domenica 29 luglio 2012

Favorisca documenti!

Ogni viaggiatore italiano familiarizza con una frase particolare: "Se mi dà un documento..."
Quando si arriva in un albergo, la legge prescrive che il gestore registri tutti i clienti, trascrivendo gli estremi di un documento di identificazione o facendone una fotocopia. Onestamente ignoro quale sia la sorte di questi foglietti scritti in caratteri minuscoli: finiscono in questura? Oppure in uno scatolone impolverato, dentro un container?
La prima volta che ho passato le vacanze in Francia, mi sono presentato alla reception con la carta di identità in mano, come alla visita militare. La signora dietro il bancone mi ha guardato con curiosità, come se fossi un profugo proveniente da una feroce dittatura. Sembra che nel Paese dei formaggi non sussista alcun obbligo di registrazione dei clienti. Per amore di verità, in nazioni altrettanto civili si comportano apparentemente come noi: in Svizzera, in Belgio e penso anche in Germania. Questo solo per allontanare un'accusa di anti-italianità.

Tutto ciò mi ha sempre fatto riflettere: perché le autorità di polizia vogliono sapere dove vado a dormire? Perché non serve un documento per entrare in una pizzeria, ma serve per entrare in una locanda? Dormire è un'attività da delinquente, mentre mangiare non lo è?
Qualcuno tirerà fuori il terrorismo, l'Undici Settembre, la Strage degli Innocenti; tutto vero, teoricamente. Ma resto convinto che certe leggi dovrebbero concedere più fiducia. Non so quanti pericolosi criminali siano stati fermati grazie ad una registrazione in albergo, temo pochi.

sabato 28 luglio 2012

Ricordi della Valle

Valle d'Aosta, luglio 2012.

Dopo il primo, breve contatto con la valle dello scorso settembre, quest'anno sono tornato nella piccola regione montana con più calma. Le tappe sono state tre: Cogne e dintorni, la Valtournenche, e infine la Val d'Ayas.

Cogne è un piccolo comune all'estremità meridionale della valle omonima, affacciata sul Gran Paradiso. È composto da alcune frazioni che si sviluppano attorno ad un torrente piuttosto largo e impetuoso.


Ero partito con un'idea piuttosto astratta del paese, memore della funerea desolazione di Dégioz, capoluogo dell'adiancete Valsavarenche. In realtà Cogne è un centro abitato estremamente piccolo e largamente dedito all'affitto di residenze per turisti (pare che sia una meta ambita per i tipici bauscia milanesi), degnamente attrezzato per accogliere visitatori di ogni età, ma carente nel settore delle attività commerciali. Si conta infatti un solo mini-market, preso d'assalto dalla massa dei gitanti affamati e assetati, e forse un paio di gastronomie. Per tutto il resto, non ho capito bene dove si debba andare: ad Aosta?
Comunque sia, ho dormito nella frazione montana di Valnontey, e precisamente nel grazioso Lou Tsantelet, condotto da una famiglia simpatica e ospitale. Grande pecca la scarsità di copertura telefonica: basterebbe un piccolo ripetitore per replicare il segnale dalla sottostante vallata. Valnontey è ormai sinonimo di un ampio parcheggio dal quale si parte per escursioni più o meno impegnative. A pochi metri dall'albergo c'è il giardino botanico, ricco di piante ed arbusti provenienti da ogni parte del mondo (a proposito: come può sopravvivere una pianta della steppa siberiana ai trenta gradi delle estati italiane?).
Lo stesso sentiero che conduce all'orto botanico è anche l'inizio di alcuni celebri sentieri escursionisti. Uno dei più affascinanti è la traversata dal rifugio Sella ai casolari dell'Herbetet. Il tempo di 7h30 è probabilmente esagerato, ma non conviene prendere questo percorso ad anello con troppa leggerezza. Purtroppo, la mia escursione praticamente non è partita: arrivato al rifugio Sella... non ho visto il rifugio (ci vuole un bel genio per costruire un rifugio dietro un casolare che lo nasconde completamente) e ho anche sbagliato sentiero: forse per la stanchezza, ho letto "traversata Sella-Erban" e ho capito "Traversata Sella-Herbetet", e ho deviato a destra.


Peccato che il Mont Erban sia agli antipodi dei casolari dell'Herbetet, e ho camminato su un sentiero esposto, fra sassi, catene e gradini di ferro, sull'orlo del precipizio. Alla fine ho incrociato due camminatori molto cortesi, che mi hanno spiegato l'errore e mi hanno invitato a tornare indietro al Sella. Non sarebbe successo nulla di irreparabile, visto che il sentiero conduceva ancora a Cogne, ma avevo davanti almeno altre tre ore di marcia dalla parte sbagliata! Fatta il pasticcio, ormai ero troppo stanco per fare la traversata opposta, e sono sceso a valle. Ridendo e scherzando, ho camminato per quasi sei ore e mezza con una sola sosta di mezz'ora al massimo. Il giorno dopo avevo le ginocchia a pezzi, e proprio per la difficoltà a camminare in discesa, ho preferito dedicarmi ad una breve passeggiata sull'altra metà dell'anello, cioè da Valnontey all'Herbetet.

Dopo Cogne, la Valtournenche. Come spesso accade, anche questo è un comune molto inconsueto per le usanze lombarde: molte frazioni e località si estendono lungo la valle e sui pendii. Dormendo all'Hotel Tersiva, una struttura piuttosto "cittadina" per gli standard valligiani, la famosa località di Breuil-Cervinia era a pochi chilometri. E qui il panorama cambia completamente: non più valli spettrali e case abbandonate, ma alberghi di lusso e impianti di risalita che, purtroppo, sfregiano le montagne. Su tutto e su tutti, il Cervino, dalla caratteristica forma a punta, sempre visibile da ogni direzione.

L'escursioni principale è stata verso il Col de Nana (o Nanà, o Nanaz, a seconda dei cartelli).

Il sentiero non è affatto difficile, si parte da Cheneil, si supera il bivio per Chamois, e si prosegue lungo i prati fino al colle, che idealmente separa la Valtournenche dalla Val d'Ayas. Il panorama è spettacolare, sebbe il punto panoramico sia anche terribilmente freddo e ventoso. I più ardimentosi (non io) possono anche scalare qualche picco più alto, o allungare la passeggiata verso altri colli e becche. La seconda escursione è stata al rifugio Duca degli Abruzzi. Si tratta di un itinerario abbastanza abbordabile (ma molto assolato, quindi è bene evitare scottature e bere tanta acqua), meta di gruppi e di camminatori di tutte le età. Il rifugio è organizzato e offre un menu interessante; forse leggermente caro, vista la posizione. Al ritorno, invece di scendere a ritroso, ho scorto il famoso/famigerato "sentiero che porta dritti a Cervinia, proprio lì sotto". Invece, quel sentiero resta un miraggio, poiché si snoda troppo in basso per essere raggiunto dal rifugio. Occorre attraversare la morena scivolosa, camminare parecchi chilometri, e giungere finalmente al Plan Maison. Questo è un raccapricciante mostro di cemento, che d'inverno raccoglie gli immancabili sciatori della domenica con bar e negozi. Da Plan Maison a Cervinia c'è ancora un'ora e mezza di discesa, a zig-zag sotto i piloni della cabinovia. Per non farmi mancare nulla, ho deciso di risparmiarmi questo ultimo tratto a piedi: la breve discesa nella cabina trasparente fa un certo effetto, soprattutto lo strappo brusco alla partenza, che fa oscillare per qualche secondo in attesa che la forza di gravità stabilizzi il trabiccolo. La sensazione può essere elettrizzante, ma non amo stare sospeso in aria. e dire che, dal basso, la cabinovia sembra un giocattolo per bambini.

Infine, a coronamento delle fatiche di quasi due settimane, l'ultima tappa in Val d'Ayas, a Brusson. Il confortevole B&B l'Abreny, situato a monte di un bel laghetto circondato da un parco giochi, è stata un'ottima scelta: una camera ampia, quasi un monolocale con tavolo, frigorifero e forno a microonde, in un'edificio ben ristrutturato. Brusson è a sud di Champoluc, forse l'unica cittadina organizzata in modo meno spartano del solito. Di Champoluc mi parlava spesso mio nonno, che in questi luoghi aveva fatto l'addestramento sotto le armi. L'escursione principale è stata quella al rifugio Mezzalama.
Un tempo era un rifugio piuttosto frequentato, ma l'apertura del più ardimentoso rifugio delle guide d'Ayas l'ha reso un semplice luogo di passaggio verso le cime innevate del Monte Rosa. Partendo dal borgo di Saint Jacques, il sentiero n. 8 (attenzione alle vecchia mappe, che chiamavano 7 l'attuale sentiero 8) conduce al Pian di Verra Inferiore, al Pian di Verra Superiore, e infine al Mezzalama in "sole" 3h45. Il tempo di percorrenza è molto variabile: dipende dalle condizioni meteo, dalle proprio forze, dalle varianti seguite. Alcuni segnali riportano addirittura 4h45, ma sembrano palesemente eccessive: dal primo segnale (4h45) al secondo (4h30) si arriva in pochi minuti, e al Pian di Verra Inferiore è raggiungibile in 45 minuti invece che in 1h30 come indicato. Poi, certo, dipende dalle proprie gambe!
Ero molto preoccupato dall'impegno richiesto, e avevo elaborato il "piano B": scendere al lago Blu e tornare a casa. Invece l'ultimo tratto, che pure è ripido, si risolve in tre quarti d'ora di salita: faticosa ma fattibile, anche se stanchi. I due gestori del rifugio sostengono che sono pochi gli avventori, e meno ancora gli alpinisti che passano la notte lì. Un buon piatto di pasta al pesto, invero più ligure che valdostano, ritempra dopo lo sforzo, e invita alla discesa lungo l'attuale sentiero n. 7, che punta al lago Blu seguendo un costone che spaventa qualche famigliola con i bambini al seguito. Niente di drammatico, ma la prudenza non è mai troppa. Il lago Blu è splendido, e verrebbe voglia di buttarsi: tutta la passeggiata è infatti caratterizzata dall'assenza di fontane e dall'arsura estiva. La discesa è complessivamente tranquilla, e solo l'ultimo tratto "urbano", su una stradina ripida di pietre, causa qualche dolore alle articolazioni. Tutta l'impresa è durata varie ore, dalle 9 alle 17 circa. Ma i postumi si sono rivelati insignificanti.
Il giorno successivo, come allenamento defatigante, una rilassante camminata lungo il Ru, un ruscello che scorre in piano e attraversa alpeggi e piccoli boschi. Ma questa è una gita domenicale per famiglie, ed infatti i prati si sono riempiti di bambini e genitori con le provviste per un picnic.

Sulla via del ritorno, sosta a Gressoney (nelle due Gressoney, per la precisione).
Qui le valli tornano a farsi strette, e si aggiunge il fascino antico delle popolazioni Walser: uomini e donne di lingua tedesca, che popolarono la valle del Lys lasciando un'atmosfera più altoatesina che francese. All'abituale (e forse esagerato) bilinguismo, si aggiunge il tedesco, spesso come prima lingua. Sarà un'impressione, ma questa valle mi ha lasciato una sottile inquietudine. La tipica precisione tedesca, fatta di case pulite e giardini ordinati, si affianca ad un degrado da periferia urbana, e i vasi di fiori convivono con i ruderi e le macerie di vecchi alberghi abbandonati e strutture fatiscenti. I Walser sembrano aver lasciato una presenza quasi spettrale dietro le finestre chiuse e le porte sbarrate.


Qualche commento finale: il bilinguismo valdostano mi sembra un falso mito. Mentre in Alto Adige tutti parlano tedesco e si sforzano di usare un italiano elementare con i turisti, qui tutti parlano italiano e usano il patois fra di loro. Di vero francese, ne ho sentito ben poco. D'altronde, l'accento piemontese è simpaticamente marcato, e con la mia "erre" sembravo più francese di loro. Fra l'altro, devo ancora risolvere il mistero delle pronunce; qui gli autoctoni non sembrano seguire i dettami del francese corrente, e leggono i nomi geografici "all'italiana". Per esempio, sono pochi quelli che dicono "Champoluc" con la "u" francese; molti sembrano dire "Champolouc", con la "u"italiana. Idem per Brusson. Io, ingenuamente, pensao che Valnontey facesse rima con la località svizzera di Vevey (che in Svizzera si dice Vevé), e invece tutti dicono "valnonteii". Insomma, meno ti sforzi di parlare francese, e più passi per valdostano.
Scherzi a parte, devo ammettere che la gente è piuttosto accogliente e simpatica, senz'altro più di un brianzolo medio o di un milanese frettoloso. E ricordate: se entrate nel supermercato di Brusson, non comperate la baguette con le cipolle. È un'arma di sterminio potentissima, che può essere usata sia come arma di contaminazione alimentare, sia come mazza ferrata per il combattimento corpo a corpo.

lunedì 23 luglio 2012

Scendiamo da lì

Quando siete in alto, fuori da un rifugio che si affaccia su Cervinia, e decidete di scendere da quel sentiero sotto il ghiacciaio, che porta direttamente a valle, pensateci bene. Quel sentiero scende nella valle a fianco, in sole due ore lungo il crepaccio. Poi vi aspettano altre due ore per arrivare a Cervinia, ovviamente senza mai passare da quel sentiero così diretto. Certe volte le apparenze ingannano.

sabato 21 luglio 2012

Per cause indipendenti dalla nostra volontà

... gli aggiornamenti sulle mie escursioni sono rimandate a tempi con connessioni internet più stabili.

domenica 15 luglio 2012

Il senso delle parole

Qualche anno fa, un nanetto brianzolo decise di fondare un partito politico, e rubò uno slogan prettamente sportivo per dargli il nome. Molti italiani si accorsero di essere stati scippati di un'espressione gioiosa, e dovettero ingegnarsi per scovare nuovi slogan a sostegno delle squadre nazionali. Quella di allungare le proprie mani sporche su espressioni linguistiche universali è un vecchio vizio della politica. Ma non solo.

Molti di noi usano i cosiddetti social media. Uno di essi, Facebook, si è addirittura impossessato di un sentimento per denotare un servizio per l'utente: l'amicizia. "Trova i tuoi amici", leggiamo sulla home page di questo mezzo di comunicazione sociale. "Aggiungi agli amici", recita un pulsante blu sotto il nome di un perfetto sconosciuto che però, come te, coltiva la passione per lo sciroppo al rafano. E alla fine, si sa, le parole diventano cose; ci illudiamo di avere nuovi amici. Invece abbiamo solo nuove faccine nel riquadro in basso a sinistra.

Purtroppo anch'io mi sono fatto trascinare in questa nuova moda, e non ho avuto la forza di tenere ben separati gli amici e i conoscenti reali da quelli meramente virtuali. Ho "chiesto l'amicizia" a persone conosciute a distanza, su mailing liste o su altri forum. Persone che condividevano, almeno in un certo periodo, le mie stesse idee; ma anche persone che, probabilmente, avrei faticato a salutare in strada. 

Ultimamente sono caduto vittima di una sindrome sempre più diffusa, stando a quello che si legge: il bisogno di tracciare una linea di demarcazione fra le persone che conosco veramente e quelle in cui mi sono imbattuto digitalmente. Il punto è che le "amicizie" virtuali sono relazioni instabili e ansiogeni; ai primi tentativi di parlare di cose serie (e la politica è terribile, in questo senso), scoppiano i litigi e volano gli epiteti (spesso tenuti per sé, per fortuna).

Pensandoci con un mínimo di freddezza, avrebbe dovuto essere chiaro già all'inizio: le amicizie reali nascono dopo aver superato queste piccole prove di resistenza. Se conosci una persona, e dopo dieci minuti di discorso hai voglia di prenderla per il collo, la pianti lì e amen. Sui social media, al contrario, ci facciamo prendere dall'entusiasmo, e non riusciamo a fermarci prima che la pressione arteriosa raggiunga la soglia di allarme.

Da parte mia, ho cominciato le pulizie estive: qualche "amico" digitale è stato rimosso, ed ho cancellato gli aggiornamenti di qualche altro. Perché cominciavo a non poterne più, l'unico modo per sopportarsi era l'indifferenza mediatica. I peggiori sono gli amici degli amici, che sovente si lanciano in rischiose discussioni senza nemmeno sapere chi sei e che cosa fai: è come entrare all'osteria e mettersi a discutere con un tavolo di sconosciuti se sia meglio l'Inter o il Milan. E allora zac! Meglio darci un taglio, come avrei fatto senza dubbio nella vita reale. 

venerdì 13 luglio 2012

Prossimamente

Questa settimana è stata molto impegnativa, fra esami, articoli da scrivere e teoremi da dimostrare. Ho quindi trascurato un po' tutti i mezzi di comunicazione sociali.

Nei prossimi dodici giorni spero invece di allietarvi con qualche post sulla montagna. Se avrete la bontà di passare di qui ogni tanto, vi racconterò delle mie escursioni.

A presto, con lo zaino in spalla!

sabato 7 luglio 2012

Vedrà che ci sarà un'offerta migliore

Quelle del titolo sono le parole, testuali, che mi disse il rivenditore di TIM un anno fa, quando acquistai una chiavetta per navigare in mobilità. A quei tempi non avevo la connessione ADSL a casa, e volevo utilizzare la rete mobile come collegamento principale ad internet. Decisi di comprare una chiavetta ricaricabile con l'offerta 100 ore, cioè 100 ore mensili al prezzo scontato di circa 15 euro. L'offerta durava 12 mesi, perciò chiesi che cosa sarebbe accaduto alla scadenza. La risposta fu quella del titolo.

Sono passati dodici mesi, e non vorrei pagare 19 euro mensili per rinnovarla, visto che comunque ormai uso la chiavetta molto poco. Passerei volentieri alle 40 ore, che già sono eccessive. Mi collego al sito di TIM, e scopro con raccapriccio che non è più possibile acquistare pacchetti a tempo: tutto a volume, cioè con soglia massima sulla quantità di dati scambiati. I nove euro del pacchetto 40 ore sono 9 euro per... 1GB di traffico! D'accordo, perché sono buoni, per un po' te ne danno due. E il bello è che te la spacciano per un'offerta conveniente!

Ora, l'uomo della strada sa quant'è 1 GB di traffico internet? Sa che caricare la home page di un qualunque sito di informazione richiede circa 1MB, se non di più? Sa che guardare un filmato in streaming "pesa" anche 250 MB? E che un aggiornamento di sicurezza del sistema operativo o dell'antivirus "pesa" anche più di 1 GB, se particolarmente consistente? E quanti clienti, sono costretti a passare alla tariffa successiva, di 19 euro mensili, dopo aver sforato il traffico massimo consentito?

Eh già, perché vi posso assicurare che 100 ore di traffico internet in mobilità sono (erano) tantissime: non penso di averne utilizzate mai più di venti al mese. Solo questa mattina però, per scaricare le versioni aggiornate di alcuni programmi per Mac OS X, credo di aver generato almeno 500 MB di traffico.  È palese allora che 9 euro per 1 GB sono infinitamente meno convenienti di 9 euro per 40 ore.

Quindi no, caro il mio rivenditore autorizzato TIM: l'anno prossimo non ci sarà un'offerta migliore. O meglio: l'offerta sarà migliore per te e per la tua azienda. Per me ci sarà soltanto un servizio peggiore e più costoso.

N.B. Questa è la mia esperienza con TIM (destinata a cessare istantaneamente); ma bastano venti minuti su internet per accorgersi che le offerte a tempo sono praticamente scomparse. Tutti i gestori, tranne qualcuno dotato però di copertura a macchia di leopardo, e dunque svantaggioso per la navigazione in mobilità, hanno fiutato l'affare e sono passati alle opzioni a volume. Qua nessuno è fesso, direbbero a Napoli.

lunedì 2 luglio 2012

Kafka alle poste

La scorsa settimana ricevo una missiva (cartacea) da Poste Italiane. Mi viene intimato di recarmi in un qualsiasi ufficio postale, munito di documento di identità e di codice fiscale per integrare il mio profilo nell'ambito delle nuove norme anti-riciclaggio. A partire dal 2 luglio, però, non prima.

E va bene, ammettiamo pure che prima del 2 luglio ci fossero ostacoli tecnici. Oggi, 2 luglio, mi reco umilmente al mio ufficio postale di fiducia, munito di tutto e anche di più, attendo la mia bella mezz'ora a circa 15 gradi centigradi (dev'essere un modo astuto per far morire di polmonite i pensionati, all'insegna della spending review), e vengo accolto da un'impiegata. 

"Lei è il signor Mauri?", mi chiede.

"No, sono il signor Secchi", rispondo io.

"Ah. Cominci a darmi un documento e il codice fiscale, così faccio una fotocopia. Mi aspetti qui."

Io aspetto un minuto, l'impiegata torna, apre il mio file personale, chiede conferma che i prodotti di risparmio a mio nome corrispondano a verità (l'anti-riciclaggio dev'essere una specie di autocertificazione, certifico sul mio onore di non riciclare soldi sporchi), segna tutto a penna, su un fogliaccio A4 un po' unto, e mi dice:

"Sa, lei è il primo cliente che risponde. Francamente non abbiamo capito che cosa dovremmo fare, probabilmente lei dovrà firmare un foglio. Io però non so quale foglio. Allora facciamo così: mi lasci un recapito telefonico, e la convochiamo per firmare il foglio. A proposito, che lavoro fa? Il ricercatore universitario dice? Io scrivo RICERCATORE."

Io, conservando il mio aplomb da gentiluomo di mondo, ringrazio e torno a casa. Ora, nel segreto del mio blog, posso dire: ma porca pupazza, mi convocate per iscritto, io accorro, e voi non sapete nemmeno che cosa devo firmare??!! Fra qualche giorno mi convocherete ancora, a voce, e io accorrerò per mettere il mio autografo sull'ennesimo foglio unto? 

Io sono un tipo abbastanza quadrato, e tendenzialmente burocrate per istinto. Ma certe volte proprio non capisco il senso di tutto ciò.

domenica 1 luglio 2012

Another difficult exercise

Compute the limit $$ \lim_{x \to +\infty} \left( \left(\log x \right)^2 - 2\int_0^x \frac{\log t}{\sqrt{t^2+1}}dt \right). $$

 

The answer is here, but it is a nightmare.