mercoledì 22 febbraio 2017

Le otto montagne


Se leggete il mio blog, o almeno quel che resta, sapete che sono appassionato di montagna e di letteratura di montagna. La pubblicazione del libro di Paolo Cognetti mi è sembrata l'occasione giusta per arricchire la mia biblioteca.
Accompagnato da critiche e recensioni ottime, Le otto montagne è sicuramente una promessa mantenuta. La trama è scorrevole ed intrigante, lo svolgimento è tranquillo ma senza sprechi di pagine inutili. Insomma, un libro bellissimo?

Non proprio, a mio giudizio. Innanzitutto, la storia: è la formazione del giovane protagonista, iniziato alla montagna da un padre ombroso e da una madre amorevole. Fra le Alpi Occidentali, incontra il coetaneo Bruno: ragazzo selvatico, destinato ad una vita da pastore in alta quota. Poi il tempo passa, la vita continua, succedono tante cose. Eccetera eccetera. Alla fine (naturalmente?)  i due amici si ritrovano e finalizzano un progetto in memoria del padre defunto. Già.

Arriva la fine, tragica e circolare (in un senso che solo il lettore può capire), e tutto si compie. Già.

Un romanzo può essere emozionante e addirittura commovente senza essere un romanzo magnifico: basta agire sulle leve più primitive della nostra sensibilità, come l'istinto genitoriale, gli affetti dell'amicizia, l'amore. Ecco, a me è sembrato che dietro l'istanteneo piacere della lettura si nasconda una forma di manierismo. Sbaglierò, ma lo stile di Cognetti richiama molte volte quello di Mauro Corona, perfino in un certo gusto per gli accenni critici agli usi della società contemporanea.

Per me funziona così: se chiudo l'ultima pagina di un libro e ne sono entusiasta, attendo almeno un giorno. Se l'entusiasmo si esaurisce in poche ore, allora qualcosa non funziona. Darò certamente una seconda opportunità di lettura a questo autore molto promettente, ma per adesso non mi associo ai trionfanti giudizi di talune recensioni.

sabato 21 gennaio 2017

La matematica applicata

Un post su Facebook di un collega mi ha spinto a qualche riflessione che condivido qui. Magari non vi interessa, nel qual caso non vi trattengo.

Si parlava di matematica applicata: una nuova start-up cerca un laureato o dottore in matematica. Il settore di competenza è l'algebra computazionale. Cioè: non solo algebra, ma addirittura computazionale!

Scherzi da analista matematico a parte, il mio primo pensiero è che i tempi sono proprio cambiati. Quando ero studente, a metà dei '90 del secolo scorso (no, non nel 1895, spiritosi...), l'algebra mi appariva come una materia rantolante, sul punto di estinguersi. Era anche colpa dei programmi di laurea, che prevedevano un corso generalista di algebra al primo anno, e poi solo corsi facoltativi al quarto anno. Siccome era il ramo della matematica che mi appassionava meno (praticamente preferivo una martellata su un dito, con tutto il rispetto per l'algebra), ai miei occhi l'algebra era una disciplina estinta o comunque marginale.

Allora l'analisi matematica era la disciplina più rivolta alle applicazioni, ed io stesso mi sono dedicato alla ricerca nel campo delle equazioni differenziali non lineari. C'era un mondo aperto di applicazioni alla fisica, all'ingegneria, alla biologia. L'analisi matematica era servita, da decenni o forse da un paio di secoli, a formalizzare il linguaggio empirico della fisica e delle altre discipline sperimentali. Il concetto stesso di applicazione era, nella mente di tanti matematici, collegato con un'equazione come quella di Schroedinger o di Stokes, che sono alla base della Fisica Teorica.

Adesso, a vent'anni di distanza, è tutto cambiato. E' esploso l'interesse per la Probabilità (per inciso, l'altra disciplina che ai miei tempi era anche più Cenerentola dell'algebra, e spesso insegnata agli studenti come una versione semplificata della Teoria della Misura), ma soprattutto la Matematica Discreta (l'orrore, l'orrore!) è assurta a principessa della matematica applicata al mondo del lavoro.
Non è in fondo difficile capirne le ragioni: l'informatica e la tecnologia sono basate quasi esclusivamente su modelli discreti. Basti pensare, parlando molto rozzamente, che i computer gestiscono i numeri reali come numeri razionali, e per di più con limiti superiori sull'ordine di grandezza. In altri termini, tutti i numeri gestiti da un comune personal computer sono numeri razionali appartenenti ad un fissato intervallo.
Inoltre gli algoritmi sono sovente basati su procedimenti ricorsivi discreti, non certo su equazioni differenziali in cui le variabili sono continue.

E fu così che mi ritrovai, senza volerlo, sulla sponda più pura della matematica. Roba da matti.

sabato 24 dicembre 2016

Un altro Natale

È la notte del 24 dicembre, la notte di Natale. Ci guardiamo intorno, la ragione ci spinge a credere che tutto sia come ieri, come domani. Natale non è, dopotutto, qualcosa che si vede con gli occhi o si tocca con le mani.

La tentazione di vivere il Natale in apnea, sperando che passi al più presto, è spesso forte e attraente. Persone nervose cercano gli ultimi regali, serpenti di automobili riempiono le strade e ci rallentano. Perché Natale?

Credo che ognuno di noi lo capisca a modo suo, e probabilmente non è possibile spiegarlo con le parole. Natale è quel momento in cui guardi una persona che ami e ti senti grato di averla accanto. È quel momento in cui pensi a tutte le difficoltà e senti che ce la farai. Natale è il 25 dicembre, ma in fondo siamo noi: basta che lo vogliamo.

Buon Natale a tutti!

martedì 6 dicembre 2016

Guardare avanti

La nostalgia ha tanti volti. Per me, la mattina presto, ha il volto del mio professore di fisica al liceo. Salgo in autobus per raggiungere la stazione, e lo vedo scendere a piedi lungo via Manzoni. Uguale a venticinque anni fa, forse i (pochi) capelli più banchi e qualche ruga. Vestito in maniera improbabile come solo gli scienziati (e i professori) sanno fare: pantaloni color salmone, scarpe beige, giubbotto da sci con le maniche troppo lunghe.

Non ho un ricordo particolarmente piacevole di questo docente, che raccontava a noi studenti di aver desiderato una carriera come maestro di sci. Ma, aggiungeva, la vita gli aveva dato la sorte di fare l'insegnante di fisica, e ne era soddisfatto. Comunque non è questo il punto.

Il punto è che questo professore, immagino alla soglia della pensione, spinge la mia memoria indietro, a quegli anni in cui ero io a scendere tutte le mattine da via Manzoni con lo zaino carico sulle spalle. Anni di sogni, di paure, di interrogazioni e di risate con i compagni di classe. Anni di traduzioni dal latino e di problemi geometrici con parametro. Mentre guardo quest'uomo affrettarsi verso il liceo, mi chiedo: che cosa è rimasto oggi?

Un tempo avrei detto che rincorrere i ricordi è l'essenza della vita. Ma oggi non lo penso più. Il 2016 è un anno che ha segnato profondamente la mia esistenza, anno di passaggio e di approdo - finalmente - all'età adulta. Non temete, continuo a collezionare i fumetti di Topolino. Sono la mia navicella per tornare bambino un'ora alla settimana.

Però la svolta del 2016 mi ha spinto a rivedere certe convinzioni. Ormai sono convinto che i ricordi debbano stare dove sono, in fondo alla memoria. Stanno bene, al caldo, in pace. Il nostro scopo è quello di crearne ogni giorno di nuovi, di belli e di brutti. Pur sempre ricordi sono. In fondo i ricordi sono solo i mattoni che edificano la nostra casa, e sarebbe penoso fermarsi alle fondamenta. Ogni giorno un mattone, fino al tetto, senza guardare troppo indietro.

martedì 22 novembre 2016

Il sorriso del fesso

Il testo che segue mi è stato suggerito da alcune recenti esperienze nella gestione dei rapporti fra cliente e azienda. Ogni riferimento a fatti, persone, animali o oggetti è da ritenersi puramente casuale. Declino ogni responsabilità derivante dall'utilizzo del testo.

Siete addetti al customer service di un'azienda telefonica ma detestate parlare con i clienti? Lavorate all'URP di un ufficio postale ma preferireste giocare a battaglia navale sul vostro computer? Programmate gli orari di un'azienda di trasporti ma non avete ancora capito bene perché occorra garantire la puntualità delle coincidenze?

Fannulloni, scansafatiche, fessacchiotti di ogni risma: quello che segue è dedicato a voi!

Vi credete furbi quando un cliente del vostro datore di lavoro si presenta a voi per sporgere una lamentela e voi - sì, proprio voi - lo respingete con l'invito a depositare un inutile modulo compilato nel cestino in fondo al corridoio. Invece il cliente si incazza di brutto, e va a finire che qualcuno che ha una posizione superiore alla vostra vi tirerà le orecchie: "Il cliente ha sempre ragione, caro il mio Brambilla, se lo ricordi o la metto a pulire i cessi!"
Allora masticate amaro, un fiotto di bile vi arde il gargarozzo e vi costringe a fermarvi in farmacia per un anti-acido. E' mai possibile che per un cretino che non riceve la posta da un mese voi dobbiate rischiare la retrocessione al ruolo di aiuto-pulitore-cessi? Queste persone dovrebbero stare a casa tranquille, oppure pagarsi un corriere espresso per le spedizioni importanti!

Voi vi credete furbi, e invece fate la parte dei fessi: cornuti e mazziati. Come ne potete uscire? Semplice: lavorate bene!

No, state tranquilli, non vi sto chiedendo di svolgere con serietà il mestiere che vi permette di avere un piatto caldo di minestra in tavola. Non sia mai! Vi sto suggerendo di fare la pantomima. Per esempio...

Cliente: "Mi scusi sa, ma l'azienda del gas mi fa pagare una multa perché voialtri mi consegnate le fatture in ritardo di un mese!"

Voi (sfoderando il miglior sorriso a trentadue denti): "Mi dica tutto signore, si accomodi e mi spieghi". A questo punto prenderete una matita e un foglio qualunque, anche l'imballo dei mandarini che spiluccate sul posto di lavoro.

Cliente: "Ma sì, vi perdete le mie bollette e io devo pagare all'azienda la mora."

Voi: "Perbacco, mi meraviglio che Lei riesca ad essere così educato. Al posto suo fare fuoco e fiamme."

Cliente: "Guardi, sono incazzato nero, ma Lei mi sembra una persona ragionevole ed efficiente."

Voi (fingendo quasi imbarazzo): "Mi hanno assunto apposta per questo, perché so risolvere in fretta e bene i problemi dei nostri clienti!"

Cliente: "Allora mi dica: può farmi avere la mia corrispondenza con puntualità?"

Voi: "Eh... (sospiro)... sapesse. Fosse per me, andrebbe tutto bene. Purtroppo abbiamo avuto un guasto al cervellone MegaSpruzz. I tecnici hanno provato a ripararlo, ma i sindacati dicono che i loro iscritti possono lavorare solo due ore il lunedì pomeriggio. Capirà che ci vorrà del tempo..."

Cliente: "Maledetti sindacati, se non ci fossero l'Italia funzionerebbe meglio."

Voi (ormai certi di essere diventati il miglior confidente del cliente): "Non mi faccia parlare, qui anche i muri hanno le orecchie. Facciamo così: Lei mi è simpatico, mi scriva su questo modulo di reclamo i suoi dati. Proverò a mettere una buona parola con qualcuno per le sue bollette."

Cliente: "Per fortuna che ho trovato Lei... Pensi che avevo paura di parlare con uno di quei deficienti che ti dicono di riempire un foglio che poi butteranno nella spazzatura senza leggerlo. Grazie mille, a buon rendere!"

Voi (sempre sorridendo come se foste fessi, e invece siete dei gran furbi): "Non lo dica neanche, sono qui per fare il mio lavoro. Buona giornata e stia sereno!"

Inutile dirvi che getterete nell'immondizia il modulo di reclamo, e per le famose bollette non alzerete l'unghia del mignolo. Però il vostro superiore sarà così soddisfatto che vi assegnerà un congruo extra per essere il miglior dipendente dell'anno, quello che tutti i clienti adorano.

Perché voi siete furbi, altroché!


lunedì 21 novembre 2016

Apri gli occhi, di Matteo Righetto

Ci sono persone che ignorano il senso di appartenenza che la montagna può dare. E ci sono persone, come i due protagonisti del secondo romanzo di Matteo Righetto, che solo nella montagna trovano la forza di superare le tragedie della vita.

Francesca è una ragazza come tante, che dal Veneto si trasferisce a Milano per studiare. Si laurea, diventa insegnante, e nel frattempo conosce Luigi. Impiegano poco ad innamorarsi, nella frenesia degli anni Ottanta. Nasce Giulio, cresce e l'entusiasmo degli Ottanta lascia spazio al ripiegamento dei Novanta.
Francesca e Luigi si allontanano, trovano nuovi legami affettivi, perfino Giulio conosce la prima ragazza.

Un giorno piovoso, la motocicletta su cui Giulio e la sua ragazza viaggiano verso casa perde aderenza sull'asfalto bagnato. Lei se la cava con poche escoriazioni, lui si frattura tibia e perone, oltre a picchiare la testa. Ambulanza, ricovero, TAC, operazione di riduzione delle fratture: tutto sembra destinato a risolversi in fretta. Una notte, però, accade l'irreparabile. Giulio ha un ictus, i medici riescono solo a stabilizzarlo in una condizione di coma profondo.

Francesca e Luigi decidono di tornare insieme, forse per l'ultima volta, nell'ultimo luogo dove sono stati felici insieme, tutti e tre: sul massiccio del Latemar. Ecco che la montagna, aspra come la vita, diventa la cornice di un affresco che non è sopravvissuto alle fatalità.

Matteo Righetto, che ha sorpreso con il precedente libro La pelle dell'orso, affronta in poche pagine il tema più difficile (ma forse anche più inflazionato): quello della perdita. Ha il merito di non propinarci una storia zuccherata, pur regalandoci la speranza nell'amore. Amore che assume forme comuni ma anche discutibili, nel finale appena accennato con delicatezza.

Bello, intenso, essenziale. Ma non lo capirete fino in fondo, se non avete mai vissuto il senso della montagna.

giovedì 21 luglio 2016

Il passeggero del Polarlys

Regalo dell'editore Adelphi per le vacanze, Il passeggero del Polarlys è uno dei primi romanzi-romanzi (termine che indica quei romanzi di Georges Simenon che non appartengono al ciclo di Maigret) del prolifico scrittore belga. La prima edizione è datata, infatti, 1930, mentre la traduzione italiana arriva solo quattro anni dopo per i tipi di Mondadori.

Il Polarlys è una nave cargo che si muove fra la Germania e la Norvegia. Il capitano Petersen accoglie comunque a bordo anche passeggeri paganti che non saprebbero come raggiungere le località più settentrionali, fino al Circolo Polare Artico. La traversata non si apre sotto i migliori auspici: c'è un terzo ufficiale appena uscito dalla scuola navale, inesperto e orgoglioso. Ma c'è anche un passeggero misterioso, imbarcatosi ad Amburgo e poi misteriosamente scomparso. Petersen accoglie poi, durante una sosta intermedia, un funzionario di polizia che dice di dare la caccia all'assassino di una giovane donna francese, forse proprio l'uomo misterioso che non si trova più.

Ma anche il poliziotto viene ritrovato morto nella sua cabina, e poco dopo due furti di entità considerevole accrescono la tensione fra i passeggeri e l'equipaggio. Petersen non sa di chi può fidarsi, nessuno è al di sopra di ogni sospetto, nemmeno quel terzo ufficiale che sembra più intenzionato a divertirsi con una irruente ragazza tedesca che a svolgere le proprie mansioni.

La verità emerge solo nell'ultimo capitolo, quando anche noi lettori scopriamo che nulla è come ci era apparso. Anche il capitano Petersen, che per la sua flemma e la sua riflessività ricorda inevitabilmente il commissario Maigret, è indotto all'errore di giudizio dal susseguirsi degli eventi.

Simenon, appena ventisettenne all'epoca della stesura, sembra ancora indeciso se proporci un romanzo poliziesco o un romanzo duro. La distinzione netta appartiene solo agli anni e alla produzione successivi, quando le storie gialle si focalizzano su Maigret. Manca, ne Il passeggero del Polarlys, quella peculiare costruzione a finestra sull'esistenza di un uomo che diventerà un tratto di distinzione dei romanzi-romanzi. Stiamo parlando della tecnica di accendere un virtuale occhio di bue su un capitolo della vita di un uomo (o di una donna), offrendo al lettore la sensazione di guardarne la vita dalla finestra di fronte.

In questo poliziesco senza punizione del colpevole tutto è più semplice e lineare: una trama da film per la tv, si direbbe. Eppure le qualità del grande scrittore appaiono nella scelta di una lingua immediata e veloce, che scivola lungo i dodici capitoli.