mercoledì 30 maggio 2012

Noio vulevon savuar l'indirizz

Qualche perla linguistica, in tempo reale dal convegno.
  • Quando volete dire guys, per favore, non pronunciate gays. Il significato di these two guys è molto diverso da these two gays.
  • Quando volete dire fluctuation, per favore, evitate di pronunciare flatulation. Il risultato può essere molto sgradevole, e non soltanto per l'udito.
  • La parola scientific non so pronuncia [sciaentific].
  • I cosiddetti lucidi, che molti definisco transparencies, non si pronunciano come [transpiransis]. In italiano si crea una spiacevole assonanza con il deodorante per ascelle.
  • Se state parlando di una donna, ricordate che his e him si riferiscono a persone di sesso maschile. E' imbarazzante quando il chairman tesse l'elogio di una professoressa e ne parla al maschile: tutti si domanda se ci sia un altro festeggiato. Oppure si pongono domande più... maliziose, sulle quali stendiamo un velo pietoso.

martedì 29 maggio 2012

Io sono un würstel

Il presidente Kennedy pronunciò questa storica frase pensando di esprimere un concetto molto più alto. Ma tant'è.

Questa mattina, un collega tedesco stava conversando del più e del meno (soprattutto del meno), quando ha fatto una domanda raggelante: "Chissà se fra dieci anni avrete ancora l'Euro?"
Ecco, avrei voluto rispondergli per le rime, ma la buona educazione mi ha frenato.

domenica 27 maggio 2012

Firenze Santa Maria Novella


Sono a Perugia, per un convegno. Grazie (grazie?) alle coincidenze ferroviarie ho trascorso un'ora nella stazione di Firenze Santa Maria Novella. Non so perché, eppure Firenze mi emoziona.
Sinceramente non conosco affatto questa città: l'ho vista, di corsa, in occasione di una gita scolastica di tantissimi anni fa. Ricordo soprattutto il caldo infernale, i turisti e un pranzo a base di prosciutto e pane sciocco. Eppure, senza apparente ragione, l'aria di Firenze mi fa sentire a casa.
Il mio principale legame, se così posso dire, con il capoluogo toscano è l'amicizia con una ex-coinquilina dei tempi del dottorato. Fiorentina doc, mi parlava sempre male della sua città ed infatti si è trasferita a Trieste. 

Anche la stazione ferroviaria mi sembra speciale: ricordo le strofe della canzone di Pupo, "la notte qui non è come a Milano / o a Roma sempre piena di casino. Firenze Santa Maria Novella in festa / per lui che va, per lei che resta..."
In questa stazione trovi i giapponesi con i piedi doloranti dopo aver visitato gli Uffizi, trovi i pendolari della regione, trovi i milanesi che vanno in campagna e i romani che vanno al nord. Ci sono personaggi che, a Como, chiameremmo balordi; ma qui non ci sono commenti disumani o viaggiatori terrorizzati dalla loro presenza. Certo, c'è il tizio che parla con la sua bottiglia di birra, c'è la signora che trascina i suoi cenci sporchi verso un angolo, e ci sono anche i poliziotti in servizio. Eppure non chiedono i documenti a tutti gli stranieri come in stazione Centrale a Milano, e non perquisiscono "i sospetti" con il cane antidroga come a Chiasso. E Firenze SMN non è neppure quel gioiello di pulizia e ordine che è Trieste Centrale, per carità. Però, quando devo aspettare la coincidenza per Milano o per Perugia, non ho paura di essere pugnalato/rapinato/mitragliato/perquisito/inquisito/sequestrato. Forse sarà la vicinanza con l'omonima chiesa, che rende l'atmosfera più pacifica ed accogliente.

Sono tutte congetture. Resta il fatto che, pur non avendo mai messo piede fuori dall'uscio della stazione, a Firenze mi sento a casa.

giovedì 24 maggio 2012

Appello più, appello meno

In questi giorni, nella mia università, si è animato un interessante dibattito su un argomento apparentemente tecnico: il numero di appelli d'esame offerti ogni anno. La discussione mi ha fatto riflettere, e cercherò di raccontarvi il mio punto di vista.

Per cominciare, diciamo che il regolamento didattico di ateneo provede almeno cinque appelli (all'anno, of course) per ogni insegnamento erogato. Che vuol dire? Che ogni docente deve garantire almeno cinque date nell'intero anno accademico nelle quali gli studenti potranno sostenere l'esame relativo al corso insegnato. Voglio precisare che si tratta di un numero minimo, giacché alcuni Consigli di Coordinamento Didattico (in breve CCD) decidono legittimamente di offrirne di più. Il corso di laurea triennale in biotecnologie ne prevede sette.

Poiché questo è un periodo di profondi cambiamenti nella struttura universitaria, qualche docente ha proposto di eliminare del tutto il vincolo del numero minimo garantito e di lasciare ai singoli CCD (o dipartimenti, come prevede la legge di riforma del 2010 che sta diventando efficace in questi mesi) la scelta. In pratica, questi docenti consentirebbero di avere un corso di laurea in, diciamo, Matematica dove sono proposti tre appelli all'anno; e un corso di laurea in, diciamo, giurisprudenza, dove gli studenti possono tentare magari dieci volte di passare l'esame.
Personalmente non sono d'accordo, ma capisco che le peculiarità dei diversi corsi di studio possano comportare esigenze diverse in sede di valutazione. Mi piacerebbe che il vincolo minimo restasse appannaggio del regolamento di tutto l'ateneo, ma non mi straccerei le vesti se la responsabilità scivolasse sui dipartimenti.

Fin qui tutto bene. La discussione si è invece accesa quando alcuni docenti hanno proposto di offrire due, o al massimo tre, prove d'esame: una subito dopo la fine dell'insegnamento, una prima delle vacanze estive, e (forse) una sessione di recupero autunnale. In molti Stati questa è la prassi; pertanto, deducono questi docenti con un pizzico di italica esterofilia, dobbiamo adeguarci per rendere la nostra università virtuosa come quelle straniere.

Oddio, tutta questa virtù delle università straniere mi sembra sopravvalutata, ma pazienza: va di moda gridare che l'università italiana è da buttare. Preferisco quindi offrire alcune riflessioni di natura meno politica e più tecnica.

Innanzitutto, ammetto di non vedere un grave problema. Si dice che tanti studenti restano indietro e purtroppo si ritirano. Con un lieve cinismo, potrei obiettare che il ruolo dell'università non è necessariamente quello di fare i saldi del titolo di studio. Se una certa percentuale di immatricolati non riesce a proseguire con successo gli studi, magari è solo perché questi immatricolati hanno sbagliato strada. Capita, non è una tragedia, e soprattutto non è colpa del sistema universitario. Per scherzare un po', credo che non riuscirei mai a diventare un buon chirurgo. Che cosa dovrebbe fare la facoltà di medicina? Tirarmi dietro una laurea per forza?
Chiusa la parentesi ironica, è pur vero che, da insegnante di un corso per matricole, riscontro un fenomeno spiacevole: pochissimi studenti riescono a studiare con continuità in tempo reale. Che significa? Significa che quasi nessuno riesce a studiare entro pochi giorni, o anche solo rivedere gli appunti, quello che ho spiegato durante la settimana. L'atteggiamento prevalente è quello di seguire le lezioni (e qualche volta anche no) ora per preparare l'esame fra qualche mese.

D'accordo, riconosco che il corso di matematica non è nelle fantasie più divertenti di uno studente di biotecnologie; forse i miei studenti cercheranno di studiare subito le materie più legate alle loro inclinazioni professionali. Ma vorrei che il mio discorso forse più astratto. Il fatto è che è più facile superare un esame se il corso è stato seguito con partecipazione e studio progressivo. Per quelli della mia generazione era naturale: gli insegnamenti erano quasi tutti annuali (da ottobre a maggio), e il tempo per studiare c'era. E infatti, se ben ricordo, quasi nessuno offriva sette prove d'esame annuali: ce n'era una a giugno, una a luglio, e una in autunno. Qualche volta c'era una prova invernale, per chi era proprio rimasto indietro.

Per questo ho la sensazione che la battaglia per togliere alcune date d'esame sia sostanzialmente una battaglia nostalgica. Pradossalmente la combatterei anch'io, ma ad una condizione: che si cancellassero questi corsi zippati e frammentati in tre mesi, e si tornasse ai corsi su due semestri, almeno per il primo anno di laurea. Poiché temo che questa prospettiva sia priva di speranze, personalmente manterrei un numero più consistente di appelli. Il rischio, altrimenti, è quello di andare esattamente nella direzione opposta a quella voluta: soltanto gli studenti eccellenti otterrebbero una laurea nei tempi previsti.

Ecco che siamo giunti, secondo me, alla vera domanda: che cosa vuole essere, l'università italiana? Una fucina di menti brillanti, destinate ad un futuro di successi scientifici? Oppure il luogo di scolarizzazione superiore per antonomasia, che innalzi il numero dei laureati?
Io penso che una nazione avanzata come la nostra (vabbé, facciamo finta di crederci) dovrebbe offrire entrambe le possibilità: università e centri di studio per i migliori, ma anche colleges per chi desidera migliorarsi senza essere stritolato dalla competizione spietata. Questo accade regolarmente negli USA, dove le giovani menti più brillanti si guadagnano (con sforzi notevoli) una borsa di studio a Princeton, al MIT, all'UCLA; e tanti giovani, volenterosi ma meno dotati e magari lavoratori, studiano per diventare migliori senza essere espulsi al primo esame fallito.

A me piacerebbe che questo fosse l'obiettivo del sistema universitario italiano. Ma anche noi, che oggi insegniamo all'università e facciamo ricerca, dobbiamo forse rimettere i piedi per terra.

sabato 19 maggio 2012

Gli stradini e il titolo di studio

Ieri stavo leggendo un magazine allegato al quotidiano La Repubblica. Due articoli mi hanno colpito per la simultanea vicinanza e lontananza degli argomenti.

Nel primo, un opinionista raccontava che alcuni stati americani intendono sperimentare l'anno scolastico prolungato. In poche parole, la tesi è che tre mesi di vacanze estive siano eccessive, e pertanto occorre suddividere le settimane di riposo lungo l'intero anno solare. Sempre a scuola, eccetto qualche breve pausa di una settimana qua e là. Quali sarebbero i vantaggi? Ad esempio, sostengono gli entusiasti, non sarebbe più necessario rieducare allo studio i ragazzini dopo le lunghe vacanze. Questo permetterebbe una rivoluzione: il sistema scolastico potrebbe dedicarsi ad elevare la qualità di tutti gli studenti, mentre l'attuale calendario spinge soprattutto ad evidenziare i meritevoli e ad abbandonare i meno dotati. 

Questa opinione è molto affascinante, ma anche scivolosa. Lo stesso giornalista citava una battuta spietata del banchiere J. Rockefeller, che cito a memoria:

"Non serve far studiare proprio tutti; in fondo, l'America ha un gran bisogno di bravi stradini." 

È vero, è proprio una frase cattiva. Però potrebbe avere un minimo di verità. In primo luogo, occorre scoprire se, quando entriamo nel mondo scolastico, siamo tutti allineati ai blocchi di partenza. In termini più crudi: abbiamo tutti le medesime potenzialità? Basta un buon insegnante per ottenere un bravo studente? Esistono davvero gli studenti che non ci arrivano?

Capite bene che sarebbe inutile proseguire l'esperimento, se la risposta alle precedenti domande fosse negativa. Se da una rapa non possiamo cavar sangue, meglio continuare ad usarla come rapa. Non so se mi spiego.

In secondo luogo, l'essere umano è un animale fortemente competitivo. Il cursus honorum scolastico non fa eccezione: andare bene a scuola, ottenere risultati di eccellenza, essere un bravo allievo stimola lo spirito di competizione dell'allievo. Imporre per legge che tutti gli studenti debbano laurearsi potrebbe frustrare le aspettative: in un mondo dominato dal criterio del censo, possiamo sopportare che nemmeno le doti intellettuali siano motivo di diversificazione? È lecito frenare i migliori per aspettare (magari all'infinito) i peggiori?

Sono domande piuttosto ciniche, ma anche comprensibili. Quando prendevo 9 in latino, ero molto fiero del mio lavoro. Quando prendevo 10 in fisica (in quinta liceo), lo ero meno: il professore era alquanto generoso, e prendere 9 era il minimo sindacale. Capite bene che non avevo tante motivazioni per dare il massimo in fisica, se potevo raggiungere l'obiettivo con poco sforzo. È una lezione che ho imparato bene da quando insegno: il massimo dei voti è un traguardo duro ed impegnativo, e non può essere altrimenti. Regalare voti alti semplifica la vita, ma non penso sia educativo.

Qual era il secondo articolo di cui ho scritto all'inizio? Era un'intervista allo scrittore Stephen King, che tutti conosciamo per i romanzi e i film tratti da essi. King, ora sessantenne, raccontava che aveva appena terminato l'università, ma non riusciva a trovare lavoro come insegnante. E così fece il benzinaio, l'operaio, l'uomo di fatica. Con il senno di poi, penso proprio che meritasse un posto da professore di letteratura, visto che ebbe un enorme successo di pubblico e di critica dopo un paio di anni. Eppure ebbe la forza di rinunciare temporaneamente al lavoro per cui aveva studiato, e si dedicò a lavori che giudicheremmo ben più miseri.

In queste due storie ho visto un contrasto stridente. La stessa nazione vorrebbe elevare tutti ai più alti livelli intellettuali, e contemporaneamente insegna che nemmeno i migliori possono rilassarsi e vivere di rendita. È necessaria una dose da cavallo di equilibrio interiore, per vivere in una società come quella. In Italia, quanti studiano senza speranze di usare il titolo di studio come ascensore sociale ed economico? 

giovedì 17 maggio 2012

Sentieri della Grande Guerra

Ho trascorso quattro giorni sull'altopiano di Asiago. Ne ho approfittato per fare un po' di trekking, unendo il piacere della natura con il fascino della storia. Anzi, della Storia. Asiago è stata uno degli epicentri della Prima Guerra Mondiale: sono passati quasi cent'anni, ma i luoghi non dimenticano.

Confesso la mia profonda ignoranza, come molti studenti: ricordo ben poco della storia contemporanea, e quindi scopro informazioni sul posto. Sono salito sul Monte Ortigara, e ho visto le trincee. Oggi c'è un monumento,
ma tanti anni fa non si incontravano gli escursionisti:
Tanti uomini, e tanti ragazzi, sono morti su quella montagna per un'assurda guerra di posizione, che doveva finire entro pochi mesi ed è durata quattro anni (complessivamente).

Ho camminato sul Monte Fior, oggi celebre per la città di pietra:
Ma la stessa montagna è stata scavata dai soldati, che vivevano e morivano di freddo, di sete e di colpi di cannone:

Oggi è difficile concepire che una guerra potesse essere combattuta così lentamente, fermi per settimane a difendere pochi metri di sassi e di erba. Eppure le montagne vicentine sono piene di cimiteri di guerra, di cippi commemorativi, di percorsi della memoria. È passato un secolo da quella guerra, ma è ancora facile commuoversi davanti alle lapidi sparse nei boschi.

sabato 12 maggio 2012

Il gonnellino di Eta Beta

Ogni volta che devo partire per un viaggio, vorrei tanto avere il gonnellino di Eta Beta. Eta Beta è questo qui:

Questo personaggio Disney possiede un gonnellino prodotto con un tessuto extraterrestre, capace di miniaturizzare istantaneamente qualunque oggetto introdotto. 

Io, non essendo extraterrestre (o almeno credo), devo combattere contro la tentazione di infilare nel mio bagaglio mezza casa. Mettiamo il pile e le calze di lana, potrebbe far freddo. E se facesse caldo, non mi servirebbero i pantaloni corti e un'altra maglietta di cotone? Poi devo infilare le scarpe di Gore-Tex, in caso di inondazione; ma anche quelle di tela, se dovesse venire improvvisamente caldo. E non dimentichiamo il computer, la chiavetta per collegarsi ad internet, l'agenda, la penna, la matita, il blocco per gli appunti, lo spazzolino da denti pieghevole… Mancano solo la chiave inglese e il martello pneumatico.

Morale della favola, esco di casa che sembro un profugo, trascinando il borsone sulle rotelle cigolanti. Poi, naturalmente, riporto tutto a casa assolutamente intonso, pronto per il viaggio successivo.

Invidio molto i viaggiatori che non soffrono dei miei disturbi maniaci di avere tutto per qualunque evenienza. Vedo persone che si accontentano di un trolley minuscolo, eppure sono serene e si godono la permanenza lontano da casa. Se qualcuno mi legge e conosce Eta Beta, potrebbe farsi dare il telefono del suo sarto di fiducia?

venerdì 11 maggio 2012

Nella vita reale

Ho da poco scoperto il forum di matematica di StackExchange. Mi piace frequentarlo e, quando posso, contribuire. Da tanti anni, praticamente da quando ho conosciuto Internet, leggo il gruppo NNTP it.scienza.matematica, che ultimamente è rovinato dai provocatori di professione e da qualche cretino. Su StackExchange è facile imbattersi in domande di matematica davvero avanzata, affiancate a domande di matematica cosiddetta elementare.

Qualche giorno fa ho risposto ad una domanda di un ragazzo (immagino) americano, che chiedeva spiegazioni sul calcolo di una derivata. Tanti lettori gli hanno risposto che bastava applicare la definizione di derivata e fare qualche passaggio algebrico. Dopo un paio d'ore, il giovane ha ribattuto che proprio la definizione di derivata non gli era chiara: che cos'è, si domandava, la derivata nella vita di tutti i giorni? Come si tocca con mano la derivata?

Sono domande che ogni insegnante di matematica sente almeno una volta. Gli autori di libri propongono scaffali di risposte surgelate: la derivata è la velocità istantanea; la derivata è il tasso di crescita; la derivata è la pendenza della retta tangente, eccetera eccetera. Da quando insegno mi sono rassegnato alla constatazione che questi esempi sono quasi completamente inefficaci. Lo studente ti chiede "che cos'è davvero la derivata?", e tu gli/le rispondi che è la velocità istantanea. Plonk! Come buttare un sasso nel mare.

Ecco, temo che questi sforzi encomiabili di accostare una definizione matematica ad un oggetto della nostra quotidianità siano tendenzialmente inutili. D'altronde la velocità non è la derivata, ma si calcola con una derivata. Giriamo sempre intorno allo stesso baricentro: la matematica deve essere studiata e compresa, se possibile, per se. Dopo aver capito le definizioni matematiche, gli esempi e le applicazioni diventano evidenti. Guai invece a studiare la matematica per esempi, poiché la matematica è forse l'unica scienza in cui l'esperienza di un numero finito di esempi non implica assolutamente la correttezza della teoria. Tutte le funzioni cosiddette elementari sono di classe $C^\infty$ (all'interno del rispettivo dominio di definizione), e purtuttavia abbondano le funzioni discontinue.

L'insegnamento della matematica mediante esempi specifici è complessivamente scorretto e inefficace. Possiamo tollerarlo agli inizi, quando gli studenti devono ancora sviluppare gli adeguati schemi mentali di astrazione e di deduzione. Ma la matematica universitaria dovrebbe essere insegnata nel privilegio del ragionamento rigoroso, sviluppando la consapevolezza che ogni affermazione, nella logica matematica classica, è vero o falso. Tertium non datur.

mercoledì 9 maggio 2012

Mac OS tricks

As a GNU/Linux experienced user, I have always been confused by Apple's Mac OS startup process. Well, it is true that modern GNU/Linux systems tend to be much more messy that they used to be a couple of years ago; but I am an Archlinux user, and therefore I stick to old-fashioned BSD-like startups.

When working with Apple's Mac OS, I cannot really understand what happens at boot time, nor how I can prevent something to happen. This evening I stumbled upon a very useful page. The boot process is clearly explained, though I can read some paranoid attitude towards Apple. More or less I was already aware of the launchctl command and of the several directories where Mac OS puts daemons and binaries to execute at boot/login time. But I was completely unaware of the so-called console trick. It is, roughly speaking, the GNU/Linux boot without Xorg. The graphic server is embedded into Apple's operating system, and you cannot avoid it completely (unless you boot in single-user mode, but this is rather useless for ordinary purposes). With the console trick, you can login in a text-only session, and you can debug the system, if needed.

Giocattoli di latta

Qualche tempo fa i miei genitori hanno venduto due locali a Cunardo, che mio nonno utilizzava essenzialmente come refugium peccatorum, cioè come discarica. Ho quindi controllato se fra l'ammasso di vecchi mobili, vestiti infeltriti e ciarpame vario ci fosse qualcosa da salvare. E fu così che mi imbattei nello scatolone dei miei giocattoli estivi. Estivi, perché a Cunardo trascorrevo solo le estati (dal 1975 al 1997), sicché i giocattoli invernali sono sempre rimasti a Cantù. Di seguito, alcuni giocattoli emersi dalla polvere.

La temibile Roba pazza che strumpallazza. Detta anche Palla pazza, era un giocattolo immesso sul mercato all'inizio degli anni '80. Era una palla di schiuma sintetica colorata, nel cui interno era incastonata una grossa biglia di metallo. Però le due palle non erano concentriche, e questo provocava lo spostamento del baricentro. Il divertimento consisteva nel far rimbalzare la suddetta palla, che schizzava a destra e a manca con un moto praticamente browniano. Era una vera arma di distruzione di massa: bastava far cadere la palla sul pavimento per fracassare ogni genere di suppellettile. Nulla sfuggiva, dalle tazzine della bisnonna ai calli del nonno, dal vaso di porcellana alle zampe del gatto. È sparita dai negozi in fretta, probabilmente a causa delle richieste di risarcimento per i danni morali e materiali.

Il famigerato sterilizzatore di bambini. Purtroppo non ricordo più il nome commerciale di questa diavoleria, ma cercherò di spiegarvi le origini del nome popolare. Immaginate un peso da palestra, di quelli piccoli. Hanno la forma di un manubrio, cioè due estremità pesanti unite da un'impugnature. Il giocattolo in questione era proprio un'impugnatura di plastica di circa quindi centimetri, con due palle di gomma dura alle estremità. Per divertirsi (?) bisognava scagliare con forza questo aggeggio a terra, per farlo rimbalzare in alto. Capite bene che fa paura al solo pensiero. Ed infatti questo manubrio rimbalzava, con la forza dirompente di un missile della contraerea, direttamente verso il cavallo dei pantaloni di qualche compagno di giochi. Immaginate la gioia dell'amico, piegato in due per il dolore, mentre pensava al proprio futuro come voce bianca nel coro della parrocchia: bello, vero? Era un'alternativa economica alla vasectomia. Anche questo gioco non ha goduto di molta popolarità, tanto valeva comprare subito una bomba a frammentazione.

Lo spledido skate-board. Circa trent'anni fa, feci di tutto per convincere mia mamma a regalarmi uno skate-board. Era rosso, con le ruote gialle. Di ottima fattura, con l'anima in legno. Appena comprato, sono andato al parco giochi di Cunardo e l'ho provato. Sull'asfalto più ruvido che si possa immaginare, senza ginocchiere. Lo skate-board ha rivelato subito il perfetto bilanciamento delle ruote, con tanto di cuscinetti a sfera. Filava che era uno spettacolo, lo skate-board. Io no, ero troppo impegnato a togliere la sabbia dalle ferite sulle ginocchia e sui gomiti.

La bicicletta da passeggio. Oggi tutti hanno la muntan baik, ma nel 1980 i bambini avevano poche alternative: la Graziella o una bicicletta da passeggio. Qualcuno aveva una bici da corsa, ma il manubrio curvo era molto scomodo per un bambino. Io ho avuto una bicicletta da passeggio di seconda mano, eredeitata da un lontano parente troppo cresciuto per usarla ancora. Era color argento, con le gomme bianche che si sgonfiavano tutte le sere. Al mattino, il primo lavoro era quello di prendere la pompa e gonfiare le camere d'aria. È stata una bicicletta eroica, la portavo anche al mare. Già, mia mamma e mio nonno mi portavano al mare a Punta Ala, in una splendida pineta con un mare spettacolare. Mio papà ci raggiungeva all'inizio di agosto, quando iniziavano le ferie. Dovete sapere che questo campeggio era sterminato, e la direzione assumeva dei ragazzi che, in bibicletta, guidavano i clienti alle rispettive piazzole: i ragazzi facevano strada e i clienti seguivano con macchina e roulotte. Io, tutto eccitato da quel mestiere, fingevo di essere una guida e invitavo qualche turista straniero a seguirmi. Poi, sul più bello, mi infilavo a tutta velocità in una via laterale, lasciando l'incolpevole turista di stucco. Qualcuno inveiva nella sua lingua incomprensibile, qualcuno si metteva a ridere, molto saggiamente.

Il pupazzetto di Megaloman. Megaloman era questo qui:
All'inizio degli anni '80, questi supereroi giapponesi erano alquanto popolari, sebbene davvero ingenui. Le industrie del giocattolo fiutavano l'affare, e mettevano in vendita i pupazzi snodati. Lo ricordo bene: snodati, prometteva la scritta sulla confezione. Mi sono fatto regalare Megaloman snodato, l'ho portato a casa, ho aperto la confezione, e mi è rimasta in mano la gambetta destra del supereroe. Insomma, invece di combattere contro i cattivi, il mio eroe era già un invalido a carico dell'I.N.A.I.L.

La prossima volta vi racconto della mia collezione di pistole giocattolo, e di quella volta che l'operaio delle tapparelle pensò di essere finito in un covo di brigatisti. Che belli, gli anni '80!


giovedì 3 maggio 2012

Maggio: fioriscono i volantini elettorali

Tornando a casa dal lavoro (vabbé, che parola grossa!), apro la cassetta delle lettere e trovo le solite cose: pubblicità di ipermercati e i volantini elettorali. I primi mi invitano ad acquistare un transatlantico "a soli euro ...", i secondi mi spiegano dettagliatamente come votare. Direte voi che non dovrebbe essere così difficile: si impugna saldamente la matita copiativa e si traccia una bella X sul simbolo del cuore (sì, sono un nostalgico delle antiche ideologie novecentesche). Eppure questi omuncoli, giacché si tratta quasi sempre di omuncoli, dicono che l'unico modo "giusto" di votare è quello di scrivere il loro nome nell'apposita casellina. Mancano tre giorni alle elezioni, e non capisco proprio come potrebbero farmi cambiare idea con un suggerimento tanto banale: votare per loro. Mah.

Comunque sia, oltre all'ennesima busta anonima della Lega Nord, che evidentemente preferisce non farsi riconoscere, stasera ho trovato un foglietto sgualcito: una triste fotocopia in bianco e nero, come quelle che facevo da bambino alla macchina a monete (una fotocopia, 50 lire) dietro al negozio di fotografia. Sul foglio c'era il simbolo, sbiadito, di un partito politico e la foto segnaletica dell'inquilino del primo piano; sopra, in stampatello tremolante, ho letto l'accorato appello: "Al comune di Cantù vota così (spazio) Cognome Nome". Per un attimo ho pensato di essere tornato ai tempi della cortina di ferro, quando i potenti mezzi della tecnologia erano di là da venire. L'attimo dopo ho realizzato che tutti i soldi che i politici drenano dalle nostre tasche finiscono più facilmente in diamanti che in effettivi rimborsi elettorali, se il mio vicino di casa deve ricorrere a questi sistemi da quarto mondo.

Ma l'aspetto più inquietante della storia è la fanciullesca speranza di poter raccogliere preferenze fra i propri condomini. Questo tizio, evidentemente, finge di non ricordare che sta sul cassero (gergo marinaresco) praticamente a tutti, e probabilmente nessuno lo voterebbe nemmeno in cambio di una mazzetta di banconote di grosso taglio. Sarò un po' strano, e fin qui non è una novità; però, se mai decidessi di "scendere in campo" (con la carta igienica, come diceva Benigni), mi terrei alla larga dai luoghi che frequento maggiormente. So che sembra paradossale, ma gli svantaggi soon superiori ai (remoti) vantaggi.

Pensateci bene: chiedere un voto politico è un passo impegnativo, e potreste mettere in serio imbarazzo i vostri amici e conoscenti. Sicuramente il vostro volantino giungerà nelle mani della vostra ex fidanzata/amante (o gli equivalenti maschili, s'intende), che ne approfitterà per sperimentare quel rito voodoo che ha imparato quando l'avete lasciata. O, ancora, che cosa pensate che succederà quando quel vostro compagno di scuola, che eravate soliti sottoporre ad ogni genere di umiliazione, leggerà il suggerimento di votare per voi? Voi non ricordavate più quel collega antipatico che scondinzolava davanti al capo ufficio e vi soffiava tutte le promozioni, ma state certi che vota nel vostro stesso comune. E non voterà per voi.

D'altronde, va di moda la novità. Quindi, se aspirate ad una carriera politica, andate lontano: avete solo da guadagnare.

Concorso “Sacré Bleu”: il blu di Simone Secchi

Sono daltonico. L’ho scoperto tardi, a 32 anni suonati, durante una visita oculistica per l’assunzione in università. Non che fosse una sorpresa assoluta, sia chiaro: da piccolo avevo un rapporto piuttosto curioso con i pastelli e i pennarelli colorati. Mi piacevano soprattutto i colori decisi, ed ora so perché: erano quelli che distinguevo meglio, senza possibilità di errore. Fra i colori più nitidi, almeno per me, il blu mi rassicurava. Non sono mai riuscito a capire completamente quella storia delle sfumature, il blu, l’azzurro, il celeste, il misteorioso “carta da zucchero”. Per me il blu era una gamma di frequenze abbastanza ampia, che si distingueva dal rosso, dal verde, dal giallo. Non so perché mi piacesse, ma a sei o sette anni ho cominciato a vantarmi del fatto che il blu fosse il mio colore preferito.
Alle scuole medie, ero forse in seconda, la professoressa di Educazione Artistica ci chiese di raccogliere dai giornali e dai rotocalchi alcune immagini particolari, e di prepararci a commentarle. Ero terribilmente a disagio con l’arte, probabilmente anche per colpa della mia visione imperfetta delle sfumature cromatiche. Decisi di andare sul sicuro, e strappai una pagina da un rotocalco di mia mamma: una pagina quasi interamente blu. La mattina dell’interrogazione, la professoressa mi chiese di giustificare l’uso del blu così intenso in quella campagna pubblicitaria. Ovviamente restai impietrito, io non avevo mai pensato che ci fosse uno studio dietro la scelta del blu. Forse, con l’ingenuità di un ragazzino di tredici anni, pensavo che al grafico piacesse il blu, come piaceva a me. Insomma, feci una figura pietosa, mentre balbettavo colossali sciocchezze all’arcigna insegnante. Appresi in quell’occasione che il blu è il colore dell’eleganza. Non so se sia vero, magari è proprio così. In fondo non era davvero importante. A me interessava soprattutto che i miei occhi non confondevano il blu come confondevano i toni del rosso e del giallo. Magari sarà elegante, ma quello che conta è che il blu sia blu anche per me.

(Testo originale qui)

mercoledì 2 maggio 2012

La derivata, questa sconosciuta

Professore: "Mi definisca la derivata di una funzione."
Studente: "La derivata di una funzione $f$ in un punto $x_0$ è il coefficiente angolare di tale punto."
Professore: "I punti non hanno coefficiente angolare!"
Studente: "Ha ragione. Il coefficiente angolare della retta tangente."
Professore: "E che cosa sarebbe la retta tangente?"
Studente: "Ehmmmm... È quella retta che incontra il grafico una sola volta!"
Professore: "(disegnando una qualunque retta trasversale al grafico della funzione) Quindi questa retta è la retta tangente?"
Studente: "Ovviamente no! (e disegna quella giusta)"
Professore: "Come la mettiamo allora?"
Studente: "(...)"

Questo scambio di opinioni è un tema particolarmente familiare a chiunque insegni calcolo differenziale agli studenti del primo anno. Non ho capito se i colleghi delle scuole superiori si divertano a confondere le idee ai propri allievi (il mio professore, al liceo, insegnava la definizione corretta di derivata, quindi non è obbligatorio insegnare definizioni fantasiose o scorrette), ma è un dato di fatto che la definizione più classica di derivata resta ancora un mistero per troppi studenti.

Definizione. Una funzione $f \colon (a,b) \to \mathbb{R}$ è derivabile in un punto $x_0 \in (a,b)$ se esiste (finito) il limite $$\lim_{h \to 0} \frac{f(x_0+h)-f(x_0)}{h}.$$ Tale limite prende il nome di derivata (prima) di $f$ in $x_0$.

martedì 1 maggio 2012

Valori assoluti

Ci sono valori assoluti come l'onestà, il rispetto, la solidarietà. E poi ci sono quelli matematici, che tanto fanno soffrire i miei studenti. Per la loro maggior gloria, riporto di seguito alcune considerazioni matematiche e di buon senso sull'uso del valore assoluto nell'analisi matematica elementare. Se siete miei studenti e dovete ancora superare il mio esame, meditate.

Definizione. Il valore assoluto (detto spesso anche modulo) del numero reale $x$ è definito come segue: $$|x|=\begin{cases}x &\text{se $x \geq 0$} \\ -x &\text{se $x<0$}. \end{cases}$$

Ad esempio, $|112|=112$, $|0|=0$, $|-753|=753$. Vediamo alcune proprietà.
  1. Per qualsiasi $x \in \mathbb{R}$, risulta $|x| \geq 0$. Anzi, $|x|=0$ se e solo se $x=0$.
  2. Se $x \in \mathbb{R}$ e $c \in \mathbb{R}$, allora $|cx|=|c|\, |x|$.
  3. Se $x$ e $y$ sono numeri reali, allora $|x+y|\leq |x|+|y|$. Quindi no: il valore assoluto di una somma non è la somma dei valori assoluti!
  4. Per qualsiasi numero reale $x$, $|x|=\max\{x,-x\}$. Questa definizione è più compatta, ma meno intuitiva.
Vediamo alcuni orrori comuni.
  1. $|x|$ non è "$x$ senza segno", maledizione! Non esistono numeri reali senza segno (eccetto lo zero)!
  2. Il grafico di $x \mapsto |x|$ non è quello formato da due bisettrici del piano cartesiano!
  3. Ancora peggio, $|x|$ non vale $\pm x$. 
  4. Il valore assoluto è una funzione continua, ma non è derivabile nell'origine. La derivata del valore assoluto nel punto $x$ è $\mathrm{sign}\, x = \frac{x}{|x|}$, valida per $x \neq 0$. Quindi il valore assoluto non può essere dimenticato, quando calcolate una derivata che lo contiene!
  5. Se dovete studiare la funzione $f(x)=|g(x)|$, potete certamente studiare le due funzioni $f_1(x)=g(x)$ e $f_2(x)=-g(x)$, ma ricordate che dovete comunque mettere insieme i pezzi. A questo punto, conviene studiare direttamente la funzione senza valore assoluto, cioè $$f(x)=\begin{cases}g(x) &\text{se $g(x) \geq 0$}\\ -g(x) &\text{se $g(x)<0$}. \end{cases}$$  Quindi dovrete risolvere la disequazione $g(x)\geq 0$ e determinare in quali intervalli dovete considerare $g$ e in quali $-g$.
  6. Il valore assoluto è problematico negli integrali, e proprio per questo appare frequentemente nei temi d'esame. Un integrale definito come $\int_{-1}^1 |x|\, dx$ deve essere risolto spezzando l'intervallo di integrazione $[-1,1]=[-1,0] \cup [0,1]$, ed utilizzando la proprietà additiva dell'integrale: $\int_{-1}^1 |x| \, dx = \int_{-1}^0 |x| \, dx + \int_0^1 |x| \, dx = \int_{-1}^0 (-x)\, dx + \int_0^1 x \, dx$.

In ricordo di Pierre Magnan

Ho appena scoperto, tornando a visitare il suo sito, che Pierre Magnan è morto il 28 aprile scorso. Forse vi chiederete chi sia (o chi fosse, più correttamente) Pierre Magnan. Era uno scrittore francese, anzi provenzale, come amava definirsi. Una figura abbastanza inconsueta nel panorama letterario contemporaneo: nato nel 1922 a Manosque, ha lavorato per tanti anni come stampatore, prima di ottenere successo con i suoi romanzi polizieschi (e non solo polizieschi) interpretati dal Commissario Laviolette.

In Italia, molti fra i suoi libri sono stati tradotti e pubblicati da diversi editori, e, se volete, vi basta una ricerca in internet per reperire tutte le informazioni editoriali. Sfortunatamente altri romanzi non sono stati tradotti, ed è un peccato. Credo di aver letto tutta la produzione poliziesca tradotta, e confido che anche gli ultimi due libri saranno disponibili per il nostro mercato. Pur avendo una ragionevole conoscenza della lingua francese, la lettura di Chronique d'un chateau hanté in versione originale era troppo difficile, e ho interrotto a metà l'impresa. Ricordo di aver scritto all'indirizzo e-mail di Magnan alcuni anni fa, e di aver ricevuto una cordiale risposta della moglie, che evidentemente ne curava la corrispondenza elettronica. Pierre era anziano e, ultimamente, malato, ma il suo sito testimonia il suo interesse per la comunicazione digitale e l'uso dei software open source. Ma la caratteristica di questo scrittore che più mi affascinava era la sua abitudine di sedersi ad un bar di Manosque per incontrare i lettori di persona; solo negli ultimi tempi, dopo un lungo ricovero in ospedale, aveva dovuto annullare queste occasioni di confronto.

La sua ultima fatica letteraria è stata l'Élégie pour Laviolette. Tutti credevamo che il commissario fosse morto, e invece Magnan, con un colpo di scena, lo invita a tornare in scena per l'ultima volta. Speriamo che il suo editore italiano decida di pubblicare anche da noi questo testamento letterario di un autore burbero e permanentemente indignato, come amava definire se stesso.

PS: qualcuno potrebbe domandarsi il significato di LEMDA, il nome del sito internet di Magnan. LEMDA, o più correttamente L.E.M.D.A., è un acronimo utilizzato in un romanzo del commissario Laviolette. Significa Elle Est Mon Dernier Amour, cioè lei è il mio ultimo amore

La matematica nel blog

In questi giorni sto seriamente meditando di spostare il mio blog su una differente piattaforma. Perché? La ragione principale è il pessimo supporto che Wordpress.com offre per la scrittura della matematica. Una formula come

$latex \displaystyle \frac{d}{dx}g(f(x))=\frac{dg}{dx}(f(x))\frac{df}{dx}$

è tutto sommato accettabile. Ma le formule inline, cioè inserite in una riga di testo, sono spesso agghiaccianti. Leggere $latex a+b=c$ in un paragrafo fa letteralmente accapponare la pelle. Altre piattaforme hanno una resa decisamente superiore, ad esempio Blogger di Google: ecco le stesse formule.

Ma qual è la differenza? Wordpress.com offre la possibilità di scrivere formule matematiche mediante un primitivo plug-in che converte le formule scritte con una specie di LaTeX in immagini, e le inserisce nel corpo dei post. Blogger.com, al contrario, si appoggia al sistema Mathjax, che per il momento è il fiore all'occhiello per la scrittura delle formule all'interno delle pagine web. Per amore di verità, la piattaforma Wordpress consente di inserire codice TeX secondo i criteri di Mathjax, ma solo se Wordpress è ospitato sul proprio server. La spiegazione ufficiale è che Wordpress.com, hosting gratuito, non ha i mezzi per garantire la personalizzazione dello scripting, sicché i blog devono accontentarsi dei plug-in caricati dal gestore del sito. Io, ovviamente, non ho alcuna intenzione di pagare dieci euro al mese per scrivere qualche formula di matematica su internet. Tuttavia mi dispiacerebbe abbandonare Wordpress, che considero un sistema di blogging molto più completo di quello offerto da Google. Ho qualche esperienza di amministrazione locale di Wordpress, e posso garantire che, avendo a disposizione un proprio server, le soddisfazioni sono assicurate.

Pur consapevole che questa domanda ha una risposta scontata ("Non me ne può importare di meno"), che cosa suggerite voi lettori?

Migrazione

Come avete visto, il mio blog è migrato da Wordpress.com a Blogger di Google. Se vi chiedete perché io l'abbia fatto, la mia risposta è che Wordpress.com (quello gratuito, non la piattaforma open source scaricabile da http://www.wordpress.org) è un po' limitativo. Inoltre, il mio sito ufficiale è già registrato come Google Apps ed ospitato da Google Sites. Quindi mi è parso coerente unificare il sistema di hosting anche del mio blog.

Per vostra informazione, ma anche per ricordarmi in futuro di quello che ho fatto per trasferire i vecchi post da là a qua, ecco un breve riassunto tecnico. Lo scrivo in inglese, nella speranza che qualche motori di ricerca lo indicizzi: le poche informazioni reperite non erano sufficienti, e ho dovuto smanettare un po'. Ma proprio poco, giuro!

How to migrate your wordpress.com blog to Blogger.


  1. Log in to your wordpress account, go to the dashboard and click on Tools.
  2. Export "all content" so a file on your computer.
  3. Visit http://wordpress2blogger.appspot.com but DO NOT USE the conversion tool. This partially works if your blog was really small.
  4. Visit http://code.google.com/p/google-blog-converters-appengine/ and download the file http://google-blog-converters-appengine.googlecode.com/files/google-blog-converters-r89.tar.gz
  5. Extract the tar.gz archive and navigate to the bin/ directory: you will find a bash script called wordpress2blogger.sh 
  6. In a bash shell, issue the command wordpress2blogger.sh wordpress-file.xml > blogger.xml 
  7. Log in to your Blogger dashboard and import the file blogger.xml
  8. Do not forget to check the option to publish your old posts. Do not forget that old links to wordpress pages will not be converted. Hence you will end up with broken links, if you delete your old Wordpress blog!