mercoledì 31 agosto 2011

De senectute

Io abito davanti alla casa di riposo per anziani di Cantù. Bella roba, direte voi. Questa insignificante premessa è utile per introdurre il post odierno, che si inserisce nel filone intimistico-depressivo.


Mentre ero a casa ad annoiarmi, attorno a Ferragosto, mi sono spesso affacciato al balcone per guardare le attività nel cortile del suddetto ospizio. Fra parentesi, "ospizio" è una parola tabù, ma garantisco per esperienza famigliare che quello di Cantù è a tutti gli effetti un ospizio per vecchi. Comunque, dicevo, ho osservato i parenti in visita, e gli anziani che trascorrevano lunghe ore ad ascoltare i discorsi, quasi sempre di pura circostanza. Non è stata una sorpresa, ma faceva effetto notare le espressioni di noia e di imbarazzo dei nipoti più giovani; immagino che non trovassero molto divertente un pomeriggio trascorso davanti alla sedia a rotelle di un nonno o di una nonna.


Tutto normale, per carità. Mia nonna ha passato gli ultimi anni della sua (lunga) vita nello stesso ricovero, e in condizioni mentali pessime. Anch'io ero molto imbarazzato quando la andavo a trovare, da tempo non mi riconosceva più e questo era una difficoltà oggettiva. Probabilmente però c'è una ragione ulteriore, subdola e inconfessabile, che rende le visite ai nostri vecchi tanto penose: sappiamo che, nella migliore delle ipotesi, toccherà anche a noi. Certo, esiste la possibilità di finire al ricovero senza ricevere visite o di morire giovani, ma non mi sembra una gran consolazione.


Già, perché il punto è sempre quello, la finitezza della vita. Oggi siamo (relativamente) giovani e in forma, ma domani potremmo aver bisogno di aiuto. È una prospettiva terrorizzante, che ci spinge a fare i conti con il nostro passato e con le prospettive del futuro. Solitamente questi bilanci sfociano nel sentimento che le signorine dell'ottocento chiamavanno morbosità, e allora diventano inutili. Eppure, arrivati al dantesco mezzo del cammin di nostra vita, le speranze cominciano a pesare quanto le esperienze.


Nel caldo infernale della Brianza agostana, ho fatto il malinconico esercizio, e naturalmente ho scoperto di non essere particolarmente felice e soddisfatto. A vent'anni comunque avevo sogni e aspettative che si sono lentamente miscelati alla realtà, e ho sbagliato a voler crescere in fretta. Sono stato un adolescente decisamente responsabile e maturo, amavo lo studio e gli amici, pochi ma buoni. Guardavo le ragazze e i buoni film, ma non ho mai fatto pazzie. L'amore per la scienza, e per la matematica specialmente, mi davano illusioni di un futuro appagante, leggevo le biografie dei matematici e volevo essere il più possibile simile a loro.


Ora, dopo una laurea, un dottorato (di quelli seri, per fortuna), un bel po' di gavetta e un posto da ricercatore confermato, che cosa è rimasto? Poche illusioni e troppo crudo realismo: non sarò mai un matematico famoso, e questo posso accettarlo senza rimpianti. Faccio il mio lavoro al meglio, e non sono certo un genio. Eppure, quello che manca sono le aspettative. Se tutto andrà bene, resterò ricercatore a vita, modesto sgobbone senza particolari meriti; troppo vecchio per cercare fortuna all'estero, troppo timido e indeciso per fuggire a trent'anni, navigo a vista fra i marosi di un Paese che premia gli arroganti e punisce le brave persone.


Nella prima bozza di questo post avevo inserito un paragrafo anche sul risvolto personale della mia vita. Ho deciso di tagliarlo, non mi piaceva il tono e sono troppo volubile per credere che i miei sentimenti di oggi saranno quelli di domani. Se siete curiosi... peggio per voi!

lunedì 29 agosto 2011

Sciopero?

Sciopero?

 

Da parecchio tempo volevo scrivere qualche commento sul tema dello sciopero, e la proclamazione dello sciopero generale del 6 settembre mi offre l'occasione. Naturalmente non parlerò dello sciopero in quanto diritto costituzionale, bensì della sua utilità per alcune categorie di lavoratori.

 

Innanzitutto, lo sciopero si caratterizza come astensione dal lavoro per un determinato periodo di tempo (anche indefinito, e si parla di sciopero ad oltranza), e secondo le leggi italiane deve essere proclamato da una rappresentanza regolare dei lavoratori; questo significa, concretamente, che il singolo lavoratore non può mettersi in sciopero senza l'avallo di un'organizzazione sindacale. Per sgombrare il campo da possibili equivoci, premetto che il mio giudizio sull'istituto dello sciopero è totalmente positivo. Tuttavia, per spiegarne alcune criticità dobbiamo inquadrare meglio il meccanismo sul quale si regge.

 

Lo schema sintetico è solitamente questo: un datore di lavoro impone particolari condizioni lavorative che i lavoratori giudicano inaccettabili. Allora le rappresentanze sindacali proclamano uno sciopero. Perché? Per danneggiare il datore di lavoro, che perderebbe seccamente un certo numero di manufatti (intesi qui in senso lato). Per fare un esempio: se Fiat chiede ai suoi operai di lavorare quindici ore al giorno, gli operai scioperano per otto ore e Fiat perde otto ore di produzione, senza speranza di recuperarle. Ne consegue che lo sciopero è un'arma formidabile nelle mani dei lavoratori (attraverso le rappresentanze sindacali, come detto).

 

Questo schema appare indebolito quando i lavoratori si occupano di servizi alla comunità. Prendiamo un dipendente comunale, magari dell'ufficio anagrafe. Tipicamente, questo lavoratore si avvale di un contratto nazionale di lavoro, che viene negoziato fra l'ente pubblico (o lo Stato) e i sindacati di categoria. Supponiamo che questi sindacati proclamino otto ore di sciopero, anche per la ragione più sacrosanta. Il risultato è che i cittadini-utenti non possono usufruire dei servizi anagrafici che hanno anticipatamente pagato con una parte delle proprie tasse (sorvoliamo qui sulla piaga dell'evasione fiscale); è piuttosto improbabile che lo Stato sia sensibilmente danneggiato dallo sciopero: e in effetti la presunta efficacia dello sciopero (dal punto di vista del lavoratore) consisterebbe nel senso di solidarietà dei cittadini-utenti, che dovrebbero comprendere le ragioni degli impiegati dell'anagrafe e attuare qualche forma di rivalsa (quale?) verso lo Stato. Insomma, i cittadini-utenti dovrebbero capire che la colpa dei disagi patiti durante lo sciopero (niente certificati di esistenza in vita, niente cambio di residenza, niente rinnovo della carta di indentità, ecc) ricade sullo Stato oppressore, e non già sui lavoratori comunali. Capite bene che è un meccanismo troppo contorto per essere efficace, ed effettivamente i dipendenti pubblici hanno perso, negli ultimi anni, quasi tutto il potere contrattuale acquisito. Migliore è la situazione dei dipendenti pubblici che si occupano di settori ad altissimo impatto sulla vita quotidiana: sanità, trasporti (ma fino ad un certo punto), giustizia, ordine pubblico, ecc. Uno sciopero ad oltranza dei magistrati metterebbe in ginocchio il Paese, e dunque i magistrati si accontentano di annunciare un possibile sciopero per ottenere l'ascolto dello Stato. Non parliamo neppure delle forze dell'ordine: se scioperasse la Polizia (i carabinieri sono militari, e non hanno diritto di sciopero), sarebbe un disastro. Non possiamo dire che i poliziotti navighino nell'oro, ma senza dubbio hanno un potere contrattuale superiore a quello di un dipendente comunale, o di un professore di scuola.

 

Già, il professore di scuola. Bisogna sapere che, alcuni anni fa, il diritto di sciopero nella scuola è stato pesantemente limitato da una serie di leggi apparentemente ragionevoli. Capiamo bene che una rivendicazione sindacale non può lasciare a casa milioni di studenti, giacché il diritto all'istruzione è garantito al pari di quello di sciopero. Per conciliare le due esigenze, è stato stabilito che i docenti delle scuole di ogni ordine e grado possono scioperare solo ad alcune condizioni, tese a garantire i diritti superiori degli studenti. Tutto questo poteva anche andare bene, negli anni lontani in cui la figura dell'insegnante era (giustamente) considerata fondamentale ed insostituibile. Una diffusa decadenza dei costumi ha fatto precipitare l'insegnante nel purgatorio dell'indifferenza, se non nell'inferno del pubblico ludibrio. Mal pagati, sbeffeggiati dal potere politico (curiosamente rappresentato da individui di bassa scolarità e dubbia intelligenza), privati del sostegno delle famiglie, gli insegnanti hanno subito un vero tracollo nel trattamento sindacale. Non sembra imminente un recupero del buon senso e delle necessarie tutele in campo lavorativo; troppi pensano che gli insegnanti lavorerebbero anche gratis, perché amano la professione come se fosse una missione.

 

E veniamo infine alla categoria dei lavoratori della ricerca, alla quale mi pregio di appartenere. Ricercatori e docenti universitari (o di enti di ricerca) ricevono uno stipendio dalla propria università o dal proprio ente, e sono tenuti a svolgere attività di ricerca e di insegnamento. Per capire quanto sia simbolica (salvo casi particolari di cui parlerò fra poco) l'adesione allo sciopero per questi lavoratori, vi propongo un confronto fra un 6 settembre ordinario e un 6 settembre di sciopero, adattato al mio caso.

 

1) Se il 6 settembre fosse un giorno lavorativo qualunque, mi alzerei, farei colazione, prenderei il treno, e mi chiuderei in ufficio a cercare di dimostrare qualche teorema. Ad una certa ora del pomeriggio prenderei il treno e tornerei a casa. Nella migliore delle ipotesi, avrei fatto qualche passo avanti nell'analisi di un problema matematico.

 

2) Se il 6 settembre fosse (come ormai probabile) un giorno di sciopero generale, mi alzerei, fare colazione, non prenderei il treno (perché' probabilmente i ferrovieri sarebbero in stato di agitazione), mi metterei alla scrivania e cercherei di dimostrare qualche teorema. Ad una certa ora del pomeriggio smetterei e mi riposerei prima di cena. Nella migliore delle ipotesi, avrei fatto qualche passo avanti nell'analisi di un problema matematico. Ah, certo, potrei anche andare a manifestare in piazza a favore dello sciopero, per quanto il concomitante sciopero dei trasporti renderebbe disagevole la prospettiva.

 

In entrambi i casi, lascerei nel portafoglio della mia università circa 140 euro. Sapreste individuare il danno arrecato al mio datore di lavoro, in caso io scioperassi? Se ci riuscite, fatemelo sapere, perché io non ci riesco.

 

Come promesso, esiste una possibilità di danneggiare la controparte (e già dovremmo discutere se la giusta controparte sia la mia università, il governo, o chi altro ancora), e questo avverrebbe se il 6 settembre avessi impegni istituzionali: lezioni, sessioni d'esame, riunioni, ecc. Se perdessi una lezione, ricadrei dritto dritto nell'esempio dell'impiegato dell'anagrafe, ma potrei anche accettare questo errore nell'individuazione del mio avversario. Una sessione d'esame, forse, dovrebbe essere recuperata (non ne sono certo, dovrei consultare qualche esperto di diritto accademico): sarebbe come chidere ad un operaio Fiat di recuperare gratuitamente il lavoro non svolto durante il giorno di sciopero. Una pura follia. Infine, le riunioni accademiche sono talmente vaghe e volatili che solitamente vengono rinviate alla settimana successiva, senza che il sistema se ne accorga.

 

Posso aver sbagliato, forse non ho capito niente, ma ancora mi chiedo a che titolo regalare 140 euro del mio stipendio allo Stato, senza causare alcun danno. Esiste certamente lo spirito di solidarietà fra i lavoratori, e perfino la strategia di aumentare i numeri delle adesioni alla protesta.  Tuttavia, la certezza di perdere 140 euro non sembra poter bilanciare la speranza che lo sciopero possa convincere lo Stato a cambiare idea; purtroppo le grandi manifestazioni di piazza non sembrano più capaci di impressionare i governi, e qualche volta è anche meglio così.

 

La morale di questo lungo discorso è che uno sciopero, per essere appetibile, deve garantire che le condizioni fondamentali siano soddisfatte: io rinuncio ad una parte dello stipendio per danneggiare il mio datore di lavoro, e spero che il danno lo convinca a riaprire le trattative. Altrimenti, scusate la brutalità, preferisco lavorare e prendere lo stipendio.

sabato 13 agosto 2011

Psicopatologia di un blog

È quasi ferragosto, quindi corre l'obbligo di essere educati e di augurare a tutti di trascorrere in pace e serenità questa festa.

 

Oggi vorrei commentare un banale fatto che mi è capitato di recente; tranquilli, non parlerò di ragazze angeliche e di malinconie estive, sebbene l'argomento non possa dirsi del tutto estraneo. Come saprete - e se non lo sapete, vi conviene informarvi - è arrivata l'ennesima (ma forse dovrei dire (n+1)-esima, visto l'andazzo) stangata economica decisa dal governo su mandato della mafia europea conosciuta con l'acronimo BCE. Per il solito incrocio di provvedimenti, ho risposto in una mailing list ad un invito alla mobilitazione accademica contro l'impoverimento delle risorse. Essendo il 13 di agosto, e addirittura sabato, ho risposto con il mio iPhone. La mia risposta riportava il calce il link al mio sito privato, sicché tutta la mailing list ha avuto accesso anche a questo blog. Un collega mi ha fatto notare che può apparire curioso leggere l'evoluzione delle bolle ai piedi del sottoscritto mentre si discute di possibili proteste contro i tagli ai finanziamenti. Devo ammettere che ha molte ragioni, eppure non è strettamente di questo, che intendo discettare.

Ok, la faccio breve: questo insignificante episodio (chi non scrive sciocchezze su Facebook, o su un proprio sito internet?) mi ha fatto pensare alla leggerezza con cui sbandieriamo ai quattro venti le nostre emozioni e i nostri pensieri. Non per vantarmi, ma premetto che, quando pubblico su questo blog, ho già valutato i pro e i contro della pubblicità (nel senso etimologico di "rendere pubblico").

Non fatico ad ammettere che, se ho dichiarato a tutti i lettori che in questo periodo mi manca una certa ragazza, l'ho fatto esattamente perché sentivo il desiderio che questo accadesse. Insomma, so quello che scrivo e so quello che non voglio scrivere. Eppure, in alcune occasioni è difficile ricordare che un scrivere su un blog è come scrivere sui muri della stazione degli autobus: ha un fascino perverso che ci annebbia le idee, e occorre molta ragionevolezza per evitare ripercussioni. Sì, perché non possiamo sapere che i lettori delle nostre "confidenze" saranno amici e conoscenti; potrebbero essere passanti sconosciuti che rimbalzano sul nostro sito solo per puro caso. Chiunque navighi in rete sa che leggere i blog è quasi come guardare nelle finestre di fronte; in un bellissimo romanzo di Georges Simenon, una donna vive la vita dei suoi dirimpettai con un misto di vergogna e di morbosa eccitazione. Certo, la parola scritta è più asettica ed innocente (apparentemente) di uno sguardo rubato attraverso le imposte lasciate aperte. Tuttavia c'è sempre la curiosità di leggere qualcosa di privato, che altrimenti non potremmo apprendere.

 

Nella mia esperienza personale, e parlando sempre di persone adulte e dotate di intelligenza nella media e oneste intenzioni, la favola dell'indignazione contro la violazione della nostra privacy è, appunto, una favola. Solo un bambino, o un adulto poco sviluppato, può illudersi che una pagina web sia personale quanto una pagina del diario che teniamo chiuso a chiave nel primo cassetto della scrivania. Se scriviamo nel nostro sito che il capufficio è un imbecille, con quale intelligenza possiamo sostenere che era solo un pensiero coperto dal diritto alla riservatezza? Forse dovremmo ammettere che la popolarità dei blog e di Facebook risiede esattamente nel piacere sottile che il rischio regala: è lo stesso meccanismo dei film horror o dei libri noir e thriller, la paura ci attira.

 

Per ultima, c'è la componente esibizionistica. Non mi riferisco al reato contro la morale (laica e/o religiosa), ma a quella pulsione che - penso - tutti noi sentiamo a salire sul palcoscenico. Io, che sono molto timido e spreco intere settimane per trovare la forza di offrire un gelato ad una fanciulla e tendo a scappare dai luoghi caotici, fin dai primi anni del dottorato ho notato di amare l'adrenalina del seminario. Mi è sempre piaciuto parlare in pubblico, e non ho (grandi) problemi ad insegnare in un'aula di duecento studenti. Mi vien fatto di azzardare un paragone: un blog o una nota di Facebook sono per l'autore un piccolo palcoscenico dal quale raccontare una storia. Certo, mette un po' di tristezza l'immagine di un mondo fatto di attori che declamano senza spettatori; sembra quasi un gigantesco ospedale psichiatrico per la cura delle carenze affettive. Ma non vorrei cedere al mio solito cinismo cattivo, che mi spinge a vedere l'umanità piū brutta di quello che è davvero.

 

Una raccomandazione comunque voglio lasciarvela: mai, mai, e poi mai, prendersi gioco  su internet di una persona cui volete bene. A voi potrebbe sembrare spiritoso (o forse un modo per dire a tutti che quella persona non vi è indifferente), ma tipicamente state andando a cento all'ora verso un litigio definitivo.

 

Ancora buon Ferragosto a tutti.

martedì 9 agosto 2011

Intervallo: la crisi e la sindrome di Stoccolma

Interrompo la sequela di lagnanze sentimentali (ma prometto di tornarci, è una minaccia) per esprimere due considerazioni sul tema del mese: la crisi economica.
Dopo aver letto pochi quotidiani mentre ero al mare (sospiro), sto cercando di riallinearmi con l'attualità. Ebbene, sembra che l'economia stia andando maluccio. Ma da quando ho la facoltà intellettuale di capire i rudimenti della società capitalista, non ho mai sentito parlare di ottima salute per l'economia italiana. Quello che invece mi sconcerta è la convergenza sulla cura: chi sa nuotare si salvi, gli altri crepino in silenzio.
Abbiamo un governo vergognoso, come troppi nella storia repubblicana. Ma adesso siamo tutti entusiasti che due loschi giostrai europei ci spieghino come ripagare l'elemosina della BCE: sopprimendo i più deboli. Perché questa è la proposta, affondare il barcone degli italiani meno abbienti in cambio di qualche BTP.
A me sembra un caso da manuale della sindrome di Stoccolma: gli squali della speculazione ci attaccano, e noi collaboriamo spensieratamente al sanguinoso banchetto. Ma non eravamo le vittime, quelle che devono lottare fino all'ultima pallottola contro il nemico? Perché nessun governo ha il coraggio di reprimere l'economia cartacea e di spostare l'attenzione sull'economia reale?
Non capisco perché dovremmo togliere l'assistenza ai portatori di handicap per far contenti gli speculatori; sarò anche troppo impegnato ad elaborare una strategia per rivedere una certa fanciulla, ma proprio rimbambito non sono. Fatto sta che non ho ancora trovato una risposta soddisfacente ed eticamente sostenibile.

sabato 6 agosto 2011

Perché tornare? O delle amorose ferite

Già, perché tornare? Vale per tutti i viaggi, e dunque anche per le vacanze. Il pretesto è che sono appena rientrato dal mare, ma la riflessione è più profonda. Il fatto è che odio viaggiare, per l'ansia di partire e la malinconia di tornare a casa. D'accordo, lo ammetto: spesso ci si mettono anche i sentimenti. Nei viaggi, per svago o per lavoro, capita di conoscere persone nuove, o anche persone vecchie che improvvisamente diventano diverse.
Questa volta sono stato benissimo, il borgo di Varigotti è splendido ed accogliente. Il tempo è stato piacevolmente mite, e ho potuto prendere una sfumatura mediterranea senza bruciarmi. Ma la fregatura è sempre in agguato: ho notato subito un istintivo interesse per una graziosa fanciulla. Quando comincio a pensare ad una ragazza, finisce puntualmente con giorni di tristezza e rimpianti; e allora non esistono medicine, bisogna lasciar fare al tempo.
Sto parlando di una cameriera dell'albergo dove soggiornavo. Capisco che sembri vagamente squallido, ma non è così; si tratta di una ragazza timida e quasi invisibile, che difficilmente concede più parole di quelle imposte dal protocollo professionale. Dovrei essere abituato a queste infatuazioni platoniche, potrei scriverci un manuale scientifico; ma oggi sto proprio male, e non vedo l'ora che passi.
Perché io ero quasi riuscito a convincermi che pensavo a lei per non annoiarmi, e quella buffa uniforme che la trasformava in un figurino ottocentesco con camicetta di raso nero e grembiulino para-schizzi erano un valido incentivo a liquidare la faccenda con un sorriso. Ma il destino è cattivo fino in fondo: venerdì sera, mentre un maestro della pittura gestuale (o come diavolo si chiama) menava fendenti con il pennello per la gioia dei turisti plaudenti, me la sono trovata a pochi metri. Senza grembiulino e con una canottiera colorata e i pantaloni di tela, non riuscivo più a prestare attenzione alla pantomima artistica. Era in piedi, da sola in mezzo alla folla (è una figura retorica, l'avete capita?) e fissava rapita il quadro che prendeva forma: mancava solo l'angioletto con l'arco e le frecce...
Sabato mattina, dopo l'ultima colazione (che dolce, ormai conosceva a memoria i miei gusti, oltre ovviamente a quelli di tutti gli altri ospiti...) il metaforico colpo di grazia è stato lo scambio di poche chiacchiere innocenti: in due minuti ho toccato con mano la voglia di bruciare il biglietto del treno e restare lì per sempre (o molto a lungo, almeno).
Sono tutte sciocchezze, è chiaro: probabilmente lei è fidanzata con un tiratore scelto dei marines, e comunque mi avrà giudicato imbranato e penoso mentre mettevo insieme in monosillabi per cercare di conversare con lei. Penso che fra una settimana riderò di queste parole, perché succede quasi sempre; ma ora mi sembra ingiusto che lei sia laggiù ed io a casa, e ingiusto il fatto che i suoi occhi celesti non saranno più i primi che incontrerò al mattino, mentre faccio colazione davanti al mare di Varigotti.
Chissà, forse un giorno la rivedrò.

venerdì 5 agosto 2011

giovedì 4 agosto 2011

Noi ponfi siam così

Si avvia alla conclusione la vacanza di mare a Varigotti. Sapete già delle tragiche vesciche che ormai si moltiplicano come i conigli di Fibonacci. La novità sono gli insetti famelici della costa ligure: ogni superficie esposta del corpo è un bersaglio per zanzare e moscerini vari. Ponfi pruriginosi grandi come una moneta da dieci centesimi hanno beatamente colonizzato le mie gambe, senza però disdegnare collo e braccia. Era dai tempi del postdoc a Pisa, che non subivo un tale assalto. Quest'anno, poi, il clima autunnale dell'estate comasca e di quella montana m avevano preservato dal fastidioso dazio alle odiose sanguisughe volanti
Chiusa la parentesi naturalistica, devo confermare che questi posti offrono sentieri e borghi da visitare. Sono stato a Finale Marina e a Finalborgo, approfittando dell'occasione per camminare 15 km e smaltire le calorie in eccesso ingurgitate con i lauti pasti. Ho anche scoperto la deliziosa chiesa medioevale di San Lorenzo, raggiungibile da Varigotti con un sentiero di sassi. L'edificio domina la baia dei pescatori, e il piccolo sforzo necessario a raggiungerlo è ampiamente ripagato dal panorama. Peccato che le tipiche calzature dei bagnanti siano inadatte alle condizioni del sentiero. Non servono certo suole in Vibram, ma l'incontro ravvicinato fra le pietre aguzze e i "pollicioni" al vento può risultare sgradito.
La Liguria di ponente è una terra suggestiva, e dispiace apprendere che il turismo soffra di una crisi molto preoccupante. Forse il Levante offre luoghi più famosi e infrastrutture migliori; ma il prezzo da pagare è un certo affollamento e un esborso economico maggiore.