giovedì 30 giugno 2011

U53066c Jr.

Il buon vecchio computer u53066c è stato spento definitivamente. Ora riposa in cima all'armadio del mio ufficio, mostrandomi provocatoriamente le terga.

Sto ancora installando e configurando il successore, un computer fin troppo nuovo per supportare GNU/Linux senza impazzire. Ubuntu 11.04 si è installato senza problemi, ora sto litigando con Arch a 64 bit.

sabato 25 giugno 2011

L'ultimo weekend di u53066c

U53066c è il nome del mio computer, quello dell'ufficio. Come ho già scritto altre volte, è guasto ed è quasi impossibile accenderlo; solitamente non lo spengo mai, ma basta un breve blackout per comprometterne il funzionamento. Finalmente, il nuovo computer è arrivato, e nei primi giorni della prossima settimana potrò installarlo. Ragionevolmente, questo sarà l'ultimo weekend del buon vecchio u53066c; voglio cedere al sentimentalismo, e scriverò un breve epitaffio.

Caro u53066c, la tua vita è stata difficile fin dall'inizio. Ricordo gli improvvisi blocchi mentre stavo lavorando, e le discussioni per convincere i tecnici che avevi bisogno di cure. Allora eri ancora in garanzia, e hai subito un trapianto di motherboard che ti ha permesso di condurre una vita normale e piena di soddisfazioni. Su di te ho installato decine di sistemi operativi, con te ho imparato ad amministrare server di posta, DNS, proxy, ftp, server web qualche volta la mia imprudenza ti ha fatto passare dei guai, e ti hanno scollegato da internet. Per qualche anno sei stato il miglior computer del dipartimento, e mi hai sempre permesso di collegarmi da casa via ssh. Anche dopo aver diagnosticato la tua malattia incurabile, hai superato un paio di crisi acute e ancora oggi sei acceso e vitale. Ti ho strappato alla rottamazione con uno sforzo notevole, ti ho smontato pezzo per pezzo e mi sono inventato modi fantasiosi per riaccenderti nei momenti difficili.
Ora è tempo che tu vada, non serve resistere ancora. Solo due giorni fa, hai sopportato eroicamente due difficili aggiornamenti del sistema operativo. So che è stato faticoso, e ti ringrazio per la collaborazione.
Come un soldato devoto hai sempre obbedito e hai sempre servito: semper fidelis, marine!

sabato 18 giugno 2011

Seven e non più seven

Dopo aver dubitato del mio Macintosh, ieri ho avuto l'opportunità di cospargermi il capo di cenere: ho provato ad usare un tablet pc con Microsoft Windows 7 Professional Edition.
È stata un'esperienza estremamente divertente. Qualche perla di saggezza di seguito.
Avvio il computer, e appare una piccola finestra: "È possibile fare il login solo mediante impronta digitale. Il modulo per le impronte digitali non è disponibile". Premo OK ed accedo senza password!
Installo un browser e appare una finestra in cui mi si chiede se l'installazione è andata a buon fine o se voglio rifarla. Ho impiegato qualche minuto a capire che cosa avrei dovuto rispondere.
Aggiorno un altro browser. L'aggiornamento si interrompe con un messaggio di errore: l'aggiornamento è fallito perché è stata trovata una versione precedente del browser. E ci mancherebbe altro, proprio per questo volevo aggiornarlo!
Voglio installare le stampanti di rete del dipartimento. Dopo qualche tentativo, approdo al menu di aggiunta delle stampanti. Scelgo ovviamente una stampante di rete, ma il sistema si mummifica. Chiudo tutto, ricomincio, e nuova mummificazione. Con il mio Mac, digito in Google: come (cavolo) si aggiunge una stampante di rete in Windows 7?
La risposta è sconcertante: occorre aggiungere una stampante locale, aprire un numero imprecisato di menu con il tasto destro del mouse, e configurare una porta (eh??) locale come stampante di rete! Come dire che se arrivate a un bivio, leggete "Milano" a destra e "Torino" a sinistra, in realtà per andare a Milano dovete svoltare a sinistra.
Per finire in bellezza, ogni volta che cerco di installare un programma, un lezioso menu mi domanda se voglio davvero apportare modifiche a questo computer. Ma che significa? Ogni volta che apro un file, apporto modifiche al computer, o no? Era troppo difficile domandarmi se voglio installare il programma?

In conclusione, prometto di non dubitare mai più della qualità di Linux e Mac OS. Per correttezza, devo comunque denunciare una palese contaminazione di Linux Mint. Quando cerco di spegnere il computer, un avviso mi blocca: "per ragioni di sicurezza, non è possibile spegnere il computer mentre un utente è collegato". Si darebbe il caso che l'utente collegato è quello che sta cercando di spegnere la macchina, quindi non capisco dove sia la sicurezza. Insomma, smettetela di trattarci come ritardati!

mercoledì 15 giugno 2011

Apple App Store just sucks

Some months ago, Apple launched its App Store, a centralized place where Mac users can download and update their software and applications. What is my feeling toward it? It really sucks. Let me explain why.

First of all, the App Store has been seen as a good reason to sell applications that used to be free. The worst example is Apple's Xcode for developers. It used to be freely downloadable, now it costs 5 euros. Moreover, it not so easy to download almost 5 gigabytes whenever a security update is released, and it has become impossible to perform offline installations. Now you need a broadband internet connection, and your Apple computer. Well, you could notice that the applies to every Linux installation, since updating without internet has become almost impossible for most distributions. But this is precisely the reason why I liked the opportunity to update my disconnected Mac so easily. Now it's gone.

Secondly, since your nightmares always come true, in a month or so Apple is going to release a major OS update, Mac OS 10.7 Lion. We learned from Steve Jobs that the new OS will be available on the App Store only for less than 30 Euros. But what about people living in countries where broadband connections are not affordable? Should they buy a new computer, if they wish to update their OS? This is just crazy and stupid.

It seems to me that Apple's developers have run out of good ideas, and they now try to make life more complicated than it should be.

sabato 11 giugno 2011

Referenda

La notizia: domani e lunedì siamo chiamati a votare i quattro (4) referenda (plurale latino) tanto faticosamente promossi dai comitati popolari.
Innanzitutto, io andrò a votare, perché mi sembra doveroso e rispettoso dell'impegno messo da migliaia di italiani nei mesi passati.
In secondo luogo, voterò quattro SÌ. Non voglio dilungarmi troppo, pertanto cerco di riassumere le mie opinioni.

Per quanto riguarda i quesiti sull'acqua, ammetto che prevale l'ideologia. Preferisco che i privati non abbiano la facoltà di speculare su acqua, aria, diritti universali e simili. Già dovremmo discutere delle speculazioni sul cibo, e sarebbe un discorso interessante. E poi sono stufo di vedere che all'estero rivedono le stesse decisioni mentre noi ci ostiniamo a perseverare nell'errore; questo è un evidente sintomo di malafede, che nasconde l'intenzione di sottomettere gli interessi della collettività a quelli dei singoli affaristi.

Il quesito sul legittimo impedimento non mi lascia dubbi: in Italia non siamo pronti ad abbandonare gli strumenti giudiziari che contengono le pulsioni dei politici. Forse in Francia hanno la testa per mandare a casa un politico corrotto e inquisito. Noi lo ammiriamo, e pertanto sarebbe criminale garantire anni di sostanziale impunità ai nostri amministratori con le mani sporche.

Infine, il quesito sul ripristino dell'industria nucleare a scopo energetico. Vale in parte quanto ho scritto sopra: perché mezza Europa sta decidendo di dismettere le centrali atomiche e il piano energetico nucleare, mentre noi spingiamo per avviarlo da zero? Escludendo la possibilità di essere gli unici intelligenti in un continente di imbecilli, dire che c'è sotto qualcosa.
Ma c'è di peggio: facciamo fatica a far marciare i treni, e siamo incapaci di raccogliere i rifiuti che produciamo. Alzi la mano chi crede che saremmo capaci di garantire i migliori standard di sicurezza sul territorio nuclearizzato. Entro pochi anni, scopriremmo che le scorie sono smaltite insieme ai rifiuti organici e a quelli ospedalieri. Americani, russi, giapponesi hanno dimostrato che l'incidente è sempre possibile, e che raramente le notizie sugli incidenti vengono pubblicate con la dovuta trasparenza. Meglio allora evitare di correre il rischio.

Qualcuno potrebbe chiedermi come penso di garantire l'attuale approvvigionamento energetico al Paese, se non superiore. La mia risposta è talmente semplice da apparire ingenua: dobbiamo darci una calmata, e ripensare il nostro stile di vita. Potremmo consumare meno e vivere altrettanto bene, e potremmo consumare di più vivendo male.
Alzando gli occhi dal presente, vediamo che l'umanità ha vissuto secoli ben diversi dall'ultimo, e dunque non è impossibile che la sbornia energetica attuale sia una piccola parentesi destinata a chiudersi in fretta. So che patiremmo qualche disagio e qualche difficoltà, almeno all'inizio. Ma vale davvero la pena di lasciare in eredità una Terra spremuta e devastata dalla nostra ingordigia?

venerdì 10 giugno 2011

Miami Vice

Periodicamente, soprattutto d'estate, mi torna il desiderio di guardare gli episodi di Miami Vice. Ricordo che li trasmetteva Rai Due nella fascia preserale; erano gli anni a cavallo fra gli '80 e i '90, andavo al liceo e aspettavo con ansia la puntata quotidiane delle avventure di Sonny Crockett e Ricardo Tubbs.





Qeusta serie poliziesca ha segnato una svolta nel genere televisivo. Forse è stata LA serie poliziesca degli anni '80: vestiti firmati, macchine di lusso, arredamenti futuristi. Per la prima volta, i poliziotti non erano brutti, sporchi e diseredati. Non lottavano contro i superiori ammanicati al potere che impedivano alla giustizia di trionfare: il mitico tenente Martin Castillo (qui sopra, vestito di nero) difendeva i detectives della squadra contro tutte le interferenze esterne.

E poi c'era la mentalità degli anni di Ronald Reagan: i cattivi dovevano morire, uccisi dai buoni. Don Johnson, che interpretava il detective Crockett, sparava sempre tre colpi di automatica (ovviamente argentata) al petto del villain di turno. Ricordo che aveva la fondina orizzontale sotto la giacca, e una pistola di emergenza alla caviglia. Erano altri tempi, oggi i poliziotti televisivi disdegnano le armi e approfittano della psicologia e del profiling per acciuffare i criminali. Il genere poliziesco, con sparatorie infinite e inseguimenti sulle superstrade della Florida, è tramontato; la contaminazione con la commedia brillante o con il thriller psicologico domina ovunque.

C'è qualcosa di inquietante negli episodi di Miami Vice, forse grazie alla splendida colonna sonora di Jan Hammer. Sono quasi passati trent'anni dal primo episodio (1984), eppure le scene sembrano sospese nel tempo. Crockett e Tubbs si muovono attraverso i decenni senza subire la vendetta del tempo, gli sguardi del tenente Castillo gelano il sangue anche oggi. Forse è il segno dell'ottima produzione della serie, e della capacità di uscire dagli schemi di un'epoca. Guardando oggi Starsky & Hutch provo soprattutto stupore per il successo che avevano riscosso, sono datati e quasi ridicoli. Guardando Miami Vice, al contrario, mi chiedo perché nessuno abbia veramente saputo capire la lezione.

martedì 7 giugno 2011

Quando internet è un paravento...

... per l'ordinaria ottusità. significa che qualcosa sta andando male. Vi spiego meglio.

Un mese fa, ho ricevuto una email da una nota catena di librerie nazionali; non voglio fare nomi, ma se dico che finisce con "elli" probabilmente capirete. Veniva annunciata un'offerta interessante, il 30% di sconto su tutti i libri acquistati direttamente dal loro sito (quindi non in una delle filiali). Sono sempre stato scettico sugli acquisti dei libri a distanza, perché poi bisogna prestare attenzione alle spese postali. Questa volta mi sono lasciato convincere, e soprattutto volevo sperimentare la consegna in negozio dei volumi acquistati in rete. Sembrerebbe un modo intelligente per azzerare le spese di spedizione e quindi per usufruire interamente degli sconti. C'è la spiacevole sopresa dell'aumento dei tempi di attesa: sei giorni aggiuntivi. Forse, per risparmiare, addestrano i libri a camminare da soli fino al negozio... D'altronde, perché il pacco impiega 48 ore dal magazzino a casa mia, mentre impiega sei giorni dal magazzino al negozio? Ma pazienza, non ho fretta.

Ho ordinato quattro libri, tutti della stessa casa editrice. Uno era subito disponibile, gli altri tre avrebbero richiesto cinque giorni per il reperimento dai distributori. Passano cinque giorni, e due libri arrivano in magazzino. Il terzo viene catalogato "in ritardo", e una cortese email mi annuncia che sarei stato tempestivamente informato sugli sviluppi. Per mia curiosità, ho controllato sul sito, e non solo l'editore sostiene che il libro è regolarmente disponibile; addirittura ce ne sarebbero alcune copie in giacenza presso la filiale dove avrei dovuto ritirare il mio ordine. Poiché stavo per partire, ho preferito aspettare notizie dalla libreria.

Sabato mattina ricevo un'altra email, dove il libro incriminato è bollato come "non reperibile", e la libreria suggerisce di cancellarlo dall'ordine. Questa volta non riesco a trattenermi, e rispondo che basterebbe davvero poco per accontentare il cliente e vendere il libro: chiedere ad un commesso di Milano di accantonare una copia in giacenza da allegare al pacco dei volumi disponibili. Dopo alcune ore un addetto risponde che loro potrebbero sollecitare il distributore, ma dovrei attendere ancora almeno una settimana; il mio (banale e pratico) suggerimento è caduto nel vuoto.

Giunto a questo punto, ho chiesto cortesemente che l'intero ordine fosse annullato, spiegando che non posso sopportare io i disagi di una rete vendita ottusa. Hanno davanti agli occhi il libro che devono vendere, ma ne chiedono una copia in Zimbabwe solo perché io ho ordinato via internet. In effetti è questo il vero problema: internet serve ad accorciare le distanze e a semplificare la vita degli utenti. Questa catena di librerie usa internet come se fosse il treno postale del Far West. In queste occasioni tocchi con mano la malinconia della distribuzione commerciale del libro: non più librai intelligenti, colti e interessati ad avere un rapporto collaborativo con la clientela. Ora è un supermercato, dove prendi dallo scaffale quello che c'è, altrimenti tanti saluti. Qualche settimana fa, nella filiale di Como della suddetta catena di librerie, una cliente di mezza età ha chiesto informazioni su un libro alla commessa. Si vedeva che cercava un consiglio umano, più che tecnico; la commessa le ha risposto altezzosamente che lei non può certo leggere tutti i libri esposti, e di quello in particolare ignorava perfino l'esistenza. Ecco, quando ero uno studente liceale, acquistavo i libri in un picoclo negozio di Cantù. Io e mia mamma avevamo soprannominato il proprietario "l'infesciato". È un termine dialettale, che si traduce approssimativamente con "l'imbranato"; a volte i libri non arrivavano mai, ma erano altri tempi, internet era un miraggio e tutto funzionava con il fax e i viaggi personali nei distributori regionali dei vari editori. Non avrei mai pensato di rimpiangere l'infesciato, dopo vent'anni.

sabato 4 giugno 2011

Rientro alla base

Dopo qualche giorno di silenzio, eccomi di nuovo a scrivere sul blog. Sono stato a Trieste per un convegno; molto interessante, difficile e inevitabilmente faticoso.
Ho ritrovato la città dove ho conseguito il dottorato, dove ho vissuto per quattro anni, e che ho imparato ad apprezzare per l'accoglienza e l'apertura mentale che Milano e la Lombardia hanno sacrificato per un pugno di voti in camicia verde.
Sono contento di aver rivisto amici e colleghi, ma ho anche il piccolo rimpianto di non aver dedicato più tempo ad una matematica speciale: le email non sostituiscono il piacere di una passeggiata insieme, anche quando ci sono i fili spinati con la corrente che impediscono il passaggio ;-)

Ora mi tocca rientrare nella quotidianità dei treni sudici, delle riunioni deliranti, dei calcoli che non riescono. Così è la vita.