sabato 30 aprile 2011

Glasnost all'amatriciana

Meno di un mese fa, ho presentato un progetto di ricerca presso un importante istituto nazionale di matematica, malauguratamente bollato come ente inutile e infine salvato in extremis dai canini aguzzi di Tremonsferatus.
Il progetto è stato bocciato, e sono cose che succedono. L'aspetto ambiguo della vicenda è il clima misterioso e carbonaro in cui essa si è svolta.
Sorvolo sulle difficoltà logistiche ed informatiche all'atto di inviare i progetti; un mio amico dice sempre che "se non sei capace, lascia perdere". Meglio spedire una email, che sbattere la testa per ore contro un'applicazione web fatta male e fruibile solo dietro raccomandazioni telefoniche di sedicenti tecnici.

Il fatto grave è la mancanza di trasparenza. Ogni progetto doveva essere composto da tremila caratteri: provate voi a scrivere un progetto di ricerca scientifico in tremila caratteri, senza formule e senza bibliografia. Ciascun progetto è stato poi valutato da... chi? Supponiamo che una commissione di esperti si sia impegnata a leggerli e a confrontarli. Peccato però che i criteri di valutazione, ingrediente indispensabile alla stesura di una qualunque graduatoria, siano segreti. Nessuna indicazione nel bando, nessuna pagina web di riferimento. Un puro atto di fede, insomma.
Il responso è arrivato con una email di tre righe: Caro Secchi, il tuo progetto non sarà finanziato. Punto.
Punto? Ma come? Era una lotteria o una valutazione seria? Perché non vi è piaciuto? Era troppo banale, troppo ambizioso? Sono troppo vecchio, o troppo giovane, o forse faccio schifo e non osate dirmelo in faccia?
La prossima volta comprerò un biglietto della lotteria, che almeno ha regole chiare.

Perché dobbiamo essere chiari: le valutazioni comparative sono tali solo quando gli interessati possono leggere le carte. Nel segreto delle catacombe, le commissioni potrebbero giocare ai dadi i nomi dei vincitori, per non essere ancora più maliziosi.

Nei lontani anni 70, le storie di Paperon de' Paperoni finivano spesso con una vignetta in cui i suoi dollari piovevano su Paperopoli, e la folla gridava "Prendi prendi! Arraffa arraffa!"
Noi italiani siamo fatti così, arraffiamo quello che cade dal cielo e tiriamo avanti senza troppi scrupoli.

venerdì 29 aprile 2011

Mathematica gratia mathematicae?

Stamattina sono andato a sentire un seminario divulgativo su alcuni problemi matematici della bio(tecno)logia. Questo mi ha fatto riflettere sul rapporto fra matematica e scienze applicate, e piu' in generale sul ruolo della matematica contemporanea.

Chiunque si occupi di ricerca in matematica pura sa che il momento piu' delicato prima della sottomissione di un articolo ad una rivista specializzata e' l'individuazione di un problema concreto che possa giustificare la ricerca matematica in oggetto. Insomma, dobbiamo trovare le cosiddette applicazioni. E' una faccenda vagamente misteriosa, eppure non se ne esce: noi matematici siamo sempre accusati di fare ricerche inutili. Il dramma e' che perfino noi, a volte, lo pensiamo.

In realta' non ci sono misteri: la matematica e' una scienza profondamente diversa dalle altre, e per certi versi si avvicina piu' alla speculazione filosofica che alla scienza sperimentale. Un fisico, tendenzialmente, osserva un fenomeno e poi cerca di comprenderlo. Perche' una mela cade dall'albero? Perche' il cielo e' azzurro (quando e' azzurro, si intende)?

Un medico vuole capire perche' al paziente fa male lo stomaco, ed effettua analisi cliniche. La realta' e' sempre il punto di partenza, dal quale si sviluppa la ricerca.

Il matematico, superata la fase del pionierismo aritmetico (contare le capre, recintare un campo agricolo, ecc.), definisce e deduce. La realta' e' un accessorio che non pregiudica la validita' di una teoria. A me viene sempre in mente l'aneddoto di Bertold Brecht, che sosteneva che la realta' deve adattarsi all'ideologia.

Per spiegarmi meglio, trascrivo un ipotetico dialogo fra un matematico (M) e uno scienziato sperimentale (S).

S: - Ciao, hai un minuto? Vorrei parlarti di un problema.

M: - Sicuro! Raccontami!

S: - Studiando un modello, mi sono imbattuto in questa equazione (e la scrive).

M: - Interessante, Pero' mi sembra proprio che non abbia soluzione. Guarda: moltiplichi, integri per parti, e scopri che esiste solo la soluzione banale.

S: - Ma come? La soluzione esiste, la posso osservare con i miei strumenti!

M: - Forse il tuo modello non e' corretto.

S: - Allora dimmi: quale modello proponi?

M: - Probabilmente sarebbe impossibile scrivere esattamente l'equazione che giustifica la tua osservazione sperimentale: troppe incognite, troppi parametri.

S: - E allora?

M: - Ti serve un modello approssimato. Fammi pensare: si', forse quello che usavi tu e' un modello approssimato ragionevole.

S: - Ah! Ma se hai detto che non ha soluzione!

M: - Non ha soluzione nel senso classico del termine. Ma forse puoi cercare una soluzione approssimata, magari una soluzione di viscosita'.

S: - Eh?

M: - E' un concetto di soluzione molto piu' debole di quello classico, e sicuramente la tua equazione ha una soluzione approssimata in senso debole.

S: - Va bene. Sapresti scrivermi la formula analitica, cosi' posso usarla per fare previsioni.

M: - Ah no. Temo che la soluzione approssimata esistea, ma non ci sia speranza di rappresentarla in termini maneggevoli. Dovrai accontentarti di sapere che esiste, magar e' anche unica.

S: - Senti... Ora devo scappare perche' il mio gatto ha appuntamento dal consulente finanziario e devo accompagnarlo. Grazie mille per l'aiuto (e se na va di corsa, come se stesse scappando da uno psicopatico)

M: - Ma figurati, e' sempre piacevole applicare la matematica alle scienze sperimentali! Se hai bisogno di me, fammi una telefonata.

S: - Come no? Contaci!

Ecco, purtroppo funziona cosi'. Ma non e' necessariamente un male. Una definizione suggestiva del matematico e' questa: una persona che passa la vita dedicandosi a cio' che gli piace fare, nella speranza di trovare qualcosa di utile.

domenica 24 aprile 2011

Ovetto

Oggi è Pasqua. Constatazione forse banale, come ogni grande verità.
Essendo Pasqua, ho rotto l'uovo di cioccolato. Dentro c'era la sorpresa, è ovvio.
Ebbene, la sorpresa delle uova di Pasqua è un ossimoro: nessuna sorpresa è tanto scontata quanto quelle che si mettono nelle uova di cioccolato. Nella mia vita ho trovato le peggiori sciocchezze: braccialetti di plastica, pupazzetto che non stanno in piedi, macchinine con le ruote che non girano, matite spuntate e puzzle di quattro pezzi. Nemmeno i bambini fossero dei perfetti imbecilli!
Ora, io dico: non mi aspetto le chiavi di una fuoriserie, e nemmeno il contratto di proprietà di un attico a Parigi. Però così si sta esagerando. Potrebbero mettere la spilla del PCUS, che costa poco e ormai è un pezzo di storia. Potrebbero mettere un biglietto dell'autobus, che di questi tempi farebbe proprio comodo.
Oppure potrebbero fare uova vuote, ma con un cioccolato migliore. Anche perché tutti, grandi e piccini, alla fine vogliono solo quello: il cioccolato buono. Buona Pasqua

sabato 23 aprile 2011

Salamelecchemail

Ieri pomeriggio sono stato accusato, in una mailing list, di essere maleducato. Perché? Perché raramente incomincio le mie email con la formula "Caro XY" e raramente le termino con "Cordialmente" o simili formule.
Mettiamo in chiaro: è vero. La spiegazione è semplice, dato che nella mia testa una email non è una lettera formale. Ho imparato ad usare l'email quando i cellulari erano una rarità, e per questo le ho considerate quasi degli SMS. Certo che se devo scrivere ad uno sconosciuto, oppure ad un'istituzione, allora scelgo una formula formale e classica di scrittura.

Ma poi, avete presente i film americani in cui i personaggi si appendono il telefono in faccia senza nemmeno dire "ciao"? Ecco, quello non lo farei mai, perché il colloquio telefonico si basa sulla voce; non è corretto chiudere una conversazione senza avvisare l'interlocutore. Invece una email resta lì, scritta dall'inizio alla fine. Non richiede una risposta immediata, e possiamo rimandare la replica ad un altro momento.
Insomma, non provo sensi di colpa per le mie abitudini epistolari. E comunque non vi impedisco di avere altri stili di scrittura.

mercoledì 20 aprile 2011

Mint is better

Ok, after a few weeks I have made the hard step: Ubuntu 10.10 64 bit is gone forever. Linux Mint Debian Edition is here! It is definitely faster, more stable, and it is a rolling distribution (which means that there is no release, but continuous updates).

Now I can wait for my brand new computer.

lunedì 18 aprile 2011

Stesso giorno, stessa ora, 37 anni dopo

Stamattina presto mi sono svegliato e ho guardato la sveglia: le 5:39. Il primo pensiero è stato che avevo ancora quasi due ore di sonno. Il secondo, dopo qualche minuto, che 37 anni fa, quasi alla stessa ora, emettevo il primo vagito.

Già, 37 anni cominciano ad essere tanti; mio nonno aveva già combattuto una guerra mondiale (o almeno una parte), mio papà era già... papà da due anni, mia mamma era già mamma da nove. Io ho i capelli brizzolati da una vita, ma non mi sento davvero così adulto. Certo, ho studiato tanto e ho un lavoro che mi piace e non mi ammazza di fatica. Tanti giovani (ormai diversamente giovani) della mia generazione sono costretti ad una vita di incertezza e precarietà. Anche questa evidente forzatura sociale contribuisce a tenerci in un limbo di eterna adolescenza, siamo sempre troppo giovani per emanciparci. Poi, un giorno, scopriamo di essere troppo vecchi, e le speranze svaniscono.

Sul solito treno delle 8:38 per Milano, ripensavo al 1998, quando mi sono laureato e ho capito per la prima volta che qualcosa stava finendo per sempre. Ero pronto per nuove esperienze, volevo fare il dottorato di ricerca e immaginavo che sarebbe stato una specie di School of the Arts come nel telefilm Saranno famosi. Dopo qualche mese sarei partito per Trieste: la SISSA, la vita da solo, nuove amicizie e nuove opportunità. Ma anche mio nonno che stava morendo, l'attesa di una telefonata triste che sarebbe arrivata nel febbraio del 1999. Un'altra pagina della mia vita che si chiudeva, dopo le vacanze a casa sua e le interminabili storie sull'Africa e sulla naja.

Ma ripenso anche agli anni del liceo, quando compiere gli anni significava soprattutto diventare grandi, allontanarsi dall'adolescenza un po' deludente. Inutile far finta di niente: 37 anni sono già una vita, ci sono i momenti felici e i momenti tristi, gli innamoramenti e le delusioni, gli amici che vanno e gli amici che vengono. Ho letto che, scientificamente, sarei già nella fase discendente da almeno due anni; i matematici danno il massimo entro i 35 anni di età, poi viene il declino. A pensarci bene, il mio massimo non è stato così alto come avrei sperato, ma pazienza: c'è di peggio in giro. Almeno ho potuto fare quello che mi piaceva, e già è una bella fortuna.

Tanti auguri a me, e anche a tutti quelli che sono nati il 18 aprile!

mercoledì 13 aprile 2011

Mint, Debian, Ubuntu: too lazy

Well, I knew that this moment would have come: after a couple of weeks, I begin to get nervous about Ubuntu, Linux Mint DE, and Debian.

I wanted to build an aggregator for RSS feeds from scratch, and I spent more time in looking for the good "developer" packages than in compiling the sources themselves. In Ubuntu, you usually find two packages of every item: one for the common user, and one for the developers who need headers. In Linux Mint DE, Firefox 4 is not supported by the maintainers, and therefore you have to install it by hand. This is what I would do on Slackware, dear heaven!

If I had a new computer, I'd definitely roll back to ArchLinux, where packages are packages, men are men, and horses are horses! And damned sources are ready to build, if you wish.

Un altro Caffé, per favore!

Il titolo di questo post è un gioco di parole. Ieri sera, su Rai 5, hanno trasmesso il film L'ultima lezione, di Fabio Rosi. È la narrazione degli ultimi giorni del professor Federico Caffé, economista politico nato nel 1914 e misteriosamente scomparso il 15 aprile 1987.

Anni fa, ricordo di aver visto un documentario sulla sparizione di Caffé; in breve, sembra che la sera del 15 aprile 1987 il professore abbia meticolosamente disposto sul suo tavolo i documenti, gli occhiali e l'orologio (forse un dono dei suoi allievi) e si sia volontariamente allontanato da casa. Da quel momento, nessuno l'ha più visto.

Il film non è probabilmente un capolavoro, e costa sempre fatica abituarsi al registro melodrammatico dei film italiani. Gli attori americani recitano con la naturalezza della vita quotidiana, i nostri sembrano sempre pronti a rotolarsi per terra come dannati. È una recitazione molto teatrale che non mi piace, ma è un mio gusto. Ma resta un film interessante e godibile, vagamente agiografico. Caffé è descritto come l'ultimo economista politico attento ai bisogni dei più deboli; il regista evidenzia le contraddizioni degli anni '80, dominati dalla dottrina dello sgocciolamento di Reagan e Thatcher. Le iene della finanza allungavano i denti sull'economia reale, agendo ai limiti della legalità.

Caffé era apparentemente disgustato dal nuovo corso, e si sentiva forse una cariatide ormai invisa ai poteri costituiti. Il film, non a caso, è anche la storia della redenzione di un suo allievo, insofferente al rigore della ricerca (che Caffé definiva pura) e attratto dal materialismo della speculazione finanziaria. Raccomandato dallo stesso professore per un impiego alla Consob, si ribella finalmente ai compromessi etici che il rampantismo della borsa valori esige, e torna in università. Non conviene lasciarsi distrarre dalla inevitabile storia d'amore con un'altra allieva del professore, poiché la catarsi è solo marginalmente influenzata dalla presenza della giovane collega idealista.

La figura di Federico Caffé, come tratteggiata dalla sceneggiatura, è tragica: un uomo evidentemente incapace di rapporti affettivi maturi, vive con il fratello malato in una casa nel quartiere Monte Mario, a Roma. Abitudinario fino alla soglia della patologia, entra in dipartimento alle 8:30, fa lezione, pranza in solitudine seduto alla scrivania, riceve studenti e spegne personalmente le luci dell'istituto di economia politica dopo le 20. È circondato da allievi ormai invecchiati e da giovani speranze dell'economia italiana. Il regista accenna superficialmente all'uso della raccomandazione universitaria (un personaggio secondario sostiene che gli allievi di Caffé ottenevano la cattedra, quando andava male), ma è evidente il rapporto di amore ed odio dell'allievo per il maestro. Gli elogi dei professori suonano quasi sempre falsi, un'estrema piaggeria. Forse il professore vedeva queste piccole meschinità, e la conclusione del film suggerisce che la scomparsa sia stata l'unico mezzo per sottrarsi al ruolo di cadavere ambulante. Privato dell'insegnamento, celebrato dagli allievi come se fosse già trapassato, Caffé preferisce dare un taglio netto. Sembra dire che ogni uomo compie un cammino, ed arriva il giorno in cui la sua presenza è solo una fastidiosa circostanza.

Un frate, nel corso del film, dice al giovane protagonista che la presenza fisica diventa inessenziale, quando c'è il ricordo e la memoria degli insegnamenti. Proprio questa sembra essere la tesi di Caffé: dobbiamo lasciare un messaggio, un insegnamento; la carcassa umana non ha così tanto valore.

Piccola nota polemica: il frate risponde con la frase citata ad una domanda molto più materiale. L'allievo del professore cerca di scoprire se il maestro abbia trovato rifugio in un convento. Ora, capite bene che se cercate una persona scomparsa e un frate vi risponde che la persona è viva nella vostra memoria, probabilmente avrete voglia di mettergli le mani addosso. Ma temo di aver visto troppi film dell'ispettore Callaghan (o meglio Callahan), perché non è obbligatorio che il protagonista debba avere una 44 magnum nella fondina e il desiderio di spaccare i denti a chi ostacola le indagini.

martedì 12 aprile 2011

Le grandi domande della vita (moderna)

Oggi, dopo pranzo, sono andato in un altro edificio universitario a consegnare alcuni registri, e poi in libreria. Se a qualcuno interessasse, ho ordinato questi due libri



Ma non voglio parlare di libri. Vorrei parlare di... cuffiette. Già, proprio quei minuscoli auricolari che i ggiovani d'oggi si infilano nelle orecchie ad ogni ora del giorno e della notte. Per fare un esempio, davanti a me c'era una studentessa; appena uscita dalla parta dell'università, ha iniziato a cercare furiosamente qualcosa nella borsa. Ovviamente erano le cuffiette, che ha posizionato nei padiglioni auricolari con il sollievo del naufrago tratto in salvo dai marosi. Ora, è un campione statistico insufficiente a trarre conclusioni generali. Tuttavia sembra un fenomeno incontrollabile: praticamente tutti i viaggiatori in treno ascoltano qualcosa (musica? Audiolibri?  Messaggi subliminali?) con questo novello strumento di tortura.

Eh già, perché proprio non capisco come possano sopportare la musica sparata direttamente nei timpani a tutto volume. Una mattina, già imbufalito perché non avevo voglia di andare a Milano, si è seduto accanto a me un bifolco (sci)munito di cuffie; peccato che faceva più rumore di un martello pneumatico!

Non voglio mettermi a fare il nonno noioso, certamente tante persone amano ascoltare buona musica anche quando sono fuori casa, e non per questo si rovinano i timpani. Ma è l'aspetto sociologico a farmi riflettere. Possibile che tutta questa gente, e i giovanissimi in modo particolare, abbiano il desiderio di evadere dal mondo? Perché non riescono ad immergersi nell'ambiente umano, senza bisogno di alzare barriere (del suono)?

Anche leggere un libro provoca un effetto simile, ma c'è una differenza sottile e sostanziale: un libro richiede concentrazione, e i lettori sanno bene quanto sia difficile da trovare. Le cuffiette ti isolano per forza, e potresti essere travolto da un autotreno senza accorgerti di alcunché.

Forse è solo una moda, forse siamo tutti manipolati da Steve Jobs e dai suoi seguaci, tanto geniali nell'imporre un prodotto commerciale come se fosse un bisogno primario dell'umanità.

O forse è solo una moda, come tante altre. Avete notato le scarpe, negli ultimi anni? Prima tutti e tutte dovevano indossare scarpe a punta, nemmeno fossero discendenti di Alì Babà. Poi sono tornate le scarpe da ginnastica di tela, come quelle degli anni '80 usate nella Germania dell'Est nei momenti di massimo splendore atletico. Poi, per le donne, è venuta la moda delle cosiddette ballerine: nel campus sembra che il 70% delle studentesse debba indossare ballerine per tutto l'anno. Rigorosamente senza calze, anche se ci sono dieci centimetri di neve. O dobbiamo accennare agli stivaloni di pelo, leggiadramente indossati nelle roventi estati milanesi in cui l'asfalto si scioglie come burro?

sabato 9 aprile 2011

Prati e pallone

In questi giorni di estate inattesa, capita di uscire di casa più volentieri. Io vivo a Cantù, che per i parametri Lombardi è una piccola città; eppure c'è ancora spazio per i prati e i giardini.
Ebbene, mi ha colpito la totale assenza di bambini che giocano all'aperto. Venticinque o trent'anni fa, noi passavamo le giornate sotto casa, in qualche prato che a noi sembrava lo stadio di San Siro. Oppure all'oratorio, dove potevamo giocare a basket.
Adesso i prati sono deserti, non si vedono i bastoni con cui delimitavamo le porte e i buchi, scavati con il tallone delle scarpe da ginnastica, del dischetto del calcio di rigore. Ma anche i campi asfaltati degli oratori sembrano poco frequentati. Oggi c'è internet, c'è il telefonino sempre acceso, il mondo forse è meno sorprendente per i ragazzi.
Per noi allontanarci dal quartiere era un'avventura, e non avevamo Google Maps.

Sarà giusto così, ogni generazione è diversa dalle altre. Però mi domando se i ragazzi del 2011 hanno ancora le ginocchia coperte di croste e sporcizia, se comprano ancora il ghiacciolo al bar dopo una partita "tre contro tre" sotto il sole. Sarebbe triste se fossero tutti pallido, miopi e con i pollici ipertrofici a forza di scrivere sms agli amici.

giovedì 7 aprile 2011

Science and politics

Don't trust a scientist that runs for a political position: he/she probably was a poor scientist, and will be a poor politician.

domenica 3 aprile 2011

Svizzero-italiano

Stamattina, facendomi la barba, pensavo ad alcune questioni legate al corso che terrò il prossimo anno. Senza apparente motivo, mi è tornata in mente una mia amica, cresciuta in Svizzera. Da lei ho imparato l'espressione "ho bocciato"; ovviamente corrisponde al nostro "sono stato bocciato", eppure c'è una sottile e perversa differenza.
Lo studente italiano incolpa palesemente il sistema per il proprio fallimento: è stato quell'incompetente del professore, ovviamente prevenuto nei miei confronti, a valutarmi ingiustamente. Lo studente svizzero incolpa se stesso: io ho fatto male l'esame, e ho avuto il giudizio che meritavo.

Magari esagero, ma è un piccolo sintomo della mania di persecuzione endemica nel cittadino italiota. I meriti sono personali, le colpe sono sempre di qualcun altro.

sabato 2 aprile 2011

Com'è piccolo, il mondo

Stavo leggendo "il manifesto", che ha la spiacevole abitudine di presentare in rapida sequenza tutte le ingiustizie del giorno prima. Sopraffatto dall'angoscia per i civili uccisi in Libia, i morti giapponesi, i migranti sfruttati, il declino della cultura e perfino per il derby Milan vs Inter, ho iniziato a fantasticare.
Immaginavo di spegnere tutte le fonti di informazione: televisione, giornali, radio e internet. Come sarebbe la mia vita? Probabilmente mi alzerei tutte le mattine, andrei in università, mi metterei a dimostrare teoremi e a leggere libri o articoli, e penserei che il più drammatico dei problemi è il cantiere del lungolago di Como. O forse la ricostruzione del palazzetto dello sport di Cantù. In pratica, poco sarebbe diverso dalla vita di mio nonno cento anni fa in Valganna.

D'altronde, dobbiamo ammetterlo, la maggioranza schiacciante degli individui non vive personalmente gli effetti delle tragedie che ci descrivono i mezzi di comunicazione. So bene che a Cantù, dal 1990 ad oggi, il numero degli stranieri è aumentato; però sarebbe difficile trovare una ragione per drammatizzare questa circostanza. Quello che intendo dire è che c'è una differenza abissale fra la consapevolezza che il mondo è devastato dalle tragedie e la necessità di farsene carico una per una.
Con un colpo di mouse, vediamo le immagini delle stragi in Afghanistan, leggiamo i bollettini dello tsunami in Giappone, o la confessione dell'assassino dell'Olgiata. E subito ci sentiamo accerchiati dal pericolo, dal panico che puntualmente viene strumentalizzato dai partiti politici per garantirsi un poltrona. Venti anni fa avevamo paura degli africani che vendevano tappeti e cocco fresco, poi sono arrivati gli albanesi, poi i rumeni, ora i profughi tunisini. Io nel 1981 avevo il terrore delle divisioni, ma poi sono diventato grande; le paure si affrontano usando la testa, sebbene a volte sembri più facile ricorrere ad altre parti anatomiche.

Ma forse siamo tutti ubriachi di informazione. Ci servono davvero due quotidiani, tre telegiornali, dozzine di siti internet da assorbire compulsivamente come spugne sintetiche? Per tante ragioni, il mondo è diventato troppo piccolo; dovremmo fermarci a meditare, per recuperare un barlume di ragionevolezza. Perché sarebbe impensabile isolarsi in un eremo, ma è altrettanto pericoloso lasciarsi sopraffare dalla paura globale.

venerdì 1 aprile 2011

Profumo di primavera

Questa mattina, complice lo sciopero dei trasporti, non sono andato in università. Sono uscito alle 10:30, ho comprato "il manifesto", e sono andato al parco a sfogliarlo. Per la prima volta quest'anno, ho sentito i profumi della primavera: l'erba tagliata, i primi fiori. Non so perché, ma mi riportano agli anni della scuola, all'adolescenza.