatex is described as the future; so, let's use it!
As I said, any typesetter can easily move to the new syntax; the troubles begin when you decide to put your manuscript on public databases. One major example is the popular arxiv.org archive.
I began a new submission, I uploaded the tex source and the bbl file (as I did with bibtex), and... oops! The submission was rejected due to a fatal error in the compilation. The error was really impossible to amend, since exactly the same file is compiled on my computers with no error at all. From the logs I could see that arXiv leans on the old TeXlive 2011, while I use the new TeXlive 2012, and the biblatex package has been updated several times in the last months. So, no hope to place a preprint on arXiv, if you use biblatex.
The only way out was to move back to an old-fashioned bibliography. Since bibtex works well in TeXlive2011, it was the natural choice, and finally my preprint was accepted by the arXiv engine.

Then came the submission to a journal. In the first step, the author sends a PDF file to the editorial boards, so everything goes smoothly. Once the manuscript is accepted for publication, the author is kindkly requested to send the source file, and often the source file should comply with the journal cls style. And this may be a nightmare: almost no journal currently accepts biblatex, and a lot of them wants a static bibliography (\begin{thebibliography}...\end{thebibliography}) at the end of the source file. Now, even if you use BibTeX, the effort is very small: just copy the content of the .bbl file into the source file, and you are done.
But if you are a biblatex user, you might just as well waste an afternoon on the internet to find out how to recover the static bibliography. And the answer is: you can't! Indeed, the .bbl file created by biblatex has a completely different structure, and must be processed again by the pdflatex compiler. When I tried to explain this to the editor, I got a sad reply: "I do not understand what I should do: I click on the "build" button on my computer, and there is an error. I think you must solve this problem, since you sent me the file. Best regards."
And now? Well, I move back again to bibtex, created the standard .bbl file, pasted it into the source, and sent everything to the editor. He/she was really happy to click on his/her button and see that a pdf file was produced!
I learned one thing from this experience: always be conservative!

But I could mention more examples. Since PDF files were introduced as the best format for web publishing, the LaTeX developers moved from the latex+dvi engine to the pdflatex engine, and the .dvi files were doomed to extinction. But some publishers still try to compile the source file with latex, and they get errors if the authors uses packages developed for pdflatex only. This happens with non-standard fonts, with XeLaTeX files, with pictures and images.

In my humble opinion, LaTeX is undergoing an evolution process and will probably lose its most important feature: once upon a time, LaTeX was a universal engine, now it works only if you and your collaborators use the same release, with the same fonts, with the same upgrades. And, sometimes, with the same editor and with the same character encoding!

Edit: yes, of course it is my fault. I like "bleeding edge" software, I use Archlinux which may become totally unusable after upgrading, say, Firefox. I understand that a journal cannot wake up one morning and discover that the whole production is frozen because the new biblatex package has a bug.

martedì 7 agosto 2012

Evviva la privacy

Approfittando delle ferie, stamattina sono andato in biblioteca. Da qualche tempo non riuscivo ad accedere ai servizi on line di prenotazione, e avevo bisogno di aiuto.
La gentilissima bibliotecaria mi ha spiegato che, dal giorno in cui la mia vecchia tessera è stata sostituita dalla carta regionale dei servizi, il nome-utente non è più il numero della tessera ma il codice fiscale. Mi ha invitato a collegarmi da uno dei terminali a disposizione del pubblico, e ho avuto un attimo di smarrimento perché non ricordavo quale password avessi impostato. Soccorrendomi ancora una volta, la signora ha esclamato: "La password è [omissis]"

Io sono molto grato ai bibliotecari per il loro aiuto, eppure non mi sembra giusto che conoscano le password di tutti gli utenti. Da anni la policy consiste nell'oscurare le password anche agli occhi degli amministratori di sistema; in caso di problemi, gli utenti sono invitati ad inventare una password nuova. La mia biblioteca, al contrario, mostra in chiaro le password al personale di turno, con qualche pericolo per la riservatezza dei miei dati.
Vista la situazione, non ho avuto la forza di protestare, anche perché non avevo davanti un responsabile qualificato a fornirmi spiegazioni.
Però così non va, cari ingegneri del software: le password sono personali, e i bibliotecari non sono funzionari autorizzati ad operare con le password dei frequentatori.

sabato 4 agosto 2012

Acqua buia



Acqua buia è il titolo dell'ultimo (in ordine di pubblicazione) romanzo di Joe R. Lansdale. Lansdale ci racconta la storia, ambientata in un tempo essenzialmente imprecisato, che possiamo collocare forse nei primi anni '50 del secolo scorso, di tre ragazzi del Texas orientale, che scoprono nel fiume il cadavere di una loro amica. Il guaio è che ai piedi del cadavere è legata una pesante macchina da scrivere. Da questo spunto si dipana una lunga storia di fughe e di inseguimenti, fra adulti cinici e crudeli, mamme alcolizzate che vogliono redimersi, sceriffi corrotti, ceneri di defunti e soldi rubati. Su tutti, la figura del terribile Skunk, gigantesco uomo nero (in tutti i sensi) che si guadagna da vivere come killer e che incarna il male profondo ed atavico dell'umanità.
I tre ragazzi sono un gruppo assai variegato: una ragazzina di sedici anni, bianca e decisamente sveglia; una ragazzina di colore, sarcastica e indurita da anni di segregazione razziale; e infine un ragazzo bianco, sempre più consapevole della propria omosessualità repressa.

Il racconto, per la verità, inizia lentamente, forse troppo lentamente. Bisogna attendere la fuga da casa, per divertirsi, e da questo momento le pagine scorrono veloci. Non voglio svelare la trama e le epifanie dei personaggi, perché vale la pena di leggere questo libro. Ma sbaglierebbe chi pensasse di avere in mano un romanzo di formazione con il lieto fine: il finale sarà lieto ma tragico, la verità emergerà ma solo per qualcuno.  Il risultato è un romanzo di avventura che qualche rivista ha paragonato ad Huckleberry Finn. Personalmente ho avuto una sensazione di incompiutezza, quasi che Lansdale avesse fretta di mandare in tipografia le bozze. Ma il risultato è senz'altro gustoso e coinvolgente.

Joe R. Lansdale si conferma un autore estremamente versatile, forse un po' furbetto nello strizzare l'occhio al lettore con le sue battute spiritose e le scene horror fin troppo particolareggiate. Ma il lettore, anche in questo libro, si accorge che dietro le apparenze da letteratura d'intrattenimento si cela l'impegno contro il razzismo e le ingiustizie di una certa società americana.
Adesso i fan italiani hanno bisogno di un'altra avventura della coppia Hap & Leonard.

venerdì 3 agosto 2012

Gatti


I gatti mi piacciono, e anche tanto. Fin da piccolo ho avuto un sano terrore dei cani, troppo espansivi e aggressivi. Con i cani, devi essere dominante, per non confondere le idee alla bestia.
Con i gatti, invece, il rapporto è più rilassato: un gatto, pur incapace (per ora) di profferire verbo, sa farsi capire. Se incontri un cane e allunghi una mano, potresti trovarti all'ospedale; un gatto che non vuole darti confidenza, se ne va di corsa e nessuno si fa male. Certo, non bisogna mai chiudere un gatto in un angolo, senza via di fuga; ma oggettivamente sono situazioni rare ed evitabili.
Detto ciò, non ho mai avuto un gatto in casa. A volte, d'estate, nella casa di mio nonno entrava a farci visita uno dei gatti del cortile adiacente. Mi divertivo ad accoglierlo, e il gatto spesso dormiva su una sedia per una mezz'ora, prima di tornare a casa.
Da adulto, alla fine del dottorato, la mia coinquilina ha (abusivamente) introdotto i gatti nel nostro appartamento. Il padrone di casa, come tanti padroni di casa, non voleva animali (ma affittava a certi buzzurri che erano più bestie che uomini). Certo, un conto è accogliere un cavallo da soma, e un conto è accogliere un pesce rosso o un felino di piccola taglia. Ma tant'è: la mia amica doveva nascondere il micio sotto una coperta per introdurlo senza rischi.
Sulle prime, ero diffidente. La parte "paterna" della mia famiglia non ha mai avuto buoni rapporti con gli animali domestici. Mentre la famiglia di mia mamma ha sempre condiviso l'abitazione con cani, gatti, criceti, quella di mio papà ha una lunga tradizione di velato disprezzo per tutto ciò che cammina a quattro zampe.
È un atteggiamento diffuso, perfino fra le ultime generazioni. Qualcuno teme le malattie; eppure sono certo che il rischio epidemiologico scatenato da una carezza al pelo di un gatto sia molto inferiore a quello provocato da una sosta nei bagni dell'autogrill, per esempio. I gatti non curano l'igiene come i "cristiani", e ci mancherebbe. Ma le malattie trasmissibili sono rare, e certo una carezza sul dorso non presenta rischi esagerati per la salute.

Dopo le prime settimane di diffidenze, ho iniziato ad affezionarmi alla presenza di un gatto in casa. Quando ho lasciato Trieste, ho sentito la mancanza di questi compagni pelosi.
Ieri pomeriggio, ho colto la solita conversazione disarmante. Due persone si stavano raccontando un'esperienza di affitto, ed è emerso che uno di loro aveva affittato un appartamento ad qualcuno con un gatto. E subito è partito il frasario più banale: "con un gatto in casa, non c'è igiene", "le bestie stanno meglio in giardino", "quell'animale mi ha scorticato le gambe del tavolo, perché non gli tagliano le unghie?", e così via.

Quando sento questi discorsi, mi verrebbe voglia di chiedere: "Ma lo sa che sua moglie si lamenta perché lascia le mutande sporche per terra?" Insomma, quello che intendo è che l'uomo non smette mai di sentirsi appartenente ad una razza superiore. Il padrone di casa che rilascia flatulenze sul divano è igienico, mentre il gatto che fa pipì nella cassetta è un veicolo di diffusione di peste e colera. E perché non mettiamo alla porta gli inquilini che puzzano di sudore o di birra?

La verità è che i gatti, come tutti gli animali domestici, devono essere educati. Chi prenderebbe in casa un cane inselvatichito? Allo stesso modo, al gatto occorre mostrare dove può e dove non può fare i propri bisogni corporali, e vi garantisco che imparano in fretta. Qualche incidente capita, e qualche coperta da buttare avanza sempre. Ma siamo sinceri, ciascuno di noi, negli anni dello sviluppo, è stato assai meno igienico di un gatto domestico. Se quella volta che ho mangiato troppe caramelle e le ho vomitate sul tappeto, mamma e papà mi avessero mandato all'orfanotrofio, sicuramente ci sarei rimasto male!
Scherzi a parte, un gatto fa meno danni di un bambino. Se una pipì di gatto sul lenzuolo deve far scattare l'allarme di contaminazione biologica, poveri noi.

Mi fa orrore scrivere quello che segue, ma non riesco a trattenermi. Nel mio condominio, come penso ovunque, c'è qualche animale domestico. Cani, per lo più. In un'assemblea è emerso che la legge tutela la presenza degli animali domestici, che non possono più essere cacciati con un semplice regolamento condominiale. Un coinquilino, e mi verrebbe voglia davvero di scriverne nome e cognome, si lascia scappare una frase sconcertante:
Eh già, cani, gatti, omosessuali: dentro tutti!
Sono rimasto senza parole per l'imbecillità di questo bipede, che può anche andare a votare. Chissà se i regolamenti condominiali possono togliere la parola ai cretini conclamati...

mercoledì 1 agosto 2012

Ladri di tempo

In questi giorni sono ancora frastornato dalla nostalgia delle ferie. L'idea di trasferirmi in montagna e di aprire un Bed and Breakfast con annessa fattoria mi suggestiona ancora. Per questo le mie riflessioni scivolano verso toni malinconici.
Ieri pomeriggio, su Facebook, mi sono imbattuto in una polemica su un esercizio di grammatica latina preparato dal MIUR. Non riporto qui i dettagli, che sarebbero fuori luogo. Il fatto però è che la faccenda mi ha instillato uno strisciante disagio.
Un trillione di anni fa, quando andavo al liceo, ero davvero bravo in latino. Avrei potuto risolvere l'esercizio a occhi chiusi, mentre ieri ho sbagliato clamorosamente. Nulla di sconcertante, visto che non tocco un dizionario o una grammatica latina dal 1993.
Tuttavia mi sono sentito frustrato, per aver buttato il 90% delle mie conoscenze della lingua romana. Ho ripensato a tutto quello che ho fatto in questi diciannove anni: mi sono laureato in matematica, ho studiato analisi, geometria, algebra (poca), fisica. Poi ho preso un dottorato in analisi funzionale e sono diventato un ricercatore specializzato in metodi variazionali applicati alle equazioni differenziali ellittiche non lineari.
Detto così, sembra magnifico; in realtà ho imparato tanto e dimenticato tantissimo. Non saprei imbastire un discorso sulla poesia bucolica del 1600, né saprei parlare delle sizigie. Tutte cose che, a diciannove anni, sapevo fare e anche piuttosto bene.
Insomma, ma siamo proprio sicuri che nella vita ricordiamo più di quello che dimentichiamo? Ovviamente non in senso assoluto, ma restringendo l'attenzione alle capacità intellettuali e alle conoscenze culturali.

Qualcuno dirà: e perché non riprendi in mano la grammatica latina, quella giallina e incartapecorita che conservi ancora nello scatolone? Non lo faccio perché capisco di non averne il tempo. Ho sempre odiato questa frase, che troppi pronunciano come scusa per non fare un'attività sgradita.
Invece no, proprio non avrei il tempo; dovrei sottrarre ore al mio lavoro, e questo non è etico. E poi, domanda inquietante, perché dovrei? Per vantarmi di ricordare le coniugazioni dei verbi deponenti? In altri termini: quale sarebbe lo stimolo?

Mentre tornavo a casa in treno, ieri sera, stavo pensando che molte volte ho dato il massimo per avere una sorta di riconoscimento. Studiavo per avere buoni voti (e anche perché mi piaceva, certo), prendere un bel voto in un'interrogazione era motivo di orgoglio. Anche oggi, quando un mio articolo scientifico è accettato per la pubblicazione, ne vado fiero. Tutto il resto è un hobby, che non può diventare uno stress gratuito.

Ma forse sono tutte scuse: l'unica verità sperimentale è che mi hanno rubato il tempo. Essere adulti significa non avere più tempo per fare il superfluo, perché le giornate sono impegnate dai cosiddetti doveri. Ricordo la noia fanciullesca, quei pomeriggi in cui "non sapevo che cosa fare". Mi arrabbiavo, volevo fare qualcosa ma non sapevo che cosa. Adesso li rimpiango, almeno un po'.