lunedì 30 aprile 2012

Un esercizio piacevole

Al variare dei parametri reali $a$ e $b$, è definita una famiglia di funzioni

$$f_{a,b}(x)=\frac{x^4+ax^2+b}{x^2-1}.$$

Per quali valori di $a$ e $b$ la retta di equazione $y=0$ è tangente al grafico di $f_{a,b}$ in due punti distinti?

sabato 21 aprile 2012

Thank you for your attention

Torno oggi da un interessantissimo convegno. Vi propongo qualche piccola riflessione sulle conferenze matematiche. Sono soltanto riflessioni, non prendetele come critiche, per favore.

  1. Per quanto à l'ancienne, i seminari con gesso e lavagna (o pennarello puzzolente e lavagna) restano sempre i migliori. Ad esempio perché anche il pubblico riesce a capire qualcosa, avvantaggiandosi delle pause per scrivere e per cancellare la lavagna. Sono faticosi, certo, ma lasciano una piacevole sensazione di aver impegnato bene le proprie forze, sia per chi parla, sia per chi ascolta.

  2. Ma il tempo concesso è tiranno, e il povero conferenziere deve comprimere mesi di lavoro in venti minuti, o meno. Ecco che scatta la fascinazione della presentazione con il proiettore. Gli altri scienziati usano programmi come Microsoft Powerpoint, mentre noi matematici amiamo Beamer o Prosper. Essenzialmente, le nostre presentazioni sono file PDF creati con LaTeX e proiettati con l'aggiunta di qualche effetto speciale. Sfortunatamente, questa meraviglia del XXI secolo è infida, e lo speaker dovrebbe evitare di preparare 93 diapositive farcite di definizioni e teoremi. È la parte più dolorosa, perché tutti vorremmo poter spiegare i nostri risultati scientifici in dettaglio.

  3. Se posso permettermi, sconsiglio di aggiungere l'ultima, maledetta, diapositiva: quella con la frase in grassetto Thank you for your attention. Mi sembra più elegante usare la voce, che toglie quell'effetto "surgelato e pronto da mettere in forno" che il ringraziamento per iscritto trasmette al pubblico. Variante: non mettete la foto dei vostri figli, e non dite These are my best results! Suona un po' penoso, soprattutto ai single.

lunedì 16 aprile 2012

Very false friends

Ok, tecnicamente non parlerò di false friends. Ma di qualcosa di abbastanza simile. In questo periodo mi sono lanciato nella visione di alcuni film in lingua originale. Sorvolando su quelli in serbo-croato, che potrebbero essere muti as well, è divertente utilizzare i sottotitoli per seguire i film in lingua inglese. Cioè, per essere precisi: in lingua americana.

Eh già, perché forse non ci avete mai pensato, ma le seguenti frasi sono praticamente indistinguibili per uno yankee:

  1. I'll write a letter;

  2. I'll ride a ladder.


D'accordo, la seconda frase non ha molto senso per una persona sana di mente. Eppure... Un altro esempio buffo è:

  1. I've got;

  2. I've God.


La seconda alternativa è degna di un delirio di onnipotenza, ma il suono è davvero simile. Strano, vero? Vi hanno insegnato a parlare inglese come la regina (per inciso, a me hanno insegnato a parlare inglese come una professoressa calabrese di inglese, ma lasciamo stare), e quando sentite Obama che si rivolge alla nazione non capite un'acca. Sapevate che foot e food hanno suoni diversi, ma solo in alcune regioni degli USA? E book, con quale dei due fa rima? Bella domanda. La risposta è che dipende. Se volete divertirvi, fate ad esempio questo test. Io, inconsciamente, ho scoperto di parlare un inglese simile al cosiddetto Inland Northern dialect, che poi è quello del Wisconsin e di Chicago. Pur avendo la erre blesa ("moscia"), parlo in modo rhotico. In più uso le "-er" nasali e le "o" aperte come la "a" (ad esempio dot=daaaht, God=Gaahd), ma cot e caught per me sono suoni diversi. Inoltre, e qui non so proprio perché mi venga spontaneo, pronuncio on come don (daahn), ma dawn come yawn (dohn).

La linguistica inglese è molto affascinante, ma continuo a non capire come possa essere parlata una lingua in cui una parola suona come N parole diverse in N regioni. E ci credo che faccio fatica a capirlo, no?!

Money, money, money

Ieri sera, il programma televisivo Report ha proposto un bell'esperimento: abolire il denaro contante. Più precisamente, l'inchiesta proponeva di stabilire una franchigia per le cosiddette piccole spese quotidiane (parlavano di 150 euro al mese, che forse sono troppo pochi); chiunque prelevi contanti per più di tale somma dovrebbe pagare una penale salata, tesa ad incoraggiare l'utilizzo massiccio dei pagamenti tracciabili (bancomat/postamat, carte di credito, assegni, bonifici). Alcune simulazioni, che confesso di non aver seguito con la dovuta attenzione, dimostrerebbero che la teoria potrebbe funzionare, e permetterebbe la restituzione di circa 600 euro annui a ciascun italiano come premio per la lotta all'evasione fiscale.

Devo ammettere che questa faccenda mi ha affascinato. Effettivamente, mi sono accorto che io stesso spendo assai poco in contanti: la mensa universitaria, il quotidiano, qualche fumetto, e i biglietti dei mezzi pubblici che uso occasionalmente. Per il treno ho l'abbonamento annuale addebitato in busta paga. Quindi, a patto di alzare la soglia a, diciamo, 200 euro mensili, penso che buona parte dei cittadini onesti potrebbe avvantaggiarsi per la tassazione del contante.

Alla fine della trasmissione, con un po' di imbarazzo, mi sono reso conto che qualcosa mi infastidiva. Oggettivamente, occorre dire che un tale sistema dovrebbe prevedere tutele per i consumatori: se l'uso della moneta elettronica e/o tracciabile continua a costare quanto adesso, sarebbe un vergognoso regalo ai circuiti bancari. Più romanticamente, ho pensato che il denaro è un oggetto nobile, nato come alternativa all'impraticabile baratto degli antichi. Avete mai pensato alla difficoltà di andare al supermercato con una pecora in spalla, da barattare per un paio di pantaloni? Far sparire questo prodotto dell'ingegno umano mi sembra quasi un'eresia. Dove nuoterebbe Paperon de' Paperoni? Negli assegni circolari? Nelle tessere magnetiche? Sarebbe la fine di un'epoca.

Da ultimo, c'è sempre lo stesso dubbio: perché nessuno Stato occidentale ha abolito il denaro? Perché in Italia bisogna curare le pellicine con la motosega? Non basterebbe imparare ad essere non dico onesti, ma solo meno truffatori? Eh già, siamo la patria del motto per colpa di qualcuno, non si fa credito a nessuno. Disonesti fino a prova contraria.

mercoledì 11 aprile 2012

Etichette informatiche

Il contenuto di questo post dovrebbe essere risaputo, dunque assai poco originale. Eppure, sembra sempre opportuno ripetersi. Stiamo parlando di etichetta nel mondo digitale.

  1. L'email non è un rimpiazzo del telefono. Se scrivete un'email a Tizio, non potete supporre che Tizio risponda in tempo reale, e soprattutto non dovete spedire dozzine di solleciti e di rimbrotti dopo ventiquattro ore. Tizio ha una vita che si prolunga oltre lo schermo del suo computer, e addirittura potrebbe restare in silenzio per una scelta consapevole. È questo il bello dell'email: il destinatario è libero di ignorare la comunicazione, e di rispondere quando ne ha tempo e/o voglia. Se volete parlare urgentemente con Tizio, usate il telefono.

  2. Una telefonata sul cellulare non è equivalente ad un incontro fortuito all'angolo della strada. Il destinatario è libero di rifiutare la chiamata senza doversi giustificare con voi. Inoltre, non tutti amano sentirsi apostrofare con "Sono io. Dove sei?" a tutto volume nell'orecchio. A meno che non vi siate dimenticati di andare a prendere vostro figlio all'asilo, o che il vostro treno sia in ritardo, il vostro interlocutore farebbe bene ad utilizzare quel minimo di cortesia degna di una persona educata. Dopotutto, nel 90% delle situazioni, dove voi siate è un fatto che riguarda solo voi.

  3. Le liste di discussione, dette anche mailing list, sono luoghi abominevoli in cui perfetti sconosciuti si scambiano opinioni come se avessero vent'anni di amicizia alle spalle. Poiché l'ingresso in una lista è una scelta volontaria, tutto ciò potrebbe essere irrilevante. Tuttavia, ben pochi ricordano che una mailing list non è un'arena dove sfogare le proprie frustrazioni, né il gabinetto di uno psicologo pronto ad analizzare le vostre paturnie. Ad esempio, solo un bifolco può cambiare il cosiddetto oggetto della discussione, impedendo a tutti gli altri iscritti di seguire il filo della medesima. Altro comportamento frequente e spiacevole è il messaggio "Cancellatemi per favore". Ma porca miseria, non ci arrivate da soli? Avete mai pensato di scrivere a tutti gli abbonati di Topolino perché volete recedere dall'abbonamento? E vi offendete pure, se qualcuno vi risponde che basta seguire le facili istruzioni, per uscire dalla lista!

  4. La comunicazione telematica deve adattarsi alle situazioni. Se scrivete al vostro migliore amico, è normale che usiate toni familiari e schietti. Se scrivete al vostro capo ufficio, non potete mettere dozzine di punti esclamativi e centinaia di puntini di sospensione e di faccine. Dite la verità: pensereste mai di scrivere una vera lettera al direttore della vostra azienda e di infarcirla di disegnini adolescenziali? No, vero?

  5. Declinate le vostre generalità ogni volta che vi sembra ragionevole. Non una volta in meno. Se scrivete al vostro professore per chiedere un colloquio, non esordite mai con "Salve, sono Michi! Posso farle qualche domanda?" Il vostro interlocutore potrebbe scambiarvi per uno spammer, o addirittura per un maleducato. Non è più efficare "Salve, sono Michele Brambilla, un suo studente di XYZ. Ha tempo per un colloquio?"

  6. In riferimento al punto precedente, non sta bene nemmeno il tono fantozziano-burocratico di certe missive ministeriali. L'uso della lettera maiuscola nelle espressioni come "Caro signore, Le scrivo per invitarLa" sono obsolete e fastidiose. Anche perché questa prassi è tipica di chi vuole ammansirvi per buggerarvi meglio. In generale, una dose moderata di buona educazione è sempre la soluzione ideale.


Infine, la regola aurea. Se state usando un moderno mezzo di comunicazione telematico e avete un dubbio sulla vostra scrittura, fate un semplice esperimento: fingete di essere il destinatario, e provate ad immaginare la sua reazione al vostro scritto. Funziona sempre, ve lo assicuro.

martedì 10 aprile 2012

Rifiuto e vado avanti

In questi giorni c'è stato l'ennesimo putiferio per colpa di un preside di facoltà bolognese che ha impedito agli studenti di rifiutare il voto conseguito in sede d'esame. La faccenda si è rapidamente sgonfiata, c'è stata la prevedibile circolare "mi avete frainteso", e la pace è tornata.
Per capire meglio, occorre ricordare che un voto non si può tecnicamente rifiutare. Il rifiuto è invece la rinuncia a portare a termine l'esame, come tutti i regolamenti accademici concedono. Praticamente, lo studente è libero di ritirarsi dalla prova d'esame in qualsiasi momento, senza conseguenze. Per completezza, resta scoperto un caso: se l'esaminatore propone un voto, è lecito che lo studente lo respinga al mittente? Nonostante io abbia chiesto alcuni pareri, la risposta non mi è chiara.

Ma questo è un problema diverso, e servirebbe forse un civilista. Un insegnante si domanda piuttosto se sia opportuno concedere questa scelta allo studente. E qui le opinioni abbondano. Una parte del corpo docente sostiene che gli studenti devono essere liberi di aspirare al massimo, e dunque possono ripetere gli esami finché vogliono. Un'altra parte del corpo docente sostiene invece che l'università è utile quando è affrontata brillantemente: quanto può contare un 27 strappato dopo mezza dozzina di sufficienze stentate?

Francamente il problema è reale, e si annida nella visione stessa degli studi universitari. Se questi devono essere un viatico per conquistare un lavoro remunerativo, temo che poche aziende lungimiranti assumerebbero un laureato che abbia ripetuto tanti esami fino allo sfinimento. Ma se la carriera universitaria è concepita come un percorso di crescita e di acculturamento nel senso più ampio del termine, non dovrebbe esserci nulla di male nel provare e riprovare, alla ricerca dell'optimum.

Appartenere all'una o all'altra delle due scuole non è una scelta banale, perché bisogna pur riempire la pancia, oltre alla mente. Mi è stato detto che in altri Paesi gli studenti che ripetono più di due volte lo stesso esame sono espulsi dal corso di laurea. E parliamo di nazioni che aspirano ad essere il motore economico del mondo, nei prossimo decenni.

Ma, a ben guardare, conta anche la cultura nazionale: l'eccessivo rigore non appartiene a noi italiani, sempre benevoli verso chi sbaglia e chi ha difficoltà. Credo che sia un atteggiamento nobile, a patto di non abusarne.

lunedì 2 aprile 2012

Cavolo, non funziona la rete!

Quando uno scienziato del XXI secolo invita nel proprio dipartimento un collega, la prima domanda cui deve rispondere è: "Come faccio a collegarmi a internet?"

Certo, qualche eccezione alla regola c'è ancora, soprattutto fra gli scienziati più anziani o fra gli umanisti. Ma se il vostro ospite ha meno di cinquant'anni, tenetevi pronti a fornire istruzioni informatiche a tempo di record. Qualche ospite, più mite, aggiunge la postilla: "Non ho fretta, basta che riesca a leggere la posta entro l'ora di cena."

Il primo commento che tutti, tranne forse un neurochirurgo sbarcato nella Terra del Fuoco per trapiantare un cervello, dovremmo fare a questo punto è che siamo diventati matti. Se penso all'urgenza media delle mie ultime 500 email, credo che avrei potuto tranquillamente leggerle con cadenza settimanale. Va beh, facciamo giornaliera per non sembrare fannulloni.

Invece no! Se la Rete non funziona per mezz'ora, temiamo di perdere notizie fondamentali per la nostra vita, e ci avventuriamo in una serie di azioni a cavallo fra la tecnologia e la scaramanzia alquanto comiche. Dite la verità: avete mai riavviato il computer perché il vostro browser era particolarmente lento? Quante volte vi siete spediti una email perché non ricevevate messaggi da due ore? Vi ricordate di quella volta che avete cercato un altro cavo ethernet perché Facebook non "si apriva"?

Due settimane fa ho avuto il privilegio di partecipare ad una bella "festicciola accademica" a Venezia, per il pensionamento del mio "maestro" professionale. Una professoressa ha raccontato la genesi di un articolo molto citato ed importante, scritto nel 1991. Vent'anni fa la comunicazione fra due scienziati italiani procedeva prevalentemente per telefax, se non per posta. Uno scienziato faceva alcuni conti, li scriveva con bella grafia, e li spediva al collega. Con il telefax, la trasmissione era veloce; per lettera, occorrevano alcuni giorni prima che il plico giungesse sul tavolo del destinatario.

Oggi, invece, si fa una scansione dei fogli e li si invia per posta elettronica. I più "tecnologici" scrivono direttamente con una tavoletta grafica o con un tablet touch screen. Siamo diventati tutti futuristi, evviva la velocità, unica igiene del mondo! Perché il progresso si manifesta sempre con la trasformazione dell'uomo in robot?