martedì 29 novembre 2011

Bufale e bufali

In una crisi di masochismo, anche questa settimana ho sfogliato il nuovo supplemento del Corriere della Sera, la Lettura. Trattasi di un concentrato di moralismo benpensante che fa paura, una summa di tutti gli editoriali più reazionari e destrorsi dei cosiddetti intellettuali liberali.
Questa settimana ho letto un articoletto intitolato Bufale scientifiche. L'autore, tale Antonio Pascale, discetta del ruolo ancillare degli scienziati nel mondo della comunicazione. Vien fatto di credere che il Pascale desidererebbe una presenza massiccia degli scienziati che la pensano come lui, o tutt'al più come il Corriere della Sera. Il desso cita infatti Mario Capanna e Carlo Petrini, colpevoli di aver gabbato il povero italiano accasciato davanti al televisore in attesa della Verità su OGM e biotecnologie. Costoro, senza avere nemmeno tre dottorati pertinenti, hanno dichiarato che le coltivazioni OGM non sarebbero la panacea di ogni male. Scandalo! Sciagura! Comunismo! Dov'erano gli scienziati seri, quelli che producono ricerche sottoposte a peer review?
Per quanto io possa essere catalogato più fra gli scienziati che fra i politici, confesso di aver provato uno sgradevole disagio durante la lettura dell'articolo. È vero che Petrini è petulante e partigiano (slow food, la bella carestia di una volta, ecc. ecc.), ed è innegabile che Mario Capanna sia un politico puro. Tuttavia le citazioni del Pascale mi appaiono strumentali: Petrini avrebbe sostenuto che il massiccio impiego di colture OGM produrrà danni alle piante? La risposta del Pascale è che tutti gli organismi evolvono, quindi le biotecnologie applicate all'agricoltura sono una benedizione per l'ambiente, un cammino verso il progresso ed il miglioramento.
Ma quella di Petrini era davero un'affermazione antiscientifica? Forse sì, forse no. A parte per il telespettatore-ameba che pende dalle labbra di qualche Emilio Fido o Bruno Vispa, quella di Petrini era essenzialmente una dichiarazione politica. Avrà magari peccato di superficialità, trascurando di commissionare una ricerca decennale e milionaria a sostegno delle proprie convinzioni, ma la tesi era evidente. Pascale imita i gatti, che guardano il dito senza capire che cosa sta indicando? Mi sembra probabile, o forse ho un pregiudizio avverso al Corriere della Sera.
Proprio domenica, Report ha trattato in prima serata il tema della presunta pericolosità dei telefoni cellulari. Fatta la tara alla tipica aggressività di Milena Gabanelli e del suo gruppo, è emerso che i cosiddetti scienziati seri, tanto cari al Corriere della Sera, spesso ricevono finanziamenti dalle stesse società che producono i telefoni cellulari. Miracolosamente, l'uso intensivo del telefono cellulare sarebbe quasi taumaturgico: pare che abbia ridato l'udito ai sordi e i capelli ai calvi. Fra il conflitto di interessi di Carlo Petrini e quello delle multinazionali telefoniche (o del tabacco, altro caso raccapricciante emerso dieci anni fa), il benpensante Pascale è sicuro di poter scegliere senza sensi di colpa?

lunedì 28 novembre 2011

Shit times (tempi di m**da)

Ieri sera, all'ennesimo telegiornale che paventava tempi grami per tutti noi, mio padre è sbottato: "Dove sarebbe questa miseria, se le strade sono piene di automobili da 30000 euro?"
Facciamo chiarezza: mio papà non ha mai votato Berlusconi, non ha mai votato a destra, e posso definirlo un "moderato di sinistra". Con l'andare degli anni, si è rassegnato alle disuguaglianze del capitalismo monopolista, probabilmente anche per l'influenza della cultura cattolica repressiva in cui tutti noi brianzoli siamo cresciuti.
L'apparente paradosso delle sue affermazioni, comunque, è meno profondo di quello che potremmo pensare. In fondo è abbastanza vero che, almeno in molte realtà italiane, il temuto immiserimento non è (ancora) arrivato. Non siamo alla frase "le pizzerie sono tutte piene" del povero Silvio, ma siamo estremamente lontani dalle durezze della vita di cinquant'anni fa. Perché è proprio questo che voleva sottolineare mio padre. Nel primo dopoguerra (mio papà è nato nel 1939) a Cantù si viveva in condizioni che noi "giovani" fatichiamo perfino a concepire. La mia famiglia paterna, sostenuta solo da mia nonna, vedova con due figli a venticinque anni, tirava avanti in una casa senza riscaldamento (eccetto la stufa per cucinare), d'inverno si formava il ghiaccio sulle finestre, la temperatura in camera da letto era forse di 10 gradi centigradi, a Natale era una festa perché la mamma portava a casa i mandarini e qualche castagna. Normalmente mio papà e mia zia mangiavano tanto pane e tanta minestra, la carne era un lusso che mia nonna cercava di concedere ai bambini almeno una volta alla settimana, con notevoli sacrifici.
Sembra un romanzo di Dickens, ma era la (triste) quotidianità di quei tempi.

La provocazione di mio padre era questa: quanti italiani hanno già dovuto vendere l'auto, i cellulari, qualche mobile di casa? Quanti hanno disdetto la fornitura di metano e vivono al freddo? Quanti nutrono i figli con il pane bagnato, per riempire la pancia a poco prezzo? D'accordo, ci sono tante (troppe) situazioni spaventose di povertà estrema, ma è anche vero che ci siamo abituati a giudicare irrinunciabile ciò che è un piccolo lusso. Era mai possibile illudersi di cambiare macchina ogni tre anni, facendo un mutuo ogni volta? Era concepibile comprare un telefonino all'anno a ciascun figlio, o spendere cinquanta euro al mese in cazzeggio telefonico? Ci rendiamo conto che il possesso di un'automobile equivale, nell'arco di dodici mesi, quasi a due mensilità di uno stipendio "normale"?

Certo, i cittadini USA consumano quasi il 70% delle risorse naturali di tutta la Terra. È bello, ci si sente ricchi e potenti. Ma quanto potrà durare l'illusione del benessere a spese delle generazioni future? Temo che, per amore o per forza, stia arrivando il momento di capire che il denaro non fa la felicità; il vero benessere non è l'arricchimento senza freni a discapito dei più deboli, bensì la sicurezza di poter affrontare le difficoltà senza drammi. Non ci servono tre smartphone e due suv a testa: ci serve prima di tutto la testa.

domenica 27 novembre 2011

Il passato anteriore

Chi mi legge sa che vado soggetto ad infatuazioni per il bel tempo che fu. Questa mattina ho visitato la pagina twitter del candidato sindaco per il Partito Democratico di Cantù; forse per apparire "ggiovane", promette la digitalizzazione dei servizi al cittadino, ovviamente con software open source.

Che c'è di sbagliato? Forse niente, forse tutto. Devo confessare che, in materia economica, sono piuttosto conservatore: credo ancora, povero illuso, che l'economia giri grazie al lavoro dei cittadini. Io capisco che fare un bonifico online sia più veloce che allo sportello della banca, ma sarebbe tragico dimenticare le ricadute sull'occupazione. Quando si favoleggia di sostituire il lavoro umano con il lavoro delle macchine, si dimentica che le macchine non tengono famiglia. Storicamente, l'impiego delle macchine è stato teorizzato da due scuole di pensiero. La prima, progressista, sottintendeva che le macchine avrebbero svolto i lavori pericolosi e pesanti, al fine di migliorare la qualità del lavoro umano. La seconda, liberista, sottintendeva che i datori di lavoro si sarebbero liberati dei doveri verso gli operai, rimpiazzandoli con macchine senza diritti sindacali. Se il mezzo era comune, il fine era ben diverso.

Tutto questo era ed è comprensibile nel settore industriale, ma ormai la tecnologia è sbarcata anche nel settore dei servizi. Francamente non so quanto un centralino automatico o un sito web abbiano migliorato la qualità dei servizi offerti al pubblico. Sarò paranoico, ma la virtualizzazione dei servizi mi sembra orientata ad alzare un muro fra chi eroga i servizi e chi ne usufruisce. E contemporaneamente servono meno lavoratori, cioè aumenta la disoccupazione nel settore.

Dopo trent'anni di collezione delle storie di Walt Disney, questa faccenda mi ricorda le tipiche avventure tecnologiche di Zio Paperone: Archimede Pitagorico inventa un apparecchio fantastico, Paperone lo commercializza su larga scala, e tutto va bene. Puntualmente, dopo un po' di tempo, gli abitanti di Paperopoli si accorgono che l'apparecchio fa più danni che benefici, sovvertendo l'ordine naturale delle loro esistenze. La storia si conclude con la distruzione degli apparecchi e il ritorno alle care, vecchie abitudini.

E se dovessimo anche noi tornare indietro, al tempo in cui le macchine aiutavano gli uomini al lavoro, senza sostituirli?

mercoledì 23 novembre 2011

Il gatto

Il titolo si riferisce all'ultimo romanzo duro pubblicato da Adelphi



La trama è nota: un uomo ed una donna, già avanti nell'età e vedovi, decidono di sposarsi per alleviare le rispettive solitudini. C'è però di mezzo un gatto, quello del titolo, che accende la scintilla del dramma. Il resto del racconto, che non voglio svelare per rispetto a chi volesse leggerlo, è una ripida discesa verso l'odio e il rancore.
Sappiamo che Georges Simenon era un maestro della miseria umana, ma questa volta arriva al culmine. Assistiamo a feroci dispetti, a crudeli vendette, a miserabili fughe; il tutto circondato da appartamenti gelidi, televisori sintonizzati sulle partite di calcio, bistrot puzzolenti, piedi nudi nelle pantofole (chissà perché Simenon aveva questa fissa), e l'immancabile sospetto di avarizia.
Niente di nuovo, per il lettore affezionato del maestro belga. Eppure c'è un riflesso malsano nel gioco del silenzio che i due protagonisti si impongono per tutto il libro, e c'è un risvolto penoso nella ricerca di affetto fra le braccia di una ex (?) prostituta che serve liquori al bar del quartiere. Non sono le parole crude o le immagini desolanti a darci un senso di malessere: è la consapevolezza che la storia fra questo uomo e questa donna è semplicemente il peggior incubo che potremmo immaginare. La famiglia, che ci sforziamo di associare all'idea di un rifugio sicuro ed accogliente, si trasforma in una prigione, e addirittura in un luogo di tortura psicologica. Sono la paura di morire da soli, il terrore di essere avvelenati dalla parsona che credevamo di amare, a farci sprofondare nell'angoscia mentre leggiamo. E' possibile condividere un appartamento con qualcuno che odiamo fino ad immaginarne la morte? Quanto potremmo sopportare questa situazione?

Nelle ultime pagine la narrazione stempera la tensione e il disgusto creato all'inizio. Ma sul terreno resteranno le macerie di un'illusione distrutta dalla realtà. Una curiosità: l'episodio che scatena la furia dei due protagonisti resta per sempre sullo sfondo, ma Simenon non esclude la possibilità - invero crudele - che si sia trattato di un malinteso.


Questo libro è stato trasposto sul grande schermo dal regista Pierre Granier-Deferre nel 1971. Il film Le chat, difficilmente reperibile in Italia, è interpretato da Simone Signoret (che appare in copertina in una scena) e da Jean Gabin.



venerdì 18 novembre 2011

Teorema

Teorema di Sciunzi. Per ogni $latex \varepsilon>0$ esiste un $latex \delta>0$ che se ne frega di $latex \varepsilon$.

B. Sciunzi è un matematico contemporaneo, formatosi alla celebre scuola di Analisi Non Lineare romana, e attualmente in servizio presso l'Università della Calabria. Il teorema riportato all'inizio è uno splendido esempio letterario, che vale la pena di analizzare dettagliatamente.

Innanzitutto, balza all'occhio la dimensione sociale dell'enunciato; è noto a tutti il ruolo che diremmo verghiano di $latex \delta$ nella tradizione didattica. Un ruolo ancillare, da vinto. Questo $latex \delta$ dipende da $latex \varepsilon$, ne è succube senza rimedio. Come se non bastasse, spesso dipende anche da un punto $latex x_0$, ma il rapporto di vassallaggio è qui più fragile, e basta un po' di uniformità perché $latex \delta$ si affranchi da tale punto. Se è vero che $latex \varepsilon$ è spesso piccolo a piacere, è parimenti vero che $latex \delta$ risulta addirittura più piccolo di $latex \varepsilon$.
Nel teorema di Sciunzi, finalmente, $latex \delta$ è libero, e anzi se ne frega della prepotenza di $latex \varepsilon$. Il suo è uno scatto d'orgoglio, la testa che si solleva dopo secoli di sottomissione.

Altrove $latex \delta$ appare negli intorni di un punto dato, e ancora una volta lo vediamo aggirarsi ramingo, sullo sfondo, senza una dignità da difendere. Quando diciamo che “esiste un intorno di raggio $latex \delta>0$ centrato nel punto $latex x_0$”, affermiamo con forza la debolezza di $latex \delta$, obbligato dalle circostanze a restare al guinzaglio di $latex x_0$, incapace di tagliare questo cordone ombelicale. Questi esempi dimostrano che, nella letteratura matematica, $latex \delta$ non è (quasi) mai qualunque, e può solo sperare di esistere.

È dunque con gioia che annotiamo il Teorema di Sciunzi fra i risultati più notevoli e umanamente profondi della matematica contemporanea. Le future generazioni sapranno avvantaggiarsi della libertà che perfino un umile $latex \delta$ riesce a conquistare.

mercoledì 16 novembre 2011

Tante volte ho rimpianto

Tante volte ho rimpianto i giorni del mio dottorato, alla SISSA di Trieste. Non solo per le opportunità scientifiche, ma soprattutto per il clima di complicità fra noi allievi. Amicizie che spesso durano ben oltre la conclusione del ciclo di studi. Personalmente, quella particolare atmosfera non è più tornata.

Ho dato la colpa alle persone che incontravo nelle nuove esperienze lavorative, ma oggi pomeriggio ho vissuto una banale epifania. Uscendo dal dipartimento, sono passato davanti ad uno degli uffici dei nostri dottorandi; avevano la porta aperta, e stavano confabulando proprio come facevamo noi negli angusti loculi della vecchia SISSA. E allora ho capito, finalmente, che certi cambiamenti non appartengono all'ambiente che ci circonda. Appartengono a noi, e fa parte della vita.

domenica 13 novembre 2011

Chiarezza

Jack Lemmon: Devo veramente andarmene?

Walter Matthau: Veramente, fisicamente, immediatamente!

J. L.: In altre parole mi stai cacciando?

W. M.: Non in altre parole, queste sono le parole esatte!


La strana coppia (1968)

sabato 12 novembre 2011

Il passato

Quando vado per convegni, mi capita di rivedere persone che anni fa erano parte della mia vita quotidiana. Inevitabilmente osservo che apparteniamo tutti al passato.
In qualunque momento della nostra esistenza, anche adesso, siamo inseriti in un contesto di persone e situazioni destinate a mutare, senza scampo. In questa banale osservazione non c'è il pessimismo leopardiano, giacché il mutamento può essere senza dubbio miglioramento.

L'aspetto più curioso ed inquietante di queste riflessioni è che nel presente non riusciamo a cogliere l'instabilità dell'attimo che fugge; quante volte ho pensato di aver raggiunto un equilibrio destinato a durare per sempre, ed invece il cambiamento è stato lento ma inarrestabile.
L'amica con cui sono andato al cinema per anni vive lontano e ci scambiamo solo qualche email; i compagni di classe che sembravano amici per tutta la vita hanno seguito le rispettive strade; la ragazza con avrei voluto trascorrere il futuro ha mantenuto la promessa, ma con qualcun altro.
Va beh, questa era una battuta amara.

Qualche volta, sinceramente, siamo noi gli artefici del rovesciamento degli equilibri. La realtà contingente ci illude di poter costruire il futuro su solide basi, ma ci basta un breve intervallo di tempo per capire che questi progetti non erano sinceri. Piuttosto, devo osservare che l'eccessiva stabilità implica la noia e l'abbandono all'indolenza. Dovremmo osare di più e temere meno di perdere la (ingannevole) calma della routine.

venerdì 11 novembre 2011

Saluti

Il convegno di Pienza è finito, ed io me ne sono andato senza salutare. Lo so, non è buona educazione. Però i saluti mi mettono malinconia, e non voglio abusarne. Tanto ci vediamo in giro o in rete, no? :-)

giovedì 3 novembre 2011

L'insostenibile leggerezza dei programmi universitari

Ho iniziato a studiare matematica nell'ottobre del 1993. Bei tempi. Ma non divaghiamo: in quattro anni di laurea (vecchio ordinamento) e quattro anni di Ph.D. mi sono fatto un'idea dell'approccio all'insegnamento della matematica moderna. Schematicamente, mi sembra che potremmo procedere così:
  1. Insiemistica varia e cenni di logica proposizionale
  2. Strutture algebriche fondamentali (gruppi, campi, insiemi ordinati, spazi vettoriali, ecc.)
  3. Topologia generale e strutture lineari topologiche
  4. Analisi matematica (successioni in uno spazio metrico/topologico, funzioni continue, funzioni differenziabili, integrazione secondo Darboux, ecc.)
  5. Funzioni a valori vettoriali, varietà differenziabili, geometria di curve e superfici
  6. Teoria della misura astratta e integrazione
  7. Analisi funzionale lineare.
Riconosco di essere bourbakista, e quindi ho un approccio centrato sull'analisi matematica. Ma lo schema precedente può e deve essere completato ed arricchito.

Il vero incubo che perseguita chiunque debba insegnare matematica nell'università riformata dal 3+2 è che questa sequenza ormai stabile e ragionevole viene sistematicamente trasformata in una struttura quasi caotica di argomenti e insegnamenti. Che senso ha il calcolo differenziale senza sapere le basi della topologia, anche solo degli spazi metrici? Possibile che una funzione di due variabili sia un oggetto venerabile, mentre una funzione di tre variabili sia un mostro minaccioso? Perché le derivate parziali sembrano idee indipendenti, quando sono soltanto derivate direzionali scelte per convenzione? Non sarebbe più istruttivo che gli studenti imparassero a lavorare con norme diverse in $latex \mathbb{R}^n$? Al secondo anno di matematica ho imparato che tutte le norme di uno spazio vettoriale finito-dimensionale sono equivalenti. Eppure sono sopravvissuto e ho pure preso 30 e lode in Analisi 2.

Oggi, a pranzo, a momenti mi strozzavo: ho saputo che a Pisa, qualche anno fa, hanno deciso di fare un corso di calcolo (differenziale ed integrale) in cui nessuno definiva mai la derivata, ma tutti calcolavano derivate come se piovesse. A parziale attenuante, il corso era seguito da un altro di analisi matematica rigorosa. Mi resta comunque l'atroce sospetto che a nessuno importi davvero di laureare persone consapevoli e critiche. Basta il pezzo di carta, e fuori anche a pedate.