sabato 29 ottobre 2011

Piramide scolastica

Sono cresciuto nella convinzione che il sistema scolastico fosse una piramide: a sei anni si sale il primo scalino, e poi l'ascesa continua attraverso la scuola media inferiore, superiore, l'università e magari il dottorato di ricerca.
Adesso, dopo cinque anni di insegnamento universitario, ho la sgradevole sensazione che ogni ciclo sia impermeabile ai precedenti. Possibile che io debba spiegare a ragazzi usciti dal liceo scientifico che cosa sia una funzione goniometrica? Possibile che non abbiano mai risolto una disequazione razionale fratta? Ma che cosa insegnano i miei colleghi delle superiori, benedetto Iddio?

Il mitico professor Dario Pavesi, nel lontanissimo 1992, ci chiedeva di dimostrare nei compiti in classe la disuguaglianza di Cauchy-Schwartz in $latex \mathbb{R}^3$. Io non mi sentivo un genio, ma sapevo sommare le frazioni fin dalla terza media. Avevo amici delle scuole tecniche che risolvevano equazioni differenziali del secondo ordine a diciotto anni, mentre tanti laureati scientifici non le vedranno mai.
Tutto questo mi sembra aberrante. O forse no, se il modello di laureato è quello del lavoratore ideale per le aziende: muto, rassegnato, poco istruito. Non si sa mai che un laureato sveglio cerchi di cambiare il mondo...

venerdì 28 ottobre 2011

Se sbagliano i libri...

Preparando le prossime lezioni sulle funzioni continue, mi sono imbattuto nel libro di calcolo differenziale scritto dalla mia ex professoressa di algebra (!). Anni fa le avevo già segnalato un errore piuttosto grossolano nella dimostrazione del teorema di De l'Hospital. Adesso ne ho trovato uno ancora peggiore. Vediamo il pasticcio, passo dopo passo.


Per prima cosa, una funzione $latex f \colon E \to \mathbb{R}$ è continua in un punto $latex c \in E$ se $latex \lim_{x \to c} f(x)=f( c )$. Ovviamente è detto che $latex c$ deve essere un punto di accumulazione per $latex E$. E fin qui, può andare bene. Adesso le autrici (sono due) scrivono che vale il seguente corollario.


Corollario. Se $latex f \colon [a,b] \to \mathbb{R}$ è una funzione continua, allora l'immagine $latex f([a,b])$ è un sottoinsieme limitato.


La dimostrazione? Ovvia, poiché la continuità in un punto implica la limitatezza locale nell'intorno di tale punto. Essendo il punto del tutto arbitrario, il corollario è dimostrato.


E qui casca l'asino. Vediamo di esplicitare il ragionamento delle autrici. Sia $latex c \in E$ un punto arbitrario; per l'ipotesi di continuità, esiste un intorno $latex U_c$ di $latex c$ tale che $latex f(U_c)$ è limitato. E adesso? Qui c'è una falla enorme: per concludere occorrerebbe osservare che $latex \{U_c \mid c \in E\}$ è un ricoprimento aperto di $latex [a,b]$, che è un insieme compatto. Estraendo un sottoricoprimento finito, la conclusione è ovvia. Peccato però che se le autrici avessero a disposizione il concetto di compattezza e il teorema di compattezza dei sottoinsiemi chiusi e limitati di $latex \mathbb{R}$, tutti questi discorsi sarebbero banali e impliciti nella teoria generale. Lo scopo dovrebbe essere quello di dimostrare il teorema di Weierstrass senza un riferimento diretto alla compattezza. Ogni matematico sa che la compattezza deve apparire in una delle molteplici formulazioni, ma sicuramente il fatto che una funzione continua trasforma un intervallo chiuso e limitato in un intervallo limitato non è una conseguenza immediata della definizione di continuità!


Per i lettori curiosi, segnalo che esistono testi universitari che dimostrano il corollario in esame rigorosamente, ad esempio mostrando che ogni successione in $latex [a,b]$ possiede una sottosuccessione monotòna. Così funziona, ed è l'approccio di Fitzpatrick nel suo testo di Advanced Calculus.


Il teorema di Weierstrass miete vittime nel XXI secolo. Chi l'avrebbe detto?

martedì 25 ottobre 2011

La definizione di limite

Ecco la foto di uno studente medio, dopo aver sentito la definizione di limite mediante le successioni

lunedì 24 ottobre 2011

Va' a lauraa

Poche cose mi infastidiscono quanto le persone che misurano continuamente la produttività altrui. Le senti dire: "Quello non ha mai fatto niente", "Quell'altro parla tanto ma poi non ottiene risultati", fino al tragico "In un giorno, io faccio il triplo di quello che lui/lei fa in una settimana".

Il mio fastidio nasce dal timore che, presto o tardi, chiunque cadrà sotto i colpi dei brianzoli di professione. Gente che, sovente, spreca il proprio tempo a giudicare il lavoro degli altri. Chi giudicherà loro?

sabato 22 ottobre 2011

Parole sante


La pluspart des étudiants des universités francaises, obsedés par les kyrielles d'examens qu'on leur impose de subir au cours de leurs études, ont une tendence exagérée à considérer que le cours n'est d'aucune utilité et que ce sont les travaux pratiques qui comptent.


Roger Godement, nell'introduzione al libro Analyse mathématique I.

venerdì 21 ottobre 2011

Il lupo cattivo?

Ho scoperto, grazie ai miei informatori, che incuto timore ai miei studenti. Francamente pensavo di essere tutto, tranne una persona che a paura!

Se qualche studente legge questo blog, potrebbe dirmi perché do questa impressione? Tutti i commenti sono rigorosamente anonimi.

PS: l'invito è aperto anche ai colleghi.

PPS: lo sapevo che non bisogna mai chiederci come gli altri ci vedano...

giovedì 20 ottobre 2011

As far as I can understand

Due giorni fa, ho ricevuto due report positivi per un articolo. Ecco due stralci.



The proofs are technical. I have read them. As far as I can understand them, all of them seem to be correct.






The article is well written, but it is not easy to read it.





È interessante che il referee ammetta di non aver capito bene le dimostrazioni. Ma almeno è stato sincero, senza sbrodolare finte competenze. Come canta Billy Joel,



Honesty is such a lonely word. 
Everyone is so untrue. 
Honesty is hardly ever heard.


mercoledì 19 ottobre 2011

Sindacalizzazione

Scena: noioso (ma inesorabile) consiglio di facoltà.
Argomento: statuto della Bicocca, e in particolare ricercatori a tempo determinato ex lege Gelmini.

Il preside annuncia che il sentimento del Senato Accademico è quello di non bandire, per i prossimi tre anni, posti da ricercatore di tipo "B". Per chi non se ne intendesse, i ricercatori di tipo "B" saranno quelli con la speranza di essere assunti dopo aver conseguito l'abilitazione, visto che l'ateneo deve accantonare la pecunia per pagarli come dipendenti. Insomma, la tenute track all'amatriciana.

Mormorio diffuso: se non prendiamo i ricercatori di tipo "B", dovremo prendere quelli di tipo "A", cioè i precari più precari del mondo accademico, che possono essere spremuti e rottamati come operai cinesi nelle fabbriche clandestine. Il preside si lancia allora in un discorso, comprensibile ma sottilmente inquietante. Il succo è che i papaveri senatori temono che noi ricercatori di ruolo ci possiamo inc**zare come tigri se i ricercatori di tipo "B" si mettono in competizione diretta per un posto da professore. E se poi ci sindacalizzassimo, insinuano i papaveri? E se facessimo sciopero? Non sia mai! E allora spremiamo per tre anni i giovani studiosi, nell'attesa che le abilitazioni da professore associato ci inducano a più miti consigli.

No, non siamo un Paese per giovani.

martedì 18 ottobre 2011

Riassunto di un consiglio di dipartimento

Oggi ho avuto l'ennesimo consiglio di dipartimento, per discutere la proposta di fondare il... dipartimento. Sembra assurdo, ma la legge italiana non è mai stata molto sana di mente.

Dopo due ore di discussioni, spesso involontariamente comiche, mi è tornato in mente l'antico adagio:
Apparire e non essere è come filare e non tessere.

lunedì 17 ottobre 2011

Accumulazione (punti di)

Oggi ho fatto lezione: introduzione ai limiti per funzioni reali di una variabile reale. Per la prima volta, ho deciso di dare la definizione di punto di accumulazione per un sottoinsieme di $latex \mathbb{R}$. Solitamente evitavo, per paura di infilarmi in un ginepraio.

Quest'anno ha prevalso la follia, o forse il mio maledetto vizio di preparare solo la scaletta della lezione, lasciando all'improvvisazione un ruolo piuttosto consistente. E fu così che mi sfuggì la definizione di punto di accumulazione. Ebbene, devo confessare che la reazione dei ragazzi e delle ragazze in aula è stata molto affascinante: all'inizio sembravano sbarcati in un mondo sconosciuto. Poi si sono lasciati prendere dalla curiosità, almeno un buon numero.

Sicuro di essere un incosciente, ho lasciato il seguente esercizio: trovare tutti e soli i punti di accumulazione dell'insieme
$latex E=\left\{\frac{1}{n} \mid n \in \mathbb{N} \right\}$.
Sembravano affascinati, e prima di uscire dall'aula qualcuno è venuto a propormi una risposta. Poco importa se fosse giusta o sbagliata, non è un esercizio facile per una matricola di biotecnologie. Però mi è piaciuto lo spirito intraprendente, la mancanza di paura nel "buttarsi". Speriamo che non sia stata un'eccezione.

domenica 16 ottobre 2011

M'indigno, mi impegno

... poi getto la spugna con gran dignità. Sono le parole di una famosa canzone di Fabrizio De André, con i dovuti adattamenti grammaticali.

Ieri era la giornata dell'indignazione globale, lo sappiamo tutti. Mi ricorda tanto Pierre Magnan, con la sua rubrica dell'indignato permanente. Sappiamo anche com'è andata a finire, almeno in Italia.

Che dire? Io sono soprattutto indignato di dovermi indignare permanentemente. L'indignazione dovrebbe essere l'eccezione, e detesto chi vuole trasformarla nella regola. Naturalmente questo vale sia per chi ci governa con i piedi e con altre parti anatomiche, sia per chi cavalca l'incavolatura popolare per accreditarsi in politica.
E la violenza? La violenza deve essere fermata, indipendentemente dalle motivazioni. Sarò un benpensante, ma una vittima violenta mi sembra odiosa quanto un carnefice violento. Dite che ieri la violenza era la solita cospirazione dei poteri forti eversivi? Non lo so, forse. Ma era comunque violenza. Da parte mia, magari vedo troppi polizieschi, ma sono sempre stato vagamente law and order. Ciò non impedisce di essere di sinistra, ma impedisce di ammirare quelli che incendiano le automobili parcheggiate.

La morale, ma dovrei scrivere l'amorale, è che noi italiani siamo un popolo immaturo, a destra e a sinistra. Ahi, serva Italia! Mille anni di sottomissione sono trascorsi invano.

sabato 15 ottobre 2011

Brutto come la fame

D'accordo, cedo alle pressioni: la nuova interfaccia di questo blog non piace a nessuno. È un'imitazione del desktop dei primi computer Apple, con scheda video in bianco e nero e sfondo ad alto contrasto. Nel 2011 sembra che abbia fatto il suo tempo. A me piace, forse perché sono daltonico e spesso fatico a leggere le pagine colorate o con sfondi che contrastano poco con il testo. Ma i lettori hanno sempre ragione, quindi nei prossimi giorni troverò qualcosa di diverso.

E buon per voi che non trovo un tema che imita lo schermo a fosfori verdi!

venerdì 14 ottobre 2011

iCloud? Sì, ho cloud, ma non so perché

L'antefatto: ieri Apple ha rilasciato gli attesi aggiornamenti del sistema operativo di computer e iPhone. Inclusi nel pacco (come direbbero a Roma) c'è iCloud, la nuvola informatica. Siccome non mi faccio mancare niente, ho attivato il mio account gratuito. Fin qui, suonava bene.

Dopo dieci minuti sono iniziati i problemi. Sorvoliamo sul fatto che, per accedere ad iCloud, inserisco un indirizzo Gmail. Probabilmente potrei creare un nuovo account di iTunes, ma ovviamente non ho voglia, visto che ne ho già uno. Ok, scrivo la mia password ed entro nel sito. Ci sono quattro i cinque icone: Mail, Contacts, Calendar, iPhoto, Find your Mac, e poi qualcosa che riguarda i documenti scritti con iWork. Provo la posta, che naturalmente pretende di creare un nuovo indirizzo email (giacché sarebbe sospetto che il mio indirizzo iCloud fosse un indirizzo @gmail.com), e spedisco un messaggio di prova. Il messaggio arriva, rispondo, e ottengo un bel illegal alias dai server di Apple. Comincio a smanettare su Google (e dàgli), finché realizzo che qualche milione di utenti in tutto il mondo ha lo stesso problemino tecnico. I soliti bene informati suggeriscono di attendere qualche giorno. Bontà loro. Comunque, nel pomeriggio la posta si sblocca. Mi dedico con impegno ad aggiornare anche il firmware del mio iPhone. Configuro iCloud pure lì, ma la posta non ne vuole sapere fino a sera: tutto bloccato.

L'unica cosa che ha funzionato subito è stata l'esportazione della rubrica dei miei contatti, ma immagino che sia una banalità, al confronto del resto. Il calendario è un delirio, perché ora ogni altro appuntamento inserito in calendari esterni mi viene duplicato nel calendario-nuvola. Ho provato ad aggiungere un appuntamento sul mio iPhone, ma sembra essersi perso nei cumulonembi digitali.

Oggi la situazione sembra essersi avviata verso la normalità. Ma che cos'è la normalità? Non per fare sterili polemiche, ma da anni possiedo un account di posta Gmail, visibile in tutto il mondo e ricco di spazio. Possiedo alcuni calendari di Google, flessibili e addirittura pubblicabili via web. Li uso ad esempio per comunicare ai miei studenti le mie assenze o i cambiamenti di orario, e mi trovo benissimo. La sincronizzazione non è perfetta, ma funziona egregiamente. Le mie foto, se ne avessi, potrei caricarle su Flickr, che mi risulta esista da molti anni. I documenti di testo e i fogli di calcolo sono già nel cloud, con Google Docs. Ok, sto facendo troppa pubblicità a Big G, quindi smetto.
La mia impressione è che Apple abbia raggiunto il punto più elevato nell'occupazione che fondamentalmente le ha dato popolarità: convincerci che nulla esisteva prima dell'avvento di Apple, nemmeno l'acqua calda. E che caspita, questi fenomeni hanno preso un server IMAP e ce lo spacciano per un nuovo approccio alla posta elettronica? Quanti ricordano che, dieci o undici anni fa, Apple regalava un account di posta a tutti i possessori di computer Macintosh? Poi hanno pensato bene di farli pagare cari come l'oro, finché gli utenti hanno smesso di aprire il portafoglio. Infine, alla faccia degli ingenui che avevano appena pagato per avere i servizi online, hanno annunciato che tutto sarebbe diventato gratis. Cornuti e mazziati, in pratica.

Mi sa che bisogna tenere gli occhi ben aperti. I computer e i gadget di Cupertino sono ottimi strumenti, ma è meglio evitare di trasformarsi da utenti intelligenti a groupies con le fette di salame sugli occhi.

mercoledì 12 ottobre 2011

Il BAU e le tesi di laurea

Riprendo qui l'argomento che ho trattato ieri nel mio post sulle commissioni di laurea. Dopo aver guardato due episodi della serie tv Criminal Minds, ho ripensato alle mie parole con senso critico. Per inciso, il BAU è l'unità di analisi comportamentale dell'FBI, protagonista della serie suddetta. Ho cercato di analizzare il mio punto di vista dall'esterno, ed ho improvvisamente capito di essere vittima di un pregiudizio.

Molto probabilmente ho attribuito alla tesi di laurea il valore della tesi di dottorato. Più precisamente, ho pensato che il lavoro del relatore fosse quello di accompagnare il laureando al raggiungimento di un obiettivo scientifico. Questo, naturalmente, implica l'assurdità di sminuire la tesi finale, perché sarebbe come ammettere di non saper risolvere il problema affrontato. Ed effettivamente è molto raro che il supervisore di una tesi di dottorato parli male del proprio dottorando, che affronta un percorso di iniziazione alla ricerca sotto la guida del supervisore medesimo.

La tesi di laurea probabilmente è su un diverso livello, e potrebbe essere utile recuperare il significato primo della terminologia. Il relatore, come dice la parola, dovrebbe stilare una relazione sul lavoro del tesista. Implicitamente, ciò significa che il tesista è valutato dal relatore come un qualunque esaminando, e nessuno garantisce che l'esito dei mesi di lavoro sull'argomento di tesi sia positivo. Insomma, il relatore non si mette in gioco, non lavora insieme con il laureando per risolvere un problema; piuttosto diremmo che il relatore valuta la capacità del laureando di affrontare un problema in (parziale) autonomia.

Se questo è vero, è altrettanto evidente il cortocircuito che si crea nelle lauree scientifiche "dure": è una rarità che il laureando abbia gli strumenti per proporre da sé un argomento di lavoro al relatore. I laureandi in Lettere, per esempio, possono innamorarsi di una problematica come il ruolo della donna nei romanzi del Novecento, e proporlo ad un docente come argomento di tesi. Ma capite che è improbabile che un laureando in matematica proponga il fenomeno della rottura di simmetria per l'equazione di Hénon senza ricevere un'imbeccata da un matematico esperto. Dunque il ruolo del relatore è diventato schizofrenico: da un lato offre l'argomento di tesi, dall'altro lo deve valutare come se fosse un'idea del tesista.

Ora penso di avere le idee più chiare, sebbene questa situazione de facto comporti a volte una penalizzazione per lo studente.

martedì 11 ottobre 2011

Commissioni di laurea

Ogni tanto capita anche a me, umile ricercatore, di far parte di una commissione di laurea. Mi è capitato ieri mattina, per esempio. Due parole di introduzione per chi non si sia mai laureato: la commissione di laurea è un gruppo di cinque o sei docenti/ricercatori che ascoltano l'esposizione dei laurendi e stabiliscono il voto finale. I relatori fanno parte d'ufficio della commissione di laurea, i restanti componenti sono scelti più o meno a caso.

Chiunque invece si sia laureato, probabilmente ha un ricordo particolare ed intenso del giorno della discussione. Ti trovi lì in piedi, davanti ad un manipolo di docenti annoiati e burberi, e hai venti minuti per convincerli che la tua tesi è proprio bella. Ai miei tempi si preparavano i lucidi scritti a pennarello, oggi è in voga la presentazione con il videoproiettore; comunque le emozioni non cambiano. Alla fine dei brevissimi venti minuti, la commissione si ritira e discute, come una giuria popolare nei telefim USA. Dopo un tempo variabile, la commissione esce e inizia la proclamazione.

Quando ero studente, chissà perché mi ero messo in testa che la commissione di laurea fosse una formalità, una ratifica della propria carriera accademica. Invece no, è tutt'altra cosa. Purtroppo.

Vi racconto come vivo solitamente queste occasioni. Innazitutto ascolto, generalmente con piacere e anche interesse professionale, le esposizioni. A volte i candidati sono visibilmente terrorizzati, a volte sono (fintamente) sicuri di sé. Ma io sono un romantico, e non mi infastidiscono la timidezza e la sudorazione fuori controllo, anche perché io stesso sono piuttosto introverso. Dopo questo momento in cui rivivo i miei venti minuti di esposizione, il presidente della commissione invita tutti i parenti e i candidati ad uscire, per dare inizio alla discussione finale. E qui iniziano anche i dieci minuti più malinconici che uno scienziato possa vivere.

Senza soffermarmi sugli sguardi assassini che i commissari si lanciano vicendevolmente, soprattutto a causa di antichi dissapori che spesso nemmeno loro ricorda più, vorrei spendere qualche riga su due aspetti che mi hanno sempre lasciato molta amarezza.

Il primo è il cosiddetto voto massimo che la commissione vuole assegnare ai candidati. I regolamenti prevedono un intervallo di valori, solitamente compreso fra zero e otto. Purtroppo molte commissioni decidono unilateralmente di assegnare al massimo quattro punti per la tesi. Perché? La risposta è ambigua e composita, solitamente ci si appella al desiderio di non sembrare un corso di laurea che regala il masismo dei voti a cani e porci. Personalmente trovo questa motivazione alquanto detestabile; ogni candidato si presenta con un punteggio costruito in base al curriculum degli studi. Se ti presenti con 95/110 e prendi otto punti di tesi, la lode te la scordi. Dov'è l'eccesso di generosità? Mi sembra un preconcetto odioso, come quello dei professori liceali che non mettono mai 9 nei compiti in classe perché vogliono sembrare severi. Tutte sciocchezze, il voto non è un voto alla genialità, bensì un voto commisurato alle richieste del corso di studi. Vogliamo forse sostenere che solo Einstein merita 10 in fisica? Credo che il genio possa essere riconosciuto e preiato in altro modo che con un voto in pagella.
Certo, i regolamenti prescrivono che il lavoro di tesi sia assimilato al superamento di un esame, dunque indipendente dai propri meriti o demeriti pregressi. Questo esclude (forse sbagliando) che un ottimo studente ottenga il massimo dei voti con una tesi di livello medio: il contrario sembrerebbe uno scandalo, ma non possiamo dimenticare che la qualità della tesi dipende essenzialmente dalla qualità della proposta avanzata dal relatore. Almeno nelle lauree scientifiche, la prassi è che lo studente scelga il relatore, ma non l'argomento di tesi. Se il relatore ha la luna di traverso e propone una ciofeca di argomento, lo studente non ha armi per difendersi. In altre discipline umanistiche mi dicono che l'abitudine sia speculare: lo studente mette sul piatto un argomento di tesi, e poi cerca un relatore interessato ad aiutarlo. Forse sarebbe meglio così, ma difficilmente un laureando in matematica ha le conoscenze sufficienti per inventarsi una tesi che stia in piedi.

E arriviamo al secondo aspetto inquietante: la diffusa tendenza, da parte del relatore, di minimizzare e spesso sminuire le capacità del proprio laureando. Penseremmo tutti il contrario, o no? Penseremmo che il relatore difenda con le unghie e con i denti il proprio candidato, anche perché è l'unico commissario che davvero possiede gli strumenti per giudicarlo sensatamente. Gli altri commissari spesso non conoscono nemmeno il nome dei laureandi.
E invece no: solitamente il relatore afferma che lo studente è piuttosto mediocre, e comunque l'argomento di tesi è classico e compilativo. Già, come se fosse facile per un laureando dimostrare teoremi originali su argomenti che vede per la prima volta. A volte ho assistito a descrizioni impietose e raccapriccianti delle capacità di qualche candidato. Questo è lecito, perché uno studente può essere senz'altro mediocre. Si pone allora una domanda: qual è il dovere del relatore? Proporre un argomento ed eventualmente giudicare male lo studente, oppure proporre una tesi adeguata alle aspettative dello studente? E' molto difficile dare una risposta; penso che io mi impegnerei per consentire allo studente, anche mediocre, di produrre una tesi soddisfacente. Non amo fare il poliziotto cattivo, almeno finché posso. Altri colleghi invece ritengono che un laureato non possa essere troppo mediocre: se non riesce a lavorare sul progetto, non è pronto per il pezzo di carta.

Qui mi fermo. Ho toccato il nervo scoperto della tesi di laurea: deve essere l'ultima tappa del Giro d'Italia, cioè una passerella in cui tutti gli studenti si mettono eleganti davanti ai parenti, oppure deve essere una prova selettiva e anche dolorosa per i meno capaci? Il mio punto di vista propende leggermente per la prima opzione, giacché gli esami sostenuti nel corso degli anni di università probabilmente hanno più valore di una tesi scritta in sei mesi. E anche noi, quando siamo chiamati a seguire un laureando, dovremmo ricordare quello che abbiamo provato, tanti anni fa, nei panni di studenti proiettati verso il futuro. Con quale faccia potrei rimproverare ad un giovane inesperto di non aver trasformato il ferro in oro? Se propongo una tesi banale, o addirittura un argomento che io stesso non conosco, posso penalizzare lo studente che non si è dimostrato più bravo di me?

lunedì 10 ottobre 2011

Altoparlanti deliranti

Di seguito alcuni annunci ascoltati in stazione o in treno.

Si avvisano i signori viaggiatori ubicati nelle ultime vetture, in discesa nella stazione di Desio, causa limitata lunghezza del marciapiede, sono invitati a portarsi nelle vetture di testa.

Avrei voluto rispondere: causa inconveniente tecnico al materiale cerebrale, questo capotreno oggi è soppresso.

... è soppresso! (senza dire quale treno è soppresso)

Il treno regionale proveniente da Monza e diretto a Monza è in arrivo al binario 5. Ferma in tutte le stazioni.

Il treno regionale per Lecco è in arrivo al binario 1. Ferma a attenzione! È vietato attraversare la linea gialla!

Il treno suburbano S11 per Chiasso è in arrivo al binario 1, anziché al binario 1. Attenzione! È vietato attraversare i binari!

Il treno regionale proveniente da Bergamo viaggia con un ritardo di (pausa) minuti!

giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs è morto?

La notizia del giorno è che Steve Jobs, il fondatore della Apple Inc. è morto, dopo la lunga guerra alla malattia che l'aveva colpito anni fa. Non c'è mezzo di comunicazione che si astenga dal coccodrillo genuflesso, come purtroppo accade nel nostro mondo ipocrita.

Preso da altri problemi (a proposito, sapete come far funzionare la piattaforma TCExam per gli esami a risposta multipla?), mi sono trattenuto dall'esternare i miei pensieri. Poi sono finito, come spesso mi capita, sul blog della quasi-collega Licia Troisi, che stamattina ne ha scritto. Eccomi dunque qui a dire la mia.

Per evitare malintesi, comincio a dire che sono un utente di casa Apple discretamente affezionato. Possiedo un iMac, un MacBook, e un iPhone 3GS. Mi trovo piuttosto bene, e aspetto con curiosità il lancio di iCloud, previsto per il 12 ottobre 2011. Però c'è un però.

Come scrive Licia Troisi, grazie per aver semplificato la mia vita così tanto in questi anni. Ecco, proprio qui mi sale la pressione. Tempo fa leggevo una citazione del medesimo Jobs, che suona più o meno
Non domandare alla gente quale prodotto vorrebbe, perché sei tu che devi dirglielo.

Lo dico francamente: sarà anche stato un genio del marketing, ma penso che questa mentalità sia la prima causa del degrado della società moderna. E' l'idea che un visionario debba spiegarmi quello che serve a me, che mi fa imbestialire. E soprattutto è l'idea che io debba accontentarmi di aprire il portafoglio e remunerare le presunte genialità di qualche visionario, che mi lascia senza parole.

Perché? Ma perché la vita non è semplice, l'evoluzione dovrebbe trascinarci verso l'affinamento delle capacità di comprensione e di azione. La semplicità, delegata ad altri, è solo una cuccia calda in cui ci rifugiamo per non fare fatica.

Ho vissuto gli anni della grande illusione futuristica: alla fine degli anni 1970, tutto pullulava di aspettative stratosferiche per il 2000. Saremmo diventati tutti dei cervelloni con le gambe atrofizzate, tutti dei geni della scienza e della tecnica, pronti a trasferirci su qualche pianeta colonizzato e iper-tecnologico. E invece eccoci qui, a sfregare le dita su un telefonino fino a ungerlo come una bistecca. Abbiamo tanta tecnologia, ma la usiamo passivamente.

Un altro inquietante successo di Apple, di Microsoft e di altre aziende dell'IT è quello di aver elevato all'ennesima potenza il concetto di tecnologia proprietaria. In poche parole, i loro ingegneri creano un software, noi lo compriamo a caro prezzo (quasi sempre), e non abbiamo diritto di aprire il giocatto e smontarlo. Ho usato volutamente questa terminologia perché la tentazione di rompere i giocattoli è il comportamento dei bambini curiosi, che vogliono guardare dentro per capire che cosa c'è. E' probabilmente una delle prime manifestazioni dell'intelligenza umana, e questa gente ci ha inculcato che il successo proviene dalla repressione della curiosità.

Esiste, fortunatamente, la filosofia open source, che tutti associano prevalentemente al sistema operativo GNU-Linux. L'idea è ovvia: chiunque può leggere e addirittura modificare il codice sorgente del software, per comprenderne il funzionamento e magari migliorarlo. Potremmo dire che è l'esaltazione della curiosità fanciullesca, unita al progresso della conoscenza. Che cosa volete di più? E invece no, l'open source è ancora appanaggio di un numero minoritario di presunti smanettoni, i nerd che preferiscono programmare invece di far girare la patonza (cit.).

Per correttezza, voglio ribadire che Apple ha costruito il cuore del proprio sistema su una base molto flessibile, che incoraggia e permette l'uso dell'open source senza troppe difficoltà. Il sistema operativo di Apple non è open source, ma lo supporta decisamente bene. Rispetto alla concorrente Microsoft, è già un merito non trascurabile.

Steve Jobs è morto solo fisicamente. La sua filosofia vivrà a lungo, e probabilmente farà scuola. Purtroppo?

sabato 1 ottobre 2011

A funny exercise from an old book

I've found the following exercise in a calculus book by Ernesto Pascal, published in 1908.

Let $latex f$ be a continuous function defined on the real line. If $latex \lim_{x \to \infty} f(x+1)-f(x)=A$, then $latex \lim_{x \to \infty} \frac{f(x)}{x}=A$.