mercoledì 22 febbraio 2012

Recensione: Il destino dei Malou



Il destino dei Malou è l'ultima traduzione di Georges Simenon che la casa editrice Adelphi ha messo in commercio. Si tratta di un romanzo scritto nel 1947, quando l'autore si trovava in Florida. Un romanzo della maturità di Simenon, dunque, meno duro di altri capolavori dello scrittore belga. La trama è piuttosto semplice: l'affarista Eugène Malou, che oggi sarebbe un palazzinaro, si spara sulla soglia dell'abitazione del conte d'Estier. La morte è straziante, perché il colpo di pistola non ha raggiunto il cervello e il povero Malou giace a lungo sul pavimento della farmacia, circondato dai curiosi. Eugène Malou era un personaggio ambiguo, partito dalla miseria e arrivato all'apparente ricchezza, ostentata e sfoggiata. Sua moglie, una donna arida e arrivista, già prima moglie di un deputato della Repubblica, è terrorizzata dalla prospettiva della miseria. La figlia Corinne conduce una vita ai limiti della prostituzione, ed è l'amante di un facoltoso medico sposato. Uno dei due figli maschi è un funzionario pubblico, sposato e senza particolari ambizioni eccetto quella di vivere tranquillo. Solo il figlio minore, Alain, vuole capire le ragioni di un suicidio così drammatico, e rifiuta di trasferirsi a Parigi, presso parenti, con la madre. Alain trova un modesto impiego in tipografia e un alloggio presso una pensione a poco prezzo. Ma il comportamento disinibito della sorella scatena uno scandalo, e Alain viene licenziato per ragioni di opportunità sociale. Decide allora di fare quello che non aveva mai fatto prima: conoscere il padre morto, capire chi fosse realmente. Grazie a due amici del vecchio Eugène, ricostruisce una vita fatta di espedienti e di affari al limite del reato. Ma scopre anche un padre che ha dato la propria vita per il benessere della sua famiglia, un padre povero che ha lottato con ogni mezzo per la roba, per una posizione nell'alta società. Il percorso del giovane Alain nella storia di suo padre è difficile, ma solo così potrà capire di essere l'unico, vero, discendente dei Malou.

Gli amanti di Simenon si aspetterebbero il classico finale cupo e senza pietà che lo scrittore belga riservava ai suoi personaggi tragici. Invece no! Alain Malou arriva più volte sul punto di spezzarsi, ma riesce sempre a sopportare le umiliazioni di una società borghese e molto crudele; la stessa società che aveva concesso al padre un'illusione di ricchezza e potere, un'illusione breve e inesorabilmente avviata verso la decadenza e la rovina. Perché un povero, sembra dire Simenon, resterà sempre un povero; l'élite può concedere ad un povero di divertirsi per un po', ma alla fine la puzza di miseria resta indelebile.

domenica 19 febbraio 2012

Xcode 4.3

La scorsa settimana (io sono abituato ad iniziare la settimana di domenica come gli anglosassoni, non so perché) Apple ha rilasciato la nuova versione di Xcode, il pacchetto di programmi per gli sviluppatori. Ormai giunto alla release 4.3, Xcode è uno strumento indispensabile per chiunque abbia dimestichezza con la compilazione dei sorgenti: quello che la filosofia UNIX tramanda come "configure && make && make install". Fino alla release precedente, Xcode era un mastodonte di 4.3 Gb, che richiedeva una connessione ad internet professionale e anche mezz'ora di installazione. Ora non più: Xcode 4.3 è un singolo programma del peso informatico di meno di 2 Gb, sebbene i cosiddetti "Command-line tools" debbano essere prelevati a parte dalla rete. Mentre prima tutti i pacchetti erano installati in /Developer, ora il programma principale può essere installato in /Applications, e questo tende a generare una notevole confusione con le variabili di ambiente. Ma generalmente si risolvono in fretta, a patto di essere un po' smaliziati con la linea di comando.

Il vero dramma è che Xcode 4.3 non funziona con MacPorts, uno dei sistemi di packaging del software open source per sistemi Apple Mac. Io l'ho sempre usato molto per mutt, fetchmail, alpine, slrn, e altri programmi open source che "girano" nel terminale: è un evidente sintomo di vecchiaia.

Stamattina, fresco fresco cacchio cacchio, rimuovo i vecchi programmi per ricompilarli con i nuovi compilatori. Sorpresa: una valanga di errori e il panico totale. Sul sito di MacPorts leggo che Xcode 4.3 non è compatibile con MacPorts, a causa dei profondi cambiamenti che Apple ha introdotto nel programma. E adesso, che fare? Da vero nerd, utente fanatico di ArchLinux, provo a scaricare i sorgenti dei principali programmi che mi servono, e con parecchia fatica riesco ad installarli come facevano i pionieri. Sono molto soddisfatto, ma questo approccio ha la spiacevole conseguenza che non potrò aggiornare automaticamente i programmi come facevo con i MacPorts.

Dopo qualche ricerca, mi sono imbattuto in Homebrew, una recente alternativa a MacPorts basata sul linguaggio Ruby (che in questo caso non ha zii in politica). I repository di Homebrew sono alquanto poveri, se paragonati a quelli di MacPorts, ma un buon 70% delle mie esigenze trovano soddisfazione comunque. Dopo due ore di sudori freddi, il mio computer è tornato come prima. Come al solito, le mie soluzioni sono paurosamente da bricoleur, e l'approccio ideale consiste forse nell'attendere qualche giorno e confidare in un aggiornamento del sistema MacPorts. Una soluzione ancora più conservatrice è riportata nel post di un utente di MacUpdate.com, che copio di seguito a vantaggio di chi legge.
OK, let's see now:

1. Xcode 4.3 can co-exist with previous versions of Xcode. I suggest that you do NOT uninstall the old version, until major issues have been resolved with this one.

2. Xcode 4.3 does NOT have to live in the /Applications directory. You can place it anywhere. You can put it in a separate directory along with all the optional downloadable utilities. There is no need to clutter your /Applications directory.

3. Xcode 4.3 does not have to be downloaded from the Mac App Store. You can also download it using a free developer account from connect.apple.com .

4. It is recommended that you install the commandline tools using the separate installer available from connect.apple.com, rather than from within the Xcode program.

5. After you've installed the commandline tools and decided where you want to place Xcode 4.3, run the following command in terminal to insure that the proper path is set (change the path accordingly if you've installed it somewhere else):

sudo xcode-select -switch /Applications/Xcode.app/Contents/Developer

Check to make sure the path is set correctly by running this command:

xcode-select -print-path && xcodebuild -version

The output should look like this:

/Applications/Xcode.app/Contents/Developer
Xcode 4.3
Build version 4E109

Insomma, è possibile anche reinstallare Xcode 4.2.1 parallelamente a Xcode 4.3. Mi resta un dubbio sulla sovrapposizione dei Command-line Tools, che potrebbero essere diversi per le due release ma che vengono sovrascritti in /usr/bin. Resta il fatto che Homebrew sta diventando un ambiente di packaging più solido e più maneggevole di MacPorts, e vale la pena di fare un tentativo.

Novità del 27 febbraio 2012. Sebbene il sito di MacPorts continui a ripetere che Xcode 4.3 è incompatibile con il sistema di pacchetti in questione, un utente segnala qui che è molto facile recuperare i MacPorts mediante un paio di link simbolici. La soluzione consiste nell'eseguire i seguenti comandi da terminale:

$ sudo xcode-select -switch /Applications/Xcode.app

$ sudo ln -s /usr/bin/clang /Applications/Xcode.app/Contents/Developer/usr/bin/clang

$ sudo ln -s /usr/bin/clang++ \\ /Applications/Xcode.app/Contents/Developer/usr/bin/clang++

La mia esperienza è positiva.

domenica 12 febbraio 2012

Gmail e i punti: sapevatelo!

Requisiti: un indirizzo di posta elettronica @gmail.com.

Ne ero parzialmente al corrente, ma ho appena fatto qualche esperimento e ho dedotto che Gmail ignora completamente i punti negli indirizzi e-mail. Esempio: avete un indirizzo paperino@gmail.com

Ora provate a spedire un'email a pap.erino@gmail.com oppure a p.aperino@gmail.com. Vedrete che vi arriveranno regolarmente. Reciprocamente, se avete un indirizzo nome.cognome@gmail.com, potete fare login usando nomecognome@gmail.com e tutto andrà bene.

Si tratta di una regola che limita il numero di account disponibili (seppure in modo trascurabile), ed evita quasi-omonimie che causerebbero più svantaggi che vantaggi. In effetti, però, molti server LDAP considerano il punto come un carattere ammissibile, e la configurazione di Gmail non può essere considerata del tutto standard.

Per inciso, ma questa è una caratteristica ben documentata, potete aggiungere caratteri al vostro indirizzo Gmail usando il simbolo +. Questo permette di filtrare la posta secondo regole molto potenti. Se volete che tutte le email del signor Tizio vengano etichettate con un certo colore, vi basta dire a Tizio che la vostra email è user+tizio@gmail.com (avendo cura di sostituire a user il vostro vero account). Io, per esempio, uso +news sui newsgroup, così che le eventuali email relative ad un mio intervento in un newsgroup sia distinguibile da un'email ordinaria.

martedì 7 febbraio 2012

Le formiche e la bambina dispettosa

C'era una volta un'autostrada di formiche. Sì, quelle processioni infinite di formiche che escono da un piccolo buco nel terreno o nell'intonaco di un muro e continuano verso un'irraggiungibile meta. Le formiche procedevano ordinatamente, in fila. Certo, qualcuna usciva dai ranghi e tentava di cambiare passo o direzione; complessivamente, però, l'immagine era quella di una comitiva ordinata, vagamente simile ad un battaglione in marcia. Le formiche si organizzavano in una struttura gerarchica piuttosto precisa: c'erano le formiche-dottorande, le formiche-postdoc affiancata dalle formiche-assegniste. Qualche centimetro più avanti si collocavano le formiche-ricercatrici, che avevano l'incarico di scoprire nuove risorse, avventurandosi oltre i sentieri già tracciati dalle più esperte formiche-di-seconda-fascia e dalle anziane formiche-di-prima-fascia. Queste ultime, inizialmente un corpo d'élite, nel tempo erano aumentate di numero e ricoprivano ruoli dominanti nella vita del formicaio.

Un giorno, mentre l'inesorabile marcia continuava senza sosta, arrivò una bambina dispettosa, con gli occhiali e la vocina stridula. Veniva da Brescia, ma studiava alle scuole elementari di Pizzo Calabro: non per opportunismo, ma per amore delle melanzane sott'olio. Come tutte le bambine della sua età, si divertiva ad infastidire le persone che lavorano, e perfino gli animali. Con le sue scarpette di vernice rossa, iniziò a calpestare le povere formiche, disperdendo la doppia fila di quegli insetti tanto ordinati. Gli animaletti impiegarono qualche istante prima di comprendere che la loro vita era in pericolo, e poi seguirono l'istinto. Alcune corsero in avanti, soprattutto le formiche-di-prima-fascia, avvantaggiate dalla posizione di testa nella gerarchia. Le formiche-ricercatrici, terrorizzate all'idea di perdere di vista la testa del plotone, si coalizzarono e cercarono di mantenere la posizione. Alcune di esse rinunciarono a proseguire, e rientrarono nel formicaio, continuando a svolgere incarichi sedentari di routine. Le formiche più giovani, rimaste bloccate all'uscita dal nido, furono le più colpite dalla furia della bambina occhialuta. Alcune, previdenti, trovarono rifugio in altri formicai lontani, dove gli abitanti parlavano lingue dure e spigolose, ma offrivano ospitalità e apprezzavano il lavoro serio delle nuove arrivate. Altre formichine, convinte che la bambina si sarebbe stancata presto di calpestarle, restarono ferme in attesa di tempi migliori; ma la suola di cuoio delle scarpette rosse scavò solchi profondi, e il terreno fu impraticabile per molti giorni a venire. Purtroppo le formiche-dottorande, tenute prudentemente lontano dal pericolo, si resero conto troppo tardi della devastazione compiuta; all'uscita dal formicaio, caddero preda dei malvagi formichieri, avvertiti tempestivamente dalle Agenzie per il Nutrimento Interinale e Precario.

Al calar della sera, la bambina dispettosa venne richiamata in casa dal papà Silvio, e di lei si persero le tracce. Ma gli effetti del pomeriggio di gioco durarono a lungo, molto a lungo.

Nota critica.

Questo breve racconto appartiene alla trazione popolare italiana. Appare ispirata ai classici delle favole antropomorfiche dell'antichità ellenica, e alcuni studiosi hanno proposto un'interpretazione basata sulla metafora dell'università e della ricerca. Altri, più originali, hanno proposto un legame con i Vangeli Apocrifi, ma si tratta di una lectio facilior. La figura della bambina occhialuta, volutamente sgradevole, è probabilmente un'antropomorfizzazione del ben noto Governo Precedente; questa figura ricorre nei racconti popolari italiani, spesso introdotta come un ovino cornuto (chiamato capro espiatorio dagli zoologi) e accusata di ogni calamità e sciagura. La studiosa Marie-France Pénsaté e il collega ungherese Férencz Estycatzy, nel saggio Anvedi Ahó (di prossima traduzione italiana per i tipi di Baggianate) riferiscono alcuni detti regionali, fra cui "Piove, Governo Precedente ladro!" e "I miasmi provenienti dal depuratore sono da imputare al Governo Precedente, che mangiava troppi fagioli". È invece raro che il Governo Precedente rivesta un ruolo positivo; alcune eccezioni si trovano nelle novelle politiche di Angelino La Poltrona, in cui il Governo Precedente si sovrappone al Governo Attuale e ne eredita le caratteristiche positive. L'uso della formica come animale-protagonista sembra alquanto originale e significativo. Lo studioso conservatore Mario Limontacci, nel pamphlet L'odioso privilegio di avere uno stipendio, suggerisce l'interpretazione di sostanziale disgusto nei confronti delle formiche, animali abituati ad invadere le dispense e le abitazioni, molto difficili da sterminare. Si delinea dunque un'affascinante critica del testo: le formiche, apparentemente vittime della bambina cattiva, diventano lentamente elementi negativi e infausti, mentre la bambina dispettosa si trasforma nell'eroina positiva, che cerca di liberarci dalla presenza inopportuna dei piccoli insetti.

domenica 5 febbraio 2012

Capire: verbo transitivo

Capire è uno dei verbi più ipocriti della nostra lingua. Alzi la mano chi non ha mai osservato l'uso improprio e peloso di questa parola nei dibattiti televisivi e sui giornali.

Una prima ipocrisia la conosciamo tutti: a scuola dicevamo "non ho capito" per mascherare un più rischioso "non ho studiato".

Professore: "Secchi, ma non hai studiato la fotosintesi clorofilliana?"

Io: "L'ho studiata, ma non l'ho capita!"

Ma, tutto sommato, si trattava di un abuso comprensibile: se ripenso ai ritmi di studio imposti dalle scuole superiori, mi chiedo come io abbia fatto a uscirne vivo. Invece, l'abuso più fastidioso è quello proposto dai vari tuttologi che commentano i fatti di cronaca. Un adolescente ha sterminato la famiglia? Dobbiamo capire, bisogna capire, occorre sforzarsi di capire. Ma capire che cosa, scusate? Non era assodato che l'uomo gode del libero arbitrio? Se Adolf Hitler era lievemente indisposto verso alcune minoranze etniche, dobbiamo sforzarci di capirne le ragioni?

Già, perché siamo la patria del perdonismo e della remissione dei peccati. Se un essere umano commette un reato, partiamo dal presupposto che tutta la società non ha saputo capire. Che c'è da capire, a parte il rispetto delle regole e delle leggi elementari? Se da bambino ti spiegano che rubare è illecito, tocca a te decidere se diventare un fuorilegge. Anche perché, mediamente, vale la frase storica
Le leggi esistono per non farti pensare.

Se seguite il mio blog, dovreste ricordare chi le ha pronunciate. Ma in Italia no, noi dobbiamo capire e magari fustigarci perché c'è qualcuno che non ha capito. Finché si parla di bambini, posso condividere; se parliamo di adulti di normale intelligenza, allora diventa una reazione pusillanime. Sembra che ci spaventiamo davanti alla prospettiva di punire chi sbaglia, vogliamo far capire a Landru che l'amore coniugale è un bene supremo e da secoli ci vantiamo dei delitti e delle pene che sappiamo bilanciare con maestria.

Peccato però che il senso civico degli italiani sia miserando, e che ammiriamo segretamente gli evasori fiscali e i furbetti del quartierino. Ci ostiniamo a confondere la caritas cristiana (assolutamente lecita e commovente) con l'amministrazione della giustizia civile e penale. Tutto in nome della comprensione, della speculazione filosofica sulle ragioni profonde. Siamo poi così certi che esista sempre qualcosa da capire?

giovedì 2 febbraio 2012

Mamma, mamma! Vado all'università!

Ieri ho letto una notizia di quelle curiose, che sembrano scritte apposta per strappare un sorriso: la mia università organizza un Open Day per ... genitori! Sembra strano, vero? Vediamo di analizzare l'informazione.

La premessa è che gli uffici di orientamento sono presi d'assalto dai genitori delle aspiranti matricole. Statisticamente, il numero di diciottenni o diciannovenni che si iscrivono all'università mandando avanti la mamma o il papà è costante, se non in aumento. Ora, se tutto si riducesse ad un aiuto nell'interpretazione della burocrazie, non ci sarebbe alcunché di sbagliato. Il guaio è che i genitori si comportano come se le matricole fossero loro! Fanno domande precise, e anche le tipiche domande del genitore apprensivo: quale laurea garantirà al mio pargolo/alla mia pargola il migliore dei futuri possibili?

Sono ansie e problemi seri, per carità. Ma la sensazione, apparentemente condivisa dagli esperti di orientamento del mio ateneo, è che questi dilemmi appartengano più alla mamma che al futuro studente. E questo comporta una domanda: saranno pronti, questi genitori, a rapportarsi con un'università molto diversa da quella della loro gioventù? Avranno capito il senso dei CFU (Crediti Formativi Universitari), degli esami facoltativi, della laurea triennale o magistrale?

Riscoprendomi conservatore, continuo a pensare che le lauree del vecchio ordinamento fossero molto più moderne di quelle attuali; forse più impegnative, ma senz'altro più uniformi per contenuti e metodologie. Solo nell'ambito ristretto della matematica, sta diventando impossibile rapportare due laureati in matematica presso due sedi distinte. C'è chi fa tanta analisi matematica e poca geometria, chi fa troppa geometria e poca fisica matematica, chi studia solo analisi numerica e nemmeno un teorema di calcolo delle variazioni, e così via. Ma forse, a pensarci bene, è una situazione fortemente voluta e cercata.

La morale che io traggo da questa notizia apparentemente curiosa è che c'è un forte scollamento fra le aspettative degli attuali cinquantenni e la realtà che gli attuali ventenni dovranno presumibilmente vivere. Presto la laurea smetterà completamente di essere quell'ascensore sociale che garantiva ai figli uno status migliore di quello dei genitori. Si tratta di una prospettiva piuttosto amara, ma penso inevitabile: in una società povera, è più facile osservare miglioramenti sensibili. Poi il sistema tende a raggiungere un equilibrio, e lo spazio per un salto di classe si fa più angusto. Né dobbiamo dimenticare che, fino agli anni '60 del secolo scorso, la percentuale di giovani laureati era decisamente bassa e faticava ad apparire in un contesto ancora arretrato e post-bellico. Oggi sentiamo dire che servirebbero piuttosto giovani che vogliano lavorare dopo il diploma, recuperando quelle professioni più manuali che sono diventate sgradite. Non so se credere a questa interpretazione, spesso sposata dagli industriali e dagli imprenditori che cercano manodopera a basso costo. Ma è un consolante dato di fatto che, nel terzo millennio, l'accesso agli studi superiori sia aperto praticamente a tutti i ceti sociali, seppur con qualche differenza.

Se ripenso ai miei diciannove anni, quando sono uscito dal liceo e mi sono immatricolato al corso di laurea in matematica, non ricordo pressioni da parte della mia famiglia. Ero certamente molto motivato, e sapevo che nessun altro tipo di studi mi affascinava come quello che ho effettivamente scelto. Non posso dire con assoluta certezza che studiare quello che ci piace sia più utile che studiare quello che  la società sembra chiedere. A me piacerebbe che fosse così, perché la vita è una sola (e non una sòla, come direbbero a Roma) ed è giusto poterla vivere in modo appagante, senza sentirsi un robot al servizio di qualcuno.

mercoledì 1 febbraio 2012

Amico di tutti

Ci sono periodi della vita di ognuno di noi in cui è spiacevolmente vero il detto popolare
Come fai, sbagli.

In questo periodo dev'essere il mio turno. Non mi lamento, tante volte ho preso la decisione giusta e ho ricevuto manifestazioni di sostegno, quindi è necessario mettere in equilibrio la bilancia. Ma qualche volta è più spiacevole del solito, perché antiche amicizie rischiano di incrinarsi per situazioni complessivamente innocue. Se poi c'è di mezzo il lavoro, gli incidenti sono dietro l'angolo.

Il fatto è che di solito ci resto male. Mi hanno spiegato che è l'atteggiamento degli insicuri, che preferirebbero non decidere per timore di scegliere male. In parte mi riconosco nel profilo, ho sempre detestato il rancore e fondamentalmente vorrei mantenere ottimi rapporti con tutti quelli che conosco. Il famoso amico di tutti, insomma. Che per alcuni è amico di nessuno. Forse dovrei imparare a prendere posizione senza timidezza, correndo il rischio di entrare in contrasto con qualcuno. Purtroppo, quando ci provo, finisce sempre male. Sarà questione di esperienza...